Le “noir” di Le Corbusier – Emanuele Casalena

Le “noir” di Le Corbusier – Emanuele Casalena

1934, Charles-Edouard Jeanneret-Gris (La Chaux-de-Fonds, 6 ottobre 1887 – Roccabruna, 27 agosto 1965) è a Roma, non è la prima volta che visita la Capitale, ventisette anni prima nel 1907 si era calato nell’archeologia dell’Urbe come nell’architettura del Buonarroti, mentre la città vedeva nascere quartieri umbertini in stile torinese. Ora no, c’era uno “spirito nuovo” che aveva liberato gli architetti dall’accademismo borghese dei progetti, dal ’26, in quel di Milano, era nato il Gruppo 7 laboratorio del Movimento Razionalista Italiano, quel MIAR di Terragni, Libera, Pagano, Figini, Pollini ed altri, sconfitto purtroppo o peggio tradito nel 1931 dopo la seconda expo romana, anche per quella “tavola degli orrori” che toccava al cuore Marcello Piacentini. Monsieur Le Corbusier ( cognome corretto del trisnonno Le Corbesier ) in realtà attendeva paziente un colloquio con Benito Mussolini a lungo caldeggiato con lettere accompagnate da schizzi progettuali fatti recapitare a Giuseppe Bottai, il quale, invero, non ne poteva più delle pressanti insistenze dell’architetto svizzerotto, divenuto nel ’30 citoyen français per ragioni d’ opportunità professionale. «Illustre Le Corbusier; vi ringrazio per lo schizzo allegato al progetto precedente; veramente riconoscente per l’interesse con cui seguite i nostri problemi urbanistici, colgo l’occasione per inviarvi i miei più cordiali saluti» così rispondeva al petulante urbanista l’allora Presidente dell’INPS. Zero fu il risultato di quell’attesa, il Duce era troppo indaffarato, zero i progetti realizzati dall’archistar nella mitica Italia, dal piano per una “terza Roma” da attuare a Pontinia, fino al nuovo ospedale di Venezia degli anni ‘60, fu sempre un amore non corrisposto anche con imprenditori della statura di Agnelli ed Olivetti. Quelle due settimane del ’34 si trasformarono così in una vacanza romana senza lambretta, dilatatasi fino alle bonifiche in atto delle paludi pontine con la nascita, ex novo, delle città di fondazione. Eppure Le Corbu era stato l’ispiratore di quell’Esprit Nouveau ( nome della rivista da lui curata con Ozenfant) travasato in Vers une architecure del ’23, testo sceso come una Pentecoste sugli apostoli della nuova architettura ed urbanistica italiana per la quale, tra l’altro, aveva espresso profondo apprezzamento. Idee, progetti, osservazioni pungenti sulla nuova periferia romana, soluzioni corredate da brevità dei tempi di attuazione, unità d’abitazione e quant’altro furono mazzi di fiori senza che Giulietta s’ affacciasse dal balcone di Palazzo Venezia invitandolo a salire. S’è detto e scritto che Mussolini col suo entourage diffidassero del “corvo” perché in odore di bolscevismo, in effetti aveva progettato a Mosca il Centrosoyouz, da realizzare nell’area della ex sede delle cooperative sovietiche (1928-1936), c’era di che storcere il naso ma non più di tanto, un professionista è al servizio della committenza senza guardare alla tessera e poi l’Italia era stato il primo Paese a riconoscere l’Unione Sovietica, con la mediazione del compagno Nicola Bombacci. I rapporti italo-francesi erano buoni tanto che l’anno seguente verrà firmato l’accordo Mussolini-Laval con la cessione alla Libia italiana della striscia di Aozou del Ciad francese. Poi c’era un aspetto politico non secondario per valutare il credo dell’architetto elvetico, la sua simpatia verso il fascismo documentata dall’ empatia ideologica con l’anarco-sindacalista Georges Valois fondatore nel ’25 della lega di Faisceau,  il primo partito fascista fuori dei confini italici, scioltosi poi nel ’28 per volontà ecclesiastiche oltre che borghesi.

Le Corbusier fotografato sulla scalinata di S. Pietro

Per Valois  il fascismo rappresentava l’organizzazione razionale della vita nazionale, l’architettura moderna di Le Corbusier rispondeva appieno a questa prognosi d’avanguardia per curare il Gulliver addormentato della III Repubblica transalpina. Ma neppure in Patria l’urbanistica del “corvo” aveva colto nel segno, nulla da fare per il progetto della Società delle Nazioni a Ginevra, questione formale di inchiostro come scusa, idem per l’utopica Ville radieuse da sperimentare in Francia o meglio nelle colonie ( cercò poi di “vendere il prodotto” anche a Bottai Governatore di Addis Abeba nel ’36), niente da fare pure con la sua proposta del palazzo dei Soviet a Mosca, giudicata figlia della mentalità industrial-borghese. Però la sua fama, anche grazie al CIAM era già alta a livello internazionale, quell’orologiaio-architetto allievo di A. Perret guidava con abnegazione estrema la nave del Movimento Moderno nell’arte di Dedalo, sue le splendide ville bianche degli anni ’20. Nel suo CV politico vantava oltre alla cameratesca amicizia con Valois, l’adesione a un’ala estrema del partito Faisceau, la collaborazione a riviste del movimento, aveva stretti legami con il medico-igienista Pierre Winter affascinato dall’esoterismo di R. Guénon soprattutto per la ricostruzione dell’unità del sapere tra scienze sacre e profane. A proposito costui aveva fondato con P. Lamour, dopo la dissolvenza di Faisceau, il partito rivoluzionario fascista affiancato dalla rivista Plans nel 1931, dove si elaboravano soluzioni efficaci, in urbanistica come in architettura, per la piena salute (fisica e mentale) dei cittadini, quel  plan  Voisin dell’amico architetto gli parve l’uovo di Colombo. Bene Winter fu omeopata ante litteram, affascinato dalla medicina orientale, sostenitore della sanità pubblica, teorico dell’eugenetica tesa a migliorare biologicamente la razza umana, un fervido credente che l’habitat artificiale delle città moderne trovasse la sua soluzione nell’opera razionalista dell’architetto Jeanneret. Quella pianificazione urbana di grande raziocinio e respiro ( ampiezza delle strade, integrazione dei servizi, aree di verde pubblico, residenze in verticale, ecc…) era la risposta operativa alla ricerca del benessere individuale e sociale capace di spegnere le conflittualità fra individui perché “lo star bene con se stessi è lo star bene con gli altri”.  Le Corbu fu tra i fondatori e redattore della rivista Prelude con il mussoliniano Lagardelle, uscita nel ’33, non c’è dubbio sul loro orientamento politico “fascistizzante” nonostante i bizantinismi degli adulatori ipocriti assolutori dei peccatucci ideologici. La colpa mortale di Le Corbusier non gli spalancherà le porte dell’inferno nonostante la sua adesione al governo filonazista di Vichy nel ’40 condito da un antico antisemitismo. Il 1 luglio l’ottantrenne Maresciallo Pétain, seguito a breve da 600 parlamentari, si insediò nella cittadella termale dell’Alvernia-Rodano, solo due giorni dopo ecco arrivare Le Corbusier. Istituito il nuovo Stato Francese nelle sedute parlamentari del 9 e 10 luglio, la Repubblica entra in azione collaborando con l’occupante tedesco ma cercando di salvare il salvabile della Patria francese, comprese le opere di ricostruzione dei centri devastati dalla guerra. E’ su questa parte del programma che Le Corbu offre il suo contributo professionale riuscendo a farsi nominare, dal Ministro degli Interni Peyrouton, responsabile della ricostruzione delle aree urbane andate distrutte. L’anno seguente il maresciallo Pétain lo nominò membro del Comitato di studio della nuova edilizia d’iniziativa pubblica dove le idee dell’architetto potevano dare effettiva risposta  alla grande domanda di case alla quale la neo Repubblica deveva offrire soluzioni adeguate,  tenendo ben presente però il rapporto costi/benefici. Ma il vecchio maresciallo è legato all’urbanistica tradizionale, non vede di buon occhio le proposte ultramoderne dell’architetto del cemento brut e gli boccia, ad esempio, il piano per Algeri. Le Corbusier sdegnato se ne torna nella Parigi occupata, ci ricorda un po’ la fuga a Firenze di Michelangelo dopo un violento alterco con Papa Giulio II per quella maledetta tomba. In quei quattro anni di Vichy il “corvo” si legò al diplomatico filonazista Jean Giraudoux, ritrovò il suo vecchio amico e camerata Lagardelle nominato Ministro del Lavoro, fu in amicizia con Alexis Carrel medico e biologo, premio Nobel per la Medicina nel 1912, convertitosi al cristianesimo a Lourdes dove era stato testimone de visu d’ un miracolo, era Presidente della Fondation française pour l’étude des problèmes humains  durante il governo di Vichy.  Leggiamo che fu razzista, antisemita e fautore dell’eutanasia oltre che bieco collaborazionista, secchi di fango su un grande medico che al contrario spese la propria vita professionale nell’amore per l’umanità, anticipando il percorso dei trapianti, sulla sua fede religiosa  poi basti leggere il testo sulla preghiera scritto di suo pugno.

Le Corbusier morì mentre nuotava nelle acque della Costa Azzurra, era il 27 agosto 1965, come ogni estate si recava nel suo “palazzo” di 12 mq a Roquebrune-Cap-Martin a prendere il sole da indomito nudista. Erano trascorsi vent’anni dalla fine della guerra, quella macchia di nero venne sbiancata in fretta, seppe, nel nuovo contesto politico, riciclarsi nascondendo nell’armadio l’imbarazzante passato. Anzi, grazie all’appoggio del “sinistro” amico  Malraux lievitò in alto fino ad essere un assoluto protagonista dell’architettura con la A maiuscola. La sua machine à habiter, quella folgorazione avuta visitando la Certosa di Galluzzo vicino Firenze, trovò attuazione nell’Unità d’abitazione di Marsiglia (1945-1951) esperimento replicato a Nantes-Rezé e a Briey en Forêt. La lampadina gli si accese riflettendo sull’organizzazione di quel luogo monastico comunitario, una mini città dove convivevano in armonia spazi comuni e spazi privati. Quei frati certosini erano eremiti, passavano la loro esistenza immersi nello studio, nella preghiera, nella meditazione, restando chiusi e silenti nelle loro celle salvo rari momenti comunitari. L’insediamento conventuale  prevedeva spazi comuni gestiti dai conversi, come il chiostro, il parlatorio, la chiesa, il refettorio, ecc..e volumi privati in adesione alla regola. Avendo scelto di estraniarsi dal mondo e vivere nel silenzio, ciascun monaco disponeva di un mini alloggio sviluppata su due livelli, consistente: al piano terra una saletta da pranzo con camino, di fianco un piccola stanza con veduta sulla valle, il servizio igienico e una cameretta da letto. Allo stesso livello c’era l’accesso ad un giardino personale con muro basso solo nel prospetto a valle. Completavano la piccola residenza uno studio posto al piano primo ed una cantinola sotto terra raggiungibile dal giardinetto. Bene questo modello abitativo costituito da celle come arnie integrate da spazi a servizio della comunità fu il fondamento della ricerca abitativa del grande architetto elvetico trovando attuazione, appunto, nell’Unité d’Habitazion marsigliese anche per quell’idea di staccare l’edificio dal terreno con i famosi pilotis (pilastri in c.a.), le celle dei monaci della Certosa di Galluzzo erano infatti sollevate dal piano di campagna.

Il successo di Le Corbusier nel secondo dopoguerra fu enorme, ricordo discussioni articolate ma anche provinciali in Facoltà d’ Architettura tra convinti sostenitori delle teorie di F. L. Wright per un’architettura organica e i razionalisti-funzionalisti schierati con  Le Corbu, il villaggio olimpico di Roma fu una sua indiretta vittoria con tanto di pifferai.

Nell’Aprile del 2015 Le Centre Pompidou di Piano & Rogers volle ricordare con un’accuratissima mostra i cinquant’anni dalla scomparsa di Le Corbusier, il titolo dell’evento era Le Corbusier, Mesures de l’Homme”, un omaggio a tutto tondo al genio del Modulor, che fu pittore, architetto, urbanista, designer, teorico e divulgatore dello spirito nuovo.

Immagini di studi e opere di Le Corbusier

              

         

Presentati 300 opere della sua creatività vulcanica, dai progetti, agli schizzi, dagli oggetti di design alle pitture, passando per gli appunti, i suoi scritti, persino le poesie, la grandeur lascia sempre la sua firma. Ma quella macchia nera, strofinata in fretta sul papillon per “rifarsi una vita professionale” all’ombra dell’odiato (un tempo) gen. De Gaulle, sfruttando influenti amici della rive gauche, è rimasta ben nascosta dalla mostra. Ad entrare a gamba tesa ci hanno provato due libri controcorrente, diremmo un po’ codini, “Un Corbusier” scritto da François Chaslin e “ Le Corbusier, un fascisme français” di Xavier de Jarcy. Il primo è un architetto e critico, ex direttore di “L’Architecture d’aujourd’hui , il secondo un più giovane giornalista specializzato nel design, entrambi nei  loro testi riportano a vergine il segreto di Pulcinella cioè che l’architetto elvetico, per un segmento della sua vita, sia stato in sintonia con il fascismo, persino con il nazismo, riemerge così il “rimosso” come afferma Marc Perelman in “Le Corbusier, une vision froide du monde” altro testo molto critico sull’architettura e l’urbanistica di Le Corbu. C’è di che strapparsi i capelli per i fedeli del manicheismo antifascista, del global think falsamente democratico, però persone e azioni non vivono di vita propria, assoluta, vanno calate nei contesti storici, solo lì si possono oggettivamente storicizzare scelte e loro ragioni.. Le Corbusier cercò con ogni sforzo solo di vincere la sua battaglia per un architettura moderna a prescindere se gli arbitri fossero Stalin o Mussolini, praxis del professionista servire più padroni, la storia dell’arte ne è piena, solo  la parola fascismo genera sdegno, accattivante scandalo mediatico, farisea condanna. La sua urbanistica astratta calata dall’alto sui poveri umani odora di totalitarismo, s’addice, è vero, ai regimi autoritari, non è partecipata con la base, è architettura di un demiurgo, messia di verità assolute bisognose di una chiesa gerarchica per essere predicate. L’io illuminato allora cerca i vescovi per la nuova dottrina, poco importa se rossi, neri o d’altro colore. Comunque resta un fatto Mussolini non ricevette mai il “corvo”, fu autarchia nazionalista, disinteresse per un richiedente asilo professionale nella nostra terra, per di più estraneo all’italica tradizione, fu che Muslen aveva altre beghe a cui pensare, o meglio fu il fiuto romagnolo che Le Corbusier non era un fascista, né puro né duro, ma solo un opportunista come tanti, innamorato dell’ego, tanto che ad Arcueil davanti al plotone c’era Robert Brasillach, mentre “il corvo” spiccava il volo verso l’altra sponda. Une question d’honneur!

Emanuele Casalena

 Bibliografia

F.Agnoli, La forza della preghiera nelle parole degli scienziati, Fede & Cultura, Verona, 2010

Francesco Tentori, Vita e opere di Le Corbusier, 2ª ed., Laterza, 1986.

Luciana Baldrighi, Così Le Corbusier inventò l’urbanesimo autoritario, Il Giornale.it,10 Giugno 2015.

Leonardo Martinelli, Le Corbusier, fascista e antisemita alla francese, la Stampa, 31 marzo 2015.

Enrico Arosio, Le imbarazzanti simpatie per il fascismo di Le Corbusier, L’Espresso, 1 Giugno 2015.

Alex Vicente, Le Corbusier, humanista de pasado fascista, EL PAIS, 1 Maggio 2015.

Arianna Cavallo, 10 cose su Le Corbusier, Il Post, 27 Agosto 2015.

Redazione, Le Corbusier, il geniale architetto era un nazi.fascista, ExpoItaly Art, 15 luglio 2015.

 

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Categorie: Architettura, Arte

Pubblicato da Ereticamente il 27 Giugno 2018

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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