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L’Arte si fa Profezia per la Gloria di Roma (1^ parte) – A cura di Gaetano Barbella

L’Arte si fa Profezia per la Gloria di Roma (1^ parte) – A cura di Gaetano Barbella

1  “Le sabine” di  Jacques-Louis David

1.1 Introduzione

Siamo tra il 1794 e il 1799 quando il celebre pittore del neoclassicismo, Jacques-Louis David realizza in olio su tela “Le sabine” (l’illustr. 1).

Illustrazione 1: Jacques-Louis David. Le Sabine. 1794-1799. Olio su tela. Musée du Louvre, Parigi.

In questo quadro, J. L. David condensa tutta la leggenda di cui tre storici dell’antichità, Tito Livio, Plutarco e Dionigi di Alicarnasso, hanno cercato di descrivere l’episodio, sospeso tra mito e realtà, e passato alla storia come “Il ratto delle sabine”. I tre scrittori non concordano su alcuni particolari, ma collimano sulle linee di fondo, a partire dalle motivazioni che furono alla radice dell’evento. Cioè la necessità di tremila fanti e trecento cavalieri romani, circa, perché tanti erano giunti ad essere i romani all’epoca della sua fondazione (753 a.C), di avere un futuro. Dunque di procreare una nuova generazione che, però, non poteva mai avverarsi per l’assenza di donne. E così erano condannati senza appello a spegnersi nello spazio di una generazione, una sorta battaglia che non poteva essere intrapresa col valore della loro forza. Eppure fu proprio il loro vigore nella violenza guerriera, a dar vita all’impresa del ratto delle sabine e così assicurare il loro futuro che fu radioso.

Potrà sembrare una cosa insolita rapire delle donne a quel tempo, con lo scopo del matrimonio, che Romolo, il comandante dei romani, cercò di attuare organizzando con un’idea geniale, il ratto in occasione di un rito sacrificale seguito da prove sportive e musicali. Eppure, allora, era consuetudine fra i sabini e gli etruschi ricorrere al rapimento della vergine per poi sposarla, un fatto che deriva dalle tradizioni di Sparta da cui essi hanno origine1. Non solo, ma da Sparta si fanno derivare tutti gli istituti sabino-romani ed anzi la stirpe stessa sabina. Tale identità d’istituti nella primitiva storia di Roma, se si parla di un ratto di sabine, e presso gli Spartani troviamo rituale il ratto della sposa, i particolari usi nuziali in Roma dovranno interpretarsi come sabini, comunicati poi ai successivi romani2. Insomma era destino che Roma dovesse essere fondata, per certi versi, dai sabini. Se poi si parla di un altro istituto sabino, cioè di una sorta di matriarcato, allora a maggior ragione, la figura di Ersilia, la bella sabina rapita dai romani nel ratto in questione, che poi Romolo sposa, giustifica il suo ruolo di eroina con la sua apparente centralità nel quadro “Le sabine” di J. L. David, qui in esame.

Primitivamente presso i popoli osco-umbri e sabini, per ciò che ha attinenza alla costituzione della famiglia, l’autorità materna aveva preminenza su quella maschile. Già presso non pochi popoli dell’antichità, anche della Grecia e dell’Asia Minore, le nobili stirpi si facevano derivare non dai guerrieri, ma dalle eroine. Or nel caso nostro è da notare che le sabine, cui la tradizione pone come rapite, erano le progenitrici del patriziato palatino-romano e le eroine protettrici del patriarcale istituto delle curie, che da loro prendevano il nome3.

Nel prossimo capitolo, non c’è lettura migliore per avere le centrate spiegazioni e capire il ruolo scenico del quadro “Le sabine” in studio, che lasciare la parola al suo autore, J. L. David, poiché egli si è dato pena di scrivere un libro per illustrare le sue ragioni nel dipingerla. Le sue spiegazioni fanno perciò da guida a chi si appresta ad ammirarla ed io non ho fatto altro che fare la parte di anfitrione, dirigendo l’osservazione sui vari personaggi e azioni descritte per il quadro. Nel capitolo successivo si darà corso allo scopo introduttivo di questo di questo saggio: cioè, l’osservazione del quadro di David in esame sotto la lente di un’indagine geometrica, quasi che fosse un’osservazione medica ai raggi x, per intravedervi una supposto soppalco strutturale. E si capirà al momento opportuno di che si tratta.

1.2 Esposizione di J. L. David sul quadro di “Le Sabine”, tratto dal suo libro “La rivoluzione in mostra”, edizione Castelvecchi

1.2.1 La figura di re Romolo è decentrata e fronteggia re Tazio dalla parte opposta

«Esula dal mio argomento ‒ scrive J. L. David  ‒ l’analisi dettagliata degli avvenimenti che precedettero la nascita di Romolo; intendo infatti dedicarmi esclusivamente a illustrare le idee di grandezza e discendenza divina che il popolo romano si compiacque di attribuire al proprio fondatore.

Illustrazione 2: Jacques-Louis David. Le Sabine. Partic. Romolo.

Ciò che allo storico sembra soltanto una favola, è incontestabile verità per il pittore e il poeta: ai loro occhi, Romolo e suo fratello Remo sono i figli gemelli di Marte e rea Silvia, sacerdotessa devota al culto di Vesta. […].

Fin dalla più tenera età promanava dall’intera loro figura un’aura nobile e solenne, che unitamente alla statura straordinaria lasciava presagire destini luminosi per loro. Romolo, tuttavia prevaleva sul fratello, sia per la forza di carattere che per audacia d’idee. I suoi compagni, figli dei pastori delle vicinanze, non tardarono a riconoscerne la superiorità: così lo nominarono loro capo, seguendolo in ogni impresa (illustr. 2).

Romolo amava la guerra.

La sua innata ambizione trovava alimento nella rivelazione di alcuni oracoli che lo preannunciava fondatore un giorno di una città destinata a vette di splendore e gloria. Non appena gettate le fondamenta di Roma, fece di tutto per attirare dalla propria parte i pastori delle zone limitrofe, gli schiavi fuggitivi e ogni straniero capace d’iniziative temerarie. Questi furono gli umili inizi di un impero che in seguito avrebbe dominato il mondo. Genus unde latinorum4

1.2.2 Il ratto delle sabine e reazione di Tazio re dei sabini

J.L. David così prosegue nel suo libro ‒ «In questa fase aurorale il popolo romano contava poche donne. Perciò misero gli occhi sulle giovani donne dei sabini, popolazione stanziata non lontano da Roma, più o meno a cinque miglia. Le sabine erano note per la bellezza e la virtù; per conquistarle Romolo ricorse al mezzo abituale dei popoli guerrieri: la violenza.

Per prima cosa sparse la voce del diseppellimento di un altare consacrato a Conso, divinità venerata dai vicini e già identificata con Neptunus Equestris. Una volta diffusa la notizia, fece sapere ovunque che in un giorno da lui stabilito avrebbe celebrato un sacrificio solenne, al seguito del quale si sarebbero tenuti festeggiamenti e giochi, aperti a tutti gli stranieri, specie i sabini, di cui aspettavano le donne. Gli stranieri accorsero allo spettacolo da ogni dove. Romolo vestito di porpora e accompagnato dai maggiorenni romani, sedeva sullo scranno più alto. Aveva stabilito un segnale per cui, alzatosi in piedi, avrebbe prima piegato e poi steso un lembo della propria veste: allora i suoi soldati avrebbero dovuto avventarsi sulle donne sabine, prenderle e portarle via, evitando d’inseguire gli uomini in fuga.

L’ardito progetto fu portato a compimento e le giovani sabine, malgrado le suppliche, i pianti e le grida, vennero rapite e condotte a Roma, dove i romani le sposarono, trattandole con ogni riguardo.

Presto o tardi il castigo arriva. I sabini, profondamente offesi dall’oltraggio alle loro donne, tentarono in più occasioni di vendicarsi. Trascorsi tre anni […], Tazio, re dei sabini, sempre indignato per l’infame sequestro, radunò i suoi uomini più audaci e si diresse su Roma per sterminare i rapitori.

Illustrazione 3. Jacques-Louis David. Le Sabine. Partic. i sabini sul Campidoglio.

Roma venne colta di sorpresa; i sabini erano già sui bastioni del Capidoglio, occupati grazie al tradimento di Tarpea (illustr. 3). Alla notizia, i romani si armarono in fretta, uscirono e marciarono incontro al nemico. Si aprirono le ostilità; si combatté ovunque, finché i due condottieri, animati da pari furore, incrociandosi nel mezzo della mischia, decisero di misurarsi a singolar tenzone, secondo l’usanza di quei tempi eroici.»

1.2.3 L’intervento di Ersilia e le sue compagne per la pace

Illustrazione 4: Jacques-Louis David. Le Sabine. Partic. supplica di Ersilia e le sabine.

J.L. David, a questo punto fa entrare in scena Ersilia e le sue compagne ‒ «D’un tratto le sabine rapite dai romani accorrono sul campo di battaglia, portano i loro piccoli infanti nudi sul seno, attraverso i cumuli di cadaveri e la furia dei cavalli in combattimento. Chiamano a gran voce i loro padri, i loro fratelli, i loro mariti, rivolgendosi sia ai sabini che ai romani con i vezzeggiativi più dolci che l’uomo conosca. I belligeranti, mossi a pietà, fanno loro spazio; dal gruppo delle donne Ersilia (illustr. 4), moglie di Romolo, a cui aveva dato due figli, s’interpone tra i due comandanti ed esclama:

<Sabini, che cercate sotto le mura di Roma? Non ci sono figlie da restituire ai loro genitori, né sequestratori da punire. Dovreste strapparci dalle loro mani se tornassimo ad essere a loro estranee, ma ora che a loro ci legano i vincoli più sacri, dividereste le mogli dai loro mariti e le madri dai figli. Il soccorso che volete prestarci adesso è per noi mille volte più doloroso dell’abbandono in cui ci avete lasciato quando fummo rapite. Se anche lottate per una causa che non ci riguarda, avremmo comunque diritto alla vostra pietà, perché tramite noi oramai siete parenti, suoceri, cognati e alleati di coloro che combattete. Se invece avete intrapreso questa guerra per noi, allora vi supplichiamo di renderci i nostri padri e i nostri fratelli, che sono fra voi, senza però privarci dei nostri mariti e dei nostri bambini, che sono tra i romani.5>

Le parole di Ersilia in lacrime riecheggiano, in ogni cuore. Alcune donne che sono con lei adagiano i loro bambini ai piedi dei soldati, che dalle loro mani lasciano cadere le spade lorde di sangue; altre sollevano in aria i loro neonati e li oppongono come scudi dinanzi alla selva di lance, che a tal spettacolo abbassano. Romolo trattiene il giavellotto che è già pronto a lanciare. Il capitano dei cavalieri ringuaina la spada. Alcuni soldati alzano l’elmo in segno di pace. Tra i ranghi delle due armate si propagano sentimenti di amore coniugale,paterno e fraterno. Subito romani e sabini si abbarcciano e formano un unico popolo.»

1.2.4  La nudità degli eroi spiegato J. L. David

J.L. David infine dà spiegazioni sulla nudità degli eroi del suo quadro ‒ «Un’obiezione mi è stata mossa e che non mancherà di riproporsi è quella sulla nudità dei miei eroi. Sono così tanti gli esempi tra le opere antiche oggi rimaste che potrei citare a mio favore che ho soltanto l’imbarazzo della scelta: ecco la mia replica.

Illustrazione 5: Jacques-Louis David. Le Sabine. Partic. Tazio re dei sabini.

Era usanza comune tra i pittori, gli scultori e i poeti dell’antichità rappresentare nudi gli dei, gli eroi e più in generale gli uomini che si voleva eternare. Ritraggono un filosofo? È nudo, con un mantello sulla spalla e gli attributi del suo carattere. Ritraggono un guerriero? È nudo, con l’elmo in testa, la spada allacciata alla tracolla, lo scudo al braccio e i calzari ai piedi; a volte gli si aggiunge un drappeggio, se si crede giovi all’eleganza della figura.

Lo stesso avviene anche altrove, come si può costatare nel mio Tazio (illustr. 5), o ancora meglio sempre osservabile al Museo centrale delle arti, nella figura di Focione, appena rientrato da Roma. Non sono forse nudi i figli di Giove, Castore e Polluce, opere di Fidia e Prassitele, che a Roma si possono ammirare a Monte cavallo? ‒ e così prosegue J. L. David con altri numerosi esempi ed infine conclude.

E quante altre autorità potrei ancora citare! Quelle appena menzionate senz’altro basteranno affinché il pubblico non si sorprenda se nel mio Romolo, figlio di un dio, ho cercato d’imitare questi grandi modelli.»

NOTE

1 Identico significato del ratto delle Sabine, ha, tra i miti spartani, il ratto delle Leucippidi, che era rappresentato su tavola di bronzo nel tempio di Deraeter a Sparta (Pausauia, III. 16; IV, 2, 31). — Che poi il rito del ratto sia anche etrusco, dimostrò il Comm. G. F. Gamurrini, in una bella illustrazione ch’egli fece di un importante bassorilievo chiusino (Mittheil. Afeli. Inst. zu Rom, 1889, pag. 89 segg). Da: Il Ratto delle Sabine (Dai Rendiconti della R. Accademia dei Lincei, 1895). Fonte: http://www.artericerca.com/Articoli%20Online/Il%20Ratto%20delle%20Sabine.htm

2  Da: Il Ratto delle Sabine (Dai Rendiconti della R. Accademia dei Lincei, 1895). Fonte: http://www.artericerca.com/Articoli%20Online/Il%20Ratto%20delle%20Sabine.htm

3  Ibid § 2

4  Virgilio, Eneide, versi 1-11

5  Cfr. Plutarco, Vita di Romolo, 19, 4-7.

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Categorie: Arte, Tradizione Romana

Pubblicato da Ereticamente il 5 Giugno 2018

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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