La costellazione del Cigno riflessa nella svastica della Rosa Camuna (1^ parte) – Gaetano Barbella

La costellazione del Cigno riflessa nella svastica della Rosa Camuna (1^ parte) – Gaetano Barbella

La leggenda della Rosa Camuna

L’interpretazione della Rosa Camuna è incerta e non è facile per un segno che appartiene a una cultura passata e ormai perduta, e c’è chi suggerisce che avesse un significato legato al sole, sviluppatosi poi in un simbolo dai molteplici significati esoterici. Questo simbolo è stato finanche adottato, dal 1975, come emblema della Regione Lombardia.

Illustrazione 1: La costellazione del Cigno riflessa nella Rosa Camuna.

Piace riandare col pensiero al tempo dell’antico Camuno, preso ad ammirare nel terso cielo notturno, la magica stella Deneb della costellazione del Cigno al suo zenit. Molti popoli di quel tempo veneravano questo segno. In Deneb quel camuno, intravedeva un personale Sole che si specchiava nella sua anima attraverso il riflesso di un’amabile Luna in lui. Per lui era una dea da venerare e contemplare nella sua intima solitudine. La immaginò simbolicamente come una rosa e la disegnò sulla pietra ai suoi piedi. Per lui quel segno divenne un altare e quando poteva vi si inginocchiava chiudendo gli occhi estasiato. Passò poi la voce ai suoi compagni sulla sua Luna a forma di rosa e da allora molti di essi disegnarono per terra le loro personali rose dell’anima e la loro Valle, che oggi è chiamata Valcamonica, divenne un meraviglioso giardino ripieno di rose camune.

1 Il viaggio a Capo di Ponte vicino Brescia

Sono trascorsi molti anni da quando visitai, insieme ai miei quattro figli, una piccola parte dell’immenso parco delle incisioni rupestri della Valcamonica, a Capo di Ponte, partendo da Brescia dove abitavo. Poco più di 70 km di strada che facemmo in pulman, al seguito di una comitiva culturale, in meno di un’ora circa. Quel luogo è al centro della valle degli antichi Camuni, considerata “mitica” al pari di un “santuario”, dove le genti preistoriche e storiche hanno lasciato per millenni i segni della propria religiosità. La Valcamonica può essere considerata come un libro sacro che vale come un archivio di eccezionale valore, tanto da essere incluso nella Lista del Patrimonio Culturale Mondiale dell’Unesco che raccoglie le testimonianze fondamentali della storia dell’umanità.

Quel giorno del viaggio a Capo di Ponte, resta memorabile nella mia mente, tanto che nei giorni successivi non potei fare a meno di cominciare ad approfondire la conoscenza di tutto ciò che avevo visto, essendo rimasto notevolmente suggestionato.

Nel rientrare a Brescia portai con me un po’ di opuscoli e libretti comprati al Museo Camuno di Studi Preistorici di Capo di Ponte e in seguito cercai sul posto, dove abitavo, altro materiale documentale per allargare l’orizzonte delle conoscenze sui graffiti dei Camuni.

Non passò che poco tempo e già mi sorsero certe intuizioni in merito alle concezione dell’arte rupestre della Valcamonica, producendo degli appunti che si aggiunsero a tanti altri su cose che mi hanno incuriosito nel corso della vita. Ma non ci fu seguito a quelle idee sui graffiti rupestri, tuttavia non le ho dimenticate, proponendomi sempre di svilupparle per scrivere un saggio da pubblicare. È passato intanto il tempo, mesi e poi anni e solo da poco, nel mettere un po’ di ordine in soffitta, dove avevo conservato molte note e appunti di studi del passato, mi è capitato fra le mani lo scritto di quel viaggio a Capo di Ponte con gli appunti rimasti in sospeso. Nel rileggerli mi sono dispiaciuto di averli lasciati lì, quasi a morire, e così di buona lena ho deciso di rimediare per guadagnare il tempo perduto. Ed eccomi qui oggi a scrivere questo piccolo saggio per mostrare, almeno a me stesso, ciò che avevo pensato di fare allora, dopo il viaggio con i miei ragazzi, Non l’ho detto, ma fu in occasione di un convegno della Società della “Dante Alighieri” di Brescia e Bergamo presso l’Auditorium del Museo Camuno di Studi Preistorici di Capo di Ponte. Era il 30 settembre 2001.

2 La Rosa Camuna

Comincio così ad affrontare l’argomento dei petroglifi della Valcamonica bresciana, cosa che avrei dovuto fare da quel giorno del 30 settembre 2001, il giorno della lettura del III e XIX canto dell’Inferno di Dante Alighieri.

Che curiosa coincidenza col III canto, ovvero di un misterioso entrare «NE LA CITTÀ DOLENTE»…«NE L’ETERNO DOLORE»…«TRA LA PERDUTA GENTE»! Che strano presagio, cui solo ora sono portato ad esaminare e che sembra aderire al paesaggio della Valcamonica con i numerosissimi segni scalfiti nella roccia: forse che siano i segni di anime lasciate lì a soffrire in eterno? Ma forse oggi può essere anche “il loro giorno” della redenzione, poiché una stella arriva in loro soccorso, giusto la stella della loro origine, chissà. Il titolo di questo scritto infatti lo annuncerebbe: «La costellazione del Cigno riflessa nella svastica della Rosa Camuna».

Ma diamo corso alla presentazione di queste presunte “anime” in attesa da millenni della loro “stella”, con un’immagine, forse la più famosa fra le tante stampate per terra a Foppe di Nadro (Ceto) vicino Capo di Ponte, con l’illustr. 2! Questa foto mostra un insieme figurativo simbolico in cui compare un simbolo in forma di quadrifoglio, che è chiamato localmente “Rosa Camuna” (un nome attribuito per la sua forma). Più sotto è raffigurato un guerriero con doga e scudo, e lo distingue da altri della stessa area, molto ampia, dei graffiti rupestri della Valcamonica, la configurazione della testa con un casco raggiato.  Notare che i nomi attribuiti alle figure dell’illustr. 2 sono stati dati in sede del Centro Camuno di Studi Preistorici di Capo di Ponte, così come espresso nella didascalia dell’illustr. 2.

Illustrazione 2: Insieme figurativo simbolico della fase di influenza etrusca. Due personaggi armati (uno centrale e l’altro in alto a sinistra), forse danzanti, con casco raggiato, doga e scudo e un simbolo su di lui (la “rosa camuna”); sul lato destro un animale. Foppe di Nadro (Ceto), roccia 24, media età del Ferro (catalogo Museo di Capo di Ponte)

Altre raffigurazioni di uomini, che prevalgono di gran lunga in numero, non vengono rappresentati così, in veste chiaramente da sembrare guerrieri, per giunta in postura danzante. Di loro se ne parlerà in seguito, mentre ora ci si occuperà della “Rosa Camuna”.

La Rosa Camuna è una delle più famose incisioni rupestri della Val Camonica; risale alla civiltà dei Camuni, la popolazione che visse nella valle durante l’età del Ferro. È composta da una linea che si sviluppa a mo’ di girandola o croce ansata a quattro bracci, intercalata da 9 pallini o coppelle allineati ortogonalmente.

Questo simbolo è stato ritrovato 92 volte tra le 300.000 incisioni rupestri della Valcamonica (come già detto all’inizio, primo sito italiano tutelato dall’UNESCO, dal 1979, come patrimonio dell’umanità); è stata raffigurata principalmente in tre modi differenti, anche perché ha avuto una evoluzione nel tempo.

La Rosa Camuna è spesso associata a guerrieri che sembrano danzare attorno a essa e a difenderla dall’aggressione di nemici armati ma il suo significato è tuttora fonte di dibattito tra gli studiosi. Simboli analoghi sono stati ritrovati in Mesopotamia e hanno portato gli studiosi a pensare che tale simbolo sia stato diffuso da questa terra, attraverso il contatto tra popolazioni, fino ad arrivare in Valle Camonica. Ritrovamenti di simili figure incise sono avvenuti anche in Portogallo, Svezia e Gran Bretagna (famosa in particolare la Swastika Stone di Ilkley Moore nello Yorkshire, Inghilterra1) e fanno pensare a un simbolo usato dai guerrieri preistorici.

In Val Camonica questo motivo risale all’età del Ferro, in particolare dal VII al I secolo a.C.

Illustrazione 3: Una Rosa Camuna a svastica sulla roccia 57 di Vite,
Paspardo.

Illustrazione 4:
Distribuzione delle rocce istoriate in Valcamonica (Bs).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

C’è una sola figura di Rosa Camuna che può essere datata dubitativamente alla fine dell’età del Bronzo, cioè all’inizio del I millennio a.C. Le figure di Rosa Camuna sono situate per la maggior parte lungo la Media Valle Camonica (Capo di Ponte, Foppe di Nadro, Sellero, Ceto e Paspardo); se ne trovano anche nella Bassa Valle (Darfo Boario Terme, Esine) (illutr. 4).

Il motivo della rosa camuna è stato studiato a fondo da Paola Farina2, che ha compilato un corpus di tutte le figure conosciute in Val Camonica: sono state contate nel suo studio 84 “rose” ‒ 92 con le scoperte successive ‒ incise su 27 rocce, classificabili in tre tipi principali:

a svastica: 9 punti, di cui uno centrale, si distribuiscono alternativamente dentro e fuori i quattro bracci della “rosa”, piegati a 90°; ci sono 16 “rose” di questo tipo (illustr. 3);

a svastica asimmetrica: i 9 punti sono disposti come nel tipo precedente, ma il contorno è differente, in quanto solo due bracci sono piegati a 90°, mentre gli altri due sono uniti; si contano 12 “rose” di questo tipo;

quadrilobata: i 9 punti sono allineati in 3 colonne e 3 righe; il contorno si sviluppa in quattro bracci ortogonali e simmetrici, ognuno dei quali include un punto; è il tipo più diffuso ‒ è quello scelto dalla Regione Lombardia come suo simbolo ‒, se ne contano 56 esemplari (illustr. 2).

Per quanto riguarda l’interpretazione, che non è facile per un segno che appartiene a una cultura passata e ormai perduta, si suggerisce che la “Rosa Camuna” avesse in origine un significato legato al sole, sviluppatosi poi in un simbolo più ampio di portafortuna3. Ma se parlerà più particolarmente in seguito potendo far capo a mie intuizioni come peraltro si evince dal titolo di questo scritto, cioè: “La costellazione del Cigno riflessa nella svastica della Rosa Camuna”.

La stilizzazione della Rosa Camuna, dal 1975 è diventata il simbolo della Regione Lombardia che è depositaria del marchio e ne regola l’utilizzo (illustr. 5).

2.1 Gli accostamenti della Rosa Camuna

Illustr. 5: La Rosa
Camuna simbolo della
Regione Lombardia

Importanti conferme della plausibilità dell’ipotesi che la Rosa Camuna fosse un simbolo “spirituale” legato al passaggio da questa all’altra forma di esistenza, risultano evidenti quando si osservano le più frequenti associazioni della rosa con altre icone: nella stragrande maggioranza si tratta di antropomorfi armati o duellanti e, più sporadicamente, di palette, figure zoomorfe (cane, uccello acquatico) e la lettera Z “ad alberello” dell’alfabeto nord etrusco o camuno.

Le figure armate meritano una riflessione. Nell’età del Ferro (ca. I° millennio a.C.), quando si ebbe la massima incidenza di rose camune in Val Camonica e nel resto del continente europeo, il possesso di un’arma “moderna” rendeva l’uomo simile a un semidio o quantomeno a un “uomo di potere”, capace di difendere, prendere o togliere la vita per mezzo di quello strumento di straordinaria fattura ed efficacia. All’uomo così dotato doveva essere conferito un alone eroico decisamente superiore a quello che noi affibbiamo ai militi delle guerre moderne.

L’uomo armato, immortalato in una effigie rupestre che lo ritraeva nella sua postura di guerriero o duellante, era con tutta probabilità considerato alla stessa stregua di un eroe mitico, degno di entrare con tutti i carismi nel regno dell’aldilà. Il trapasso di un tale combattente doveva essere in qualche modo insignito di uno “status” speciale, il che spiegherebbe le associazioni della rosa – nell’alta valenza simbolica da me considerata – con alcuni combattenti, particolarmente selezionati, raffigurati nel momento del grande passaggio.

A sostegno di questa ipotesi segnaliamo il fatto che i “guerrieri” accanto a una rosa appaiono spesso ritratti in posizioni particolari, quasi fossero danzatori. Questo richiama alla mente l’atto finale della vita sulla Terra, che l’antropologo Carlos Castaneda definiva “l’ultima danza del guerriero”, metafora indicante l’impeccabilità o l’eroismo di guerrieri di una società primitiva (gli Yaqui del Messico) nel loro ultimo atto prima di lasciare questo lato della realtà. Se l’ultima danza o la caduta finale di un armato dell’età del Ferro costituiva la scena culminante di un’esistenza mitico-eroica sulla Terra, ci sembra sin troppo ovvio che dovesse essere relazionata a un simbolo nobile e trascendentale… come la Rosa Camuna.

E che cos’altro, oltre alla nostra rosa, poteva degnamente accompagnare l’eroe nel suo viaggio da questo mondo a quello oltre la soglia? Fisicamente una paletta che raccogliesse le sue ceneri (talvolta effigiata sulle nostre rocce nel mezzo di uomini armati e rose camune); metaforicamente un cane (tradizionale guardiano del regno dei morti) o un uccello acquatico (cosiddetto psicopompo, guida e conducente dell’anima di un defunto); e, Zeus ne sia testimone, la lettera Z, che ai tempi degli antichi camuni rappresentava la divinità e, considerata quale simbolo archetipo, aveva funzione eternizzante4.

3 I guerrieri danzanti con casco raggiato, daga e scudo

 

Illustrazione 6: Petroglifi della Valcamonica. Guerrieri danzanti con casco raggiato, daga e scudo.

 

 

Non sono numerose le figurazioni riscontrate nel comprensorio dei petroglifi della Valcamonica, di guerrieri danzanti con casco raggiato, daga e scudo, dell’illustr. 2, oltre a questa mostrata dall’illustr. 6. Fatto è che, invece raffigurazioni di uomini senza i particolarismi dei suddetti presunti guerrieri, compaiono in abbondanza nelle raffigurazioni della Valcamonica, spesso come contadini che arano i campi con buoi. E se alla Rosa Camuna, esaminata in precedenza, si attribuisce ‒ mettiamo ‒ la valenza di un ipotetico simbolico astro metafisico, di una certa memoria di coloro che l’hanno disegnata in abbondanza nella mappa dei petroglifi della Valcamonica e di altre limitrofe, i personaggi con casco raggiato in questione, potrebbero trovare spiegazione, per esempio, risalendo agli antichi miti greci, di omerica memoria. I miti antichi, sono pieni di storie di dèi che scendono sulla terra per accoppiarsi con gli umani. In molte fonti, compresa la mitologia nordica, la mitologia Greca,  riscontriamo la storia di questi figli di dèi, o dèi veri e propri che dall’Olimpo scendono sulla terra e restano attratte dalle donne umane. Ecco che da queste unioni nascono personaggi dalle doti eccezionali che si distinguono dal novero della razza comune umana e che vengono considerati eroi e semidei, concezione già esaminata nel capitolo precedente. Il passo è breve per intravedere nei presunti guerrieri con casco raggiato in discussione, lontani eredi di una razza speciale di esseri umani che si tramandavano da padre in figlio il potere interiore di una regalità derivante dalla lontana eroica razza guerriera, lontani del loro passato remoto. E il casco raggiato poteva considerarsi una sorta di corona regale cui tutti si inchinavano al tempo dei camuni disegnati sulle rocce della Valcamonica. Resta di loro, probabilmente, il segno del loro potere terreno impresso sulle cosiddette statue-menhir presenti al loro posto qua è là nella Valcamonica, delle quali ne mostro una molto interessante con l’illustr. 7, con accanto, l’illustr. 8, la stessa oggetto di studio secondo la descrizione che segue. Si tratta di appunti del prof. Cupitò dell’Università degli Studi di Padova5.

 

Illustr. 7. Statua-menhir
bagnolo 2 (Malegno).

Illustr. 8: statua-menhir Bagnolo 2 (Malegno).
Schema per la descrizione interpretativa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

< Il masso «Bagnolo 2», in Valcamonica, ‒ spiega il prof. Cupitò servendosi dell’illustr. 8 ‒  rappresenta in questo senso una buona palestra; […] in questo caso […] vi sono elementi  maschili e femminili e figure umane e animali; la eventuale presenza di più fasi di incisione non è in ogni caso perspicua; la parte centrale del masso è occupata dall’insieme degli elementi maschili e femminili di rango; si riconoscono due asce ‒ una con lama in rame, l’altra forse è un’ascia-martello in pietra ‒, due pugnali tipo Remedello, lo scialle pettorale e un pendaglio a doppia spirale; l’antropomorfizzazione ‒ soprattutto del coté maschile ‒ è evidente sia per la posizione in cui sono raffigurate le armi, sia perché il disco solare raggiato collocato nella parte superiore del masso rappresenta anche il capo/volto del personaggio; gli elementi femminili sono quasi «inglobati» dagli elementi maschili, ma, di fatto, contribuiscono a definire il torace e le spalle della figura umana, che viene quindi a configurarsi come un concentrato inscindibile di elementi maschili+femminili, disarticolati ma, nel contempo, antropomorfizzanti; a destra e sinistra di questo nucleo centrale si dispongono alcune figure di animali, sia domestici, sia, verosimilmente selvatici; nella parte inferiore del masso, in una posizione di assoluto rilievo, una scena di aratura; l’aratore, maschio, regge la stegola di un aratro a chiodo trainato da due buoi dalle grandi corna lunate.

Un tentativo di interpretazione del sistema figurativo non può non partire dal nucleo centrale, nel quale si può riconoscere l’allusione alla posizione emergente e al rango/ruolo del capo guerriero e della sua consorte ‒ la coppia dominante, quindi ‒; il potere della coppia si concretizza nel possesso della armi ‒ che significa contemporaneamente anche gestione delle attività belliche, e possesso del metallo – e di ornamenti di pregio ‒ anch’essi in parte in metallo ‒, e si manifesta nella loro ostentazione; la coppia dominante denota tuttavia anche un ruolo e una funzione che vanno al di là della sfera materiale: essa infatti viene a identificarsi con il sole, di cui, evidentemente, è l’elemento mediatore.

Gli animali e la scena di aratura sembrano quindi completamente avulsi da questa logica iconografica; e, anche in considerazione della loro possibile pertinenza a una fase di incisione posteriore, potrebbero rappresentare «semplici» aggiunte, il cui significato sfugge; però, indipendentemente dal fatto che si tratti di una figurazione coerente sul piano cronologico o di

un palinsesto, gli animali domestici e selvatici e la scena di aratura alludono in maniera trasparente a quelle che sono le basi economiche fondamentali dei ceti dominanti ‒ cioè la terra e il bestiame ‒ e, forse, a quello che sono le «sfere» su cui si proietta il potere del capo guerriero, o meglio della coppia, in quanto garante della continuità del lignaggio. L’esplicita identificazione del capo guerriero ‒ e, di fatto, della stessa coppia ‒ con il sole può avere due interpretazioni, che, tuttavia, non si escludono a vicenda; cioè:

  1. a) il capo guerriero ‒ e la sua famiglia ‒ sono proiettati nella sfera oltremondana degli antenati;
  2. b) i lignaggi dominanti si sono elevati a garanti e mediatori del rapporto tra sfera numinosa celeste e sfera terrena.

I capi guerrieri ‒ e i lignaggi dominanti ‒ sono quindi anche depositari di quello straordinario strumento di autolegittimazione del potere economico e del controllo sociale che è il potere religioso. Una religione che, peraltro, con una trasformazione drastica rispetto alle fasi neolitiche, non è più quella terrena ‒ e anzi infera! ‒ della fertilità della terra, ma quella celeste del sole. >.

Come già accennato, potremmo associare la statue-menhir appena mostrata, agli stemmi araldici, quali noti segni del blasone. Essi sono detti anche armi o scudi, in greco άσπις, àspis, donde il sinonimo aspilogia.

L’illustr. 10 mostra la pagina della Hyghalmen Roll, uno dei più ricchi stemmari rinascimentali tedeschi6. Non manca la presenza del gran sacerdote, com’è sempre stato fino ad oggi, per esempio nel mondo del Cristianesimo, con i Papi. Nel caso dei petroglifi della Valcamonica è presente la figurazione di un presunto sacerdote che al suo tempo poteva considerarsi una sorta di sciamano7, nell’illustr. 9 è mostrato uno di essi.

 

Illustrazione 10

Illustrazione 9: Valcamonica.
Sacerdote che corre, Naquane di Capo
di Ponte – Roccia 35.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Illustrazione 11: Statua-menhir
Ossimo 4. Rivenuta nel 1988 in un
sito con resti di focolare a livello di
calpestio. Età calcolititica, periodo
III a

Al posto del casco raggiato ne vediamo un altro con dei raggi rivolto verso l’alto e che corre anziché danzare, come a far pensare ad un suo attributo, la velocità nel pensiero, naturalmente rivolta alla spiritualità. Anche per questo personaggio credo di attribuirgli il rispettivo segno araldico tramite una particolare statua-menhir, il cui significato è stato molto dibattuto tra gli esperti di archeoastronomia.

Si tratta della statua-menhir di Osimo, denominata Ossimo-4, che è stata scoperta nell’Anvòia a ovest di Asinina (illustr. 11). La stele “capostipite” del sito si domandano gli esperti? Monolito trapezoidale piatto, alto 1 metro, appuntito artificialmente alla base, con almeno tre fasi di figurazioni incise. La composizione della fase 1 comprende due dischi a croce interna, il fascio capovolto di linee a U, il pendaglio “a occhiale”, e forse una prima coppia di “pettini” ai lati. Nella fase 2, dopo un temporaneo espianto, furono incisi la “faccia a T” (il motivo semilunato in alto, stilizzazione della faccia umana) e ai lati i cerchi concentrici e le due stelline; fu inoltre rifatto il fascio a U, o “collare”. L’ultima fase vide l’aggiunta del “pettorale” a triangoli contrapposti, peraltro indecifrabile8.

In ambito camuno-valtellinese, l’unico caso nel quale i monumenti istoriati sono stati rinvenuti ancora in situ nel loro contesto originario è quello di Asinino-Anvoia, in Valtellina. Il sito rappresenta quindi un importante modello di riferimento per tentare di comprendere le caratteristiche dei centri cerimoniali di cui le stele e i massi incisi costituivano gli elementi chiave e, in termini dinamici, i complessi rituali che stavano alla base della loro frequentazione e che coinvolgevano attivamente anche gli stessi monumenti.

Il centro cerimoniale si localizza alla sommità di una cresta di interfluvio, modellata dal ghiacciaio Wurmiano. Si staglia in direzione E-O ‒ posizione importantissima per il controllo delle direttrici endovallive. Paesaggio molto bello forse anche questo ha avuto peso nella scelta del posto!

Gli scavi, iniziati nel 1988, hanno consentito di indagare in maniera sistematica ‒ e con un approccio stratigrafico estremamente attento ‒ diversi punti del pianoro; le evidenze principali sono state messe in luce nel settore centrale9.

1Il design è unico nelle isole britanniche, quindi la sua stretta somiglianza con i disegni delle rose camuni in Italia ha portato alcuni a teorizzare che i due sono collegati. In effetti, le truppe di stanza a Ilkley durante l’occupazione romana furono reclutate dai Lingoni Celtici. Questa tribù era originaria della Gallia, ma nel 400 a.C. circa, alcuni migrarono

2Vedi: The “Camunnian Rose”, Valcamonica Rock Art. Fonte: http://www.rupestre.net/tracce/?p=1366

3Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Rosa_camuna

4Fonte: http://www.acam.it/mistero-rosa-camuna-simboli/

5Fonte: https://www.studocu.com/it/document/universita-degli-studi-di-padova/paletnologia/appunti/le-statue-stele-e-massi-incisi/974081/view

6Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Araldica

7Nella società arcaica, erano gli spiriti ultraterreni a determinare la sorte e gli avvenimenti terreni; ogni problema poteva perciò essere risolto solo da qualcuno che avesse la capacità ed i mezzi per entrare in contatto con tali spiriti, affrontando un “viaggio” ultraterreno nel loro mondo, trovando lì la soluzione ai problemi. Questo è lo sciamano, un “ponte” tra il mondo terreno e quello ultraterreno. Secondo la cultura sciamanica, non si può diventare sciamani per scelta o per semplice iniziazione, ma si deve ricevere una “chiamata” da parte degli “spiriti” e a questa chiamata non si può rispondere negativamente. Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Sciamanesimo

8Fonte: http://siti.voli.bs.it/itinera/02/senza_itinerario/ossimo/default.htm

9Ibidem cfr. 5.

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Categorie: Tradizione

Pubblicato da Ereticamente il 26 Giugno 2018

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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