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Amore che vieni, amore che vai… – Mario Michele Merlino

Amore che vieni, amore che vai… – Mario Michele Merlino

Cantava Fabrizio De Andrè ‘amore che vieni, amore che vai’. Ci sono amori, tuttavia, che rimangono nel cuore, nella mente. Si dice della mamma e del primo bacio. A me nella memoria il soldato tedesco che abbandona il fucile e diserta mentre mia madre mi metteva al mondo. Passaggio del testimone per l’Europa, per il Fascismo. Lungo la banchina della ferrovia già in territorio spagnolo tu che mi corri incontro felice e il vento tra i capelli. E il 1 marzo del ’68, a Valle Giulia, primavera annunciata, bastoni e manganelli lacrimogeni e molotov. Rivolta…

Del ’68 e dintorni ho detto e scritto più volte. Dieci anni fa ho pubblicato un libro, E venne Valle Giulia, con sottotitolo ‘un ragazzaccio in camicia nera racconta’. Un buon libro (parafrasando Nietzsche di Ecce homo, anch’io posso dire di scrivere dei buoni libri, alla faccia dei mediocri e della modestia!). Questo ennesimo anniversario, i suoi cinquanta anni, tra modeste rievocazioni protagonisti di seconda mano un po’ bolsi e ingrigiti nel corpo e dentro permalosi e stupiti d’essere i signori ‘nessuno’. Eppure quanta giovinezza ardente tra bastoni e barricate… E, senza inutili e stupidi confronti, miseria e volgarità dell’oggi. Prometto (forse) non ne scriverò più. Ognuno ha tanta storia anche se, il più delle volte, finisce per rendersi cronaca minuta e anonima di importanza zero.

Il mese di maggio va concludendosi così come cinquant’anni fa in una Parigi blindata e tetra andava a morire la contestazione giovanile. Il mondo degli adulti riaffermava la sua supremazia, relegando quel ‘largo ai giovani!’ ad uno slogan satirico. La fantasia che si rivendicava in soffitta. Al suo posto, in più paesi in Europa e altrove, alle armi della critica si sarebbe sostituita la critica delle armi. E furono anni feroci di stragi e P38. Il Quartiere Latino e la Sorbona si preparano a ritornare il deserto. Charles De Gaulle si è preventivamente assicurato il sostegno dell’esercito di stanza a Metz e di persona incontrando il generale Massu (a lui avversario fin dal tempo della rivolta di Algeri); ai Campi Elisi sfila un milione di benpensanti, in giacca e cravatta, premessa della ‘maggioranza silenziosa’, becera vile reazionaria; il Partito Comunista, servile a Mosca, si fa garante di votare in Parlamento per lo scioglimento di gruppi e gruppuscoli dell’estrema sinistra. A pedalare rimangono affascinanti quelle ‘ biciclette di Shangai’, come canterà Franco Battiato, e continuano a illudere idealisti e sognatori sull’autenticità della ‘rivoluzione culturale’ (mentre ‘la banda dei quattro’ conta di spartirsi il cadavere prossimo del Grande Timoniere).

Partecipo, intrufolatomi con ardito cipiglio e senza ostacoli, ad un incontro di solidarietà fra studenti italo-francesi nell’aula magna di Filosofia, alla Sorbona. Accolti al grido ritmato ‘Valle Giulia!’, storpiato da un accento ostile alla nostra lingua. (Che palle i bla-bla ideologici ed esibizionisti! Vano tentativo di notte di relazionare con una biondina esile e sgraziata esaltando la partecipazione a creare il mito di Valle Giulia. Marcuse mi è contro e le sue teorie espresse in Sesso e società non fanno breccia. Unica nota positiva, la visita alla tomba di Brasillach nel piccolo cimitero di Saint-Germain de Charonne, periferia in fase di degrado, ma un tripudio di fiori per il poeta assassinato). Quali medaglie al merito posso vantare da modesto attivista e con pretese di essere prossimo a trasformarmi in rivoluzionario a tempo indeterminato? Poche e immeritate… Un po’ di piazza con bastoni e barricate, qualche notte in facoltà occupate, una o due molotov con lancio maldestro, sempre in cerca del beau geste e in bianco di figa… Ora ricordo: elezioni a Roma (forse per il rinnovo del Consiglio Comunale), vado e sulla scheda in bella grafia ‘Viva Hitler viva Mao viva la Rivoluzione!’, facendo ridere una scrutatrice che, conoscendomi da anni, non ebbe dubbi sull’autore anonimo.

Eppure e nonostante tutto (l’anno dopo si apriranno le porte di Regina Coeli per richiudersi con il malevolo intento di trattenermi a lungo e magari per sempre) fu una bella stagione. Senza metafore, senza metanoie. Cosa rimprovero – massima colpa – ai nostri governanti di questi ultimi decenni? Aver ammazzato la speranza… Non ai perdenti per vocazione, quale io sono (fuori e comunque da ogni coro), ma in modo indistinto e sistematico alle nuove generazioni. Sostituita dai Gratta e vinci e dalla promessa di qualsiasi forma di reddito di cittadinanza. O cercarsi all’estero soluzioni possibili o intrecciare i pollici in pigro e inutile tentativo di scoprire il moto perpetuo. In quel maggio e dintorni pensammo, a vario titolo e diverso grado, di poter scalare il cielo e afferrare le stelle (quelle danzanti le avremmo cercate in noi). Come titani, maledetti dagli dei, fummo precipitati al suolo. In fondo poco danno. Molti di noi si ritrovarono il giocattolo rotto e lesti si adattarono in poltrone messe loro sotto il culo da quelle medesime istituzioni che aborrivano. Pochi in qualche cattedra di liceo alla periferia di Roma… A loro penso e per loro scrivo. Nonostante ciò fu bello.

Fa caldo. Apro la finestra contando sul gioco di corrente tra una camera e l’altra. Sulla t-shirt (con le mutande quali unici indumenti) una frase del filosofo spagnolo José Ortega y Gasset ‘Una società non è tale senza un’aristocrazia una élite’. Già, però, al suo tempo osservava come le masse in rivolta imponessero l’indistinto contro ogni distinzione, selezione, gerarchia. Fuori strali e impuntature a formare o meno il nuovo governo, a causa di un ministro talmente ‘eretico’ da sembrare ebreo (tanto il cognome lo suggerisce) massone (l’ho letto da qualche parte) da sempre in combutta con uomini del potere e della finanza. Ora pro o contro (io contro, va da sè) il presidente della repubblica (rigorosamente in minuscolo, là dove domina la nientità) e il mondo delle chiacchiere si leva prepotente dal pollaio. Aristocrazia ed élite, se ci siete, battete un colpo! Intanto mi arrotolo beato e beota nella definizione di anarco-fascismo, a capirci libertario nei diritti e fascista nei valori. Consapevole – nè offeso nè rattristato – che non frega a nessuno. Come questi cinquant’anni, anniversario del ’68…

Estrema annotazione. Dal ‘maggio francese’ prendemmo a prestito variopinti slogan sul genere ‘siate realisti, chiedete l’impossibile’. Quella ‘immaginazione al potere’ a cui dettai tanti momenti della mia esistenza. Stravaganza di portare capelli e barba lunghi e bianchi, ad esempio. Oggi quel chiedere (in effetti era un pretendere) s’è reso scimmia di se stesso, un elemosinare…

Fonte immagine: Pinterest

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Categorie: Punte di Freccia

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 4 Giugno 2018

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

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