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Ad attaccare manifesti botteghe oscure e dintorni – Mario Michele Merlino

Ad attaccare manifesti botteghe oscure e dintorni – Mario Michele Merlino

Come mi appaiono lontani ‒ e, va da sé, non soltanto in temporalità ‒ gli anni ’60, gli anni della giovinezza così inquieta ed amara, carica però di esperienze vive, in cui la carne le ossa e il sangue erano lo spirito errabondo e trasognato. E fu proprio, 1960, in ottobre che formalizzai l’impegno politico andando ad iscrivermi, insieme a Girolamo e Roberto alla Giovane Italia, allora in Palazzo del Drago (Direzione Nazionale del MSI), in via Quattro Fontane. Era il pomeriggio del 15, dopo aver partecipato per le vie di Roma al corteo, scandito da slogan e cariche della celere, degli studenti per riaffermare l’italianità dell’Alto Adige. In tempi infami di globalizzazione, lontana eco di storie idee sentimenti patriottici… ‘Italia! Italia!’, si gridava al cielo senza accorgersi che eravamo ormai condannati ad essere un Paese, gretto e spento. (Escluso perfino dal Mondiali di calcio, ultimo vanto nazionale!).

Anni dopo, contro il medesimo cielo ‘Fascismo! Europa! Rivoluzione!’. E, senza renderci conto anche questa volta, che il Fascismo veniva sparso come essere inutile e dispregiato, l’Europa bandiera da banchieri usurai mercanti, la Rivoluzione una illusione. Io, ottuso, ieri come oggi. (Modesta la precisazione, atta a prevenire accuse e luoghi comuni sulla ‘nobiltà della sconfitta’ che albergherebbe in me sotto forma di pessimismo incapacitante. Esiste un pessimismo attivo nel pensiero nichilista, insegna Nietzsche. Che non solo si dà a forme di resistenza contro la volgarità invadente dell’ora, ma rompe l’assedio e sa battersi in campo aperto. Esser capace di ‘cantare, ‒ sognar sereno e gaio, libero, indipendente, ‒ aver l’occhio sicuro e la voce possente, ‒ mettersi quando piaccia il feltro di traverso, ‒ per un sì, per un no, battersi o fare un verso!’, come mi ha educato l’amico ed eroe dal grande naso e abile di spada, Cyrano de Bergerac).

E, abbandonando il cielo delle idee, fredde le stelle e troppo vuoto, pur dando ad esse il dovuto (nobile e ardito fu il sangue per esse versato), mi do a raccontare storie. Molte nate da racconti raccolti da viva voce o pagine sparse – e qualcuna l’ho resa in libro ‒; molte da incontri immagini esperienze del personale vissuto, fedele robusto al convincimento come ognuno abbia tanta storia. E quegli incontri quei volti parole e gesti, a volte umilissimi, sono l’insegnamento allo stile, a difesa dagli ‘indecenti e servili’, senza il quale non c’è Fascismo ‘immenso e rosso’. Come questa noterella di un sedicenne o poco più e di un comunista nei dintorni delle Botteghe Oscure.

Di sera ci si ritrova in sezione. La noia trasuda come l’umidità lungo le pareti piene di crepe e vernice scrostata. Chiacchiere le solite e vane, le sigarette la gazzosa e il vino dal gusto aspro e cattivo. Non possedendo in casa la televisione, ho pronta la scusa di dire ai miei di vederla da amici. Fingono di crederci, credo. Uscire. Sono nell’età in cui ci si sente in gabbia e si vorrebbe trasvolare. (Anni dopo in versi ‘oggi non so più uscirne: ‒ deve essere successo qualcosa – alle mie ali’, ma avevo attraversato sbarre e chiavistelli). Anche in questa sera, d’incipiente e tepore di primavera, inizio anni ’60. Al Colle Oppio il giardino è deserto. Ci siamo solo noi cinque o sei in tutto, sotto i ruderi delle Terme di Traiano, dove ha sede ‘il Covo’ (a memoria di quello storico di via Paolo da Cannobio ove il futuro Duce teneva la pistola e una bomba a mano sulla scrivania e alla parete la bandiera degli arditi. Agli esordi dei Fasci di combattimento a marzo 1919 e a seguire). In effetti è dedicata all’Istria e Dalmazia, ma fa più ‘figo’ il pensarla premessa e promessa d’ardite sfide…

A più modesta bravata qualcuno – forse il Cavallaro ‒ venne l’idea stronza di andare ad attaccare manifesti nelle viuzze del Rione Campitelli, avanti al ghetto e alle spalle delle Botteghe Oscure. Tetro l’edificio e sinistro, acquistato dall’INA e pagandolo con l’oro di Dongo, da Togliatti e sodali. Gli assassini di Mussolini e dei fedelissimi fucilati lungo la spalletta del lago di Como. L’oro della Repubblica. Una scia di misteri e di sangue. E quel palazzone s’era reso la Direzione del PCI e degli uffici politici vari. Una fortezza inespugnabile un campo minato i dintorni. E quelle parole buttate lì a dare fiato a qualche bicchiere di troppo, furono da noi tutti raccolte e secchio e pennello e manico di scopa e i manifesti arrotolati mentre, in ciascuno di noi, ruggiva la Tigre di Mompracem e ci si identificava con lo squadrista, il fez e la camicia nera la bomba a mano e il nodoso randello e assumevano il medesimo animo e il nostro volto e il cuore si diede a battere più forte.

Il primo manifesto, gli sguardi a scrutare ogni angolo, ascoltare ogni rumore, mentre la sbronza svanisce e monta la tensione. Ognuno di noi pensa in sé che avrebbe fatto meglio a starsene a casa e che prima la si finisce meglio è. Minuti simili a ore le mani sudate i movimenti sempre più nervosi e imprecisi. Qualcuno ci ha visto da qualche finestra e lesto chiama il servizio d’ordine permanente in alloggio al Palazzo ‘rosso’. Sono armadi in movimento, pugili, dalle mani simili a palanche, usciti da film horror, King Kong e famiglia. Appaiono all’improvviso, apostrofandoci in malo modo. A terra il secchio il pennello i manifesti ‘si salvi chi può!’. Il fesso di turno resta, io, e non per essere annoverato fra nobili e arditi ‘capitani coraggiosi’, solo perché le gambe non rispondono. Visioni rapide di funerali ‘Presente!’ e braccia tese al cielo.

Avanza, lento e sicuro, uno di costoro. Ghigna. Potrebbe accartocciarmi mettermi in un bidone della spazzatura con una mano sola. Mi guarda sornione parla da umano: ‘Non ti voglio menare (questo il senso liberatorio delle sue parole). Mi devi spiegare perché tu, borghese, sei fascista; io, proletario, comunista…’. Parla, parla, vile io lo assecondo, però non mi convince. Poi con un mezzo schiaffo, sufficiente perché mi senta un 45 giri, mi manda via.

(Riflessione o morale della favola. Miseria dell’oggi. Era un comunista in cui batteva forte la speranza, pur se risultato un inganno, d’essere dalla parte di quel mondo a misura d’uomo, bello e giusto, prossimo a venire, per sé e i propri figli, la fierezza del costruttore del domani migliore. I suoi nipoti, però, sulle macerie del muro di Berlino, hanno messo la cravatta e in tasca i soldi delle mazzette. A pescare consenso e i voti, da borghesi, fra i borghesi. Roma mignotta e i suoi salotti-bene. Monta rabbia e quella nostalgia canaglia per il nemico, in cui ci si affrontava bastoni e barricate… Ed anche per troppi di noi che hanno sbragato).

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Categorie: Punte di Freccia

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 19 Giugno 2018

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

Commenti

  1. Paolo

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