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Tu verrai… – Mario Michele Merlino

Tu verrai… – Mario Michele Merlino

Si dice che la casa nasconda, ma non rubi. O qualcosa del genere. Avendo però traslocato circa dieci anni fa e avendo lasciato ad ignoto destino tanto e di più, non mi sono curato di verificare quale selezione avessi fatto e con quali criteri. Ad esempio la gran parte dei testi monografici e d’antologia con cui, ad ogni primavera, venivo bombardato dai rappresentanti delle case editrici. Come avvoltoi in sala professori a blandirmi vezzeggiarmi rincoglionirmi. Filosofia e storia sono finiti in via Napoleone III, sede di CPI, per i terremotati dell’Abruzzo. Ricordo Zippo (una sorta di cugino di mio figlio Emanuele) con l’ausilio di una carriola. Dubito come i giovani militanti di quella comunità si siano accostati al pensiero di Nicola Cusano o abbiano condiviso le vicende belliche degli svedesi di re Gustavo Adolfo. Come i loro fratelli di generazioni precedenti prediligono – ed è di auspicio – le memorie di Léon Degrelle o le esortazioni di Codreanu al canto e all’azione. E lo confesso senza ironia o spocchia da intellettuale ché, chi mi legge, sa come anteceda sempre le emozioni del vissuto ad ogni forma di saccente riflessione a lume di candela…

Ho trovato, fra vecchie carte e riviste e ritagli di giornale, riposti in uno scatolone ricoperto da sottile patina di polvere, una poesia inedita di Robert Brasillach, datata 17 novembre 1932. Scritta, dunque, all’età di ventitré anni. Egli era nato, infatti, il 31 marzo del 1909, a Perpignano, nella Catalogna francese (il Rossiglione), tra le acque del Mediterraneo e, linea di confine dei Pirenei, la penisola iberica. La solarità delle terre del Sud, il rosso e l’oro i colori ricorrenti e da lui preferiti, vaghe origini arabe, una immediata attrazione per la Spagna gli si proposero simili a carne ossa sangue. E mi viene a mente il romanzo suo La ruota del tempo ove, nel secondo capitolo dal titolo La notte di Toledo, egli ci dona un esercizio di erotismo, mai volgare e sempre al contempo poetico e realista. Sublime.

(Quarant’anni dopo, tramite l’amico José Luis, in quel medesimo luogo, ricostruito dopo lo scempio della guerra civile, abitammo nella ‘casa dell’inquisitore’, definita così per l’asciutto e sobrio arredamento stile monastico. Nei pressi della casa del pittore El Greco, lungo il percorso turistico che culmina dove s’erge l’Alcazar. Allora di turisti pochi, in gran parte tedeschi. Quando vi sono ritornato con la scuola, una fila quasi ininterrotta di botteghe e di ristoro l’aveva trasformata in sciatto consumismo. E piazza Zocodover dalle finestre irregolari i bar con i tavolini sotto i tendoni strisce verdi e gialli. Avevamo poco più di vent’anni, ci arrangiavamo a mangiare, gli occhi pieni di sogni e la mente confusa da ideali grandi e nobili. Quante le emozioni e le vibrazioni lenzuola stropicciate sudore sperma e, dalla finestra aperta, il silenzio e in cielo un tripudio di stelle).

Traduco, coniugando correttezza filologica con personale sensibilità. I poeti sono simili agli eroi sul campo di battaglia, soli nel verso e liberi d’agire sulla parola… Poi il volto di Brasillach, con i suoi occhialetti dalle lenti rotonde, il vago sorriso e una sorta di tristezza, come presago di un futuro tragico e prossimo. Un ragazzo troppo cresciuto e mai diventato adulto. Il mio fratello più grande l’ho definito, quel fratello di cui ho sentito la mancanza, il più caro. Oggi, eternizzato nella morte, il più giovane e sempre, comunque, a me prossimo.

‘Tu verrai, cara Morte, – simile alla sera che si distende su le banchine del porto – e non sarà poi così triste – se ci porterai memoria di quella musica semplice – e del canto che intonavamo mentre si saliva a bordo. – Il fruscio intenso della vela arrotolata – non distrarrà lo sguardo dall’Oceano, – anche allora, anche in quel momento, – sapremo scordare l’odore ancora fresco del catrame – e l’umidità fumigare dalla cima dell’albero maestro? – Quando, da bambini, si correva verso le pesanti funi – e alle barche attraccate agli anelli di ferro, – guardando, seduti sulle bitte di ormeggio, – la marea crescere dolcemente, – i nostri cuori, cara Morte, si resero dimentichi della riva, – prigionieri delle rozze canzoni per uomini già avvezzi al mare, – pronti a salpare per ignota destinazione – con la sacca in spalla, le ragazze nel cuore e in tasca il coltello. – Ripensando alla nave ondeggiare libera dall’ancoraggio, – al richiamo della terra ferma a cui restammo insensibili, – ci sarà concesso perdonare al canto della sirena – l’annuncio della inesorabile quiete e la fine dei bei giorni?’.

Poesia dai toni sommessi, lieve la nebbia di giovanile tristezza, la lontananza… Piace alla gioventù parlare della morte, una sorta di attrazione verso qualcosa che non si conosce nella esperienza del corpo in disfacimento (i vecchi ne hanno orrore perché la vivono nell’impotenza dell’ora). Quando irrompe, è sempre l’imprevisto. Come lo sguardo improvviso di una donna che ti intriga e ti riempie la fantasia, lungo la schie-na un brivido, il calore di ondate e immediati tremori.

Egli fu cantore, al contrario, dello splendore della giovinezza dell’amicizia della gioia di vivere del conseguimento della felicità semplice e possibile. (Nulla a che vedere con le isteriche e ipocrite promesse di un mondo a stelle e strisce, con la Bibbia in mano e il cuore a forma di salvadanaio). Valori desueti perduti sepolti tra le macerie dell’Europa devastata e dall’animo nostro corrotto da sirene malevoli e luminarie indegne. ‘L’eminente dignità del provvisorio’ e noi, ostinati e trasognanti, ci facemmo vanto quando l’esistenza ci si rese grama e carica di incertezze. All’ultimo piano della Ulmstrasse le agili dita imprimevano le note di quel Liebestraum di Franz Liszt che si sarebbe trasformato in misura di una stagione, intensa e breve, in vita ed oltre. Dalla solarità del Meridione alle brume del Nord. Norimberga con ‘le cattedrali di luce’, un mondo arcano come le foreste di Tautoburgo, rullo di tamburi bandiere rosse e bianche con la croce uncinata, ‘il domani appartiene a noi’… E come sottrarsi dal suo fascino fino ad auspicare un modello per la propria Patria? Coinvolto. Senza curarsi vie d’uscita. Irrecuperabile. Scegliere per non essere scelti anche quando si é consapevoli della disfatta. Per lasciare a coloro che ti guardano una immagine degna di se stessi. Crepuscolo degli dei.

Egli stesso ne fu travolto in quella mattina del 6 febbraio del ’45, condotto al forte di Montrouge legato al palo dei condannati a morte, avanti a sé dodici bocche da fuoco avide del suo sangue, con la sciarpa rossa al collo e la fotografia della madre sul cuore. ‘Coraggio!’, il suo estremo grido disperato e fiero, levando lo sguardo verso il cielo grigio e sporco di Parigi. Doveva ancora compiere trentasei anni. Lasciandoci a testimoniare la fierezza e la speranza, le due sole virtù a cui ormai si affidava dietro le sbarre e i chiavistelli della cella n.77… e donandoci la visione di un poeta, di quel Fascismo ‘immenso e rosso’ a cui, nonostante tutto e comunque, ci siamo sforzati di restare fedeli.

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Categorie: Punte di Freccia

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 20 Maggio 2018

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

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