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24 maggio 1915: la tela del ragno – Gianluca Padovan

24 maggio 1915: la tela del ragno – Gianluca Padovan

Fortemente voluta dalla Massoneria internazionale, indubbiamente dalla Massoneria legata alla finanza e all’industria italiane, nonché dalla piccola ma forte Massoneria di Trieste, la guerra già mondiale dal 1914 accoglie tra le sue fauci l’Italia il successivo anno.  O, per essere più precisi, la “grande guerra” sbranerà il popolo italiano, ovvero quel popolino che in larga misura popolerà le trincee prima, riempiendole di cadaveri poi.  Passa generalmente sotto il silenzio d’una storiografia complice e coatta il dato di fatto che gran parte dei parlamentari italiani non era favorevole all’ingresso in guerra del regno d’Italia, ma che fraudolentemente il re fece comunque firmare il “Patto di Londra”: in campo entro breve tempo. Passa ignorato dai più l’altro fatto: si dichiarò guerra all’Impero d’Austria e Ungheria, ex alleato e facente parte della Triplice Alleanza, ma non a quello di Germania. Ai Tedeschi si “mosse guerra” poco più di un anno dopo.

Il mese scorso lo storico, nonché archivista di Stato, Antonio Fiori, ha pubblicato con l’Editore Gaspari di Udine un libro a dir poco illuminante e decisamente al di fuori dei desueti e marcescenti canoni della storia e della storiografia italiani: Industriali traditori. Lo scandalo dei cascami di seta e di cotone nel 1918.  Non si parla del fatto che un terzo dei fanti italiani entrarono in linea con fucili più che antiquati e nemmeno della mancanza di pezzi d’artiglieria di grosso calibro. Non si accenna ai ridicoli fili, o “refoli”, di ferro spinato stesi a “veli” innanzi alle trincee, contrapposti ai reticolati austriaci che le “nostre” cesoie non erano in grado di troncare.  Non si parla nemmeno delle vergognose e paradossali corazze Farina, ricordate ad Emilio Lussu (Un anno sull’Altipiano) e immortalate da Francesco Rosi (Uomini contro).  Non s’accenna alle solite e noiose scarpe con le suole di cartone dipinte a bianco rosso e verde che si squagliano nel putridume liquido, pulcioso e pidocchioso delle trincee.  Non si parla del fatto che ogni soldato italiano preso prigioniero dall’avversario fosse considerato un disertore dal Comando italiano e come tale trattato a fine guerra in attesa del processo.  Si accenna, invece, alle divise grigio-verde, le quali di lana ne contenevano pochissima: vere corazze di ghiaccio nei duri inverni.  Si parla soprattutto e innanzitutto di tela, di tele, di cascami di seta e di cotone esportati in Germania e in Austria nel corso della guerra combattuta contro di loro.

Cosa si legge nella premessa? Solamente che i residui della lavorazione delle fibre tessili, ovvero i “cascami”, erano utilizzati ad esempio per la fabbricazione dei sacchetti per le cariche di lancio dei proiettili d’artiglieria d’un certo calibro: «il governo italiano aveva posto il veto alla loro esportazione, ma le federazioni degli industriali interessati avevano risposto con minacce di serrate, lamenti e ricorsi» (1).  Per quanto paradossale possa sembrare si vendevano agli ex alleati dei materiali preziosi nonché “materie prime”. Difatti: “pecunia non olet”.

Nel primo capitolo, LO SCOPPIO DELLO SCANDALO, si legge: «Pirolini offrì, con dovizia di particolari, di dati e di nomi di persone, una piccola storia del contrabbando, denunciando in particolare l’attività della Società Anonima Italiana Cascami di Torino, una ditta che, a suo dire, di italiano non aveva altro che il nome. Questa società, presieduta da Leone Levi, già patrocinatore legale della ditta Wolff di Monza, sarebbe stata rilevata da Levi stesso per l’importo di un milione. Il suo capitale dopo un anno da un milione fu portato a tre, dopo altri sei mesi a sei, e dopo altri sei mesi a dodici» (2).

Una “news” del 1916, che da sola si commenta sullo “scandalo cotoniero”, è così condensata: «Il 5 marzo i responsabili della censura vietarono la pubblicazione del telegramma del sindaco di Ancona ai sindaci di altre città contenente l’invito a costituirsi parte civile nel processo contro C. Bonacossa, C. Feltrinelli e altri imputati di commercio con il nemico; il 13 marzo la notizia della costituzione in parte civile da parte di rappresentanti di mutilati e feriti di guerra. Subirono le conseguenze di tutte queste disposizioni non solo i quotidiani, ma anche i periodici mensili e quindicinali» (3).

In questo “ventiquattro maggio”, oltre a ricordare i mormorii del Fiume Piave, vogliamo riesumare innanzitutto le grida di chi è stato mandato alla morte dagli industriali che volevano solo ed esclusivamente lucrare con la guerra in corso?Vogliamo rammentare lo stato maggiore incompetente e fraudolento? Vogliamo denunciare la direzione d’un regno che è riuscita a lucrare sulla morte dei propri popolani-sudditi? Vogliamo rimettere “in dima” questa storia di facciata che non è la Storia vissuta dai nostri nonni e bisnonni?

NOTE
1. Fiori Antonio, Industriali traditori. Lo scandalo dei cascami di seta e di cotone nel 1918, Gaspari Editore, Udine 2018, p. 7.

2. Ibidem, p. 12.

3. Ibidem, p. 39.

 

Gianluca Padovan

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Categorie: Storia

Pubblicato da Ereticamente il 24 Maggio 2018

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. roberto

    acquisterò il libro perchè sono anche curioso di sapere se l’autore cita le nafandezze della banda Agnelli. Durante la ritirata di Caporetto i conduttori che lasciavano i propri mezzi venivano accoppati dai carabinieri. Ma i mezzi Fiat erano carrette che si guastavano ogni 100 metri e gli autisti scendevano per mettersi al riparo dalle granate nemiche.

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