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Il Fascismo non e’ un uomo, il Fascismo è un’Idea (4 giugno – 17 settembre 1921)

Il Fascismo non e’ un uomo, il Fascismo è un’Idea (4 giugno – 17 settembre 1921)

 

“…neghiamo a Mussolini (al quale pure siamo legati da devozione e da affetto fraterno) l’esclusivo diritto di disporre, con l’autorità di padrone e di pater familias di romana memoria, della fortuna di questo nostro movimento, al quale tutti abbiamo dato la nostra anima, la nostra giovinezza, la nostra vita”. (1)

 

  1. “IL FASCISMO NON HA PREGIUDIZIALI MONARCHICHE O REPUBBLICANE”

L’eco del successo elettorale (comunque inferiore alle aspettative, nel giudizio di molti) non si è ancora spenta, che il fascismo conosce la sua prima vera crisi, sintomo di crescita, ma anche della duplicità del movimento che viene prendendo forma e che, in fondo, caratterizzerà tutta la sua storia successiva, fino all’epilogo saloino. Da una parte la base (che potremmo definire “squadrista”) rivoluzionaria e desiderosa di mutamenti “forti”, anche istituzionali, e dall’altra un vertice (in questo caso parlamentare) più moderato, con inclinazioni conservatrici ed una forte vocazione al compromesso.

Ho già detto di come a maggio, a provocare lo scompiglio, sia  lo stesso Mussolini, con una intervista al “Giornale d’Italia”, nella quale ha sostenuto che il Gruppo Parlamentare fascista non deve partecipare alla Seduta Reale che inaugurerà la legislatura, deve piuttosto “disinteressarsi” dell’avvenimento, perchè, a differenza dei nazionalisti:  “il fascismo non ha pregiudiziali monarchiche o repubblicane, ma è tendenzialmente repubblicano”. 

Le reazioni non si fanno attendere: compattamente dalla parte del Capo è la base squadrista, mentre incertezze si manifestano nel Gruppo Parlamentare, tal che, alla fine, in una riunione indetta a Milano il 2 giugno, un po’ pilatescamente  viene confermato il consenso all’operato di Mussolini, ma bocciata la proposta di non partecipare alla Seduta Reale.

Bologna è compattamente sulla linea mussoliniana, che, addirittura porta nuovi iscritti. Probabilmente è proprio questa crescita esponenziale del consenso che muove il Fascio alla decisione di impegnarsi contro il caroviveri, riproponendo  una battaglia che nel biennio precedente era stata organizzata e diretta da socialisti ed anarchici. Se allora si erano spesso lamentati  assalti e devastazioni dei negozi, furto delle merci con conseguente accatastamento presso le Case del Popolo, violenze sui proprietari, ora lo stile fascista è diverso, anche se pur sempre di azioni energiche si tratta:

“CITTADINI !

Il Fascio di Combattimento, sicuro di interpretare i bisogni, i desideri, i sentimenti di voi tutti, ha deciso di iniziare una viva agitazione onde ottenere un equo ribasso dei prezzi esorbitanti.

L’agitazione sarà condotta con serietà di metodi e di intenti: non vogliamo iniziare una passeggera e vana campagna demagogica; non vogliamo illuderci, né illudervi troppo, ma agire fermamente per raggiungere lo scopo che è giusto e necessario.

CITTADINI !

La Commissione da noi appositamente nominata conta sull’aiuto di tutti i volenterosi e di tutti i competenti che sentono il civile dovere di concorrere all’intento.

Senza rinnegare i principi dell’ineluttabile lotta di classe, noi fascisti domandiamo l’aiuto tanto dei proletari intelligenti, quanto dei borghesi intelligenti per combattere questa battaglia.

Se questo aiuto non ci verrà, a mancare, siate certi che la nostra buona volontà saprà convincere gli onesti e che la nostra energia fascista saprà imporsi agli ingordi ed ai pescecani.

IL DIRETTORIO (2)

Pure per fronteggiare questo nuovo impegno, il Fascio cittadino  procede alle elezioni per la nomina del nuovo Direttorio cittadino (il precedente era dimissionario dopo le elezioni), che si svolgono tra il 4 e il 6 giugno. Alla, fine saranno eletti Arpinati segretario politico e Baccolini vice, affiancati da undici consiglieri, tra i quali spiccano i nomi di Baroncini, Bonacorsi e Pini.

A loro tocca il compito di organizzare in città la campagna di sostegno alla iniziativa che ex Legionari ed Arditi (tra essi, in prima fila, il bolognese Giancarlo Nannini) hanno preso a Fiume, occupando con la forza moli e banchine di Porto Sauro, per evitarne la cessione al Regno di Serbi, Croati e Sloveni.

Compito non facile, anche per la vera e propria persecuzione alla quale Mori sta sottoponendo i fascisti, e che tocca il culmine la sera del 20 giugno, quando vengono fermati, in un sol colpo, ventuno fascisti che manifestano contro precedenti arresti giudicati arbitrari e conseguenti lunghe detenzioni in carcere.

Sono loro, con ogni probabilità, fra gli autori di una lettera al giornale che vuole chiarire qualche equivoco (subito amplificato dalla stampa) derivante dalla  forzata coabitazione con i socialisti autori delle violenze del biennio rosso, ed anch’essi reclusi. La missiva è orgogliosamente firmata “I prigionieri fascisti”, quasi si tratti di protagonisti  di una vera guerra:

Carissimo Assalto,

ti preghiamo vivamente di smentire quanto dice di noi Il Resto del Carlino dell’11 corrente. Nessuna tregua è stata stipulata qui dentro tra noi e i bolscevichi. Mille motivi di più abbiamo noi per non concedere questa tregua, fra i quali questo, che quando ci vedono, approfittando della incolumità data loro dall’essere chiusi in cella, ci gridano contro ogni sorta di cretinate. Noi, naturalmente, ce ne freghiamo.

Fuori, a tu per tu, regoleremo i conti. Non ci può essere tregua, non ci può essere pace, fino a che tutti questi farabutti non avranno emigrato in Russia, o, quantomeno, non avranno cessato di congiurare contro l’avvenire del nostro Paese.

Combattete e siate forti come lo sono i prigionieri fascisti. (3)

Sarebbe, quindi,  il momento di stringere i denti ed andare avanti in bella armonia, se, come un fulmine a ciel sereno, da Roma non arrivassero notizie di una ”tregua” che i vertici intendono stabilire con gli avversari. La reazione, a Bologna, è immediata ed affidata proprio a “L’Assalto”, che apre le ostilità il 9 luglio con un titolo in grande risalto su tutta la prima pagina: “La pace viene dal cuore, non dai trattati insidiosi!”.

Un articolo, anche duro a tratti, nel quale viene orgogliosamente rivendicata la “massa non amorfa, con tendenze individualistiche, volitive e molto coscienti che costituisce la forza del Fascismo, segue ed obbedisce ai capi, ma non per questo è disposta ad accettare supinamente ogni loro decisione, come fanno i docilissimi gregari” del Partito Socialista. E, per dimostrarlo, non manca un vero e proprio ultimatum ai vertici:

All’auspicata pacificazione civile, effettiva e sostanziale, noi tutti pensiamo non si possa giungere con pattuizioni artificiose, più o meno premature, ma attraverso la spontanea evoluzione degli animi che disarmano..

….riteniamo che un trattato di pace troppo facilmente servirebbe a coprire la responsabilità degli avversari in malafede, e invitiamo i nostri Organi Centrali e il Gruppo Parlamentare fascista a non prolungare ulteriormente trattative destinate al fallimento o a un risultato deplorevole nella forma, vano nella sostanza. (4)

Quasi a confermare dubbi e perplessità della base squadrista, l’orizzonte si colora improvvisamente a lutto, per uno degli episodi più tragici del quadriennio rivoluzionario: la strage di Sarzana del 21 luglio.

Non starò qui a fare la storia dell’episodio, già nota. Più interessante cercare di capire lo stato d’animo dei fascisti al sopraggiungere della notizia:

La notizia sui fatti di Sarzana si è sparsa fulminea nella nostra Provincia, e ha ovunque suscitato impeti di ribellione e di sdegno…

Se volessimo seguire l’impeto del nostro cuore, dovremmo impugnare il moschetto ed occupare le vie e le piazze per iniziare la grande rivolta di  giustizia e vendetta; ma l’ora è grave, la Patria è in pericolo e noi cerchiamo di vincere il nostro strazio, cerchiamo di vincere gli impulsi generosi della gioventù fascista che viene alla nostra sede ed offre il proprio braccio, ed offrirebbe il sangue.

Gli eventi precipitano, e noi non sappiamo che cosa avverrà oggi, non sappiamo che cosa avverrà domani. (5)

 

  1. “LA BATTAGLIA COMINCIA OGGI: VEDREMO CHI LA VINCERA’ “

La strage non fa mutar rotta a Mussolini, che, anzi, passa all’attacco contro gli “sterministi” della provincia, sordi alle proposte di pacificazione. Essi, però non se ne danno per intesi, e confermano la loro ostilità alle manovre romane:

  1. Un trattato di pace presuppone logicamente la presenza di due eserciti in lotta, di due fazioni fra loro contrastanti entro l’orbita e i confini dello Stato. Il giorno in cui noi ammettessimo di essere una fazione entro lo Stato, negheremmo ad un tratto davanti a noi stessi, all’Italia, alla storia, ad una ad una tutte le finalità del nostro movimento idealistico, ad una ad una tutte le necessità storiche e la nobiltà delle sue origini…
  2. Siamo contro il trattato di pace perché non abbiamo alcuna fiducia nella lealtà dei nostri avversari, e non facciamo distinzioni tra Turati e Graziadei, che stimiamo egualmente ignobili, e che oggi più che mai hanno stretto un blocco unico, e si dividono, dietro le quinte, le parti di questa tragica commedia…
  3. Trattati di pace ci paiono ancora assurdi, in quanto che noi fascisti non abbiamo mai dichiarato la guerra ad alcuno, ma abbiamo sempre agito come legittima reazione alle violenze subite. Tanto meno abbiamo dichiarato guerra alle organizzazioni del popolo e contro mi sindacati di mestiere. (6)

La polemica inasprisce ed incattivisce, con Mussolini che fa l’errore di portarla su un piano personale, contro Grandi “venuto al Fascismo da pochissimi mesi” e contro tutto lo squadrismo locale, sviluppatosi quando quello milanese “era già vivo da sedici mesi ed aveva già una sua storia”.

La risposta va oltre le previsioni del Capo: il 16 agosto si riuniscono a Bologna seicento Fasci del Nord Italia, e gli interventi di tutti (Pasella, Marsich, Farinacci, Balbo ed altri meno noti) condannano la scelta del Patto. L’intervento più incisivo, però, è quello di Grandi:

Mussolini ha un giorno auspicato l’avvento e la collaborazione al Governo dello Stato di tre forze esistenti nel Paese: quella socialista, quella popolare, quella fascista. Non credo ciò possibile perché queste tre correnti della vita nazionale hanno origini, motivi, finalità così contrastanti fra loro, e un così diverso concetto dello Stato e delle sue funzioni, che un connubio di tal genere appare subito impossibile, o per lo meno inattuabile.

Esiste invece una volontà nuova, quella della generazione nata dalla guerra, che ha rigettato ad una ad una tutte le vecchie filosofie, le vecchie teorie, le vecchie prassi politiche, ed attende affannosamente alla elaborazione dei nuovi sistemi e del nuovo Stato, che dovrà sorgere dalla crisi dello Stato liberale”. (7)

Qui, come si vede, si va oltre la critica al Patto di pacificazione. In discussione è proprio la linea politica che Mussolini intende dare al movimento, non condivisa (almeno) dai seicento Fasci più forti sul territorio nazionale. Al Capo di Milano non resta che prenderne atto.

E infatti, due giorni dopo, egli si dimette dalla Commissione Esecutiva dei Fasci:

Dopo il voto di Bologna, la posizione di coloro –specie dirigenti- che hanno agito in senso pacifista, è diventata impossibile, perchè sono stati squalificati in pieno, senza remissione, senza neppure ammettere in loro nemmeno un po’ di quella buona fede che si riconosce talvolta nei peggiori avversari…

Dopo il patto di Roma, il Partito che avesse dato ferma prova di disciplina unitaria, sarebbe stato in realtà il vittorioso. Il Fascismo esce sconfitto da questa prova. Altre più crude ragioni di ciò saranno esaminate a suo tempo.

La partita è ormai chiusa. Chi è sconfitto deve andarsene. Ed io me ne vado dai primi posti. Resto, e spero di poter restare, semplice gregario del Fascio milanese. (8)

I fatti non danno però ragione alla sua ostinazione nel difendere la scelta della trattativa. Non hanno forse tutti i torti i fascisti, nel denunciare una situazione che per loro si va facendo sempre più pesante, specie tra Bologna e Ferrara, sempre presenti nelle cronache del giornale. Lo dimostra una serie di episodi succedutisi in pochi giorni.

Il 28 agosto il diciottenne Romolo Mellini, avventizio nelle Ferrovie dello Stato, mentre si reca in bicicletta dalla fidanzata, a Castel di Casio, si imbatte in un gruppo di avversari che, probabilmente lo riconoscono, lo insultano, finchè nasce un alterco, al termine del quale il giovane giace a terra morto.

Lo stesso giorno, a Cento, il diciassettenne Luigi Vaccari, al rientro dall’inaugurazione del gagliardetto dei Piccoli Italiani a Pieve, cade in un’imboscata nei pressi del cimitero del Poggetto. Il fuoco nemico lo lascia a terra agonizzante, prima che, con i suoi camerati, possa opporre una valida difesa.

Il 29 agosto, infine, tocca all’anziana Emma Gherardi, moglie e madre di squadristi di S. Giorgio in Piano. In vacanza a Baragazza, i due uomini sono assaliti da un gruppo di sovversivi: il padre resta ferito, mentre  il figlio, a sua volta, ferisce un aggressore con un colpo di rivoltella, prima di rifugiarsi in casa.

L’abitazione viene cinta d’assedio, la porta divelta a colpi di ascia, e la donna che si è fatta avanti, quasi a scudo dei familiari, colpita prima da una bastonata e poi finita da svariati altri colpi.

Tristi episodi che, però, non frenano l’attivismo fascista, anzi accentuano il desiderio di dimostrare, anche con azioni sempre più eclatanti, la forza del movimento. Probabilmente è di Balbo, che è quello con più spiccata vocazione militare e capacità organizzative, l’idea di organizzare una “Marcia su Ravenna” che sia di omaggio a Dante.

Ma forse non solo, come dimostra il titolo, a tutta pagina, del giornale del 17 settembre: “La prima marcia a Fiume, la seconda a Ravenna, la terza a Roma”

 

NOTE

  1. “L’Assalto”, numero 41 del 6 agosto 1921: “Pensieri di Peretola”, in prima pagina)
  2. “L’Assalto”, numero 34 del 18 giugno 1921: trafiletto in seconda pagina
  3. “L’Assalto”, numero 38 del 16 luglio 1921: “Dalla galera”, in terza pagina
  4. “L’Assalto”, numero 37 del 9 luglio 1921: “La pace artificiale”, in prima pagina
  5. “L’Assalto”, numero 39 del 22 luglio 1921: articolo senza titolo, in prima pagina
  6. “L’Assalto”, numero 40 del 30 luglio 1921: “Parliamoci chiaro”, in prima pagina
  7. “L’Assalto”, numero 43 del 20 agosto 1921, “I nuovi orizzonti del Fascismo”, in seconda pagina
  8. “Nelle file”, su “Il Popolo d’Italia” del 18 agosto 1921

 

 

 

 

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Categorie: Controstoria, Storia del Fascismo

Pubblicato da Giacinto Reale il 21 Aprile 2018

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

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