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Decima Flottiglia M.A.S.: propaganda per la riscossa (VIII parte) – Gianluca Padovan

Decima Flottiglia M.A.S.: propaganda per la riscossa (VIII parte) – Gianluca Padovan

«Possiamo accettare e sopportare una sconfitta non una umiliazione. Potremo essere vinti ma non disonorati; combattuti, ma non vilipesi. Odiati, non disprezzati. Per questo è sorta – o risorta – la X Flottiglia»

Reparto Stampa Flottiglia Xa M.A.S., Noi, della «Decima», 1944

 

Intermezzo musicale.

Ora riprendiamo il filo degli episodi già accennati precedentemente e che hanno determinato per l’Italia la seconda parte della guerra mondiale.

Dopo la resa delle truppe tedesche e italiane in Africa Settentrionale il 13 maggio 1943, il «21 maggio furono pronte e diramate dal feldmaresciallo Wilhelm Keitel, che dirigeva l’O.K.W., le prime bozze di misura di carattere operativo, da attuare “nel caso di un ammutinamento politico-militare in Italia”. Il Piano contemplava le operazioni “Alarich” (Alarico) e “Kostantin” (Costantino), la prima delle quali prevedeva l’intervento delle Forze Armate germaniche nel settore occidentale dell’Europa meridionale (Italia e Francia), la seconda, invece, nei Balcani e nell’Egeo. In questa situazione di sfiducia nei confronti dell’alleato, il solo elemento che poteva ancora rassicurare i tedeschi era riposto in Benito Mussolini, la cui posizione prima del 25 luglio era ancora ritenuta a Berlino solida e inattaccabile. Una fonte di preoccupazione per Adolf Hitler era, invece, rappresentata dall’incognita costituita dalla posizione del Re Vittorio Emanuele III, e degli ambienti militari, in particolare al vertice del Comando supremo» (Francesco Mattesini, La Marina e l’8 settembre. II Tomo: Documenti, Ufficio Storico della Marina Militare, Roma 2002, pp. 7-8).

 

In pratica i Tedeschi non solo hanno inteso che la conduzione delle operazioni belliche da parte italiana è viziata da troppi fattori compromettenti, e questo senza dover parlare di veri e propri tradimenti del segreto militare, ma sanno che presto le forze angloamericane potranno sbarcare sul suolo italiano e fors’anche sulle coste della Francia Meridionale. Pertanto fanno affluire contingenti per contrastare ciò.

Intanto gli angloamericani sbarcano in Sicilia, prendendola in poche settimane e ammazzando soldati italiani che s’erano arresi e commettendo crimini di guerra anche nei confronti della popolazione civile. Tutti crimini di guerra, lo si sottolinea, rimasti ad oggi impuniti. (1)

Come già accennato nel precedente contributo (VII parte), Benito Mussolini è “arrestato” il 25 luglio e il Partito Nazionale Fascista si dissolve: questi sono i prodromi che condurranno i vari intendimenti nei riguardi della guerra mondiale a palesarsi.

 

 

Propaganda “reale” e “badogliana”.

Fermo restando che lo Stato, o meglio il Regno d’Italia, poteva tranquillamente rimanere neutrale tanto nella Prima quanto nella Seconda Guerra Mondiale, si ricorda che in Italia durante le guerre del XX secolo la propaganda è stata ampiamente utilizzata e in differenti e contrastanti direzioni. In pratica è stata anch’essa un’arma della guerra, in questo caso mediatica. Un esempio di propaganda è rappresentato, ad esempio, del proclama stampato e diffuso proprio il 25 luglio 1943, il cui testo recita:

 

«Il proclama di Badoglio // Sua Eccellenza il Maresciallo d’Italia pietro badoglio ha rivolto agli Italiani il seguente proclama: // Italiani, // Per ordine di Sua Maestà il Re e Imperatore assumono il governo militare del Paese con pieni poteri. La guerra continua. – L’Italia, duramente colpita nelle sue provincie invase, nelle sue città distrutte, mantiene fede alla parola data, gelosa custode delle sue millenarie tradizioni. // Si serrino le fila attorno a Sua Maestà il Re e Imperatore, immagine vivente della Patria, esempio per tutti. // La consegna ricevuta è chiara e precisa: sarà scrupolosamente eseguita a chiunque si illuda di poterne intralciare il normale svolgimento, o tenti turbare l’ordine pubblico, sarà inesorabilmente colpito. // Viva l’Italia! Viva il Re! // F.to: Maresciallo d’Italia pietro badoglio».

 

Il giorno seguente è diramato un altro comunicato:

 

«proclama agli italiani // del capo del governo s. e. badoglio // Italiani, // dopo l’appello di S. M. il Re imperatore degli italiani e il mio proclama, ognuno riprenda il suo posto di lavoro e di responsabilità. // Non è il momento di abbandonarsi a dimostrazioni che non saranno tollerate. // L’ora grave che volge impone ad ognuno serietà, disciplina, patriottismo fatto di dedizioni ai supremi interessi della Nazione. // Sono vietati gli assembramenti e la forza pubblica ha l’ordine di disperderli inesorabilmente. badoglio // Roma, 26 luglio 1943.».

 

Entrambi i proclami si rendono necessari perché all’annuncio della caduta del Governo Fascista vi sono manifestazioni e numerosi atti di damnatio memoriae (condanna della memoria) nei confronti dei simboli del regime apposti su edifici e monumenti. Il nuovo Governo Badoglio è osteggiato da varie forze politiche tra cui il Partito Socialista e il Partito Comunista e nelle successive settimane vi sono varie proteste popolari; la richiesta è che lo stato di guerra cessi immediatamente.

 

A proposito dell’operato di Badoglio così scrive Silvio Bertoldi: «Nei foschi 45 giorni tra il colpo di stato e l’armistizio, non provvide a nulla, non dispose nulla. Gli si può far carico invece della spietata durezza nella repressione di quei vagiti di libertà che i partiti antifascisti, e il popolo spontaneamente, andavano levando qua e là. Furono impartiti ordini severissimi di troncare qualsiasi sospetto di turbamento dell’ordine pubblico e si tornò ai tempi umbertini, quando l’esercito veniva impiegato per sparare sulla folla e sugli scioperanti. Allora non si conobbero o non si calcolarono nell’esatta misura, nell’euforia della caduta del fascismo che pervase il paese, quelle ciniche stragi di italiani in festa. Ma oggi se ne può calcolare l’entità: undici morti il 26 luglio, altri undici il 27, 43 il 28 di cui ben 23 solo a Bari (con 70 feriti) dove un festoso corteo che attraversava la città fu ritenuto un tumulto sovversivo e fu ordinato al questore il fuoco, con quell’esito terribile e quegli uccisi, tra i quali c’erano dei prigionieri politici usciti dal carcere solo pochi istanti prima. Altri 12 morti il giorno 29 e sei il 30, oltre 308 feriti, 1.554 gli arresti. Aveva messo in prigione per ragioni politiche più gente Badoglio in 45 giorni che Mussolini in cinque anni. Si vede che questo era il concetto di libertà del maresciallo, impressionato dai grandi scioperi che cominciavano ad essere organizzati specialmente a Torino e a Milano e che forse gli ricordavano quelli che, nella prima guerra mondiale, avevano preceduto Caporetto» (Silvio Bertoldi, Badoglio, Rizzoli Editore, Milano 1982, pp. 181-182).

 

Scrive Gianfranco La Vizzera a proposito di faccende in seno allo Stato Italiano: «Ma anche Badoglio era notoriamente attento ai propri affari. E nel dicembre del 1944 il processo promosso dal governatore della Banca d’Italia, Vincenzo Azzolini, mise in luce, con prove documentarie inoppugnabili, che il Maresciallo, durante i 45 giorni del suo primo governo, aveva ritirato in quattro distinti prelevamenti gran parte dei 24 milioni depositati presso la presidenza del Consiglio come “fondi neri” a disposizione piena della sua autorità, per beneficienze non specificate, spendibili a totale arbitrio del capo del Governo. E dunque Badoglio non era tenuto a rendere conto a nessuno del suo operato. Le prime due somme prelevate giunsero in Svizzera, attraverso il canale regolamentare dell’Istituto Italiano cambi, ma senza che fosse indicata l’intestazione del beneficiario. Mentre per i restanti soldi riscossi, gli eventi confusi dell’8 settembre impedirono gli ultimi due incassi di seguire il percorso dei primi, ma sarebbe stato interessante, al riguardo, verificare il contenuto di una valigia di fibra che Vittorio Emanuele III portò con sé nella fuga da Pescara a Brindisi» (Gianfranco La Vizzera, La congiura. L’ombra della Massoneria da Caporetto al 25 luglio 1943, Libri nel Tempo Edizioni, Stradella 2009, p. 129).

 

 

Fattori da risolvere in casa tedesca.

Parallelamente all’instabilità politica e quindi militare italiana, l’Ammiraglio Karl Dönitz (Grünau 1891 – Aumühle 1980) ritiene fondamentale la difesa della Sicilia e così pure il Feldmaresciallo Albert Kesselring (Marktsteft 1885 – Bad Nauheim 1960); di diverso avviso è il Feldmaresciallo Erwin Rommel, il quale propone «di costituire una linea di resistenza nell’Italia settentrionale, ritirando dal centro-sud della penisola le forze della 10a Armata ed abbandonando le basi aeree nella zona di Foggia e dell’Italia centrale» (Francesco Mattesini, La Marina e l’8 settembre. II Tomo: Documenti, op. cit., p. 20).

 

Per quanto concerne Erwin Rommel (Heidenheim 1891 – Herrlingen 1944), egli si distingue per le doti militari tanto nella I quanto nella II Guerra Mondiale. Viene indotto al suicidio a seguito di tradimento, palesatosi con l’implicazione nell’attentato del 20 luglio 1944 al Cancelliere di Germania Adolf Hitler. Decisamente discutibile anche l’operato del Feldmaresciallo Wilhelm Canaris dell’Abwehr (Difesa della Sicurezza), in quanto non ha sentore (o non vuole dichiararlo) delle operazioni che porteranno allo sbarco di Anzio-Nettuno (Operazione Shingle); a causa di ciò è fatto rientrare in Germania il 21 gennaio 1944. È giustiziato a seguito della partecipazione all’attentato del 20 luglio 1944.

 

Certamente se il piano di Rommel fosse stato messo in pratica le operazioni per la resa dell’Italia sarebbero state assai facilitate, visto e considerato che i timori maggiori derivanti da un possibile insuccesso delle operazioni angloamericane d’invasione erano dovuti alla presenza e alla determinazione delle truppe tedesche. In ogni caso allo sbarco e alle successive operazioni angloamericane in Sicilia le truppe italiane e soprattutto le batterie costiere oppongono ben poca resistenza.

 

Sospettando, o conoscendo, la scarsa affidabilità dei Comandi italiani, i Tedeschi non desiderano fornire armi, ma solo forti contingenti di truppe per la difesa della penisola. Questo “infastidisce” il tutt’altro che specchiatissimo Stato Maggiore Italiano. Ad esempio: «Il generale Ambrosio, che andava a discutere con gli “alleati” nel momento stesso in cui a Lisbona e Tangeri i rappresentanti diplomatici del Governo italiano avevano già preso contatti con gli ambasciatori britannici, si espresse con i membri della delegazione tedesca in modo alquanto brusco e molto chiaro, lamentando il fatto che i movimenti di truppe germaniche continuavano a svolgersi in Italia senza essere concordati con il Comando Supremo (…), ed arrivò ad affermare “senza mezzi termini che a Roma si stava avendo sempre più la sensazione di non essere più padroni in casa propria”» (Francesco Mattesini, La Marina e l’8 settembre. II Tomo: Documenti, op. cit., p. 27).

 

Curiosamente Mattesini scrive inoltre: «In queste condizioni, l’unica speranza che restava a Roma per riprendere una certa libertà d’azione, che poteva portare ad intavolare trattative di pace con i Governi di Londra e di Washington, era riposta, come dichiarò lo stesso generale Ambrosio, nell’esile speranza che il prossimo sbarco degli Alleati si verificasse nei Balcani e nella Francia, in modo da attirare sicuramente sul nuovo fronte europeo le forze tedesche presenti in Italia» (Ibidem, p. 28).

 

S’è scritto “curiosamente” perché il “panegirico” di Mattesini serve a giustificare in modo quasi lapalissiano il “cambio di bandiera” che già si stava operando, senza avvisare l’alleato tedesco, quindi agendo nei suoi confronti con un vero e proprio atto di slealtà.

Ancora oggi molti nostri “storici” amano indossare i panni dei cantastorie nell’improba lotta contro la verità dei fatti.

 

 

L’ignobile farsa.

I dati di fatto restano comunque i seguenti: il 12 agosto il Generale Giuseppe Castellano (Prato 1893 – Porretta Terme 1977) parte per Madrid per incontrare l’ambasciatore inglese in Spagna, sir Samuel Hoare, con cui trattare la resa dell’Italia da parte di Badoglio e del Re, il quale già almeno da gennaio medita di porre fine alle ostilità e al governo di Mussolini. Dopo pochi giorni Castellano incontra a Lisbona l’ambasciatore britannico in Portogallo Ronald Campbel e successivamente due ufficiali inviati da Dwight David Eisenhower, allora Comandante delle forze statunitensi in Europa, il Capo di Stato Maggiore Generale Walter Bedell Smith e il Capo del Servizio Informazioni per il Mediterraneo Generale Kenneth Strong. Dopo il suo rientro, Castellano è richiesto a Cassibile, località situata nei pressi di Siracusa, dall’ambasciatore inglese in Vaticano D’Arcy Osborne.

 

Giovedì 2 settembre 1943 un aereo italiano pilotato dal maggiore Vassallo atterra nel campo d’aviazione approntato dagli angloamericani nei pressi del palazzo di Corrado Grande, marchese di Cassibile. A bordo vi sono il generale Giuseppe Castellano, il maggiore Luigi Marchesi, il console Franco Montanari, il capitano Vito Guarrasi e il tenente Galvano Lanzo di Trabia. Essi, per conto del Re, del Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio e del Generale Ambrosio, firmano il giorno seguente, 3 settembre, lo Short Military Agreement (“Armistizio Corto”). il così detto “armistizio di Cassibile”, ovvero la resa incondizionata delle Regie Forze Armate Italiane.

 

Nel documento non si fa assolutamente cenno ad un eventuale stato di belligeranza dell’Italia nei confronti dell’alleato Stato tedesco, limitandosi a imporre, al punto n. 2, che «L’Italia farà ogni sforzo per rifiutare ai tedeschi tutto ciò che potrebbe essere adoperato contro le Nazioni Unite». I firmatari sono l’addetto al Comando Supremo Italiano Generale di Brigata Giuseppe Castellano (rappresentante del Capo del Governo Italiano, Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio) e il Capo di Stato Maggiore e Maggiore Generale dell’Esercito degli U.S.A. Walter B. Smith (rappresentante del generale dell’Esercito degli U.S.A. Dwight Eisenhower, Comandante in capo delle forze Alleate).

 

Il giorno stesso vi è lo sbarco di truppe canadesi e inglesi a nord di Reggio Calabria, seguite dopo pochi giorni da altri sbarchi. Il giorno 8 settembre, di buon mattino, l’ambasciatore tedesco Rudolf Rahn è ricevuto dal Re e da questi ottiene la garanzia, unitamente alla parola d’onore, che l’Italia rimarrà fedelmente alleata alla Germania.

L’annuncio dell’avvenuto armistizio è dato l’8 settembre 1943 alle ore 17,30 dal Generale statunitense Dwight David Eisenhower a Radio Algeri (ore 18,30 ora italiana). Successivamente, alle ore 19,42 è proclamato anche alla Radio italiana da Pietro Badoglio, accompagnato dal maggiore Luigi Marchesi alla sede dell’E.I.A.R. (Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche). A ciò fa seguito il telegramma cifrato firmato «Generale Ambrosio», inviato sempre l’8 settembre 1943 alle ore 22.00, ricevuto alle ore 23,50 e decifrato alle 0,30, il quale recita:

 

«segreto // è vietata la ritrasmissione totale o parziale del testo sotto la stessa forma // testo: // Prot/ 16724/op alt // at ecc. capo di s.m. r.e., marina, aeronautica comandante gruppo armate est comandante undicesima armata governatore egeo et per conoscenza at ecc. il ministro della guerra alt // Il Governo Italiano ha chiesto un armistizio al generale eiuenhover [Eisenhower. N.d.A.] comandante in capo delle forze armate alleate alt In base alle condizioni di armistizio, a partire dalle ore 19,45 di oggi otto settembre, dovrà cessare ogni nostro atto di ostilità verso le FF. AA. anglo-americane alt Le FF. AA. italiane dovranno però reagire con la massima decisione ad offese che provenissero da qualsiasi altra parte alt // generale ambrosio» (Francesco Mattesini, La Marina e l’8 settembre. II Tomo: Documenti, op. cit., p. 384).

 

È interessante notare quanto scrive Giuliano Manzari: «Lo stesso giorno, nel pomeriggio, a Cassibile (Siracusa), il generale Castellano, a nome del maresciallo Badoglio capo del governo, firmava il così detto “armistizio corto”, in realtà una resa senza condizioni. Dopo la cena che fece seguito alla firma, il generale Harold Alexander, comandante del XV Gruppo d’Armate, iniziò la riunione per la messa a punto dei dettagli della partecipazione militare italiana alla fase immediatamente susseguente alla dichiarazione dell’armistizio, rivolgendo al generale Castellano le seguenti parole: “L’Italia non potrà mai essere nostra alleata dopo una lunga guerra; la vostra collaborazione deve ridursi al sabotaggio”» (Giuliano Manzari, La partecipazione della Marina alla guerra di liberazione (8 settembre 1943 – 15 settembre 1945). 1945-2015. 70° anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale. 1945-2015, Bollettino d’Archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare, Anno XXIX, Marzo 2015, Ministero della Difesa, Roma 2016, p. 5).

 

Rimane perfettamente chiaro che il Regno d’Italia non è alleato degli angloamericani, ma è un semplice “collaboratore” a cui sono affidate solo azioni di “sabotaggio”, per altro condotte prevalentemente dai così detti “partigiani” (meglio indicabili come “parteggianti”) mediante attentati e imboscate. Certamente i fatti bellici conseguenti vedono taluni contingenti delle Forze Armate Italiane partecipare in subordine alle forze angloamericane all’invasione dell’Italia. Difatti sempre Manzari scrive: «Le conseguenti istruzioni del generale [Harold Alexander. N.d.A.] per le azioni di sabotaggio furono inviate da Castellano a Roma, il mattino del 5 settembre, in allegato alla lettera inviata al generale Ambrosio, con la copia del testo dell’armistizio, le clausole aggiuntive, l’ordine d’operazioni per l’esecuzione dell’operazione Giant 2, il promemoria Dick (contenente le istruzioni per le navi militari e mercantili) e le istruzioni per gli aeroplani. Entro il 6 settembre il Comando Supremo inviò i Promemoria n. 1 e n. 2, con le direttive sul comportamento da tenere nei confronti dei tedeschi» (Ivi). Entrambi i testi dei “promemoria” sono pubblicati (Ibidem, p. 6 e pp. 7-8).

L’Operazione Giant-2 prevedeva l’intervento della 82a Divisione paracadutisti statunitense per occupare alcuni aeroporti prossimi a Roma e garantire la successiva occupazione della Capitale.

 

 

La decisione del Comandante.

Il Capitano di Fregata Junio Valerio Borghese, dopo aver udito il comunicato di Badoglio alla radio annunciante il così detto “armistizio”, e senza avere preventivamente ricevuto alcun ordine in merito, mantiene fede all’impegno preso dall’Italia con l’alleato germanico e al proprio intento di proseguire la guerra accanto ad esso.

Difatti, per sua stessa ammissione: «Il proclama Badoglio dell’8 settembre non mi giunse di sorpresa: lo aspettavo dal 26 luglio. In merito, avevo già dato precise istruzioni agli ufficiali superiori alle mie dipendenze, informandoli che in caso di pace separata e vergognosa, la Xa Flottiglia M.A.S. avrebbe continuato la guerra, fedele al Comandamento dei suoi duecento morti e dispersi ed alle sue tre medaglie d’oro e di quella del suo stendardo» (Tratto dal documento n° 23929, Dichiarazioni Comandante Borghese, ISEC, Istituto per la Storia dell’Età Contemporanea – Archivio Fondazione Istituto per la Storia dell’Età Contemporanea -Isec-, Sesto San Giovanni, Fondo Odoardo Fontanella).

 

Scrive il Comandante Borghese: «L’annuncio della firma dell’armistizio fu appreso per radio alle 20,30 dell’8 settembre 1943 – senza nessun preavviso e nessun ordine né preventivo né seguente. Verso le 22 il Comandante Borghese telefonò a Roma – Supermarina – per chiedere schiarimenti e ordini, gli rispose al telefono l’Ammiraglio di servizio. Testuali parole “Non c’è niente di nuovo, fuorché il fatto che dalle 20 siamo in stato di armistizio”. In conseguenza fu deciso che ognuno rimanesse al suo posto di servizio – di comando e di responsabilità – in attesa dell’arrivo di ordini precisi – oppure – in mancanza di questi – in attesa che gli avvenimenti dettassero la linea di condotta da seguire» (Junio Valerio Borghese, La Xa Flottiglia MAS, Effepi, Genova 2016, p. 15); tali ordini non giungono affatto, nemmeno nei giorni e nei mesi seguenti.

Nei mesi di luglio e agosto del 1943 Borghese si era già curato di fare conoscere pubblicamente il proprio intendimento: «Avevo in precedenza sostenuto pubblicamente questo punto di vista – con due lettere scritte in agosto ai giornali (Corriere della Sera e Il Telegrafo) – disdicendo gli abbonamenti del giornale per la Flottiglia “essendo il tono antinazionale del Vostro giornale, pavidamente assunto dopo il 26 luglio, non consono all’etica e allo spirito che anima gli ufficiali della Flottiglia” – e con una lettera indirizzata pure in agosto al Presidente del Gruppo Medaglie d’Oro, in cui ribattevo una sua circolare dicendo che “l’unica meta che possa oggi esservi per gli italiani è quella di ricacciare gli invasori inglesi dal nostro Paese”. Con questa decisione già maturata, era evidente l’atteggiamento che avrei tenuto. Il 9 mattina, riunii gli ufficiali, e, separatamente, i sottufficiali e gli equipaggi, e a tutti dissi che davanti alla nuova situazione creatasi, il Comandante sarebbe rimasto al suo posto» (Tratto dal documento n° 23929, Dichiarazioni Comandante Borghese, ISEC, Istituto per la Storia dell’Età Contemporanea – Archivio Fondazione Istituto per la Storia dell’Età Contemporanea -Isec-, Sesto San Giovanni, Fondo Odoardo Fontanella).

 

 

 

Note

 

1) Generalmente passato sotto silenzio è il comportamento militare delle truppe angloamericane nei confronti dei soldati e dei civili italiani. Come già detto, molti elementi angloamericani tra ufficiali e truppa commisero crimini di guerra ad oggi rimasti impuniti. Un esempio per tutti è quanto avvenuto in Sicilia nel 1943: «L’uccisione ad opera di soldati americani di una settantina di militari italiani catturati nella zona di Biscari nel luglio 1943 – come ricordato da Giuseppe F. Ghergo in “Storia militare” n. 133, Ottobre 2004 – costituisce un esempio dei purtroppo non infrequenti malvagi comportamenti, che infrangono, non solo le convenzioni internazionali, ma anche quelle regole – diciamo così – di “cavalleria” e di reciproco rispetto che dovrebbero esistere fra soldati di paesi cosiddetti “civili”» (Ferdinando Pedriali, Gela, luglio 1943, in Storia militare, n. 136, anno XIII, gennaio, Parma 2005, pp. 54-55).

Sottolinea Paolo Venanzi: «Gli Alleati, coloro che nel nome del diritto delle genti e per l’affermazione dei principi di giustizia, sanciti dalla “Carta Atlantica”, esaltavano la “resistenza” jugoslava, erano quelli stessi che, al momento del loro sbarco in Sicilia fecero affiggere un proclama con il quale, a partire dal 25 agosto 1943, sarebbe stata comminata la pena di morte contro “chiunque avesse tentato di organizzare e compiere atti di insurrezione e sabotaggio ai danni delle forze di occupazione”» (Paolo Venanzi, Dal diktat capestro al tradimento di Osimo, Edizioni de “L’Esule”, Milano 1987, p. 120).

 

 

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Categorie: Controstoria, X Mas

Pubblicato da Ereticamente il 6 Aprile 2018

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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