fbpx

Luigi Schingo da San Zevíre e la sua arte – Emanuele Casalena

Luigi Schingo da San Zevíre e la sua arte – Emanuele Casalena

San Zevíre ( San Severo ), città fondata da Diomede, diede l’alba e il tramonto a Luigi Schingo, nome che dice poco allo smart sapere scolastico. Cominciamo dalla fine di quest’ uomo, il 2 marzo 1976, con una citazione presa dalla monografia sull’artista del medico-sindaco Raffaele Iacovino:

“ Ricordo il giorno del rito funebre nella Chiesa di S. Giovanni Battista. C’erano solo i famigliari, un gruppetto di amici e qualche ammiratore. Dietro di lui c’era il vuoto. San Severo era assente. Un’assenza pesante e ingiusta “.

Iacovino era stato sindaco “ a tempo ” di San Severo a capo d’ una giunta socialisti-comunisti, doveva ben conoscere la temperatura del termometro della damnatio memoriae  cui l’illustre, schivo concittadino era stato sottoposto trovando sponda solo nella Chiesa per il suo lavoro. Comunque varcò l’ultima soglia a due giorni dal compimento degli ottantacinque anni essendo nato il 4 marzo del 1891, a voi il conto. Furono esequie in linea con quelli di Degas e Sironi, perché? Facciamo un passo indietro. Il 23 marzo del 1950 a San Severo scoccò la scintilla della rivolta proletaria  quella che “ illumina l’aria “,  contadini e braccianti alzarono le barricate armati di schioppi, pistole, mazze, zappe e forconi al grido: “ Pane e lavoro! “, avanti a oltranza con lo sciopero nazionale del 22, proclamato dalla CGIL del cerignolano Giuseppe Di Vittorio e dalla Camera del lavoro, solidarietà di classe per l’eccidio di Lentella. Il bilancio degli scontri con la Celere del famigerato Ministro degli Interni Mario Scelba fu di un morto e una quarantina di feriti. Intervenne l’Esercito per sedare la rivolta, seguirono 184 arresti fra donne e uomini con l’accusa di “ insurrezione armata contro i poteri dello Stato “, per loro si aprirono le carceri di Lucera città dal mitico castello, patria del nostro legionario. San Severo la rossa di certo non sentiva di rendere omaggio al suo maggiora artista del Novecento Segretario Provinciale del Sindacato Nazionale fascista professionisti ed artisti di Foggia.

Foto di un campo militare, L. Schingo è il primo a destra

Nato nell’antica Daunia estesa tra l’Alto Tavoliere ed il Gargano, chiamata poi Capitanata nel XIII sec., Luigi Schingo, terzo di numerosa prole ( sette figli ) fin da bambino aveva avvertito la vocazione all’arte. Dopo la maturità liceale, dalla sua Puglia si fece studente fuori sede presso la Reale Accademia di Belle Arti di Napoli a quel tempo già profondamente trasformata, nella didattica, da F. Palizzi e D. Morelli. La pittura dal vero “en plein air” della scuola di Barbizon, dei Macchiaioli, degli Impressionisti era sbarcata nella città partenopea, una rivoluzione per il rarefatto insegnamento accademico che prediligeva tematiche storico-mitologiche.

Ottenuto il Diploma all’Accademia partenopea Luigi sfodera la sua “prima” da pittore nel 1913 all’Esposizione Internazionale di Pittura, Scultura, Architettura e Bianco e Nero di Firenze incassando i primi lusinghieri apprezzamenti dalla critica. Ma nel ’15 c’è la chiamata alle armi, l’Italia entra in guerra, la sua naia durerà 4 anni, per lo più stanziali nella Città Eterna, dove ha modo di studiare de visu l’arte nel suo lungo rosario storico, senza soluzione di continuità. Congedato torna nella sua S. Zevíre ricevendo l’incarico di docente di disegno nella scuola di avviamento professionale ( abolita con la scellerata riforma del ’62 ), professione che continuerà a svolgere a Molfetta nel ’21 nello stesso ordine di scuola.

      

L. Schingo, Monumento ai caduti, Volturara Appula,1930

Gli anni ’20 rappresentano il fuoco della sua carriera artistica, come si suol dire ce la mette tutta per sfondare sul palco difficile dell’affermazione nel campo delle arti, al plurale sì perché Luigi è anche scultore ed a modo suo architetto. Nel quadro dei fermenti di quegli anni tra Metafisica, seconda generazione dei futuristi, Novecento di M. Sarfatti, l’opera di Schingo si colloca nel solco del naturalismo imparato dalla vecchia Scuola di Posillipo i cui temi erano succhiati dal vero, dai ritratti al paesaggio, la quotidianità filtrata da una lettura lirica della realtà. Cosa vuol dire questo? Non bisogna confondere il verismo, una corrente letteraria, con realismo magico a sua volta assai distante dall’Impressionismo del “ cogli l’attimo fuggente” veloce trasposizione tecnica dell’ esperienza visiva. Per dirla in parole povere nel realismo magico l’artista osserva la natura con processo introspettivo, Cézanne ne coglieva la genesi nella Geometria,  Schingo nel muto messaggio poetico recitato al cuore dell’uomo che sappia coglierne la pura bellezza delle strofe, lasciandosi scaldare la mente. Un processo di continuo affinamento della propria capacità di leggere la metrica della Natura nel suo infinito poema o meglio Cantico cortese d’ amore e di dolore. Luigi trascrisse il suo “ ascolto visivo ” ( non è un assurdo ), in disegni, colori, gessi e marmi ma anche nell’ architettura della sua casa studio a S. Severo. Quegli anni ’20 e seguenti furono, per lui, carichi di affermazioni a livello nazionale, fuori dal cerchio magico del ritorno all’ordine, l’artista propose se stesso, la sua ricerca en plein air dell’ut pictura poesis di Quinto Orazio Flacco.

Nel 1927 esegue la statua di Papa Pio XI per il Seminario di Molfetta città nella quale si era trasferito, ricevendo le congratulazioni entusiaste del pontefice stesso per il risultato dell’opera.

La sua prima personale è  Bari datata 1928, ha 37 anni, l’anno seguente la seconda al Circolo artistico di Roma a Palazzo Doria Pamphili, in entrambe les vernissages ottiene riconoscimenti di critica e pubblico più meritate commesse.

Frontespizio Catalogo I Mostra SNF Belle Arti

L. Schingo, ritratto di mia madre, pietra Apricena,1933

Nel 1930 viene inaugurato il monumento ai caduti, da lui realizzato per Volturara Appula, piccolo centro del foggiano a confine con la Campania.

E’ del ’30  il suo lanciatore di palla vibrata per il nascente Foro Mussolini, la Commissione però scarta il suo bozzetto con profondo rammarico di Luigi. Dopo la partecipazione alla I Quadriennale di Roma, Schingo riceve incarichi pubblici di prestigio, è nominato dal Ministero dell’Educazione regio ispettore onorario ai Monumenti e nel ’33 diventa Segretario provinciale del Sindacato fascista di Foggia dei Professionisti e degli Artisti, con tale titolo, nello stesso anno ad aprile, partecipa alla Prima Mostra del Sindacato Fascista di Belle Arti tenutasi a Firenze nel palazzo del Parterre di  S. Gallo, esponendo due opere: il Ritratto di madre in pietra Apricena, che gelosamente conserverà nel proprio studio e il dipinto a olio La trebbiatura nel Tavoliere.

Luigi Schingo, il pino gigante-Gargano, olio su tela, 1933

 

Luigi Schingo, Bruciatura di stoppie, olio su tela, 1933

L’anno seguente è a Roma al Palazzetto Patrizi in via Margutta, luogo dei simposi poetici del “ Gruppo dei Romanisti “ che annovera, oltre ad Augusto Jandolo, antiquario poeta, proprietario dell’immobile, Cesare Pascarella, Ettore Petrolini, Giuseppe Ceccarelli e Trilussa. Qui Luigi espone sculture e dipinti richiamando l’interesse del Principe di Piemonte Umberto II di Savoia che gli acquistò due opere: Il pino gigante-Gargano e Bruciatura di stoppie, un riconoscimento “nobile “ alla sua arte.

           

Nel 1935 dipinge alcune tele decorative, tra le quali  Il Progresso, per il ridotto dei palchi del Teatro Littorio ( poi G. Verdi ) inaugurato nel 1936 dopo anni di controversie, ne cura anche le decorazioni a stucco. Nel dipinto qui riportato si leggono chiari riferimenti alle costruzioni prospettiche dei maestri del passato dal Parmigianino a G. B. Tiepolo fino ad Andrea Pozzo. Protagonistala luce divina che al contempo irradia e assorbe le metaforiche figure delle arti.

Luigi Schingo, Il progresso, Teatro Verdi, S. Severo

Nel ’37 organizza e partecipa alla I mostra del sindacato fascista foggiano BB.AA ( Beni Culturali e Ambientali ) al Palazzo del Podestà, Luigi ne è il motore nelle vesti di Segretario Provinciale del Sindacato. Nominato nel ’39 Direttore di una scuola di avviamento professionale, Schingo si trasferisce a Roma città dove risiederà per tutto il periodo bellico fino al 1947 quando farà ritorno a S. Severo. Nell’Urbe continua il suo lavoro febbrile di artista partecipando alla X mostra del Sindacato Nazionale fascista degli Artisti, svoltasi nella prestigiosa sede neoclassica della Galleria d’Arte moderna di Valle Giulia, con lui nomi eccellenti quali Basaldella, Capogrossi, Mafai, Purificato, Scialoja, Severini e tanti altri. La sua terra, nel dopoguerra, diventa anche il suo cenobio. S. Severo canta l’Internazionale, cavalca l’idea di “rovesciare il mondo” con la lotta di classe, si guarda con ammirazione alla rivoluzione cinese, il P.C.I. fa il pieno di consensi nel mondo operaio come nel bracciantato femminile. Per un artista compromesso col fascismo non c’è spazio culturale, Schingo continua in solitudine il proprio cammino esponendo a collettive, intercalate a personali, da Milano a Roma, a Napoli e Foggia, sono gli anni ’50. Per trovare commesse l’artista trova sponda nella chiesa cattolica e, suo malgrado,  nella D.C. ma alla balena bianca non interessa il campo delle arti, della cultura, passate armi e bagagli nella rete a maglie strette del gramscismo in salsa togliattiana. Emerge in modo ancor più “ sfacciato “, visti i mala tempora, lo spessore mistico di Luigi Stingo, da sempre uomo semplice,  cattolico praticante, sua la messa alle 7.00 del mattino nella chiesa di S. Giovanni Battista, poi il ritorno nella sua casa studio di via Fortore da lui stesso progettata, un isolato al limitare del centro abitato del paese, due studi, uno per la scultura, uno per la pittura, alcune stanze arredate con divani e biblioteche, una cappella personale più un capiente locale per l’imballaggio e il carico-scarico dei suoi lavori, infine un bellissimo spaccato di giardino ben recintato da un alto muro. L’esile, bassino Luigi, per qualche verso somigliante al grande architetto F. L. Wright ma con in più una polvere di melanconia, lavorava con metodo e rigore fino a mezzodì, poi la pausa pranzo nella sua abitazione di via Gramsci condivisa con  due sorelle rimaste zitelle, anche lui scapolo ( stesso nucleo familiare di Giorgio Morandi ). Nel pomeriggio ritorno a studio fino alle 20-21 della sera, orario nel quale gli amici potevano fargli visita per trascorrere la serata in serena conversazione magari attorno ad una buona bottiglia di rosso di S. Severo. Una vita kantiana, la sua, per la regolarità con cui veniva operosamente scandito il tempo, un’esistenza monastica dove si fondevano fede e ricerca artistica, quell’ unicum faceva di Luigi un monaco benedettino con sgorbia o pennello, umile sapienza in ogni gesto, spesso all’aperto come Van Gogh per immergersi nella sua amata terra. Tra le sculture realizzate in quegli anni citiamo il busto bronzeo del ‘53 dedicato al prof. Matteo Carpano, ufficiale veterinario, insigne microbiologo e parassitologo, deceduto nel 1952, l’opera è posta nella villa comunale di Manfredonia. Nel 1958 esegue per la Cattedrale di S. Maria Assunta il Monumento in memoria del Vescovo pugliese Oronzo Durante che aveva guidato la Diocesi per 19 anni ( un record ) spegnendosi nel ’41. L’Eminenza aveva lasciato una forte impronta di se, aumentando il numero delle parrocchie, trovando una buona convivenza con il

Portale del MAT a S. Severo

fascismo ma soprattutto fu il vescovo della solenne Incoronazione, l’otto maggio del ‘37, della Madonna del Soccorso, evento rimasto indelebile nella memoria dei fedeli.   Del 1959 è il monumento dedicato al Vescovo Agostino Castrillo, nella chiesa foggiana di Gesù e Maria. Nel 1963 realizza a S. Severo il battistero nella  sua chiesa di S. Giovanni Battista. A Sondrio, Napoli, Bari partecipa a mostre di pittura collettive, è del 1966 una sua personale a Matera, cui ne seguirà, l’anno seguente una nella Capitale alla galleria “La Paolina “, altra personale a Napoli  nel mitico ’68 alla “ Galleria Mediterranea”. Scorrono altre mostre da Sondrio a Roma fino alla Fiera internazionale dell’Agricoltura a Foggia  del ‘71 dove viene invitato ad esporre alcuni suoi dipinti nel Palazzetto dell’arte, ammirati dal Presiden

Luigi Schingo, Rodi garganico dalla riviera di levante, olio su tela

te della Camera dei deputati on Sandro Pertini. Nel 1973 finalmente l’amministrazione comunale di S. Severo sembra voler rendere merito al proprio illustre concittadino organizzando una mostra antologica dei suoi oltre sessanta anni di lavoro, nel Teatro, ribattezzato Giuseppe Verdi, vengono esposte 150 sue opere. Nel 2006 il Comune di S. Severo inaugura la pinacoteca “ Luigi Schingo “ all’interno del Museo dell’Alto Tavoliere, sono presenti circa quaranta pezzi dell’artista, dai paesaggi ai ritratti, alle scene di vita quotidiana, rimasticando un aforisma di Striscia “ non andate là come turisti ma come ospiti “.

.

        

“ Tutta la poesia del creato espressa con vigore e armonia” o più semplicemente il colore della poesia.

Emanuele Casalena

Bibliografia

  • Elena Antonacci, Luigi Schingo (1891-1976). Il colore e lo splendore, Claudio Grenzi Editore.
  • Franco Sessa. Biografia di Luigi Schingo,pittore, scultore, architetto, su Arte, 30 ottobre 2014.
  • Raffaele Iacovino, Luigi Schingo. Artista tradizionalista, moderno. S. Severo, Gerni Editori, 1997
  • Valentina Giuliani, la Collezione Luigi Schingo del MAT da “raccolta” a “pinacoteca”.

Print Friendly, PDF & Email
Categorie: Arte

Pubblicato da Ereticamente il 28 Marzo 2018

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. Tiziana Bregni

    Buongiorno,sono una pronipote di ” zio Gigino” in quanto mia madre Giuliana Schingo era figlia del ftatello Salvatore.Posseggo alcune opere che vorrei essere valutate per una eventuale vendita. Grazie

Lascia un commento

g. casalino

c. bene

J. Thiriart

m.houellbecq

g. colli