L’alleanza tra cavalieri e popolo nella guerra dei contadini come mito politico nella Rivoluzione Conservatrice – Giovanni Pucci

L’alleanza tra cavalieri e popolo nella guerra dei contadini come mito politico nella Rivoluzione Conservatrice – Giovanni Pucci

Tra i molteplici temi che hanno svolto un ruolo evocativo per quel movimento culturale conosciuto come ‘Rivoluzione Conservatrice’, che ha svolto un ruolo non marginale in Germania nel periodo tra le due guerre mondiali, si può annoverare la ‘guerra dei contadini’, ovvero quella serie di tumulti avvenuti tra il 1524 e il 1526 nel cuore del Sacro Romano Impero sfociati in qualcosa di ben più grande prima di essere poi soffocati nel sangue. Passata alla storia appunto con l’epiteto di guerra, essa si diversificò dalle precedenti rivolte per il numero degli individui mobilitato, per l’estensione geografica delle zone coinvolte e per la radicalità delle rivendicazioni. Anticipazioni della stessa possono essere rintracciate nella formazione del Bunschuh (ovvero Lega dello scarpone) nel 1513 e nella rivolta dell’Armer Konrad nel 1514. Ma il suo prodomo è senz’altro la cosiddetta ‘rivolta dei cavalieri’, un moto che prende il via nell’estate del 1522 e che vede 5000 fanti e 1500 cavalieri comandati da Ulrich von Hutten e Franz von Sickingen (1481-1523) tenere in scacco i mercenari dei Vescovi di Treviri, Magonza e Colonia prima di capitolare nel 1523 nell’assedio di Landsstuhl. Le molle sociali che spinsero la piccola aristocrazia rurale tedesca a stringere alleanza con i poveri e gli oppressi per tentare una radicale riforma della patria e dello stato delle cose furono le mutate condizioni sociali che avevano gettato sul lastrico un ceto un tempo potente a favore nella nuova e ricca borghesia cittadina, degli affamati mercanti e delle sempre più influenti famiglie di banchieri che avevano ormai in pugno l’imperatore, ridotto a vuoto simbolo, con il contorno del parassitismo dei principi guelfi e di un clero sempre più corrotto. Fu probabilmente questa rudimentale ‘alleanza di popolo’ tra alcuni elementi delle classi guerriere e quelle lavoratrici contro gli strati improduttivi e gli elementi stranieri alla nazione germanica (in primis i vescovi mandati da Roma) che volevano fare una rivoluzione per correggere un ordine ormai invertito e non per accelerarne l’inversione ad affascinare gli intellettuali tedeschi che nel XX secolo aderirono in vario modo alla Rivoluzione Conservatrice. La figura di von Sickingen, un soldato dei Freikorps nel ‘500, s’impresse nei cuori di chi bramava una rinascita tedesca dopo l’umiliazione di Versailles ed il tradimento di Novembre, la dichiarazione di resa proclamata dal governo di Berlino con l’esercito tedesco invitto sul campo e con le linee del fronte in pieno territorio francese. Il condottiero vagheggiava l’eliminazione dei principi ecclesiastici, la creazione di una Chiesa autenticamente tedesca, la cancellazione del commercio bancario, l’istituzione di un governo tenuto dall’imperatore con un consiglio di soli cavalieri: una visione che univa idealmente le richieste di un rango sociale declinante, quello dei cavalieri, con quelle del popolo, interessato a combattere i vecchi e nuovi approfittatori sociali.

La guerra dei contadini inizia nel 1524 con una serie di sommosse di rustici che all’inizio dell’anno seguente si organizzano in schiere armate (haufen). Al comando del più famoso, lo Schwarzer Haufen, troviamo l’ex condottiero dei lanzichenecchi Floryan Geyer (1490-1525). Nobile di nascita, aderente alla riforma luterana che aveva creato il sostrato culturale per le rivolte (anche se poi Lutero condannerà violentemente gli insorti ed i loro propositi), egli reclamava il ristabilimento del potere imperiale, la destituzione dei principi e il sequestro dei beni ecclesiastici. Morirà il 9 giugno del 1525, assassinato a Rimpar dopo esser scampato alla distruzione del castello di Ingolstadt, dove aveva organizzato l’ultima resistenza del Battaglione Nero. Il suo nome vivrà nella leggenda. Altra figura carismatica ripresa poi dai rivoluzionar-conservatori nel XX secolo fu quella di Gotz von Berlichingen (1480-1562) che con un arto di ferro a sostituzione del braccio destro perso nel 1508 in battaglia comandò i ribelli nel distretto di Odenwald contro i principi del Sacro Romano Impero. I nomi di Geyer, von Berlichingen, di von Hutten e di von Sickingen ricorreranno più volte negli scritti di Arthur Moeller van der Bruck (figura di riferimento dei jungkorservativen e centrale nella RC), dello storico Friedrich Stieve o del popolare scrittore Hermann Lons. Sia detto per inciso, a Gotz von Berlichinger e Floryan Geyer, eroi conosciuti da tutte le fasce della popolazione vennero intitolate altrettante divisioni delle Waffen SS durante la seconda guerra mondiale, con buona pace di chi nega ogni collegamento tra la Rivoluzione Conservatrice ed il successivo regime nazionalsocialista.

Un’urbanizzazione che erodeva con gli espropri gli spazi per l’agricoltura e lasciava i piccoli proprietari terrieri senza terra e senza la possibilità di sostentarsi, un’accumulazione di capitale bancario tramite l’usura e di rendite finanziarie, l’impoverimento progressivo e la perdita di prestigio dell’antica nobilità rurale, la corruzione e l’arroganza del clero romano: queste sono le condizioni che permisero di vedere bande di contadini inquadrate da cavalieri. Con il passaggio dall’economia feudale ai primi abbozzi di un sistema capitalistico emersero nelle campagne tali disagi sociali che inevitabilmente trovarono uno sbocco violento. Sbocco che dopo delle vittorie iniziali, s’arrestò e viene represso in modo belluino, come monito a venire. Quindi, fallendo, la guerra dei contadini non scardinò l’ordine sociale ma lo consolidò definitivamente. Ferma a quei casi che abbiamo citato, la saldatura tra popolo e tradizione nazionale non si realizzò completamente e le 12 tesi che rappresentavano le doglianze del movimento rimasero inapplicabili, accontentandosi quest’ultimo di singole vendette personali sui nobili e sulle loro proprietà, peraltro limitate alle fasi iniziali. Il comune interesse la comune volontà di restaurare simboli di giustizia e di riscatto sociale, da ricercare tramite l’unità del popolo tedesco, di fatto non si realizzò. Pur idealizzando le figure cui abbiamo accennato gli autori della Rivoluzione Conservatrice questo lo ebbero a mente molto lucidamente e lo misero nero su bianco negli scritti che incitavano ad un riscatto nazional-popolare. Anche da tali suggestioni prese le mosse quel movimento politico che arrivò al potere in Germania, con un programma che mirava a rettificare gli straniamenti economici e sociali della modernità senza negarla e che con il pragmatismo e la prassi quotidiana inverò nel reale le teorizzazioni dei pensatori che lo avevano preceduto e al quale un numero assai cospicuo di loro aderì, vedendo nello stesso la logica continuazione politica delle loro idee.

Giovanni Pucci

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Categorie: Storia

Pubblicato da Ereticamente il 3 Marzo 2018

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. Luciano Musella

    L’articolo mi sembra molto interessante per gli spunti storici, che possono essere interpretati da prospettive anche diverse.

  2. Primula Nera

    La rivoluzione conservatrice ha sicuramente influenzato (creando anche un certo clima culturale) il nazionalsocialismo. Tuttavia i suoi membri più eminenti hanno sempre (o quasi sempre) mantenuto un certo distacco da esso. Perlomeno nella fase iniziale il poeta Benn appoggiò in maniera entusiasta il nazismo, ma fu un periodo di breve durata, ciò anche a causa dell’ostilita che parte della classe dirigente tedesca nutriva verso il suo passato espressionista. Spengler, Junger, Von Salomon (anche perché sposato con un ebrea), Stefan George, etc, non furono mai nazisti(sebbene alcuni di loro, Junger soprattutto, fossero assai apprezzati da Hitler). Von Hofmannsthal, che aveva coniato l’espressione “rivoluzione conservatrice”, morì prima dell’avvento del nazismo, ma non sarebbe stato neanche lui un sostenitore di quella causa in quanto ebreo per parte di padre, nonostante fosse di religione cattolica (e diversi ebrei vi erano anche nel circolo di Stefano George, tra cui Kantorowicz ex membro dei freikorps, ed autore del saggio “i due corpi del re”).
    Quindi sono d’accordo sul fatto che vi fossero stati dei collegamenti ideali, ma poi concretamente non sono coincisi con un appoggio diretto al regime, anche per via di certo elitarismo aristocratico che permeava questi ambienti(non tutti), lontani dal modello interclassista nazista.
    Articolo molto bello in ogni caso, che tratta con grande competenza un contesto e periodo storico , la Germania del xvi secolo, molto interessante,prodromico di molti avvenimenti che avverranno il secolo successivo con la guerra dei 30 anni.

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