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La morale liquida di Zygmunt Baumann – Umberto Bianchi

La morale liquida di Zygmunt Baumann – Umberto Bianchi

Bel testo, quello di Zygmunt Baumann, sulla “Modernità Liquida”. Scritto con linguaggio quel tanto erudito che possa bastare per esser comprensibile, ci offre una panoramica a tutto campo di una Post Modernità, il cui aggettivo “liquido”, risulta esser più che mai, calzante. Baumann, difatti, ci snocciola e sviscera minuziosamente la fenomenologia di una (Post) Modernità, il cui status ontologico, non può che esser descritto proprio all’insegna di quella “liquidità” acui abbiamo or ora accennato, sintomo e sinonimo di quella precarietà o volatilità che dir si voglia che, di questa presente fase storica, sembra esser divenuta la caratteristica portante.

Si parte da un concetto di libertà, sempre più coniugato e rivolto alla sfera dell’individuo, anziché a quella del “civis”, visto lo sbriciolarsi delle nazioni sotto la spinta agglutinante di una globalizzazione che tende ad omologare sotto di sé tutto e tutti, all’insegna di una stretta interrelazione tra Tecnica ed Economia. L’uomo si fa così oggetto e soggetto di consumo. Egli non crea più. Nell’economia Post Moderna la creazione è lasciata al libero fluire dei capitali che, oramai liberi da qualsivoglia vincolo e controllo programmatico, etico, politico ed economico, come per capriccio, si insediano solo laddove i locali governi ( o quantomeno, quel che ne resta…) offrano agevolazioni ed aggi tali, da poter sfruttare senza ritegno risorse, diritti, di un popolo, sino a prosciugarlo ed alienarlo, lasciando all’individui la sola possibilità di poter sfogare le proprie elementari ed egotistiche pulsioni , nella pratica dello shopping “compulsivo”.

Apparire, mai essere, questo è il nuovo “must” ideologico della società liquida. Consumare per nulla creare. ”E’ il mercato bellezza!”, direbbe qualcuno che conosciamo bene…Quello stesso mercato che ha, però, dovuto frettolosamente adeguarsi alla progressiva “liquefazione” dello scenario globale socio economico. Da una fase di economia decisamente “solida”, produttivi sta, volta a produrre creare,alienare ma anche a conferire solide certezze ai suoi umani protagonisti. Il posto di lavoro fisso, la famiglia, la morale, una coscienza unitaria, sono tutti lasciti di un passato “solido” che l’attuale fase non può tollerare.

La Globalizzazione ha reso tutto fluido, instabile, aleatorio. All’insegna di un forsennato Divenire, i cicli della produzione economica e del mercato tendono tutti alla massimizzazione del desiderio di possesso, attraverso la minor durata di aspettative di questo, accompagnata ad una sua più rapida deteriorabilità. E’ la biodegradazione antropologica, attraverso l’espansione di un io compulsivo a cui fa da contraltare, una sempre minor fruibilità di qualunque situazione o “merce” presa in considerazione, così da aumentare all’infinito esponenziale i guadagni di spersonalizzate holding imprenditoriali, costi quel che costi a Lui, l’ “homo-consumans”. Un essere sempre più alienato e diffidente, che vive i rapporti sociali in stato di settoriale isolamento, in entità territoriali protette, chiuse, sbarrate, in vere e proprie comunità “ a tema”.

E proprio sulla Comunità e sulla Nazione che, il buon Baumann, dopo un’analisi lucida nella sua puntigliosa enumerazione fenomenologica, getta la maschera. Bestia nera di lui e dei suoi “compagni di merende” alla Eric Hobsbawn o alla Bordieu è proprio Lei, la Comunità e, alfine, la Nazione. L’ideologia Comunitarista, dice lui, sorge proprio perché oggi di fronte all’allegro divenir globale, la gente si sente insicura e cerca riparo in qualcosa che non sia solo ed unicamente il perseguire uno sfrenato consumismo, materiale e spirituale. Certo, ci dice lui, l’ideale Comunitario è debole di fronte a quello di Nazione che, storicamente, proprio a partire dalle elaborazioni di un Jean Bodin o di un Grozio, seguite a ruota dalle elaborazioni illuministe e giacobine, eliminò i corpi intermedi, quali Corporazioni, Gilde o autonomie municipali, residue del feudalesimo, nel nome di un primo esempio di omologante agglutinamento territoriale, prodromo di quanto si sarebbe più in là verificato a livello globale.

Nazione e Comunità. Comunità e Nazione. Due bestie nere, tendenti all’esclusione ed alla distinzione, per principio, attraverso l’identità coniugata con la sovranità. Cose queste che al nostro Baumann proprio non piacciono e perciò, non esita a precipitarsi a lanciare i suoi strali sia contro Max Weber che contro il Tonnies, a suo dire colpevoli di uno sbilanciamento a favore dell’autenticità e della centralità dell’umana figura e della comunità, piuttosto che a favore della tetra prospettiva di una impersonale melassa liquefatta in cui, a muovere i fili siano oscuri (mica tanto poi…sic!) manovratori di capitali e di menti, anziché comunità statuali animate da certezze, quali quelle rappresentate dalla collettiva consapevolezza e dalla totale partecipazione di quei cittadini-proprietari, che tutti si identificano in un comune “ghenos” materiale e spirituale, che funge da propellente e spinta per il futuro…Ma il nostro buon Baumann ( in questo, in buona compagnia di altri solerti autori…) ci ricorda con dovizioso entusiasmo che, all’incertezza e alla paura dei tempi, al tanto detestato principio di esclusione, proprio a tutti i Comunitarismi e Nazionalismi, va contrapposto, senza se e senza ma, il principio di “inclusione” di tutto e tutti sullo stesso lembo di territorio, al fine di realizzare il suo ideale di melassa umana senza identità, né diritti, né certezze, che non siano quelle del consumo e della vuota volatilità di un’esistenza alienante ed insensata.

Ma Baumann non è né il solo, né l’unico cantore di questa distorta sinfonia. L’errore viene da lontano, dall’equivoco ingenerato da tutte quelle scuole di pensiero sociologico e filosofico che, all’insegna di certo malinteso strutturalismo, hanno pensato bene di porre l’accento su una concezione innaturale e distorta dell’uomo. Partendo da una rivisitazione in un senso marcatamente individualista della teoria sociologica ed antropologica marxista, si arriva ad un individuo che, incentrato sulla sfera dei propri bisogni materiali e pulsionali, di questi diviene alfine vittima, altro non potendo fare che soggiacere agli incessanti stimoli e dagli altrettanto effimeri momenti di fruizione offertigli, a mò di droga, da una Modernità Liquida che, di lui, ha fatto il proprio schiavo.

Emmanuel Levinas, Pierre Bordieau, Anthony Giddens ed altri ancora, sono gli oscuri profeti di questa jattura globale, figlia della presunzione di chi con la pretesa di voler perseguire a tutti i costi il “progresso” dell’umanità intera, si è fatto elitario portatore di un modello di alienazione ed autodistruzione della medesima. Credevano di vincere ed invece stanno perdendo clamorosamente. La loro poltiglia liquida, la loro melassa ideologica, ha disvelato il proprio volto, una crisi ed un’ondata di malessere dopo l’altra. L’individualismo progressista e buonista è entrato in una fase di crisi ed agonia, oggi senza alcuna possibilità di uscita. E per questo che, oggi più che mai, i suoi coribanti urlano e strillano, invano. Ci stiamo per caso, preparando, ad un nuovo e bigotto Medioevo ipertecnologico o che…..?

Tutto questo, al contrario, non può che costituire un ulteriore stimolo, ad iniziare a considerare un’ ”altra” idea di Modernità, slanciata verso un Futuro le cui radici affondano in quell’Archè che, sempre viva tra noi, ci parla attraverso simboli, ideogrammi ma anche afflati e slanci poetici, sgorganti dalla “Psichè” di un Uomo, finalmente ritrovatosi nel suo ruolo di aspirante ed anelante alla iperurania perfezione del platonico mondo delle idee. In questo sempre più proteso a superare i propri angusti limiti….Conciliare l’Essere con il Divenire, la Trascendenza con l’Immanenza, un Futuro di luci, acciaio e fasci di particelle sub atomiche sparate a tutta velocità con l’Archè ed il sorriso di antichi Dei, svelato da ideogrammi senza tempo….ma anche, come direbbe Guillaume Faye, Evola con Marinetti o, come potremmo dire ora, l’Ermetismo di Kremmerz con la fisica quantistica di un Max Planck o di un Wolfgang Pauli. Questa è dunque, la vera sfida per il Presente ed il Futuro. Al di là di preconfezionati e fallimentari schemi ideologici o ammuffiti nostalgismi senza alcuna via d’uscita.

UMBERTO BIANCHI

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Categorie: Sociologia

Pubblicato da Ereticamente il 15 Marzo 2018

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. Angela Grammatico

    Lettura approfondita ed originale di Baumann; deduzioni coerenti e molto interessanti.

  2. Marco

    Ottimo commento critico, chiaro, preciso, tagliente e lucido su uno degli autori piu’ gonfiati dalla retorica mondialista, che ha saputo trovar ascolto solo nella confusione logica e morale di tanti lettori superficiali, in cerca di facili infatuazioni ideologiche.

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