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Il 1921 sulle pagine de “L’ASSALTO”, giornale del Fascio Bolognese di Combattimento – Premessa. A cura di Giacinto Reale

Il 1921 sulle pagine de “L’ASSALTO”, giornale del Fascio Bolognese di Combattimento – Premessa. A cura di Giacinto Reale

 

“Una ventina di fascisti, intanto, sparsi dappertutto, urlano il titolo del nuovo giornale fascista di Bologna, uscito col primo numero nel giorno fatidico (il 4 novembre 1920 ndr), scritto, redatto e stampato in sedici ore, con una fotografia di un valoroso artefice della vittoria, Filippo Corridoni. (1)

  1. PERCHE’ IL 1921

L’intuizione di Angelo Tasca che per parlare del Fascismo occorre farne la storia conserva, dopo tanti anni, la sua piena validità, ed indica l’unica strada percorribile se di quel movimento e di quel periodo si vuol parlare senza inseguire una propria “idea di…”, e senza fare del “metafascismo”, per poi perdersi nelle interpretazioni e giudizi “a prescindere” dai fatti.

“Farne la storia”, quindi, considerando sempre precisi limiti temporali e anche spaziali.

È, per esempio, indubbio che il Fascismo delle origini (che si identifica in gran parte con il “Fascismo-movimento” defeliciano) ha, nella complessiva vicenda mussoliniana, un ruolo assolutamente rilevante, perché lì trova la sua origine, lì matura la sua vittoria, lì forgia il suo “stile”, lì emergono personaggi (Roberto Farinacci, Giuseppe Bottai, Dino Grandi, e decine di altri) destinati poi a durare in posizioni di primo piano nel successivo ventennio, lì vengono abbozzate questioni politiche (il ruolo del sindacato, la scelta istituzionale, il dilemma Stato-Partito, i “diritti” della gioventù e altro) che, talora sottotraccia durante il periodo regimista, sarebbero riemerse all’epilogo saloino.

Eppure, per un curioso destino, quel periodo è stato vittima di una duplice mistificazione.

Dopo il successo del 28 ottobre prevarrà una versione edulcorata, nella quale, da un canto Benito Mussolini è il capo indiscusso e preveggente, che già dal 23 marzo ha chiaro il percorso da seguire, e dall’altro il ricorso alla violenza è solo una dura necessità imposta. Vero, ma non completamente…

Nel secondo dopoguerra prevarrà una visione “demoniaca” del quadriennio squadrista, secondo la quale bande di facinorosi e violenti avrebbero, per quattro anni, esercitato il loro sadismo su avversari inermi, favoriti ed appoggiati dalle Autorità costituite.

E questa falsificazione è ancor più grave della precedente…

Una ricerca che si rivolga al periodo delle origini non può che dare il massimo risalto al 1921, “anno fascista per eccellenza”, come fu definito, che inizia col movimento mussoliniano ancora incerto e perfino sbandato per le polemiche seguite all’atteggiamento preso sulla questione fiumana, e vede, nel giro di quattro mesi, ancor prima delle elezioni del 15 maggio, la catastrofe completa del sovversivismo nazionale e l’affermazione squadrista.

Seguiranno poi passaggi fondamentali, quali le due “crisi del Fascismo”: la prima, tutto sommato limitata, sulla scelta “pregiudiziale” Repubblica/Monarchia; la seconda, ben più grave, sull’accettazione/rifiuto del Patto di pacificazione che, con le dimissioni di Mussolini ad agosto, sembrerà portare il movimento delle Camicie Nere sull’orlo del baratro.

La situazione si ricomporrà a Roma, col Congresso di novembre. che segnerà un’altra tappa decisiva verso la conquista del potere.

Ma il 1921 è anche l’anno dell’offensiva “militare” delle squadre, che, stando alla statistica offerta per primo da Tasca (2), e poi sostanzialmente ripresa da tutti gli storici successivi, portano a compimento, nel primo semestre, ben 726 distruzioni di sedi avversarie (di vario tipo).

Solo per la precisione, va però detto che non si tratta di 726 episodi distinti nei quali vanno a segno il fuoco e la furia devastatrice dei mussoliniani. Camere del Lavoro (119), Cooperative (107), Circoli di Partito (141) e Circoli di cultura (100), sono, infatti, spesso nello stesso edificio, quando non negli stessi locali e, non di rado si limitano (soprattutto gli ultimi) a poco più di una targa messa fuori al portone.

Più complesso il calcolo relativo ai caduti, perché, per esempio, i socialisti tendono a mettere nel numero anche le vittime di scontri con le Forze dell’ordine, mentre i fascisti, al contrario, indicano tra i “loro” anche i morti appartenenti alle stesse Forze Armate e dell’Ordine (i nove tra Marinai e Carabinieri assassinati ad Empoli, perché scambiati per fascisti, per esempio). Ambedue, poi, non di rado si attribuiscono le vittime innocenti – e non politicizzate – di violenze di piazza.

In definitiva, parlare, nell’anno, di un paio di centinaia di morti per parte, appare abbastanza attendibile, e il dato puramente quantitativo assume un diverso rilievo “qualitativo” (in ordine a responsabilità e aggressività) se si considera la grande disparità numerica delle forze in campo a sfavore dei fascisti.

I quali, proprio nel 1921 devono lamentare Caduti che entreranno a far parte della successiva liturgia, vuoi per le modalità dell’assassinio (le vittime di Sarzana, spesso torturate prima della morte, i caduti di Valdottavo, sui quali viene scaraventata una vera frana di massi provocata artificialmente, Giovanni Berta buttato giù dal ponte sull’Arno da una massa inferocita) che per l’età (Aldo Sette a Milano, Giuseppe Montemaggi, Guido Lottini e Arnaldo Puggelli a Sarzana, non sono ancora diciottenni, Italo Gambacciani a Firenze è addirittura quindicenne, e con loro tanti altri)

 

  1. PERCHE’ BOLOGNA, PERCHE’ “L’ASSALTO”

A tutto ciò (ed altro) verrà fatto doverosamente cenno, in cinque puntate che seguiranno la traccia offerta dalla lettura del giornale prescelto, e cioè “L’Assalto”, il settimanale (e, per un breve periodo, a cavallo delle elezioni, anche “quotidiano”) del Fascio di combattimento bolognese.

Aggiungo che tale traccia, prendendo in prestito titoli e parole d’ordine lì stampate, così si svilupperà:

 

  1. “L’assalto si può dare qui e altrove…. è un giornale – battaglia” (4 novembre – 21 dicembre 1920)
  2. “La lotta diuturna tra capitale e lavoro esiste ed esisterà ” (8 gennaio – 16 aprile 1921)
  3. “Considereremo alla stregua di disertori coloro che non si recheranno alle urne” (23 aprile – 28 maggio 1921)
  4. “Il Fascismo non è un uomo, il Fascismo è un’idea” (4 giugno – 17 settembre 1921)
  5. “La libertà muore se il Fascismo muore” (24 settembre – 31 dicembre 1921)

 

La scelta è caduta su Bologna e su “L’Assalto” per due motivi almeno.

In primo luogo perché concordo con l’idea defeliciana che la dimensione migliore per capire cosa fu il Fascismo (delle origini, ma non solo) sia quella provinciale, e secondariamente perché ritengo che la lettura delle testimonianze d’epoca (e i giornali lo sono in misura massima) resti fondamentale per avere una chiave interpretativa non viziata dal senno di poi.

Dimensione provinciale, “migliore” ho detto, perché l’Italia di allora (ma anche fino agli anni cinquanta almeno) è abissalmente diversa da quella di oggi, se non altro per la difficoltà di comunicazioni e trasporti, così che limitati spazi temporali (quelli provinciali, soprattutto) costituiscono quasi limiti invalicabili.

Ecco perché, per tornare al tema di questa ricerca, è indubbio che il Fascismo milanese è altra cosa rispetto a quello pur limitrofo cremonese, come grandi sono le differenze tra il movimento barese e quello foggiano, o anche, tra Bologna e Ravenna.

Nell’insieme va detto poi che una ricerca “sui luoghi” non può che iniziare proprio da Bologna, che se pur giunta non primissima sul palcoscenico del Fascismo nazionale, balza subito in primo piano, scalzando realtà più affermate e già attive.

Indiscutibile è, infatti, l’importanza dell’ avvenimento del 21 novembre 1920, quando gli uomini di Leandro Arpinati muovono all’assalto di palazzo d’Accursio, che rappresenta la vera ricomparsa del Fascismo, dopo un lungo periodo di “minorità”, come si disse, seguito alla distruzione dell’ “Avanti” del 15 aprile dell’anno precedente. Né fa testo l’incendio triestino del Balkan, il 13 luglio del 1920, perché lì, forse più che altrove, vale la specialissima dimensione provinciale (che vuol dire antislava) alla quale si è fatto cenno.

L’esame di episodi e numeri, fa inoltre vacillare la convinzione che “chiave di volta” del successo fascista sia lo squadrismo toscano, sul quale tanto verrà scritto Regime durante e dopo.

Un fascismo scanzonato e amante delle beffe, popolato da personaggi folcloristici e carismatici insieme, ma che non esprimerà, nella realtà, nessun “capo” di rilievo vero, (Renato Ricci e Carlo Scorza resteranno figure tutto sommato secondarie, e Alessandro Pavolini è piuttosto un “ragazzo-squadrista”) a differenza di quello emiliano che vanterà nomi come quelli di Italo Balbo ed Ettore Muti, oltre ai già citati Arpinati e Grandi,… e mi fermo qui.

Peraltro, è indubbio che una fondamentale svolta nella storia del Fascismo si ha, sempre in Emilia Romagna, tra Bologna e Ferrara, nei primi giorni dell’aprile del ’21, quando, di fronte a Mussolini, sfilano decina di migliaia di rurali che l’azione di Arpinati e Balbo hanno sottratto (e, con un uso, tutto sommato ridotto e limitato della violenza) alle suggestioni bolsceviche.

E’ lì che il futuro Duce capisce che il suo non è più il movimento di qualche migliaia di arditi che affrontano a pistolettate e randellate gli avversari, ma comincia ad avere una capacità di attrazione sulle masse, addirittura superiore a quella del social-comunismo sovietista.

Il sindacalismo fascista emiliano, spesso con gli stessi protagonisti del precedente sindacalismo socialista, è così il mezzo che trasforma un piccolo movimento, prevalentemente di reduci e studenti, in una organizzazione di popolo che sola può generalizzare il consenso e conquistare il potere.

Quindi, e deve ammetterlo con un po’ di rammarico chi – come il sottoscritto – ha tanto amato il racconto di Mario Piazzesi, insieme alle scanzonate e un po’ guascone cronache di Bruno Frullini e Umberto Banchelli, una ricostruzione non sentimentale, ma storica e politica, non può non segnare la supremazia degli uomini di Arpinati e Balbo.

E questo pure, se si vuole scendere alla triste contabilità del prezzo pagato: i numeri testimoniano la “asprezza” di una lotta che è senza quartiere: le sole Bologna, Ferrara e Parma hanno, nella vigilia rivoluzionaria, 91 caduti, il quindici per cento cioè dell’intero martirologio fascista (e il solo capoluogo di Regione vanta il triste primato di 54 vittime).

La situazione bolognese sarà anch’essa oggetto di una “rimozione”: l’estromissione di Arpinati, con l’invio al confino, sfumerà i toni a partire dal 1933, così come la trasformazione, nel secondo dopoguerra, della città più fascista d’Italia in quella più “rossa” suggerirà silenzi e omertà per coprire comportamenti personali e familiari diventati imbarazzanti.

Nel primo fascio del capoluogo primeggiano personaggi come l’ “intransigente” Gino Baroncini, il “ferreo” Arconovaldo Bonacorsi, il più “politico” Aldo Oviglio, e, intorno a loro, tanti altri che sarebbe ingiusto definire comparse, dallo squadrista Peppino Ambrosi all’intellettuale Giorgio Pini.

Su tutti, però, si stagliano gli amici-rivali Arpinati e Grandi. Proprio “L’Assalto”, in due righe, nel numero 18 del 3 maggio, alla vigilia delle elezioni, ne traccia uno schizzo che è assolutamente rivelatore:

“Leandro Arpinati… in tutte le nostre imprese lui è il primo. Ordina ed esegue sempre pagando di persona…Una grande modestia, un po’ scontrosa, completa la figura di Arpinati, uomo senza pose, paragonabile ad una forza primordiale esuberante e propulsiva della natura.

[…]

Anche l’avvocato Dino Grandi è romagnolo. Chi lo conosce non può sottrarsi all’influenza del suo carattere giovanilmente entusiastico, non può sottrarsi al fascino della parola ardente di passione, dell’oratoria elevata che lo pone fra i primi oratori nostri… In Grandi risulta subito la mitezza del carattere e la bontà: la sua è una bella figura mazziniana di apostolo.” (3)

Non si pensi, però, che la lettura de “L’Assalto” costituisca un importante tassello solo per un lavoro di ricostruzione storica locale, di fatti e di uomini, perché, piuttosto, proprio sulle pagine del giornale bolognese nascono e si sviluppano, fino ad assumere dimensioni nazionali, alcuni passaggi fondamentali del Fascismo. Primo fra tutti quello dell’opposizione squadrista al Patto di pacificazione, pilotata – anche con intelligenza politica e strategica, va detto – proprio da Grandi, e che avrà la sua consacrazione quando Mussolini, imprudentemente, sceglierà la via della personalizzazione dello scontro, prima accennando, con compatimento, ai quei fascisti delle “molte Peretole d’Italia” e poi citando addirittura per nome e cognome il suo avversario.

“L’Assalto” in prima linea, dunque, tra i giornali squadristi, quali “La sassaiola fiorentina” del capoluogo toscano, “La scure” di Piacenza, “Balilla” di Ferrara, “Il Maglio” di Torino. Essi tutti non sono solo esercitazioni propagandistiche di maneschi avventurieri con poca familiarità con la penna, ma vedono, non di rado, la collaborazione di firme illustri del mondo della cultura e della politica dell’epoca, che così ne avallano autorevolezza e credibilità.

Ma sono, soprattutto – e questo forse è quello che più conta – espressione sincera (e, perciò, spesso disordinata e contraddittoria) degli stati d’animo dei giovani che, in camicia nera stanno facendo la Rivoluzione per “rifare l’Italia”.

Un magma incandescente, quindi, che comincia a scorrere nel 1919, con i primi giornaletti eredi della “stampa di trincea”, prosegue con i titoli già detti (e altri), si sublima, dopo la conquista del potere, in fogli come la malapartiana “Conquista dello Stato” e il maccariano “Selvaggio”. Il cammino poi continuerà, più ancora che nei giornali “di Federazione”, nella stampa gufina, irriverente ed intransigente, e nei fogli “minori” della RSI, espressione di un sentire e di un essere che è lo stesso della vigilia, e che, per gli ultimi come per i primi, può essere compreso nella definizione “Fascismo rivoluzionario”, che sarebbe l’equivalente più esatto scientificamente e storicamente del banale e fuorviante “Fascismo di sinistra”.

Inoltre e per ultimo, la lettura ci consente di conoscere le idee che muovono quegli uomini a sfidare la morte, a Bologna e nell’intera Emilia, nella città e nella regione “più rosse d’Italia”, con rappresentanti dello Stato (il prefetto Mori su tutti) a loro ostili oltre ogni misura, fino alla persecuzione vera e propria.

Se è difficile tenere il conto degli arresti di Arpinati, già reduce dal carcere dopo i noti “fatti di Lodi”, alla fine del ’19, è indubbio il dato che, al 28 ottobre, nella prigione cittadina ci saranno 32 carcerati fascisti… alla faccia della tanto conclamata connivenza.

Nel giornale c’è anche questa cronaca minuta della polverizzazione della violenza che nella città petroniana è particolarmente forte, ma, più interessante per quel che rileva a quasi cento anni di distanza, è la progressione ideologica (la parola non sembri esagerata) di qell’ intransigentismo squadrista, che si rivolge inizialmente contro i social-comunisti negatori della Patria, ma presto individua nuovi nemici negli agrari profittatori e nei borghesi pavidi e pescecani.

In tal senso, i tre articoli della fine del 1920, di cui si dirà, aprono la strada a quel che sarà, così come un successivo trafiletto scelto fra tanti, e indirizzato a “operai e contadini”, individua con sicurezza la direzione di marcia

“L’Italia non è dei ricchi e degli oziosi, degli agrari e dei pescicani.

L’Italia è vostra!

A Trieste, a Ferrara, a Carpi, le Leghe degli operai e dei contadini hanno abbassato la bandiera rossa e innalzato il tricolore. Il tricolore deve essere la bandiera dell’Italia proletaria e lavoratrice.

Viva l’Italia proletaria! Viva i fasci di Combattimento!” (4)

Insomma, e con amarezza, non resta che citare, in chiusura, il noto aforisma longanesiano: “Il Fascismo è bello non per quello che ha in sé, ma per quello che promette”.

Per quella promessa, tanti Italiani caddero, dal 1919 al 1945, in circostanze e su fronti diversi. Non fosse altro che per questo, non è un passaggio che può essere strappato via dalla storia nazionale, o, peggio ancora, inserito in essa in una versione falsa e parziale.

Proviamo a cominciare dal 1921, da Bologna e da “L’Assalto”.

Giacinto Reale

 

NOTE

  • “Il Fascio”, nr. 39 del 1920, riportato in: Nazario Sauro Onofri, “I giornali bolognesi nel ventennio fascista”, Editrice Moderna Bologna 1972 pag. 138
  • Angelo Tasca, Nascita e avvento del fascismo in Italia, Bari Laterza 1965, vol. I pag 180
  • “L’Assalto”, numero 18 del 3 maggio 1921: “I nostri candidati”, in prima pagina
  • “L’Assalto”, numero 8 del 26 febbraio 1921: trafiletto in seconda pagina

 

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Categorie: Controstoria, Storia del Fascismo

Pubblicato da Giacinto Reale il 24 Marzo 2018

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

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