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Decima Flottiglia M.A.S.: propaganda per la riscossa (VI parte) – Gianluca Padovan

Decima Flottiglia M.A.S.: propaganda per la riscossa (VI parte) – Gianluca Padovan

«Mai come oggi è vero che è necessario vincere, ma è più necessario combattere»

Reparto Stampa Xa Flottiglia M.A.S., Noi, della «Decima», 1944

 

 

S.L.C. all’attacco.

Con l’entrata in guerra del Regno d’Italia (10 giugno 1940) ci si rende conto che il mezzo “avvicinatore” idoneo per gli attacchi più arditi, ovvero condotti con l’S.L.C. (Siluro a Lenta Corsa) denominato Maiale, rimane comunque il sommergibile. Alcuni battelli opportunamente alleggeriti verranno quindi dotati di contenitori cilindrici, stagni, resistenti alla pressione e fissati in coperta: in essi verranno ricoverati i Maiali da portare in prossimità dell’obiettivo.

Nel 1942 la Xa Flottiglia M.A.S. utilizza i sommergibili anche per il trasporto dei nuotatori d’assalto Gamma e l’anno seguente pure per i barchini ridotti M.T.R.; dopo l’8 settembre 1943 non ha più la possibilità d’impiegare i sommergibili avvicinatori.

 

Dei sommergibili avvicinatori si possono ricordare quelli persi in missione di guerra:

Iride, affondato il 21 agosto 1940;

Gondar, affondato il 30 settembre 1940;

Scirè, affondato il 10 agosto 1942;

Leonardo da Vinci, sommergibile oceanico adattato al trasporto di un minisommergibile, è affondato il 25 maggio 1943.

 

Di altri, ecco le vicende:

Aradam, nel settembre del 1943 stava per essere trasformato in “avvicinatore”, ma è autoaffondato e poi recuperato dai Tedeschi;

Ambra, è modificato per il trasporto dei mezzi d’assalto nei primi mesi del 1942, è autoaffondato dopo l’8 settembre e successivamente recuperato dai Tedeschi;

Murena e Sparide, varati nella prima metà del 1943, sono autoaffondati dopo l’8 settembre e poi anch’essi recuperati.

Grongo, varato il 6 maggio 1943, è sabotato l’8 settembre e poi recuperato dai Tedeschi.

 

Si può inoltre sottolineare che Grongo, Murena e Sparide vengono infine distrutti nel bombardamento del porto di Genova nel settembre 1944.

Per quanto riguarda il solo Iride, si ricorda che venne inviato per avvicinare gli S.L.C. al porto di Alessandria d’Egitto nell’ambito dell’“Operazione G.A.1”: «L’operazione era stata ordinata da Cavagnari e da De Courten quando il smg. “Iride” non aveva ancora i cilindri installati a bordo e quando l’organizzazione interna al gruppo dei Siluri a Lenta Corsa era ancora in fase sperimentale. Fu certamente un tentativo prematuro, per quanto riguardava l’organizzazione alla base e fu altrettanto certamente un tentativo intempestivo, in quanto gli obiettivi erano praticamente ignoti o indeterminati, come si può agevolmente constatare dal punto 6) dell’“Ordine particolare per la missione G.A.” inviato da Supermarina al com.te Giorgini in data 10 agosto. Inoltre, la scelta del Golfo di Bomba come base di partenza era stata veramente infelice, essendo quel Golfo esposto ai frequenti sorvoli compiuti dall’aviazione britannica. Come primo tentativo era stato un vero disastro: il smg. “Iride” perduto, la motonave “Monte Gargano” affondata, gran parte degli ufficiali e dell’equipaggio scomparsa» (Sergio Nesi, Junio Valerio Borghese un Principe un Comandante un Italiano, Editrice Lo Scarabeo, Bologna 2004, pp. 118-119).

Sempre nel corso della guerra la Xa Flottiglia M.A.S. crea un particolare avvicinatore, l’Autocolonna: insieme di autoveicoli terrestri in dotazione alla Regia Marina e al Regio Esercito pensati e adattati non solamente al trasporto dei mezzi di assalto, ma anche per costituire una vera e propria base logistica e operativa mobile.

Tornando ai mezzi d’assalto navali, durante la guerra «I compiti assegnati dallo Stato Maggiore alla 1a Flottiglia M.A.S. erano, in sintesi: “Affondare-danneggiare naviglio nemico da guerra e mercantile allo scopo di: – far evoluire in senso favorevole la relatività delle forze navali; – concorrere al contrasto al traffico nemico» (Erminio Bagnasco, Marco Spertini, I mezzi d’assalto della Xa Flottiglia MAS 1940-1945, Ermanno Albertelli Editore, terza ristampa, Parma 1997, p. 20).

 

 

Una faccia della medaglia.

I mezzi d’assalto pronti a combattere a inizio del conflitto sono pochi e nei primi mesi si registrano soprattutto insuccessi, con l’aggravante di mettere l’avversario in allarme. È utile la seguente specifica: «la cattura di un “barchino” inesploso mise gli Inglesi, già sull’avviso per quanto concerneva i mezzi subacquei fin dai tempi dell’affondamento del Gondar [settembre 1940. N.d.A.], a parte dei segreti dei mezzi d’assalto italiani. Da quel momento fu possibile solo realizzare qualche sorpresa tattica – e questo avvenne in più di una occasione e con buoni risultati – ma la sorpresa strategica quale era stata ipotizzata dagli ideatori dei mezzi ormai era sfumata. In pratica la Marina italiana aveva perso una grande e abbastanza facile occasione. Tutti i successi in seguito ottenuti sarebbero stati conseguiti con molto più sforzo e a prezzo di maggiori perdite» (Erminio Bagnasco, Marco Spertini, I mezzi d’assalto della Xa Flottiglia MAS 1940-1945, Ermanno Albertelli Editore, terza ristampa, Parma 1997, p. 19).

Se le macchine seguono un loro “problematico” iter progettuale-costruttivo e applicativo, di più rapida messa in opera sono i Nuotatori d’Assalto. Si tratta di sommozzatori e “Uomini Gamma”, ovvero Guastatori muniti di ordigni esplosivi: Mignatta o Cimice (carica esplosiva applicabile alle carene delle navi), Bauletto esplosivo (carica esplosiva derivata dal modello precedente).

Utilmente si ricorda, con le parole di Spertini e Bagnasco, che «Questa specialità di operatori subacquei della Xa Flottiglia Mas trae le sue origini dagli esperimenti condotti presso il 1° Gruppo Sommergibili di La Spezia del 1935 per la fuoriuscita di battelli della classe “H” di palombari muniti di autorespiratori e dagli allenamenti di marciatori sul fondo che trasportavano sulle spalle una carica (allora chiamata bomba) da applicare alla carena di unità nemiche alla fonda» (Erminio Bagnasco, Marco Spertini, I mezzi d’assalto della Xa Flottiglia MAS 1940-1945, Ermanno Albertelli Editore, terza ristampa, Parma 1997, p. 166).

La prima operazione condotta da dodici “Gamma” avviene nel 1942 e nella rada di Gibilterra quattro piroscafi sono danneggiati in modo grave. I Guastatori combatteranno per tutta la durata della guerra e dopo la resa del 1943 tanto con gli angloamericani quanto con la Repubblica Sociale Italiana.

Non si dimentichi che fino all’incirca alla metà del 1942 assieme agli “Uomini Gamma”, nella Scuola Sommozzatori di Livorno, erano addestrati anche gli “N”, ovvero i Nuotatori dell’omonimo Battaglione. Da costoro e dall’accorpamento con i “P”, ovvero i Paracadutisti, prenderà vita il reparto speciale del Battaglione “San Marco”: «Come la Xa Flottiglia Mas, sino all’armistizio i reparti “N.P.” dipendevano da “Generalmas”. Successivamente i reparti “N.P.” ricostituiti al Sud continuarono a dipendere dal Reggimento “San Marco”; al Nord invece gli “N.P.” entrarono a far parte della “Xa Mas”» (Ibidem, p. 171).

Quanto esposto in modo riassuntivo è sostanzialmente quello che la Marina Militare Italiana (sia Regia sia Repubblicana, come si vedrà in seguito) mette “in campo” nell’ambito dei mezzi d’assalto nel corso della Seconda Guerra Mondiale, dal 10 giugno 1940 al 25 aprile 1945. Si hanno quindi: mezzi di superficie, mezzi subacquei, ordigni trasportati da nuotatori e sommozzatori, mezzi avvicinatori.

 

 

La flotta subacquea della Regia Marina Italiana.

Per quanto concerne la consistenza della forza subacquea costituita dai sommergibili si può ricordare che all’inizio della guerra la Regia Marina Italiana possedeva una flotta subacquea di tutto rispetto, composta da ben 115 battelli e inferiore solo a quella sovietica per numero. Difatti la flotta della Marina Militare dell’URSS aveva in campo 160 battelli, ma diversi dei quali di piccole dimensioni.

In pratica, almeno “sulla carta”, il 10 giugno 1940 risultano in servizio n. 38 sommergibili oceanici e n. 77 costieri, per quanto n. 2 siano solo “quasi pronti” e si tratta dei sommergibili oceanici Bianchi e Torelli. A questi vanno aggiunti n. 2 sommergibili oceanici, il Baracca e il Malaspina in fase di allestimento e n. 12 sommergibili in costruzione (n. 6 costieri e n. 6 tascabili).

Nel corso del conflitto vengono costruiti nuovi sommergibili, altri sono acquisiti, come ad esempio n. 2 battelli ex jugoslavi, altri sono perduti, altri ancora radiati.

Alla data del 2 agosto 1943 la situazione dei battelli italiani è differente, come si può vedere nel documento intestato supermarina e pubblicato nel recente lavoro di Francesco Mattesini: «Segreto – Riservato personale // pro memoria n. 35» (Francesco Mattesini, La Marina e l’8 settembre. II Tomo: Documenti, Ufficio Storico della Marina Militare, Roma 2002, p. 12).

Al punto “I° composizione, dislocazione ed efficienza della flotta”, sottopunto “1. C”, si legge: «Sommergibili // Su 115 esistenti al principio della guerra e 39 entrati in servizio in seguito, ne abbiamo perduti 84 e radiati 10 e ne restano 60. Di essi, sono in Mediterraneo 54, dei quali soltanto 23 atti ad operare. In Atlantico, su 32 sommergibili inviati ne abbiamo perduti 16 e ritirati 10, ne restano 6 adibiti al trasporto di merci preziose da e per l’Estremo Oriente. Sono in corso di armamento 9 sommergibili dati dalla Marina germanica per sostituire quelli impiegati nel servizio di trasporto» (Ibidem, p. 13).

Nel medesimo documento, al sottopunto “1. D”, si legge a proposito dei M.A.S.: «Possediamo 70 unità che però, suddivise necessariamente tra Sardegna, Sicilia, Jonio, Adriatico, Egeo e soggette come sono a forte logoramento, costituiscono in ciascuna zona complessi molto ridotti e capaci solo di azioni di disturbo» (Ivi).

Al sottopunto “5. Flottiglie M.A.S.”, si legge: «Le Flottiglie MAS trovano in questa stagione l’epoca propizia per il loro impiego. Infatti anche il nemico se ne serve largamente. Ma per costituire un contrasto veramente efficace alle operazioni avversarie dovrebbero, a causa dell’enorme sviluppo costiero della regione italiana, essere numerosissime. Noi abbiamo fatto tutto lo sforzo costruttivo di cui eravamo capaci, ma la misura del possibile è data dalla costruzione dei motori, nella quale queste piccole unità hanno dovuto dividere le risorse del Paese con altre piccole unità altrettanto essenziali (motozattere e dragamine). In sintesi le Flottiglie M.A.S. continueranno ad agire finché il tempo lo consentirà, ma la loro azione non può avere gran peso» (Ibidem, pp. 16-17).

Sorvolando sul “fare tutto il possibile”, un interessante lavoro viene da Piero Baroni con il libro La fabbrica della sconfitta dove si parla d’industria bellica, di occasioni mancate e della “palude scientifica” italiana: «Uno dei mali d’origine dell’industria strategica italiana era la matrice straniera. Questa si era virtualmente perpetuata con l’immissione di capitali ritenuti indispensabili nell’acquisizione delle materie prime a prezzi allora definiti “sopportabili” (periodo fine XIX secolo – inizi XX). Anche se si corre il rischio di una ripetizione, si intende qui sottolineare lo stato di sudditanza, un tempo definita soggezione, dell’industria italiana (e in genere dei militari di carriera) nei confronti di tutto ciò che avesse un sigillo britannico o una provenienza d’oltre Manica» (Piero Baroni, La fabbrica della sconfitta, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 1997, pp. 57-58). (1)

In ultimo, a proposito dello «spirito degli equipaggi delle navi e dei reparti a terra», si annota al “IX, 5”: «Lo spirito dei M.A.S. e dei mezzi d’assalto è naturalmente quello che si può aspettare da personale particolarmente scelto» (Francesco Mattesini, La Marina e l’8 settembre. II Tomo: Documenti, op. cit., p. 29).

Alla data del 7 settembre 1943 i sommergibili in servizio sono (o dovrebbero essere) n. 77, in ripristino e in costruzione n. 49. A seguito della resa n. 12 battelli sono autoaffondati e alcuni, successivamente, recuperati; numerosi sommergibili sono presi in carico dalla Marina Tedesca unitamente a quelli ancora nei cantieri; n. 23 sommergibili “passano di bandiera” andando a combattere con gli angloamericani.

 

 

L’altra faccia della medaglia.

Necessita ora un breve inciso: con il nome Supermarina è convenzionalmente indicato il Comando Superiore della Regia Marina Militare Italiana, entrato ufficialmente in servizio il 1° giugno 1940. Ha il compito di dirigere a livello strategico ogni operazione bellica navale sia nel mare Mediterraneo sia al di fuori di esso. Analogamente si creano Superesercito e Superaereo.

Supermarina rimane operativa a Roma fino al 12 settembre 1943, quindi paradossalmente fin dopo la firma (3 settembre) e la proclamazione (8 settembre) del così detto “armistizio”, così denominato nella corrente storiografia italiana, ma che è da chiamarsi correttamente: “resa incondizionata” (come si vedrà nei prossimi contributi).

Successivamente Supermarina riprende le proprie funzioni a Brindisi, dove si trasferiscono il Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio, capo del Governo, e il Ministro e Capo di Stato Maggiore della Regia Marina Ammiraglio Raffaele de Courten. In ottemperanza alla resa si stipula l’accordo affinché la flotta italiana continui a combattere, ma assieme agli angloamericani.

In un documento di Supermarina datato 8 settembre 1943 e indicato come «promemoria» si legge che tre anni di guerra hanno provato la Marina Italiana e seguono le proposte, più che le indicazioni, per la consegna delle navi sia da guerra sia mercantili.

Alla fine del testo principale, tra parentesi, ecco che cosa è stato scritto: «Non è inopportuno rilevare che la Flotta italiana costituirebbe un apporto di enorme importanza per la guerra nel Pacifico: basti osservare che gli Anglo-americani possiedono in tutto solo sei corazzate simili per grandezza, potenza e velocità alle nostre tre “Roma” e che queste navi in tanto valgono in quanto sono armate da chi le conosce a fondo, trattandosi di organismi estremamente complessi. È probabilmente per questo che nell’ultimo periodo esse sono state ostentatamente risparmiate. Ed è quindi su questo c che bisogna ‘far leva. È certo che, se fossero costrette a condizioni umilianti, le navi, nonostante ogni ordine in contrario, si autoaffonderebbero» (Ibidem, p. 258-259).

Per quanto riguarda le «tre “Roma”», si tratta delle navi da battaglia della Classe Littorio, della 9a Divisione Navale: Littorio (ribattezzata Italia il 30 luglio 1943), Vittorio Veneto e Roma. Le prime due non sono impiegate in azione di guerra da parte degli angloamericani: pare si temesse una “pericolosa ribellione” da parte degli equipaggi. La Roma è invece affondata da un attacco di aeroplani tedeschi il 9 settembre 1943. L’ultima nave della Classe Littorio, la Impero, non è ultimata.

A parte un errore di battitura e una omessa ‘virgoletta’, il testo, come si suole dire, parla da solo: Supermarina ha “ostentatamente risparmiato” almeno le tre migliori navi da guerra italiane. Il fatto dovrebbe indurre chiunque a più attente riflessioni sulla guerra italiana, soprattutto da parte degli storici dell’odierna Marina.

Il personale navale ha quindi l’obbligo di cessare le ostilità e considerare i combattenti Tedeschi come avversari, ma gli ordini non sono diramati a tutti e quelli trasmessi sono spesso poco chiari, aleatori. In ogni caso i mezzi navali hanno l’ordine di consegnarsi agli angloamericani; in alternativa possono autoaffondarsi. Non tutti eseguono l’ordine, alcuni si rifiutano di consegnare le proprie navi, in altri casi i marinai insorgono; in ogni caso molte navi saranno attaccate dai Tedeschi.

Nei mesi seguenti in Italia si avranno due Marine: la Regia Marina al fianco degli ex avversari, e la Marina Repubblicana, a seguito della costituzione della Repubblica Sociale Italiana, al fianco degli iniziali alleati Tedeschi.

Dopo la resa, in seno alla Regia Marina, l’attività dei mezzi d’assalto prosegue nel reparto denominato “Mariassalto” e il nucleo dei Nuotatori Paracadutisti, ricostituito agli inizi del 1944, è aggregato alla Va Armata statunitense. (2)

 

Conoscere la Storia.
Conoscere la Storia passata è utile perché consente di comprendere la Storia presente e prevedere il corso della Storia futura.
Difatti, perché negarlo, la Storia tende a ripetersi.
Ma se già nelle scuole primarie e medie e fino all’università compresa la Storia è distorta, artefatta a beneficio (o meglio a uso e consumo) di chi effettivamente detiene il potere, si negano al Popolo le possibilità succitate. Pertanto si è governati, o meglio si è incanalati, verso lidi in cui è più facile tenerci soggiogati prima e cancellati come etnìa poi.
Ricordare le gesta della Xa Flottiglia M.A.S. serve a portare la mente a quegli anni. Serve a capire in quale contesto storico, politico ed economico quelle gesta si siano delineate e compiute. Serve a capire che qualcheduno non si arrese nemmeno all’evidenza dei fatti e si batté per lasciare un segno, un punto di riferimento indelebile perché comunque e in ogni caso la guerra sarebbe continuata.
 
 
 
Note
 
1) Un punto per tutti riguarda il “radar”: «Nel 1938 la Direzione Armi Navali del ministero della Marina avviò contatti con l’industria milanese SARAR (Società anonima fabbricazione apparecchi radiofonici) per la realizzazione di un apparato localizzatore (radar), prototipo cui far seguire, dopo i necessari collaudi, la produzione in serie. Nessun limite di spesa! La SAFAR tramite i suoi tecnici dapprima oppose pesanti e pretestuose obiezioni nel merito del progetto, in seguito trascinò le trattative per mesi e agli inizi del 1939 declinò l’offerta a causa della scarsità del personale tecnico idoneo, già impegnato, disse, in altre produzioni militarie civili. In realtà la SAFAR aveva ostacolato il progetto della Marina intendendo imporre un suo progetto di radiolocalizzatore. Un “gioco” industriale costato molto più dei dodici mesi sprecati nello scambio di corrispondenza protocollata e segreta e in conferenze tecniche dominate da dialoghi tra sordi» (Piero Baroni, La fabbrica della sconfitta, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 1997, p. 59).
Inoltre: «La SAFAR e la Allocchio & Bacchini litigarono sino al novembre 1942 per spartirsi le ricchissime commesse ministeriali, bloccando in tal modo la produzione del radar, compromettendo ulteriormente l’attività concettualmente già asfittica della regia marina. Nel settembre 1942 si rese disponibile un rivelatore a raggi catodici per la direzione del tiro navale (non certamente brillante per gran parte delle artiglierie delle navi italiane a causa di difetti tecnici nella produzione di proiettili e di cariche da lancio), ma l’idea dell’apparato risaliva al 1938!» (Ibidem, p. 62).
 
2) Nel libro Uomini rana troviamo la prefazione di Arnaldo Cappellini, il quale sottolinea alcuni passaggi poco corretti e sostanzialmente tendenziosi degli autori inglesi scrivendo: «L’Autore dimostra di non aver ben analizzata la genesi etica dei mezzi d’assalto; così come, di fronte agli inimmaginabili risultati raggiunti dagli italiani, considera i mezzi e la tecnica inglesi, derivati esclusivamente dalla X Mas, perfezionamenti e superamenti di valore tale da stabilire un oscuramento di quegli inizi che egli considera rudimentali» (Arnaldo Cappellini, Prefazione, in T. J. Waldron, J. Gleeson, Uomini rana, Baldini & Castoldi Editori, Milano s.d., p. 6).
Per quanto concerne il “contributo” dato allo sviluppo delle unità d’assalto straniere si riporta utilmente quanto segue: «La squadra inglese di antisabotatori subacquei aveva già raggiunto gli otto elementi, ma con la caduta dell’Italia gli attacchi cessarono, e Crabb fu inviato in Italia a radunare gli appartenenti alla X Flottiglia che aveva fornito il personale per i siluri e i nuotatori. Doveva anche appoggiare le squadre portuali – squadre “P” – nello sgombero di mine dai porti di recente cattura ed attivare un servizio di sommozzatori simile a quello che aveva funzionato a Gibilterra. Non ebbe da cercar molto per trovare gli ex-appartenenti a quella formazione italiana: essi seppero del suo arrivo e gli si presentarono. Egli fece la conoscenza della maggior parte di coloro che avevano attaccato Gibilterra, ed ebbero davvero molte cose da raccontarsi. Tutti risero quando un italiano narrò che, dopo un attacco notturno, e travestito da venditore di arance, egli era rimasto a guardare Crabb andar sotto una nave e rimuovere una bomba “a patella” che lui stesso aveva collocata poche ore prima. Si presentò anche una signora, offrendosi come segretaria. Spiegò che suo marito era stato ucciso a Gibilterra e che desiderava mantenersi in contatto con gli uomini della tempra del suo consorte. Era la signora Visentini, e gli fece da segretaria siano alla cessazione delle ostilità in Europa (…). Crabb organizzò quegli ex-nemici in squadre di spazzatori di mine umani i quali, strisciando sul fondo dei porti, cercavano mine inesplose (…). A Venezia, assunse il comando generale della sezione siluri a due, e prese sotto la propria autorità gli uomini più importanti, tra i quali il comandante Belloni, un signore anziano e bonaccione che aveva inventato la tecnica del gruppo “Gamma”, e nel quale doveva essere riposta fiducia per aver dato vita a questo nuovo tipo di azione bellica; Eugenio Wolk, capo del gruppo nuotatori, e il dottor Moscatelli, chirurgo di Marina, che era andato a prendere il comando della cisterna Olterra nel porto di Algesiras. Per quattordici mesi Crabb lavorò con Belloni su nuovi tipi di apparecchi di respirazione e altre diavolerie subacquee, ricuperando durante quel periodo da nascondigli profondi sette dei più moderni siluri umani e rimettendoli in perfette condizioni. Gli Italiani erano ansiosi di formare una flottiglia per operare contro i giapponesi, ma il crollo del Giappone rese inutile la cosa» (T. J. Waldron, J. Gleeson, Uomini rana, Baldini & Castoldi Editori, Milano s.d., pp. 50-51).
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Categorie: Controstoria, X Mas

Pubblicato da Ereticamente il 23 Marzo 2018

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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