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Valle Giulia – Emanuele Casalena

Valle Giulia – Emanuele Casalena

Immagine fotografica della “ battaglia di valle Giulia “ del 1 Marzo 1968 dove compaiono giovani militanti di Avanguardia Nazionale

“Io non c’ero” quel 1 marzo del 1968, sarei sbarcato a Valle Giulia l’anno dopo in un’ uggiosa mattinata d’autunno. Fresca matricola di Architettura dopo un’estate di arrovellamenti sul che fare da grande, contro il parere familiare, varcai la soglia di quella U progettata da Enrico Del Debbio, un mito dai racconti di mia zia Selva. Sulla “ battaglia di Valle Giulia “ è stato ruminato tutto, fu “ l’ occasione perduta ” d’ una rivolta generazionale, chissà, comunque onore a chi l’ha combattuta senza steccati, il resto sono opinioni blabliste dei manzoniani vili untori. Scorro un album di istantanee su quel giorno, beh un sorriso romantico mi viene ad osservare quel “cicciottello” di Giuliano Ferrara con un bastone in mano o la foto in grand’angolo degli studenti d’Avanguardia schierati per l’assalto col circolino rosso sopra  ciascuno e un numeretto,  possono con orgoglio dire “ guarda, c’ero anch’io, eccomi là, sono nella Storia “. So d’aver vissuto anni d’adrenalina a Valle Giulia, mi sia permesso anche di coraggio, in quattro gatti militanti di destra ad Architettura, unico nostro Socrate il prof. Furio Fasolo. Fu quella una cocciuta Resilienza sfociata nell’unica occupazione della Facoltà  fatta da destra, con il silenzio-assenso degli “Uccelli” di  Ramundo intenti a spiluccare sul solito filmato del Maggio francese, un cult come la corazzata Potemkin di Fantozzi. Il contenitore della storia però gioca un ruolo da protagonista nella storia, penso all’aula del Senato romano alle Idi di marzo, perché no al nostro Piave, visto che quest’anno è il centenario della Vittoria e tutto tace. Papa Giulio III in quest’area suburbana vi  fece costruire “l’ottava meraviglia del mondo” su vecchi terreni della sua famiglia, i Del Monte, e acquistandone di nuovi fino al al Tevere. Il complesso nel suo insieme comprendeva la Vigna vecchia con tanto di villa divenuta in seguito la palazzina di Pio IV sulla via Flaminia, il villino del Porticciolo sul fiume, andato distrutto, e la villa di Papa Giulio detta la “ vigna Del Monte ” sede del Museo Nazionale di Villa Giulia, involucro prezioso, unico dell’arte etrusca. Il Papa  regnò poco sul soglio petrino, fu eletto il 7 febbraio del 1550 dopo un conclave di tre mesi ricco di scontri tra cardinali, pesanti ingerenze dei regnanti, Carlo V ed il gallo Enrico II, passò a miglior vita ( si spera ) il 23 marzo del 1555. Si era in pieno clima post Riforma protestante con un Concilio di risposta, quello itinerante finito poi a  Trento. Giulio III non era un teologo, tutt’altro, era piuttosto un grande mediatore, inciuciava tra riformisti e conservatori, assai attento alle alleanze coi sovrani con l’obiettivo di riconquistare alla Chiesa le terre romagnole, la Rimini dei Malatesta ad esempio. Per le nuove costruzioni di campagna chiamò al progetto Michelangelo Buonarroti che aveva già fornito il disegno della scala interna del cortile del Belvedere nei giardini vaticani. Su quella prima idea di Villa Giulia mise mani e ingegno l’aretino Giorgio Vasari fresco dell’edizione Torrentini delle sue Vite. Ma i due maggiori artefici furono, senza dubbio, Jacopo Barozzi da Vignola e Bartolomeo Ammannati. Al primo dobbiamo il progetto della chiesa matrice della Compagnia del Gesù a Roma e l’imponente palazzo fortezza Farnese a Caprarola, al secondo il ponte di S. Trinita a Firenze e il “ biancone”,  ironicamente nomato così dai fiorentini, quel Nettuno capoccione della fontana di Piazza della Signoria. Architettura manierista quella della Vigna Del Monte, manuale di sintassi classica infarcita di deroghe legate all’immaginazione, dove i giardini ovattano il riposo, schiudono le porte arcane ai miti pagani ricreando le amene atmosfere dell’otium romano, che non era il dolce far niente, ma l’atto di pettinar pensieri, riflessioni, gusto della parola virtuale o proferita nel colloquiare sereno. Così  tra geometrie di bossi, viali incorniciati, porticati ombrosi, terrazze, si scende al meraviglioso ninfeo, il primo “ teatro dell’acqua” realizzato a Roma la cui fontana venne alimentata con l’acqua Vergine, la stessa che si verserà, più tardi, nelle vasche di Fontana di Trevi bagnandone le curve di Anitona. L’enigma metafisico sembra la cifra autentica di Villa Giulia, come il sorriso ineffabile dei due sposi etruschi sdraiati sul sarcofago. Ti avvolge lo spirito del mistero succhiando via l’adesso del tempo, l’attimo fuggente, il contingente del gesto, della parola, il selfie insulso dell’hic et nunc, ti inietta nei pori l’anima del mondoTaci. Su le soglie del bosco/ non odo parole che dici umane (…)” declamerebbe D’Annunzio.

Plastico di Villa Giulia sede dell’omonimo Museo Nazionale

Valle Giulia è anche storia di enfiteusi, tra il 1881 e il 1890 i due fratelli Cartoni ottengono dal marchese Umberto Sacchetti il diritto reale di possesso di una vasta area compresa tra villa Borghese e le pendici del monte Parioli. I facoltosi “generoni”  riscatteranno in seguito il fondo diventandone proprietari a pieno titolo. Arriviamo così al 1908, fervono i programmi per celebrare il cinquantenario dell’unità d’Italia nell’11, allestendo un’Esposizione Internazionale Italiana distribuita, per temi, tra le tre capitali del giovine Regno, Torino, Firenze e Roma. Alla Capitale spetta il tema arti e cultura, nel quadro articolato dell’etnografia, c’è  in scaletta una mostra dedicata alle Belle Arti da allestire proprio  a Vigna Cartoni. Il Regno acquista dai due fratelloni quel  fondo periferico, incarica il frà massone Cesare Bazzani, archingegnere, di progettare un palazzone da destinare a Galleria Nazionale d’Arte Moderna. Il professionista romano,  punta di diamante delle commesse pubbliche, amava risolversi nell’ eclettismo, cioè a seconda della funzione del progetto ne sceglieva lo stile cavandolo dal passato. Le Arti figurative gli suggerirono un corpo centrale simile a un tempio laico moncato de frontone, con due ali simmetriche laterali un po’ arretrate, un’ampia scalinata di accesso a un vasto pronao scandito da alte, massicce colonne binate. Quel vuoto di scandita penetrazione è, a nostro avviso, la parte architettonica migliore. All’interno ampie sono le sale espositive divise su tre livelli, oggettivamente grande è il loro respiro curato negli alveoli da un ornato diffuso, classicheggiante, con un vocabolario di 327 simboli alcuni di chiara matrice massonica. Una crosta pesante, anch’essa eclettica, che coniuga Vitruvio e stile Liberty, l’Italia si aggrappava al suo passato masticando il chewingum  elegante, sofisticato dell’Art nouveau, cartiglio alla Belle Epoque. Quella Vigna ex Cartoni da lì ospitò l’edificio dell’Accademia Britannica progettata da Sir Edwin Lutyens, anche qui l’operazione fu neoclassicismo forse palladiano, simmetria assoluta, corpo entrale da tempio tetrastilo ma con colonne anche qui binate, morbida la doppia scalinata ad arco che porta alla terrazza, ma creatività bassa, d’altronde  C. Monet tornò disgustato dallo stato delle arti in Inghilterra.

Accademia Britannica-BSR – 1911

Col tempo la valle amena tagliata da V.le Belle Arti su cui scorrevano le circolari destra e sinistra, mitici tram panoramici di Roma, vide spuntare altre Accademie e un paio d’ ambasciate, la più bella, intrigante era l’Accademia giapponese un esempio di architettura organica donataci da Oriente. Proprio accanto  a quella Britannica, nell’arco 1925-’26,  l’arch. carrarese E. Del Debbio progetterà la sede della Regia Scuola Superiore di Architettura insignita del titolo di Facoltà universitaria nel ’35. Nel ’30 venne finalmente individuato il sito, è a sinistra dell’Accademia Britannica, un lotto di 3.500  mq incastonato alle pendici dei Parioli con forti dislivelli e conseguenti opere di movimento terra. Ne viene fuori un complesso razionalista posizionato su un alto basamento rivestito da lastre di marmo bianco, con due accessi, uno frontale sul cortile aperto ed uno laterale in dolce pendio. La forma scelta è una grande U  dominata dalla simmetria, reminiscenza di uno dei postulati dell’architettura classica che cede qualcosa anche alle grandi finestre ad arco del piano terra, all’allineamento di corrispondenza delle bucature, al portale ionico di ingresso, alle paraste esterne della facciata. In sé l’organismo recepisce il canone dell’architettura fascista: coniugazione della modernità con le radici del passato. Del Debbio non era Terragni, fu l’architetto del Foro Mussolini, a lui si devono lo Stadio dei Marmi, la foresteria, l’Accademia di Ed. Fisica che ha lo stesso colore rosso marcio della Facoltà di Architettura. Grande illuminazione delle aule interne come si conviene per chi dovrebbe disegnare in diretta, cosa mai accaduta nei miei anni, lunghi corridoi come dorsali di comunicazione interna, un’aula magna a cavea dai cui scranni, non di rado, venivano lanciati bianchi aeroplani di carta, la biblioteca, i laboratori, ecc…

Foto della facciata della Focoltà di Architettura di Valle Giulia

Per arrivare a quella cattedrale del sapere, dove insegnavano Zevi, Calvesi, i due Fasolo, Quaroni, Perugini e così via, gli studenti s’arrampicavano per scenografiche scalinate tra cornici di verdi cespugli, alcove biologiche di “sveltine” con le prostitute. Lemmi passavano i tram col loro cigolio alle fermate, sembravano imbarazzati nel disturbare quell’atmosfera aulica da Arcadia, pregna come la Villa di Giulio d’una nobile anima metafisica. Su in alto, sul piazzale della Facoltà, non si vedeva solo la città ma si respirava Roma, stando seduti sull’aiola con accanto l’albero della rivoluzione. Questo lo posso dire “et in Arcadia ego “.

                                          Emanuele Casalena

Bibliografia

Stefano Garano, Valle Giulia 1911-2001.La valle delle Accademie tra storia e progetto.- Palombi Editore, 2006

www.romasegreta.it, Villa Giulia

www.villagiulia.beniculturali.it (mibact).

 

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Categorie: Architettura, Fascismo

Pubblicato da Ereticamente il 28 Febbraio 2018

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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