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Falce e Maglietto – Gianluca Padovan

Falce e Maglietto – Gianluca Padovan

 

«Le migliaia di isole del fatato Arcipelago sono disseminate dallo stretto di Bering fino quasi al Bosforo. Sono invisibili, ma esistono, e occorre trasferire altrettanto invisibilmente, ma di continuo, da isola a isola, invisibili schiavi che hanno un corpo, un volume e un peso»

Aleksandr Solženicyn, Arcipelago GULag, 1973

 

 

Prologo o similare.

Dacché sono al mondo ho sentito la gente discutere su destra e sinistra. La destra è praticamente automatica, perché è destra, ergo è la parte femminile di destro che il vocabolario così scioglie: «Pronto di mano e d’ingegno, abile, accorto, sagace».1

La sinistra, perché sottacerlo, è sinistra nel senso che si tratta della parte femminile di sinistro, che ancora il vocabolario così spiega: «Infausto, sfavorevole, avverso (per il prevalere, nelle antiche tradizioni popolari, nella credenza che gli auspici provenienti da sinistra fossero di cattivo augurio)»; inoltre: «incidente grave, disastro, sciagura».2

Abbiamo poi altre parole quali sinistralità, sinistrare, sinistrato, sinistrese, sinistrismo e sinistramente: tutti vocaboli che sanno di “malasorte”.

 

 

Centro et sinistra.

Il centro, di contro, è laddove si dice stia la virtù, ma troppo spesso anche la noia nel “bel mezzo del fiume”, laddove tutto scorre anche quando pare che il tutto e il consequenziale debbano rimanere immobili. È un po’ il centro del globalizzato dove albergano anche gli apolidi e i coatti. Il centro è quel qualche cosa che, volenti o nolenti, nettiamo. Utile, sicuramente, perché espelle, ma defilato tra due ali rosee e, magari, anche un po’ pelose.

Torniamo agli estremi.

La sinistra è quella saga paesana dove tutto si fa andare bene perché vi diguazzano il caos e una pulizia sommaria, che talvolta fa arricciare il naso all’approccio con l’ascella non lavata. La destra parrebbe poter essere tutt’altro che sinistra, ma se guardiamo bene in fondo in fondo, sollevando il tappetone del salotto, vediamo ch’è insozzata pur’ella, perché qualcheduno ha camuffato la sinistra facendola passare per sorella quando, i due estremi, parenti non dovrebbero essere affatto.

Pertanto, c’è qualche cosa che ci sfugge!

A tal proposito rimando le lungaggini e la noia alla lettura di “Compagni di gioco”, che sa quasi di presa in giro, ma non è tale (articoletto birbantello pubblicato su Ereticamente).

 

 

Intermezzo veloce.

Detto questo, mi volgo attorno e guardo il panorama di questi ultimi due millenni e penso… se ci riesco ancora. Dove sono capitato? Forse in un deserto o in un bosco desertificato? Procedo piano piano e vedo di non cadere in inganno alcuno, se me la sento.

Il genere umano si potrebbe suddividere in quattro: i coscienti, gli agitabili (generalmente ignoranti in quanto non conoscono), gli agitati (con critici fattori relazionali) e gli agitatori (che sommuovono per poter campare sulla pelle degli altri).

 

 

Comune al luogo, comune a quel che non sa di tutto.

Curioso a dirsi, ogni essere materiale che vive sulla Madre Terra ha bisogno della sua cubatura d’aria per vivere e procreare. Compreso ciò, perché agitarsi? Assodato il fatto, che bisogno c’è d’ingrassare taluni “interpretatori del reale”? Ovvero gli agitatori del sociale?

Curioso a dirsi, tanto il Cristianesimo quanto il Comunismo sono fenomeni culturali ebrei, nonostante le apparenze e talune dichiarazioni (per celare le evidenze) d’incompatibilità.

Principiamo dal principio vero: Paolo (Tarso 5-15 a. – Roma 67), dichiarato santo e noto anche come Paolo di Tarso, benché in realtà si chiami Saulo, è detto «Apostolo delle genti o dei gentili (cioè dei pagani) a motivo della sua attività apostolica (…). La sua famiglia, ebrea, si era stabilita a Tarso dove il padre aveva acquisito il diritto di cittadinanza romana. Chiamato col nome di Saulo, crebbe in un ambiente imbevuto di cultura greca (…). Fervente osservante della Legge secondo la rigida tradizione farisaica, fu presente al martirio di santo Stefano, verso il 36. Durante questa prima persecuzione anticristiana chiese e ottenne dal sinedrio il mandato, da far valere presso le comunità giudaiche di Damasco, di ricercare e portare in giudizio a Gerusalemme i correligionari seguaci di Gesù. Sulla via di Damasco, giunto nei pressi della città, venne colpito da una forza soprannaturale, cadde a terra e Gesù gli apparve rivolgendogli le parole: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?” L’esperienza soprannaturale di questo incontro cambiò totalmente Saulo».3

E, pare, fino a qui ci siamo: costui si sente di dover essere qualcheduno e s’inventa o s’appropria di qualche cosa che non ha pensato. Ma intanto agita.

 

 

Gli “aficionados”.

Certamente elementi non ebrei hanno contribuito nel tempo a fornire il loro supporto al Cristianesimo e a svilupparne l’affermazione, continuando fino ad oggi in tale opera, ma l’impronta ebraica rimane indelebile. L’effetto più evidente provocato in ogni continente da questi fenomeni culturali sono le violente lotte scaturite per la loro affermazione. È bene ricordare e precisare che nascono, o meglio si formano e si sviluppano, sulle basi di precedenti pensieri e culture.

Ma tanto per comprenderne la bontà intrinseca, quindi non palesata, si può coinvolgere e condensare in pochi versi almeno la metà del genere umano (quella femminile) riportando utilmente alcuni passi dell’Ecclesiaste, contenuto nel Vecchio Testamento, dove si parla della Donna: «26. Mi volsi a considerare coll’animo mio tutte le cose per apparare, e conoscere, e cercare la sapienza e la ragione, e per ravvisare l’empietà dello stolto, e l’errore degli imprudenti: / 27. E riconobbi come amara più della morte ell’è la donna, la quale è un laccio di cacciatore, e il suo cuore è una rete, e le sue mani sono catene. Colui, che è caro a Dio, fuggirà da lei, ma il peccatore vi sarà preso».4

 

 

Maglietto e non Martello.

Nel XV secolo esce il trattato Malleus maleficarum, ovvero il «Martello dei malefici», meglio noto come «Martello delle streghe». Si tratta di un vero e proprio manuale per coloro i quali desiderino affrontare con efficacia e senza rischi i processi innanzitutto contro gli eretici, ma anche nei confronti di streghe, stregoni, negromanti e chiunque pratichi la cosiddetta “magia”. Gli autori sono Heinrich Krämer (latinizzato in Henricus Institor) e Jakob Sprenger. Krämer è tedesco, domenicano e teologo; nel 1479 papa Sisto IV lo nomina inquisitore su tutta la Germania Superiore, mentre nel 1500 papa Alessandro VI lo assurge a nunzio e inquisitore in Boemia e Moravia. Nella Città di Colonia Sprenger è priore del convento domenicano nonché professore universitario; nel 1484 diviene inquisitore generale per le diocesi di Colonia, Magonza e Treviri. Conoscitori di vari testi, tra cui spiccano quelli scritti dai Padri e dai Dottori della chiesa, i due inquisitori affermano: «C’è da notare che un tempo le streghe erano colpite da una duplice pena: la pena capitale e il laceramento di tutto il corpo per mezzo di unghie ferrate, oppure venivano gettate in pasto alle belve. Oggi vengono bruciate, forse per il loro sesso femminile».5

Padre Saverio Xeres, della Diocesi di Como, nei primi anni del terzo millennio scrive a proposito del percorso della Chiesa: «L’eresia, innanzitutto, è una cancrena che corrode il corpo sociale ed ecclesiale; come tale, non ammette interventi lenitivi o correttivi, ma soltanto di eliminazione chirurgica – dunque violenti – efficaci proprio nella misura in cui sono tempestivi e risoluti. L’intero corpo sociale deve essere, al riguardo, compatto e inflessibile. La scomunica è il primo fondamentale passo, in quanto bandisce dalla convivenza sociale gli eretici. La loro eventuale ostinazione non potrà che condurli alla morte: essendo infatti la convivenza attorno ai principi cristiani l’elemento connettivo unico e totalizzante la società del tempo, chi si pone fuori dalla Chiesa si pone fuori non solo dalla società, ma in qualche modo dalla vita stessa».6

 

 

Sciogliamo, in senso lato, qualche concetto.

– Eresia: «Dottrina che si oppone a una verità rivelata e proposta come tale dalla Chiesa cattolica e, per estensione, alla teologia di qualsiasi chiesa o sistema religioso, considerati come ortodossi».7

– Eretico: «Chi, pur facendo parte di una chiesa o confessione religiosa, si fa promotore, sostenitore o seguace di un’eresia; in particolare, chi, essendo membro della Chiesa cattolica, nega pertinacemente o anche soltanto mette in dubbio qualcuna delle verità rivelate o dei dogmi di fede».8

Inoltre: «uno che non avesse mai fatto professione di fede cristiana non sarebbe propriamente eretico, ma semplicemente infedele, come gli Ebrei e i Gentili che sono al di fuori».9

– Da Ebraismo e Cristianesimo sono a loro volta derivate molteplici espressioni culturali, religiose e sociali: basta qui ricordare l’Islamismo e le sue derivazioni. Sono più o meno noti i rivoli in cui s’è diramato un impulso di potenza andando a costituire dalla metà dell’Ottocento ad oggi una pleiade di correnti e di partiti politici. Così come sempre dall’Ebraismo e quindi dal Cristianesimo ne sono derivati numerosi altri, tra cui figura il Comunismo.

 

 

Dal deserto con furore.

Tra dottrine e sette religiose cristiane o d’influsso cristiano abbiamo, ad esempio: Adamiti, Adozianisti, Albigesi, Anglicani, Apollinaristi, Apostolici, Ariani, Arnaldisti, Begardi, Beghine e Beghini, Bogomili, Caldei, Calvinisti, Catari, Cattolici, Circoncellioni, Dolciniani, Donatisti, Eutichiani, Fotiniani, Fraticelli, Gallicani, Giansenisti, Gioachimiti, Giurisdavidici, Gnosticisti, Lollardi, Luciferiani, Manichei, Marcioniti, Modalisti, Modernisti, Monarchiani, Monofisiti, Monotelisti, Montanisti, Nestoriani, Nicolaiti, Novaziani, Ortodossi, Patarini, Pelagiani, Poveri lombardi, Prisciallianisti, Protestanti, Quietisti, Sabelliani, Spirituali, Taboriti, Ugonotti, Umiliati, Ussiti, Utraquisti, Valdesi, Valentiniani, Vecchi cattolici.

Buona parte di queste sono state bollate come eretiche.

E veniamo dunque al “dulcis in fundo”: il tema caro ai comunisti che ci stanno riempiendo il continente di “islamisti”.

Islām: è la religione monoteistica fondata da Maometto (Muhammad) in Arabia agli inizi del VII secolo. Nell’islamismo confluiscono elementi tratti dal paganesimo arabo, dall’ebraismo, dal cristianesimo ed è basato sulla credenza in Allah (Dio) e nel suo profeta Maometto, a cui il verbo divino viene comunicato in più momenti dall’arcangelo Gabriele (Giabrā’īl), personificazione dello spirito divino. Sostanzialmente completa, tale religione raccoglie la parola dei precedenti profeti: Abramo, Mosè e Gesù; il sistema religioso, con aspetti culturali, sociali e politici è codificato nel Corano.

Corano: è il libro sacro dell’islamismo: «scritto in lingua araba, è composto in prosa rimata e si divide in 114 capitoli (detti sure) i quali a loro volta si dividono in versetti (detti āyāt); talvolta il capitolo ha il titolo che si riferisce a qualche argomento significativo contenuto nella sura stessa. Il contenuto del libro è assai vario, comprendendo parti giuridiche e normative, esortazioni ai fedeli, leggende, parti di tono lirico ed immaginoso, e anche commenti alla cronaca spicciola quotidiana».10

Se l’ortodossia islamica proibisce la traduzione del Corano in altre lingue, taluni gruppi religiosi di vedute, diciamo, più morbide, invece lo consentono.

Sure: all’inizio della Sura II, La Vacca, si comincia parlando del libro, ovvero del «libro guida sicura» come messaggio di Dio agli esseri umani. I versetti n. 6 e n. 7 così poi recitano: «E i kāfirūna? È loro del tutto indifferente che tu li metta in guardia: puoi anche tacere, non si persuaderanno mai. Pose il Dio un marchio sui loro cuori, pose un sigillo sulle loro orecchie, e sui loro occhi c’è una benda. Li aspetta un castigo terribile».11

Occorre ricordare, ancora, che il termine «kāfirūna» indica l’incredulo, meglio indicato come “infedele”. Più avanti si apprendono le seguenti esortazioni: «Ammazzateli ovunque essi si incontrino! fateli uscire da dove essi vi han cacciato! La persecuzione è più forte della strage. Non combatteteli presso la moschea harām, a meno che essi vi diano battaglia in quei paraggi: ché se in verità vi attaccano, uccideteli! Questa è la fine dei kāfirūna!».12

 

 

La conclusione della libagione.

Veniamo quindi al Comunismo: «Dottrina che, sulla base delle formulazioni teoriche di Marx e Engels, propugna un sistema sociale nel quale sia i mezzi di produzione sia i beni di consumo siano sottratti dalla proprietà privata e trasformati in proprietà comune, e la gestione e distribuzione di essi venga esercitata collettivamente dall’intera società nell’interesse e con la piena partecipazione di tutti i suoi membri».13

Una forma embrionale di Comunismo, o meglio di vetero-comunismo, la si può cogliere ad esempio nei Lollardi.

Rimane comunque accettata l’architettura del Comunismo ad opera di Marx ed Engels, ebrei tedeschi, come sono quasi tutti ebrei i promotori delle varie forme di Comunismo nel mondo. Curiosamente i Comunisti di spicco generalmente si presentavano e si presentano al pubblico utilizzando pseudonimi, ovvero sotto falso nome, e così la stampa e la storia ce li riportano ancor’oggi: mascherati.

 

 

Il capitale è la pena al maschile.

Un bel giorno vide la luce il prode Kissel Mordekai (Treviri 1818 – Londra 1883), alias Karl Heinrich Marx, di famiglia israelita, definito a posteriori (forse) il “padre” del comunismo. Laureatosi in filosofia, Kissel si dedica al giornalismo politico e a Parigi pubblica in collaborazione con Friedrich Engels il primo e unico numero della rivista Deutsche Französische Jahrbücher. Questa contiene due articoli: La questione ebraica e La critica della filosofia hegeliana. Successivamente Marx ed Engels aderiscono alla Lega dei Comunisti e nel 1848 scrivono il Manifesto del Partito Comunista. In pratica fanno “cappotto” perché s’aggiudicano innanzi alla “storia” la partita e pure la vittoria.

Sinonimo di Comunismo è il Bolscevismo e la dottrina bolscevica russa anima il movimento politico professato dalla sinistra del partito socialdemocratico russo, schieratosi con Lenin, dove tale partito si è costituito all’interno del “Bund” ebraico. Il fatto curioso è che anche gli stessi ebrei ne subirono le conseguenze, travolti in guerre, deportazioni ed eccidi. Tra i personaggi di spicco del Comunismo si hanno quindi parecchi ebrei, dei quali taluni autori affermano l’appartenenza alla Massoneria.

La cortina sovietica “di ferro” impedisce anche mediante il suo cirillico che gli estranei colgano ciò che celato deve rimanere. Assieme al “golem”, il segreto su chi predilige il maglietto e non già il martello deve permanere.

 

 

Nelle terre centrali fioriscono maglietti.

Da quel 1818 passano parecchi annetti e un giorno giunge sulla Madre Terra un altro adepto di partito: si chiama Eduard Bernstein (Berlino 1850 – Berlino 1932) e sarà scrittore d’opere di dottrina socialista-comunista, nonché uno che farà carriera divenendo Ministro della Proprietà dello Stato Socialista Tedesco nel 1918. In pratica a “grande guerra” finita sale finalmente sul podio assieme agli altri suoi compagni. Uno di questi sarà Karl Kautsky (Praga 1854 – Amsterdam 1938), alias Karl Kaus, di professione ideologo marxista ed esponente della socialdemocrazia tedesca, il quale diverrà uno dei maggiori interpreti del pensiero politico di Marx, per finire niente popò di meno che Ministro dell’Agricoltura nel primo Gabinetto tedesco del 1918. Ministro che mirò in alto per fuggire l’adagio: “la terra è bassa”, nel senso che per trarci sostentamento in modo onesto ci si deve spezzare sopra la schiena.

 

 

Rus.

Guadiamo i grandi fiumi e giungiamo laddove i Vikinghi fondarono un regno, spodestati poi dagli Slavi. Vi nasce tra le bambagie Vladimir Il’ic Uljanov (Simbirsk 1870 – Gorki, Mosca 1924), che detto così nessun si “filerebbe”, perché bisogna ricordarlo con lo pseudonimo, quasi fosse un grande attore: Nikolaj Lenin. È stato uno dei fautori della rivoluzione ebrea comunista russa dei primi del Novecento e della trasformazione dell’impero russo in Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (U.R.S.S.). Così nel 1920 ha scritto il grande vate (Vladimir Il’ic Uljanov alias Lenin, ovviamente): «Lo ripeto, l’esperienza della dittatura del proletariato che ha vinto in Russia ha mostrato chiaramente a chi non sa pensare e a chi non ha mai dovuto riflettere su questo problema che la centralizzazione assoluta e la più severa disciplina del proletariato sono una delle condizioni fondamentali per la vittoria sulla borghesia».14

A ben vedere, sia in Russia, sia altrove, il proletariato non è mai riuscito a governare, soprattutto se vigeva un governo comunista o, per dirla tutta, se comandava la Grande Loggia paludata nella bandiera rossa comunista.

 

 

Da uno Spartaco prendono il nome.

Un bel giorno Rozalia Luksemburg (Zamosć, Rutenia 1870 – Berlino 1919), alias Rosa Luxemburg, di famiglia ebreo-polacca, sposò il compatriota «naturalizzato tedesco Gustav Lübeck allo scopo di acquistare la cittadinanza tedesca e di poter così lavorare indisturbata in Germania all’organizzazione del partito socialdemocratico».15

Ella, irrequieta e indomita, facente parte del movimento rivoluzionario polacco, divenne successivamente rivoluzionaria tedesca e aderente al movimento Spartachista. I fumi s’incrociano e fluiscono poi assieme come i fiumi e così fu per Karl Liebknecht (Lipsia 1871 – Berlino 1919), ebreo marxista, schierato nell’estrema sinistra del Partito Socialdemocratico tedesco, che divenne l’organizzatore del movimento operaio tedesco, nonché il compagno della Rozalia. Lo si ricorda tra i fondatori della “Lega di Spartaco” o Spartakusbund, a cui aderirono i così detti Spartachisti.

 

 

Il maglietto sul capo di chi non si piega.

Il fondatore e primo direttore della Čeka è Feliks Ėdmundovič Derzhin (Ivjanec 1877 – Mosca 1926), alias Dzeržinskij, di famiglia ebrea aristocratica polacca. La Čeka, detto a beneficio di noi tutti profani, era la Črezvyčajnaja Kommissija (Commissione Straordinaria), ovvero la polizia segreta russa del governo bolscevico del primo periodo; a questa succedono più avanti la G.P.U., la N.K.D.V. e il K.G.B.

Due anni dopo Feliks, dallo spazio più profondo, si manda sulla Madre Terra l’irrequieto Lew Davidovic Bronstein (Ivanovka, Ucraina 1879 – Coyocán, Città del Messico 1940), alias Leon Trotzkij. Diviene uno dei fautori della rivoluzione comunista russa dei primi del Novecento, poi cacciato e successivamente fatto uccidere da Stalin, suo correligionario. Sul dizionario leggiamo che era «figlio di un agiato coltivatore israelita, studente a Odessa (1897), si legò ai circoli rivoluzionari locali, avvicinandosi alle teorie marxiste».16

Ed ecco il grande “baffone” concomitante al compagno di giochi precedente: Iosif Vissarionovic Dzugasvili-Kocha (Gori, Georgia 1879 – Mosca 1953), alias Stalin. Si è trattato innanzitutto di un rivoluzionario, grande secondino della Lubianka, nonché principale dittatore russo del XX secolo. Possiamo, ma i personaggi sarebbero molti, tagliarla corta ricordando ancora solo Grigorij Evseevič Apfelbaum (Elizavetgrad -Kirovograd- 1883 – Mosca 1936), alias Grigorij Zinov’ev, il dirigente del Soviet di Pietrogrado e presidente dell’Internazionale Comunista. Nonostante fosse pur’egli ebreo i suoi correligionari lo fecero fucilare.

Ci si è chiesti per quale motivo la terra di Siberia conti così tanti ebrei? Non certo perché a costoro piaccia il freddo algido! Si tratta dei discendenti dei sopravvissuti stoccati nei campi di concentramento-sterminio istituiti dai loro stessi correligionari.

 

 

Fuori dalla Russia, tutta un’altra steppa.

Sul finir dell’Ottocento nacque anche l’inventore di un mezzo di locomozione nuovo: il “treno della morte”. Abel Cohen o Kohn (Szilágycseh 1886 – Mosca 1938), alias Béla Kun, da rivoluzionario e animatore-agitatore del movimento comunista ungherese è ricordato in patria per eccidi, rapine e il famigerato, già citato, trenino birichino.

Nella terra slava che sa di Adriatico, il mitico mare degli Adrii, qualcheduno traduce in serbo-croato il libro Il Capitale. Costui è Moša Pijade (Belgrado 1890 – Parigi 1957), alias Čiča Janko, da taluni indicato come sefardita d’origini spagnole, stretto collaboratore di “Tito”.

Il tempo scorre sempre e l’anno seguente ecco che nasce Antonio Gramsci (Ales, Cagliari 1891 – Roma 1937), uomo politico ebreo che fonda il Partito Comunista Italiano assieme ad Amedeo Bordiga (costui ne verrà espulso nel 1930 in quanto accusato di trotzkismo). Era, poveretto, inviso ai potenti e difatti non apparteneva a Loggia alcuna (o così pare).

Ma torniamo in terra slava perché l’anno dopo ancora vi nasce Josif Weiss (Kumrovec, Croazia 1892 – Lubiana 1980): da taluni è indicato col nome Josip Broz, alias Tito, fondatore del partito comunista jugoslavo; rimarrà il dittatore a capo della Jugoslavia fino alla morte. Sull’argomento si legga utilmente il libro dello storico William Klinger (recentemente ammazzato con un colpo alla nuca a New York): Ozna. Il terrore del popolo. Storia della polizia politica di Tito, Luglio Editore, San Dorligo della Valle 2015.

 

 

Predicare bene e razzolare male

Il XIX secolo ancora non è ancora finito e la cicogna regala altri puttini michelangioleschi. Mátyás Rosenfeld (Ada -o a Subotica- 1892 – Gorky 1971), alias Mátyás Rákosi, diverrà Segretario Generale del Partito Comunista Ungherese e Presidente del Consiglio dei Ministri d’Ungheria. Lo seguirà a ruota Boleslaw Bierut (Lublino 1892 – Mosca 1956), che diverrà Segretario Generale del Partito Operaio Unificato Polacco e Presidente della Polonia. Un anno dopo ecco che compare Hannah Rabinsohn (Codăești 1893 – Bucarest 1960), alias Ana Pauker, che con piglio generalesco diverrà esponente del Partito Comunista Rumeno, Ministro degli Affari Esteri e Vice Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Popolare di Romania. E l’anno dopo ancora la cicogna porta sulla Madre Terra un “pezzo da novanta”: Nikola Salomon Chruščëv (Kalinovka 1894 – Mosca 1971), alias Nikita Sergeevič Chruščëv, che diverrà niente popò di meno che Presidente del Consiglio dei Ministri dell’U.R.S.S. e Segretario del Partito Comunista dell’Unione Sovietica.

Prima di chiudere con le nascite notevoli pensiamo un poco anche a Klement Gottwald (Vyškov 1896 – Praga 1953), capo del Partito Comunista di Cecoslovacchia che diviene Presidente della Cecoslovacchia a seguito del colpo di stato promosso dalla Russia, nonché a un secondino d’eccellenza: Lavrentij Pavlovic (Mercheuli, Georgia 1899 – Mosca 1953), alis Berija. Costui diverrà parte del Partito Comunista Sovietico e dirigerà la Čeka, la G.P.U. e la N.K.D.V., ma finirà ucciso senza processo dai suoi stessi “compagni” e correligionari. Così di lui s’è scritto: «ingegnere, entrò giovanissimo nel partito comunista e dal 1921 al 1931 diresse in Georgia la Čeka e poi la GPU. Divenuto primo segretario del partito comunista di Georgia (1931) e poi membro del comitato centrale del partito comunista (1934), grazie all’appoggio del compatriota Stalin, represse energicamente le tendenze nazionaliste e le resistenze alla collettivizzazione delle popolazioni caucasiche».17

 

 

L’ambiente fa tendenza.

Comincia il nuovo secolo, il Ventesimo, e vediamo sulla pizza Georgij Maksimilianovič Malenk (Orenburg 1902 – Mosca 1988), alias Malenkov: sarà non solo collaboratore di Stalin, ma pure capo del Partito Comunista dell’Unione Sovietica e premier dal 1953 al 1955.

Non si può dunque sottacere che inizialmente il 90% del Soviet Supremo, organo federale legislativo dell’U.R.S.S., fosse costituito da persone di confessione ebraica. Ciò nonostante, poche decine di anni più tardi, quando la Russia attacca e invade la Polonia nel settembre del 1939, Stalin fa deportare in Siberia un numero enorme di ebrei polacchi e si parla di circa un milione di persone, ma la cifra è chiaramente da confermare. E taluni la ritengono “sottostimata”.

Per quanto riguarda i Bolscevichi, costoro «sono soliti presentare il terrore come conseguenza della collera delle masse popolari: i bolscevichi sarebbero stati costretti a ricorrere al terrore per le pressioni della classe operaia. Non solo, ma il terrore istituzionalizzato si è limitato a ricondurre a determinate forme giuridiche l’inevitabile ricorso alla giustizia sommaria invocata dal popolo. È difficile immaginarsi un punto di vista più farisaico di questo e si può agevolmente dimostrare, fatti alla mano, quanto simili affermazioni siano lontane dalla realtà».18

Ma leggiamo amabilmente un altro passo: «“La nostra guerra non è contro le singole persone”, scriveva Lacis sul “Krasnyj Terror” il 1° novembre 1918. “Noi sterminiamo la borghesia come classe. Nell’istruttoria non cercate documenti o prove su ciò che l’accusato ha commesso, nei fatti o con parole, contro il potere sovietico. La prima domanda che dovete porgli è a quale classe appartiene, quali sono le sue origini, l’educazione, l’istruzione, la professione. Sta in questo senso e l’essenza del terrore rosso”. Lacis non diceva niente di originale, si limitava a scopiazzare le parole di Robespierre alla Convenzione a proposito della legge del 22 pratile del 1794 sul “Grande Terrore”: “Per fare giustizia dei nemici della patria, basta stabilire la loro personalità. Non si tratta di punirli, bensì di distruggerli».19

La citazione è riportata anche in Storie di uomini giusti nel Gulag.20

Inoltre, ecco un’altra “perla di saggezza”: «Grigorij Zinov’ev, massimo dirigente bolscevico, nel settembre 1918 diceva: “Per distruggere i nostri nemici dobbiamo avere il nostro proprio terrore socialista. Dobbiamo tirare dalla nostra parte, diciamo, novanta dei cento milioni degli abitanti della Russia sovietica. Quanto agli altri, non abbiamo nulla da dirgli. Devono essere annientati”. (“Severnaja kommuna”, n. 109, 19 settembre 1918, citato da N. Werth in “Uno Stato contro il suo popolo”, Parte prima di Aa. Vv. Il libro nero del comunismo, Mondadori, Milano 1998, p. 71)».21

 

 

Campi da gioco dell’Eurasia.

Parlando di Comunismo si possono utilmente ricordare i GULag, acronimo di Glavnoye Upravlenye Lagerei (Direzione principale dei campi, ovvero dei così detti “campi di lavoro” o lager). Istituiti nel 1926 in Russia, sono rimasti attivi fino agli anni Novanta, ospitando milioni di prigionieri, dei quali molti usciti solo da morti. A costoro si possono unire i milioni di cinesi rieducati nei campi di lavoro denominati Laogai, istituiti dal presidente del Partito Comunista cinese Mao Zedong (Shaoshan 1893 – Pechino 1976), noto con lo pseudonimo Mao Tse-tung, ispirato da quelli sovietici.

Dagli anni Sessanta ad oggi i Laogai hanno accolto circa cinquanta milioni di persone; molti milioni, anche in questo caso, vi sono usciti solamente tenendo “i piedi in avanti”.

Secondo stime non ufficiali e non confermate i Laogai sarebbero oggi un migliaio, per qualche milione di “rieducandi”.

Questi due esempi non sono gli unici.

Un vero e proprio genocidio è stato operato sotto il dittatore comunista cambogiano Salot Sar (Prek Sbauv 1925 – Anlong Veng 1998), meglio noto con lo pseudonimo di Pol Pot, operante per un certo periodo sotto l’ala protettrice degli Stati Uniti d’America. Negli anni Settanta del XX secolo lo si sarebbe tranquillamente potuto inserire nel “Guinnes dei Primati”: riuscì a fare uccidere un terzo del suo popolo, ovvero dei Cambogiani.

 

 

Il “caduto nel dimenticatoio”: Aleksandr Solženicyn.

Oggi non abbastanza si ricorda dello scrittore sovietico ebreo Aleksandr Isaevič Solženicyn (Kislovodsk 1918 – Mosca 2008), Premio Nobel per la Letteratura nel 1970. Tra il 1973 e il 1975 scrive i tre volumi Archipelag Gulag sui lager sovietici, dove lui stesso è stato incarcerato: «La nuova linea di Stalin, per cui dopo la vittoria sul fascismo bisognava metter dentro più energicamente che mai, in gran numero e per lunghi anni, si rifletté subito, beninteso, anche sui politici. Gli anni 1948-49, caratterizzati da una generale intensificazione delle persecuzioni e dalla vigilanza, furono contrassegnati dalla tipica commedia dei “ripetenti”, inaudita anche per la non-giustizia staliniana. Così furono chiamati, nella lingua del gulag, gli sventurati non finiti di sterminare l’anno 1937, che erano riusciti a sopravvivere agli impossibili, insostenibili dieci anni e adesso, negli anni 1947-48, a fare i primi timidi passi sulla terra libera, estenuati e con la salute rovinata, nella speranza di finire in pace i pochi anni di vita che rimanevano loro. Ma una efferata fantasia (o malvagità tenace, o insaziabile desiderio di vendetta) indusse il Generalissimo-Vincitore a emanare un ordine: tutti quegli esseri storpiati dovevano essere condannati nuovamente, senza alcuna colpa!».22

In un libro curato da Giuseppe Averardi compare una informazioncina curiosa: «la prima documentata, autentica e completa carta dei campi di lavoro forzato in urss / Pubblicata nel 1974 dall’editore di Plain Talk con il seguente commento: Gulag – il trust del lavoro forzato sovietico – è un’abbreviazione di Glavnoye Upravlenye Lagerei o ufficio dei campi di lavoro forzato, una sezione del MVD, il ministero dell’interno (già noto come NKVD, l’equivalente russo della Gestapo). Nel Gulag ci sono più di 14 milioni di condannati ai lavori forzati, sparsi in decine di colonie penali, ciascuna delle quali è un’isola del Diavolo o anche peggio. Vivono in uno stato di miseria indicibile, sempre sull’orlo della morte per fame o per malattia, e lavorano come schiavi per dodici ore al giorno, agli ordini di padroni dittatoriali».23

 

 

Conclusio conclusionis.

La grande massa dei comunisti italiani quanto sopra scritto lo ignorano. Difatti tali comunisti sono quelli che si scrivono con la “ci” minuscola, perché in seno al partito possono anche contare, nel senso che le quattro operazioni le conoscono, ma contano come il due di briscola nella Loggia (ammesso e non concesso che i “comuni comunisti” vi siano ammessi).

Un po’ come i cosiddetti e proclamati “cristiani”: si dicono tali, ma nemmeno uno su cento di loro ha letto più di un versetto della Bibbia. In questa ignoranza quasi desertica e totale, come fanno a proclamarsi tali? Ovvero “cristiani”?

Difatti, in seno alla Chiesa di Roma costoro contano nemmeno quanto la confezione delle carte nel gioco del rubamazzetto.

E qui sta il magheggio del gioco sinistro: meno si sa e più si controlla, meglio si controlla e meno questi sanno e sapranno.

Porgo quindi a Voi sinistri il tristo motteggio: “lasciate ogni speranza voi ch’ignorate”!

… e mi perdoni l’Inarrivabile Maestro (Dante, non il capo-maglietto) per la presa a prestito del passaggio.

 

 

P.S.:

Maglietto: «Il maglietto (o martello) è l’insegna sia del Maestro Venerabile che dei due Sorveglianti che insieme a lui guidano la Loggia» (Claudio Bonvecchio, Il simbolismo e la Libera Muratoria, in Massimo Rizzardini, Andrea Vento -a cura di-, All’Oriente d’Italia, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2013, p. 141).

 

NOTE

 

1 Istituto della Enciclopedia Italiana, Vocabolario della Lingua Italiana, Vol. II, Roma 1987, p. 63.

 

2 Istituto della Enciclopedia Italiana, Vocabolario della Lingua Italiana, Vol. IV, Roma 1994, p. 349.

 

3 Rizzoli Larousse, Enciclopedia, Vol. 15, Bologna 2003, p. 734.

 

4 Antonio Martini -traduzione secondo vulgata di-, La Sacra Bibbia. Antico e Nuovo Testamento, Vol. II, Garzanti Editore, Milano 1954, p. 67, L’Ecclesiaste, VII, 26-27.

 

5 Heinrich Krämer, Jakob Sprenger, Il martello delle streghe, Fabrizio Buia, Elena Caetani, Renato Castelli, Valeria La Via, Franco Mori, Ettore Perrella -traduzione dal latino di-, Marsilio Editori, Venezia 1977, p. 36, I, I.

 

6 Saverio Xeres, La Chiesa, Corpo inquieto. Duemila anni di storia sotto il segno della riforma, Àncora Editrice, Milano 2003, pp. 91-92.

 

7 Istituto della Enciclopedia Italiana, Vocabolario della Lingua Italiana, Vol. II, op. cit., p. 296.

 

8 Ibidem, p. 297.

 

9 Heinrich Krämer, Jakob Sprenger, Il martello delle streghe, op. cit., p. 348, III, I.

 

10 Istituto della Enciclopedia Italiana, Vocabolario della Lingua Italiana, Vol. I, op. cit., pp. 948-949.

 

11 Federico Peirone -traduzione e comento-, Il Corano, Vol. I, Mondadori Editore, Milano 1980, p. 86, I, II, 6-7.

 

12 Ibidem, p. 105, I, II, 05.

 

13 Istituto della Enciclopedia Italiana, Vocabolario della Lingua Italiana, Vol. I, op. cit., p. 869.

 

14 Lenin, L’estremismo malattia infantile del comunismo, A.C. Editoriale Coop, Milano 2003, p. 23.

 

15 Rizzoli Larousse, Enciclopedia, Vol. 12, Bologna 2003, p. 661.

 

16 Rizzoli Larousse, Enciclopedia, Vol. 21, Bologna 2003, p. 705.

 

17 Rizzoli Larousse, Enciclopedia, Vol. 3, Bologna 2003, p. 208.

 

18 Segej P. Mel’gunov, Il terrore rosso in Russia (1918-1923), Sergio Rapetti, Paolo Sensini -a cura di-, Editoriale Jaca Book, Milano 2010, p. 81.

 

19 Ibidem, p. 93.

 

20 AA. VV., Storie di uomini giusti nel Gulag, Paravia Bruno – Mondatori Editori, Milano 2004, p. 56.

 

21 Ibidem, p. 57.

 

22 Aleksandr Solženicyn, Arcipelago Gulag, Club degli Editori, Milano 1974, p. 104.

 

23 Giuseppe Averardi -a cura di-, I grandi processi di Mosca 1936 – 37 – 38, precedenti storici e verbali stenografici, Rusconi Editore, Milano 1977, tavola fuori testo [p. 16].

 

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Categorie: sinistra

Pubblicato da Ereticamente il 2 Febbraio 2018

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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