Anselmo Bucci (1887-1955) – Emanuele Casalena

Anselmo Bucci (1887-1955) – Emanuele Casalena

 “la tua vita sia tessuta di delusioni piuttosto che di rimpianti”


“Ora accadde che un gruppo di artisti amici discutesse un giorno, in Milano, dell’arte italiana e delle sue tradizioni. Fra questi artisti, uno – Anselmo Bucci – che per essere più vissuto all’estero più aveva dei fatti di casa nostra una visione larga e panoramica, si attardò a spiegare lungamente il carattere inconfondibile (come oggi si dice) dell’arte plastica italiana nei secoli: nel Quattrocento, nel Cinquecento, nel Seicento… Non vi è ascoltatore distratto, che all’udire non evochi una visione storica sfolgorante e completa, per quanto riguarda la vita dello spirito e del pensiero(…). E, nella vita spirituale, la evocazione contempla specialmente la vita dell’arte e, in modo particolare, la creazione plastica”.

                                                          Margherita Sarfatti, Storia della pittura moderna (1930)

 

Fossombron ( in gallo-piceno) è il paese natio di Luigi Mercantini, ex seminarista poi patriota, paroliere dell’Inno di Garibaldi: “si alzan le tombe/si levano i morti…), poeta della spigolatrice di Sapri. Sì di quella lirica degli “eran trecento giovani e forti e sono morti” dedicata alla sfortunata impresa di Carlo Pisacane che noi bambini ingrembiulati di blu recitavamo a memoria quando il Risorgimento era ancora la locomotiva della nostra Storia. Frammenti di nazionalismo balilla illustrati sui testi delle elementari, Garibaldi come Tex, fragranza  delle gesta d’ eroi. La Fossombrone d’ Achille Muzio, Ispettore scolastico (figlio di Teresa Mercantini e Anselmo Bucci) e Sestilia Chiavarelli genitori di Giovanni, Anselmo, Emilia la “Bigia” e Maria. Nel 1887 la famosa abbazia benedettina dell’XI sec. era già dal ‘600  un toponimo con pittoreschi ruderi affacciati sulla sponda del Tarugo. Quel 25 maggio nacque l’Anselmo, dopo il Giovanni dell’83 insigne professore di belle Lettere, scrittore di nostalgie forsembronesi, giornalista alla Nazione di Firenze, sensibile vate del talento fraterno. Fossombron fu centro degli spirituali fraticelli dello scomunicato Angelo Clareno nel’300. Ancor prima dei benedettini, di poi dei frati minori cappuccini, questo per spruzzare nell’aria  l’aureolata religiosità del luogo, ossigeno alle radici della famiglia Bucci. Quando  si chiuderà il cerchio, nel dopoguerra, Anselmo come Sironi si volgerà anche all’arte sacra vincendo il Premio d’Arte Angelicum a Milano. Si sa le Marche son terra di migranti, così la famiglia volse, per il paterno uffizio d’ ispettore scolastico, prima vicino Ferrara poi a Este poi ancor sul Brenta a Sitadèa (Cittadella) in quel di Padova. Liceo classico Marco Foscarini a Venezia, uno dei più antichi d’Italia, ribattezzato con l’Unità al “doge letterato” e fu la prima ribellione a sedici anni. La sua vocatio era un’ altra, preminente verso il disegno e la pittura, ma lui, versatile, curioso com’era, si cimenterà con  successo  nelle lettere come nel giornalismo. Però la grafite, il carboncino coglievano l’istante che diventa lesto un fatto, metabolismo creativo passante per i sensi, processo plastico in parte fiorentino. Il segno cattura l’idea in Buonarroti, la vista copula l’intelligenza, veloce scende l’immagine nella mano, svolgimento del racconto bucciano. La lunga permanenza parigina dal 1906 all’entrata italica nella Grande Guerra segnò l’imprinting del suo narrare il quotidiano, il relativo esperienziale,  metodo deduttivo per cogliere, nella ciccia delle cose, frammenti delle ossa di Diogene. Breve fu la sua esperienza a Brera nel 1905, le Accademie sono il  diavolo per gli irrequieti artisti delle avanguardie quanto lo furono per i realisti, gli impressionisti, i nostrani macchiaioli. Però le tecniche servono eccome, sono gli arnesi  del mestiere, competenze visibili non appena il bianco della carta, della tela ben stirata prendono un nome. Perciò quelle lezioni di disegno di Francesco Salvini a Ferrara poi di Cesare Tallone e Giuseppe Montessi   gli trasferirono il bagaglio lombardo del naturalismo filtrato dall’esperienza degli scapigliati (Cremona, Ranzoni, il  Piccio) per costruirsi il suo stile, “la formula” come lo apostrofò l’indispettita Margherita Sarfatti.

La Bohème di H. Murger ha influenzato non poco lo spaccato dell’artista squattrinato, genio e sregolatezza del romanticismo; Anselmo come il Marcello pucciniano  si tuffa, con Leonardo Dudreville, dalla Monza del Coenobium, nel mito delle vigne e dei mulins di Montmartre. Uno studio in due condiviso con la fame : “Sono arrivato a Parigi nel 1906, ho mangiato per la prima volta nel 1910”. Leonardo petit bourgeois, molla tutto, torna alla sua Milan, mentre Anselmo arranca nei pasti ma respira la libertà della creazione, lo zolfo delle sperimentazioni, friggitoria di cervelli, speleologia di nuovi antri da esplorare. Ci sono le vie dei sensi dell’Impressionismo o i vicoli tortuosi dell’intelletto simbolista, il sintetismo di Gauguin. Cézanne è lì nel ‘906  sul limitare del porto, retrospettiva alla pittura dell’intelligenza di un ricercatore  morto per un temporale.

Brulichio di strade nuove per dar ragione del pennello, en plain air o retour à l’atelier, di tutto si dibatte, si scambiano esperienze,  opinioni con Severini, Picasso, Modigliani, Utrillo, Dufy, Apollinaire,  quant’altri. C’è tutto il gas del  postimpressionismo fino alle “bestie”,  les Fauves di Louis Vauxelles, selvaggi del colore, ma soprattutto, a nostro avviso, l’Utrillo dei paesaggi urbani senza la malinconia che vi si scioglie;  l’Anselmo ce li fissa punto e basta. Anche i primi ritratti sentono nel colore il principe d’ una narrazione mai violenta, tenue, avvolgente con un retrogusto amaro, ma italianamente plastica, ci s’affaccia il Renoir seconda maniera, risultanze del suo Tour nel  Bel Paese.

A. Bucci, Centro città, Acquaforte, 1915

E’ vecchia la diatriba di mamma veneta: colore contro disegno, quell’eretica

A. Bucci, La zuppa degli artisti, puntasecca, 1914

scalata del primato fiorentino mi fa balenare  Tommie Smith e John Carlos, atleti di colore, sul podio più alto, pugno all’astrazione del disegno, contorno della razza bianca ( eravamo nel ’68, Olimpiadi del Mexico e nuvole di  Jannacci ). Nascono dalle sue dita quelle incisioni a punta secca che gli permetteranno di riempire le baguettes, poi le acqueforti, l’ acquetinte, i monotipi fino alla scoperta della litografia. Nel 1907 espone al  Salon des artistes francaises aussi au Salon d’Autumne (1909) et  à les  Indépendants. Gli bastano una lastrina di zinco da sei soldi, una panchina,  un lampione cui appoggiarsi e una lingua di gatto per filmare ciò che vede, rapido, ”allegretto” getto sul quotidiano. Ritratti, scorci della Parigi rutilante, l’esprit della Belle Epoque, i bistrot, l’ame de la Paris qu’aime la vie champagne ma anche animali, clochards, operai au travail ( il realismo di Millet più Courbet ) seguendo il ritmo di  Lautrec, Degas, Renoir, assai meno l’espressionismo  socialista di Daumier. L’être ce l’être senza mutande, però dal confine del suo giardino segreto, in volo scopriamo le mille note d’ una  lirica sottile, avvolgente che anima di sacralità unica, irripetibile,ogni epifania della vita.

Bucci però è un  italiano con lo zainetto del sapere classico, resiste allo tsunami anarchico delle avanguardie esattamente quanto il livornese Modì. Il Quattrocento di Piero della Francesca, di Masaccio, di quel D. Rosselli scultore attivo nella sua Fossombrone come il naturalismo di Claudio Ridolfi ( costui potrebbe avergli trasmesso quella giocondità di stile che fu il suo “allegretto”), sono pur sempre la sintassi  se si vuole parlare italiano nelle arti. Alcuni vedono nel suo volar d’ape, di fiore in fiore,  una forma d’ eclettico ronzare per succhiar pollini a costruirsi il miele, altri proferiscono d’ arie rarefatte, spirito inquietato da decadentismo, altri ancora di vitalismo sensuale anarco-futurista.  Bucci fu un incantato mago del vero con la dolcezza del poeta sul sottofondo del big bang del Piero di S. Sepolcro.

La Civica raccolta Achille Bertarelli di Milano con i suoi 393 pezzi acquistati dall’autore nel 1937 alla cifra forfettaria di 9.500 £, è oggi la maggiore testimonianza della sua opera d’incisore già nella stagione parigina. La Paris frenetica, frizzante ti schizza tout court davanti agli occhi tra carrozze, cavalli, borghesia rampante, l’alchimia dei Cafès, il ribollir dei boulevards ma anche con l’altra faccia di Giano, gli operai a selciar le strade, a mordere un boccone, i derelitti fuori dalle vetrine scintillanti. Non è la città che sale di Boccioni ma Inondazione a Parigi (50 incisioni), la Paris qui bouge (59 incisioni) o le petit Paris qui bouge (25 incisioni) cioè “in movimento”, sono istantanee d’ un reporter editate Devambez!

A Rouen in  Normandia l’irrequieto Anselmo s’incarta nell’amore per la focosa quanto bellissima franco algerina Juliette Maré sposata al becco Leronge. Lei lascia quel marito uggioso, vola a convivere avec l’italien, viaggiano dalla Bretagna ai Paesi Bassi fin giù alla Corsica, alla Sardegna per approdare in Marocco, in Algeria. E’ il 1912 , chissà forse laggiù spinti dalle origini de la femme fatale come dal sole caldo del Mediterraneo che aveva  già stregato Eugène Delacroix. Un viaggio a mò di Paul Gauguin, a ritroso, forse inseguendo i segni della Tradizione inviolata, l’archetipo jungheriano, prima dell’avvento del regno della quantità. Culture incontaminate, metafisiche, protostoriche, lente nel masticare il tempo come il  tabacco. C’è un “filo sottile del silenzio”, la lirica sperduta di una nota leggera che spinge a meditare sul passato, forse lì nasce il lirismo magico di un artista inquieto.

Anselmo Bucci, mercato arabo, olio su tela, 1912

Bucci ha un nuovo stile di raccontare il mondo, raccordo di matita o di colori tra forme che chiedono di tornare in vita ma in quella moderna, resurrezione del ‘400 in abiti del ‘900. Splendido il suo Mercato arabo,  par d’annusarvi l’odore aspro delle spezie, ancor di più la barbagina Messa a Nuoro, il bisbiglio sacro avvolge il guscio sacro come gli umili zinali delle  donne velate. Un amore, quello per Juliette, pieno,  a tutto tondo, però la Guerra squilla il corno di Rolando. l’Italia è un termitaio di fermenti opposti, come sempre; nel ‘14 la Francia lo premia con la medaglia d’argento per la sua opera d ’incisore, ma nel ’15 l’interventista Bucci s’arruola volontario nello stesso Battaglione Lombardo Volontari Ciclisti e Automobilisti con Marinetti, Russolo, Boccioni, Erba, Sant’Elia, Funi, la crema del primo Futurismo. Qualcuno ci lasciò le penne per destino oppure da eroe come l’architetto comasco alla Quota 85 a Monfalcone. Anselmo dopo lo scioglimento della V.A.C. approda al 68° Reggimento fanteria poi nel battaglione S. Marco, vorrebbe essere in prima linea, pugnare da eroe però…è tutto in Spleen, attesa. Vede morire l’artista eroe Antonio Sant’Elia come scrive nel racconto Un sentiero nella nebbia. Nascono i resoconti di guerra cioè les Croquis du Front italien, schizzi nelle trincee non  quando  esplodono le granate, i moschetti ‘91 aprono il fuoco, non quando si va all’assalto o si abbraccia la terra perché colpiti. No Anselmo cattura anche là il lungo metro del minimalismo quotidiano, le stanche pause prima del ciack, si leggono le attese lettere, si scrive a matita sul diario, si mangia la brodaglia delle gavette, c’è il riposo dopo la marcia, antipasti prima dello scontro, espiro del prima o dopo come insegnava Fattori. Corrono veloci i suoi ciclisti futuristi in bave coi fucili a tracollo, ci si riposa stremati o dopo il turno di guardia, accampamenti, marce stanche, volti strappati a Dix nello schizzo l’Austriaco e l’Ungherese, qualcuno carica lo schioppo, qualcun’altro prende la mira o lancia una granata, poi c’è la pietas  sul sonno eterno dei caduti, è la vita di trincea. Anselmo anticipa la seconda stagione dell’espressionismo  ma senza corrosione ideologica. Filmare l’esserci , lui ne è il testimone.

 

 

 (A.Bucci, incisioni dall’album “Croquis du front italien”,1916    Frontespizio litografie Finis Austriae)

 

 

Torna, dopo la guerra, nella sua Parigi più per amore che per professione, ma la bella Juliette copula co’ un altro, lui fissa il tradimento negli Amanti sorpresi.

Anselmo Bucci, gli Amanti sorpresi,olio su tela,1919

Ridiscesa all’Ade d’ una Euridice puttana, Orfeo si vota solo all’arte? Chi può dirlo,la solitudine è pur sempre una punta secca, ebbe a dire: ”se l’uomo è un verme,io sono un verme solitario”. All’amor perduto, eterno, Anselmo rispose col furore delle sue mani: au travail! Giura d’essere fedele solo all’arte, se la porta a letto, studiando nuove “posizioni ” con l’amante. Una è lo scrivere e scriver bene, un’altra la pittura. Ancora dodici litografie sulla Finis Austriae del ’18-’19, poi l’enclave già nel ‘20  alla Galleria Pesaro a Milano. E’ odioso dire a un persona “sei negro, ebreo”  tranne che fascista, allora sì che il global pensiero ti spalanca il cancello del recinto, ti ci ficca dentro,  basta l’ epiteto  senza processi: sei fascista! Nient’altro serve alla condanna. Bucci nel secondo dopoguerra ne saprà qualcosa.

Lino Pesaro e Margherita Sarfatti hanno conosciuto le leggi razziali del ’38, diciamolo quel delirio di subalternità italica col copia-incolla dal demone tedesco, eppure s’era detto: “Trenta secoli di storia ci permettono di guardare con sovrana pietà talune dottrine di oltr’Alpe, sostenute dalla progenie di gente che ignorava la scrittura, con la quale tramandare i documenti della propria vita, nel tempo in cui Roma aveva Cesare, Virgilio e Augusto. ecc…” ( discorso di Mussolini a Bari per la Fiera del Levante del 1934 ). Arnaldo Mussolini, grande fratello di Benito, mediatore acuto fra le posizioni interne al PNF, era morto d’infarto nel ’31. Le ali dei falchi avevano preso il volo anche nel campo delle arti, Farinacci promuoverà il Premio Cremona, Bottai il Premio Brescia. Braccio di ferro politico tra anime di un’estetica di regime per il primo, di respiro internazionale per l’altro. Pesaro e Sarfatti lasceranno l’Italia rivoltati da pigmalioni dell’arte del fascismo a scomodissimi inquilini. Tiriamo questo sasso perché l’agape sarfattiana del gruppo Novecento fu l’anima dell’arte del fascismo e molti ebrei parteciparono, non certo da comparse, a quella pan rivoluzione, inizialmente timida nel campo dell’estetica.  Nel ’23, alla prima mostra del Gruppo, Muslèn pronunciò parole di circostanza perché quelle opere da cavalletto o meglio buona parte degli artisti non coglievano il seme della rivolta proletaria e fascista. ancorati all’onanismo soggettivo ottocentesco, vanaglorioso, aristocratico. Perciò fu  un discorso di compromesso del dire e non dire, sentite: “ Non si può governare ignorando l’arte e gli artisti. L’arte è una manifestazione essenziale dello spirito umano; comincia con la storia dell’umanità e seguirà l’umanità fino agli ultimi giorni. Ed in un paese come l’Italia sarebbe deficiente un governo che si disinteressasse dell’arte e degli artisti. Dichiaro che è lungi da me l’idea di incoraggiare qualche cosa che possa assomigliare all’arte di stato. L’arte rientra nella sfera dell’individuo. Lo stato ha un solo dovere: quello di non sabotarla, di far condizioni umane agli artisti, di incoraggiarli dal punto di vista artistico e nazionale…” . Ma la nascente mistica  fascista  coglieva il we must di un’estetica che parlasse  al popolo, con linguaggio chiaro, accessibile a tutti, sintesi di una rivoluzione catartica capace di restituire alla Patria il primato che le spettava sullo scacchiere del mondo. Nel ’24 Mussolini dice testualmente: “ Per secoli l’arte fu la stessa Patria “, cioè costituì l’unica immagine unitaria del nostro Paese. Arte e Italia, gemelle monozigote, non possono procedere distanti, il Paese vive la sua rivoluzione, la creazione artistica si faccia sorella d’opere nella sua costruzione. Forse fiuta gli obiettivi della catechesi  o della pedagogia, così Anselmo cede il passo, lui che pur ha il merito d’ aver ribattezzato il Gruppo  Novecento Italiano invece del primo  I candelabri, sette artisti, sette braccia, la Menorah, troppo semita.

Ma questo Bucci fu fascista o no? Certamente sì ma non duro e puro come il mistico Sironi, non c’era a piazza S. Sepolcro con Sironi, né a Roma per la marcia del ’22 o a Giulino di Tremezzina nel ‘45,  però quando la Sarfatti suonò la campanella lui rispose presente! ( pochi giorni prima del 28 ottobre del ’22 ). Fu il teorico più acuto del Gruppo anche per la capacità di fare sintesi tra la tradizione plastica del nostro Quattrocento e le esperienze delle avanguardie postimpressioniste che lui ben conosceva. Fu nazionalista convinto, interventista, volontario camerata in armi fino al mitico Battaglione S. Marco, si tuffò come illustratore nel secondo conflitto  mondiale non potendo, per età, arruolarsi in armi ( come Marinetti ). Come dicevamo, fu il fine ragionatore  di quel retour à l’ordre di J. Cocteau, quanto  sostenitore dell’assoluto primato italiano nelle arti,  idea nazionalista alla quale resterà ancorato fino alla morte. Conobbe la damnatio memoriae del secondo dopoguerra, come Sironi. Si sentì incompreso, perseguitato, pagò dazio questo pittore soldato nella clausura stretta del convento paterno. Ma, al tempo dell’agape dei sette, non poteva rinnegare il respiro del ribelle curioso, la sua irrequieta libertà di ricercare sempre nuove strade affrontando tecniche mai prima usate in ragione di una sfida con se stesso. Questa indipendenza assoluta sposata all’insoddisfazione per il dejà vu provinciale  gli aveva, d’altronde, fatto lasciare l’Accademia a diciassette anni catapultandolo, a diciannove, nella Gallia. Un ribelle assetato di sorgenti fresche, zampillanti di contro agli stagni delle ranocchiette dell’Italia Umbertina. A modo suo fu profeta, quel che la Vergine rossa macinava era  costruire ponti dall’Italia verso le culture europee, ma non solo ancor più in  là, spingere il fuoco sacro della nostra arte oltre l’Atlantico,esportando una cultura risorta a nuova vita ma in filiera con l’immenso passato. Un’Italia non arroccata Regina ma  rombante motore del progresso mondiale, Nike sulla prua di Argo nelle arti. Artista militante della rivoluzione fu Mario Sironi, aspiranti primi della classe con il calcistico Resto del Mondo furono i Bucci, Dubreville, Oppi, Malerba & C.

Il sardo ( per caso)  Sironi espresse appieno la sintesi tra spirito classico e contemporaneità,   l’Anselmo fu meta classico se guardiamo non tanto la forma quanto i soggetti. L’assoluto in abiti nuovi di contro al relativo filtrato dal passato, scelta di merito tra oltre l’io ( Sironi ) e  l’io esperienziale ( Bucci ). Due strade per la verità: l’unico o il particolare. Bucci più vicino ad Heidegger, Sironi al Nietzsche della Nascita della tragedia. Restò un’esperienza breve quella di Novecento Italiano, l’opera più affascinante è prima del ’22,  il riscoperto In volo datato 1920 (collezione Radaelli ) mostrato alla Biennale di Venezia e venduto con orgoglio, pensate, per la cifra di 20.000 £! C’è in anticipo, l’aeropittura futurista di Depero, fotografia  d’un Icaro libero, felice fin nei pori dell’anima. E’ presente, già da dissidente, alla I Mostra di Novecento Italiano alla Permanente del ‘26. Nel ’24 a Venezia aveva esposto la pala i pittori , la scuola, la terra,composizione plastica carica di simbolismi, ma la sua adesione era già critica, non se la sentiva di partecipare alla Storia ma alle sue di storie che lo scoprono nella veste, tra l’altro, di ottimo scrittore insignito del Premio Viareggio col pittore volante nel 1930. E’ un diario autobiografico delle sue esperienze di uomo, di artista condito da aforismi, schizzi critico-letterari di personaggi conosciuti, una raccolta di pezzi già pubblicati sulla rivista Arti Plastiche. Comunque I riconoscimenti gli arrivano un po’ da ovunque: da Pittsburg (U.S.A.), al Salon di Parigi, al G.A.M. di Venezia più gli acquisti d’ opere sue da parte dei Ministeri (quello della Marina per quindici quadri sulla guerra) e dalle Gallerie d’Arte Moderna (Milano e Roma ) con la ciliegina della medaglia d’oro del Ministero della Pubblica Istruzione nel ’27 (  tale Balbini  Ministro).

Artista del Rinascimento en plein air  Bucci disegna, incide, dipinge,scrive d’ arte su quotidiani e riviste (Corrierone, l’Ambrosiano,ecc..), decora e arreda, illustra libri, turbina a tutto tondo, seguendo quella visione larga e panoramica che è la sua firma in stile: il polisperimentalismo. Nel 1925 illustra con nove tavole le pagine del Libro della Giungla  di R. Kipling. Nel 1930 assume l’incarico di architetto-decoratore di tre piccoli piroscafi della Navigazione Libera Triestina: Timavo, Duchessa D’Aosta, California orgoglio della cantieristica italiana. Purtroppo tutti verranno affondati, durante la guerra, nel ’42. Sul tema ci lascia un libro di studi  “ Arte Decorativa Navale “.  Sempre nel ’30 vince la medaglia d’argento au Salon des artistes francaises. Se l’arte di Sironi vira di netto con la svolta del Manifesto della pittura murale del ‘33, quella di Bucci  banchetta sempre con il vero, narra l’estasi dell’attimo d’una farfalla   libratasi da solista di mezzo al coro, fu col pennello un anarco-fascista alla Berto Ricci. Fascismo di liberazione o fascismo di solidificazione. Il primo certamente lo affascina l’altro lo delude. L’eclettismo è la sua formula in arte quanto nella vita, anche il suo vulnus. Si cimenta con coraggio nel mare procelloso della creazione cavalcando stili diversi,  artista senza maschere, non in cerca d’autore. Bucci non diverrà mai, con suo rammarico,un artista di prima fila  “Sovrumano è resistere al piccolo successo”ebbe a dire. Forse il suo vagabondare per esperimenti non facilitò la calma monastica della riflessione, il gesto calmo, meditato che genera figure eterne, dotate d’armonie assolute, scienza dei numeri applicata alle forme. Lui non è l’Orfeo Sironi ma il cantore della Commedia dell’arte così come essa appare al suo pubblico che la rivive, stupito la riscopre, compiaciuto ci si osserva. Niente della nostra esperienza sensibile è uguale né può  essere rappresentato seguendo la stessa formula; se cambiano le sensazioni, cambiano gli stili del racconto con gli strumenti ad essi più consoni. Il creato è eclettico  tale e quale ha da essere  chi si prefigge di rappresentarlo in vero. Relativismo? “ Se per relativismo deve intendersi il dispregio per le categorie fisse, per gli uomini che si credono portatori di una realtà obiettiva immortale, per gli statici che si adagiano, invece che tormentarsi a rinnovare incessantemente…Se relativismo e mobilismo universale si equivalgono, noi fascisti…siamo veramente i relativisti per eccellenza e la nostra azione si richiama direttamente ai più attuali movimenti dello spirito europeo “. ( da un articolo di B. Mussolini sul Popolo d’Italia, n. 279 del 22 novembre 1921, VIII ). In questo Anselmo Bucci  si incarnò nel relativismo “alla vita e all’azione” di cui viene riconosciuta – come sostiene Adriano Tilgher – una supremazia assoluta sull’ intelligenza.

Così ci viene in mente il Liberty della Bigia da giovane del 1918 confrontato con  La Bigia giovane del 1922 di una statuaria plastica, quasi ingombrante. La rouche del 1907 è pointillisme, L’autoritratto con cappello e sigaretta del 1909 gratta dall’altezzoso autoritratto con cappello di Courbet, il dipinto allo specchio del ’22 è un’opera impressionista, la splendida Scuola del ’24 anticipa il neorealismo intriso d’ironia, il ritratto di Angelika Kravcenko è Art Deco  e così via. Ogni stagione ha uno stile ma soprattutto ciascun soggetto del racconto deve poter indossare l’abito di scena che gli è proprio , proprio il suo non quello di scena. Questa la verità senza ipocrisie di Anselmo, questo forse il limite che non gli avrebbe permesso di salire sul Parnaso. Gli venne meno lo scatto dello stambecco fin sulla cima? No, di coraggio n’aveva fin troppo, per assurdo la catena d’inciampo fu la sua retta indipendenza, il filo rosso che lega le stagioni della sua presenza nell’arte da Fossombrone a Monza.

Alla metà degli anni ’30 stringe amicizia col notaio Giuseppe Cesarini, hanno in progetto di  coniugare l’amore per le arti  del mecenate forsembronese con la trasformazione della sua patrizia dimora in una Quadreria d’ arte contemporanea, donata poi al Comune. Fu nel ’34 che Anselmo, ospite del Cesarini, ne dipinse l’austero ritratto ad olio “generando” nel soggetto la convinzione definitiva a seguire la vocazione di collezionista, un interesse vitale, coltivato con dedizione assoluta fino alla sua morte nel 1977.

Sarà del ’46 un nuovo ritratto de “l’amico dei fiori” ripreso di tre quarti in profilo,forse già sbircia la bellezza della perduta consorte postale in olio sulla parete opposta della stanza, premuto dall’orgoglio d’ amore.  La casa museo dispone di sessanta dipinti di Bucci oltre ai suoi disegni ed incisioni. Quasi un testamento figurativo lasciato a un suo concittadino non per niente notaio.

Resti succhiato  fuori dal tempo nel dipinto Le sorelle brianzole del ’32. L’una è di spalle ( lectio di Giotto, di Masaccio ), non la conosceremo mai, l’altra ci osserva acuta dalle fessure degli occhi, una figura arcaica, quasi bretone con il sorriso compiaciuto di chi si lascia sbirciare in mesta vanità condita d’agreste pudicizia. Sembra interrogarci:  sono ancor bella nel mio costume con in capo la spadera ? La sua mano divaricata sembra di Egon Schiele.

 

Anselmo Bucci, sorelle brianzole, olio su tela, 1932

 

Risale al 1933 il suo primo breve soggiorno romano ( l’altro sarà nel ’38 ) fitto, fitto di schizzi acquarellati, quasi il blocco notes di un turista curioso, affascinato dagli scorci più suggestivi, un po’ oleografici della Città Eterna. Il tratto è sicuro, rapido, di grande sintesi espressiva, via tutto  il superfluo, se la  goda il colore. Certo non c’è, né poteva esserci il tourbillon parigino, Roma sa d’ essere oltre il tempo della Storia, disincantata matrona assopita coi suoi gioielli, lei la grande meretrice di Giovanni.

Anselmo vince il premio Fradeletto alla XX edizione della Biennale di Venezia del 1936. Annotiamo, per curiosità, che la Biennale era più contigua al programma di un’arte neoclassica sostenuto da Farinacci che alla visione di un’ arte socio-dinamica di G. Bottai. Andiamo avanti: nel 1938 Bucci si cimenta con un grande stucco lucido, compone “ La civiltà italiana libera la schiavitù abissina” per il piacentiniano Palazzo di Giustizia di Milano. Seduta in trono la giustizia al fianco sinistro ha un’enorme spada con la quale ha già spezzato le catene della schiavitù al malcapitato fringuello abissino, il tutto su fondo bianco monocromo un po’ stucchevole. Con la destra la matrona si lascia andare al saluto fascista altro che additare il liberato.

E’ del ’37 la pubblicazione da parte di Mondadori del Libro degli animali di Fabio Tombari arricchito da sedici tavole di A. Bucci. Sulla copertina un’anatra  sbatte le ali nell’atto di scalare  il cielo. Guarda verso l’ alto scansando le gabbie della terra, ci invita alla conquista della libertà assoluta lasciando i lacci degli affanni umani.

Parte la 27^ edizione del Giro d’Italia in diciassette puntate, il camerata tosco Gino Bartali arriva secondo dietro a Giovanni Valetti, ma la folla a Bologna grida viva Bartali, vincitore di tappa, sollevandolo in aria. La corsa in Rosa ha preso forma in 176 tavole, Gino è un mito popolare, l’eroe sui pedali, un uomo solo al comando in Bartali al Gran Sasso, aspettando, in duello, il ventenne Coppi del ’40. Bucci è là come cronista pittore a seguito del giornalista Orio Vergani del Corriere della Sera, una veste non insolita per lui se aveva illustrato con  Croquis la Grande Boucle del ’35 (534 fogli colorati a pastello), lui che,ricordiamolo,era stato volontario nel Battaglione della V.A.C. Splendida è la salita del Ghisallo, arrancano furenti i corridori, ondeggiano le bici sotto le pedalate dei rapporti duri, piove, il pubblico sui cigli della strada sono gli ombrelli. Anselmo non fissa solo la fatica dei ciclisti, i loro ritratti, la fuga di Bartali alla Val D’Adige, ci spiega dove siamo documentando paesaggi cangianti e architetture. L’arte di fare cronaca, altro che processo alla tappa!

 

 

(Anselmo Bucci, disegni sul Giro d’Italia del 1939)

Nel 1942 viene pubblicato da Garzanti Il libro della Bigia-Grembiulini neri e bianchi raccolta di racconti dedicati all’amata sorella Emilia scomparsa con quel soprannome da passero padovano. Allo scoppio della Seconda Guerra parte nuovamente come cronista per conto della Marina Militare, lo troviamo a Taranto, a Messina, nel porto di La Spezia a documentare la vita marinara tra il ‘40 e il ‘41. Non più immagini leggere ma assai più spesse, plastica di incrociatori e aerei ma anche di soldati in quiete o meglio in attesa. Si legge, si gioca ad ingannare il tempo, scacciare la paura, oppur si mangia poi si riposa. Ancora la quiete dell’apparente normalità prima o dopo la tempesta. La “tradizione moderna” trasferita in Guerra,al servizio della Patria, senza retorica, scatti dell’esistenza, documenti tracciati col lapis, incisi a punta secca dove le barbe lasciate forzano i tratti dei contorni. Eppure in quella quotidianità c’è già la eco del dramma. Nell’agosto del ’43 Milano subisce l’ennesimo bombardamento alleato, città martoriata sessanta volte dal tritolo democratico, Largo Augusto viene colpito, muore tra le macerie la casa studio di Anselmo, dico muore perché uno studio d’arte non è un vano ma carne dell’anima stessa dell’artista, opera d’arte in se per se. Lui si rifugia nella grande,ormai vuota, casa paterna di Monza, è solo, ha perduto tutto, parafrasando un’amara riflessione vergata da Sironi: “Ogni giorno è lo sforzo immane di vivere, di resistere con questo cuore schiantato dalla enorme fatica di esistere… Non c’è nessuno qui vicino a me, ancora e sempre solitudine atroce…” Però le strade battute sono diverse, Sironi è un credente della prima ora, l’artista soldato no, resta uno spirito libero In volo ma i cacciatori l’ hanno colpito. Si chiude nelle sue ali ferite, prova a rialzarsi ma la quota del cielo è lontana. Nella città adottiva scrive e pubblica il Manifesto della Federazione Artisti indipendenti, siamo nel ‘45 anno della diaspora italiana. Per lui che aveva cercato di rappresentare la verità senza celarsi dietro la siepe di uno stile precotto o furbo, cercando nel reale “ l’aureolata poesia” che sempre vi si cela, per lui questo compito era stato assolto con grande rigore restando fedele alla sua indipendenza. In quel ’45 lancia un Manifesto, un guanto di sfida, mentre è iniziato il riposizionamento dei convitati alla tavolata, non solo in arte, quell’italica transumanza di artisti, intellettuali, sindacalisti, lillipuziani, da Piazza Venezia alle Botteghe Oscure. Chiamava ancora una volta all’ordine dopo la tragedia, al mestiere che coniuga la verità del presente con la tradizione, nel rispetto dell’indipendenza dell’artista. Rinnovare senza rinnegare fu anche una frase felice di Almirante. Così, dannatamente solo, continuò il suo percorso da cocciuto albatro, scoprendo anche il suono antichissimo del sacro al quale dedicò la sua ricerca. Quell’aureolata poesia del pittore volante non si spense nel ’55 ma continua.

Emanuele Casalena

 

Bibliografia:

– A. Montrasio, M. Fossati- Anselmo Bucci. Il pittore volante. Catalogo della mostra ( Monza 21 settembre-12 novembre 2006 ), Silvana Editore, 2006.

– P. Biscottini, E. Crispolti-Anselmo Bucci 1887-195. Pittore e incisore tra Parigi, Milano e Monza.   Catalogo della mostra ( Monza, 15 settembre-13 novembre 2005 , Silvana Editore, 2005.

– Elena Pontiggia, Anselmo Bucci 1887-1955, Silvana Editore, 2003.

– M. Lorandi, Anselmo Bucci-viaggio in Italia, Catalogo Galleria Carini, 1991.

– sitoold.cultura.marche.it: Anselmo Bucci

 

 

 

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Categorie: Arte

Pubblicato da Ereticamente il 14 Febbraio 2018

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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