Piazzale Loreto – Emanuele Casalena

Piazzale Loreto – Emanuele Casalena

Una spilla da balia chiuse la povera gonna di Clara Petacci, priva di mutandine strappate via come trofeo o per stupro, il suo corpo pendeva a testa in giù accanto a quello di Mussolini, sopra c’erano i loro cognomi con una freccia per indicarli, quasi crocifissi capovolti. Cinque corpi issati alle travi della pensilina di un distributore di benzina che non c’è più, era al 29 Aprile del ’45. Entriamo con mia moglie da Mc Donald’s al piano terra d’un palazzo costruito lì dov’era il vecchio distributore della Esso, la memoria è stata cancellata dagli hot dogs a stelle e strisce, ironia della storia. Non una targa per ricordare, a dire il vero, girando il piazzale, ne troviamo una alla memoria dei 15 partigiani, prelevati dal carcere di S. Vittore e fucilati in questa piazza il 10 Agosto del ’44 dalla brigata Ettore  Muti. A loro Quasimodo dedicherà, nel ’49, una poesia dal titolo “la nostra non è guardia di tristezza”, idem fece Alfonso Gatto “Per i compagni fucilati a piazzale Loreto”. Su quell’esecuzione ordinata dai nazisti Mussolini dichiarò profeticamente: “Il sangue di Piazzale Loreto lo pagheremo molto caro”. Questa è una memoria condivisa su fatti di quell’Italia precipitata nella guerra civile dopo la “fine della Patria” l’otto settembre del ’43.

Foto della “macelleria italiana“

Foto dei partigiani fucilati nel ’44

Storicamente il toponimo del piazzale deriva da una chiesa, con annesso convento, dedicata a S. Maria di Loreto, demolita sul finire del ‘700 per crearvi l’odierna piazza Argentina dalla quale partiva, un tempo, lo stradone verso Venezia, l’attuale Corso Buenos Aires. Su quel terreno di periferia sorgeva una cappella rurale del XVI sec. luogo sussidiario della parrocchia di S. Babila, a servizio del culto per gli abitanti del comune di Greco. Era campagna, ma il numero crescente dei fedeli spinse l’arcivescovo S. Carlo Borromeo ad ampliare l’edificio nel 1609, consacrato nel 1616 con dedicazione alla Madonna di Loreto. Purtroppo l’annesso convento in seguito vide il cambio di destinazione d’uso in favore di umili residenze civili, poi di accoglienza di orfani e trovatelli. Un secondo ampliamento della chiesa restò incompiuto, fino alla demolizione dell’intero isolato per ragioni urbanistiche. Un nuovo tempio fu costruito in altro sito assumendo il nome di Gesù Redentore in luogo di S. Maria di Loreto, era il 2 giugno del 1900.

M. Richini, Santuario di S. Maria di Loreto

F.M. Richini progetto ampliamento Santuario

Della storia a piazzale Loreto non c’è quasi traccia, della rotonda disegnata, nel 1820, dall’ing. Caimi su incarico del governo austriaco, che serviva da cerniera di collegamento tra il Palazzo Reale e la Reggia di Monza, non è rimasto niente. Già negli anni Trenta, a seguito di ampliamenti, i vecchi palazzi furono abbattuti sostituiti da nuove costruzioni. Nel dopoguerra la mandragola edilizia ha fatto il resto, sono cresciuti palazzoni dozzinali, senza qualità, decisamente brutti, che hanno trasformato il piazzale in un non-luogo architettonico. La sua riqualificazione è rimasto un nodo al fazzoletto di Milano, mai sciolto per ragioni di bilancio dicono ma non solo, idee, progetti anche molto recenti, rimasti negli archivi meneghini, resta la voluta indifferenza per la memoria, segno d’una mancanza di coraggio.

Potrebbe diventare lo spazio simbolico della pacificazione dei “soldati” d’entrambe le trincee, un’Ara Pacis d’accettazione di una memoria comune pur nella diversità d’ idee e schieramenti, ora che i protagonisti di quegli eventi si sono spenti tutti o quasi per ragioni anagrafiche.

Basterebbe un segno concreto per armare di pace la nostra storia, magari proprio lì in quella degradata rotonda sforacchiata dalla fermata della metro ( mi ricorda piazza Re di Roma ), ma luogo di eventi cardine del recente passato. Non la solita riqualificazione fatta di panchine, cestini e scivoli per monelli, ma un’opera forte, coraggiosa, altamente simbolica senza sfiorare la retorica, alla quale le arti potrebbero dare una forma decisa da imprimere nella memoria collettiva del Paese. Sciolte le rendite di posizione, fuoriusciti i giapponesi dalla boscaglia, liquidato l’associazionismo patetico degli inscheletriti militanti, l’unità del Paese si tramuterebbe nella fionda di David lanciata verso la storia. Ma sogniamo o siam desti? Sogniamo, sogniamo, da impenitenti figli di Dedalo, visto che ai vinti non è concesso il rispetto dei vincitori e la storia dei manualetti scolastici mastica la stessa gomma da oltre settant’anni. Così un comicucolo richiama al disprezzo per la Petacci battezzando col suo nome il suino che si nutre della monnezza romana. Il pubblico sghignazza ossequioso all’infame battuta e il compagno conduttore sogghigna. Caroselli di giusta indignazione si levano dai social, s’alza la bufera, ma il guitto non arretra e come potrebbe. La sua forma mentis è quella, fatta tutta di creta, il paravento rosso che lo copre è forte, sgovernano senza voto da anni in una democrazia sospesa. Il guitto si sente a casa propria, lui è “intelligente”, fa satira  sugli assassinati senza processo, non sa o non ricorda che sul quel piazzale Loreto c’era anche il corpo del fratello di Claretta.

I numeri però ci dicono qualcosa, la riva rossa purtroppo è popolata da milioni di stormi compresi i pirandelliani pentastellati. Il centro, tanto caro a chierici, ex democristiani, meretrici mentali, galleggia come gli str… cercando un approdo cui ormeggiare la barca per continuare comunque a governare i propri interessi. La Lega è nata antifascista per definizione, è quello il passepartout indispensabile per accedere al gran ballo della Repubblica nata dalla Resistenza (e dei brogli referendari). Sulle cime degli alberi della riva destra nidificano le cicogne, bellissime ma poche, vengono da assai lontano ma non dall’Argentina, stanche per il lungo viaggio se ne stanno appollaiate sugli alti nidi, torri di guardia al piano, alcune sono anziane si volgono incantate e nobili a osservare oltre il guado del fiume, attendono calme, sagge che il sogno di viaggiare con gli stormi un giorno s’avveri.

Emanuele Casalena

 

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Categorie: Controstoria

Pubblicato da Ereticamente il 25 Gennaio 2018

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. Fabio

    I vincitori non possono smettere di esternare il loro odio nei confronti dei vinti e dei loro discendenti ideologici in quanto la bandiera dell’antifascismo sventolata ossessivamente resta l’unico legame tra le varie fazioni sgangherate della sinistra.
    Una delle anziane cicogne

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