Indecenti e servili – Mario Michele Merlino

Indecenti e servili – Mario Michele Merlino

A premessa e non solo. ‘Wenn alle untreu werden, so bleiben wir doch treu…’, così inizia la poesia di Max von Schenkendorf e ripresa a inno delle SS.

No, pensammo poco più che adolescenti, non saremmo mai stati colpevoli di un secondo 8 settembre. Ce l’insegnavano i reduci della RSI, in età d’essere quasi fratelli più grandi. Quei balilla che andarono a Salò, come ha intitolato un suo libro Carlo Mazzantini.

Come hanno raccontato in libri di memorie che, nel tempo, divennero nostro viatico. E a questa specie di tacito giuramento fummo e vogliamo restare fedeli, pur consapevoli che tanto può dividerci da quel ‘camerata Richard’ perché, comunque e nonostante tutto, ‘chi divide pane e morte, – non si scioglie sulla terra!’.

Anche solo idealmente. In nome, forse, di un romanticismo fuori moda ma di certo più vivo vero sincero di scribacchini, emuli indecenti e servili.

Al culmine del dibattito intorno ai suoi libri, l’incompiuta monografia su Benito Mussolini, scrivevo con ironia (ovvia e pur, come ogni ironia, partecipe del vero) come il professore Renzo De Felice fosse rimasto fra gli ultimi ‘nostalgici’ che ancora, ostinato e impenitente monello, si recasse notte tempo a scrivere sui muri ‘viva il Duce!’. Rigorosamente con vernice nera. Erano anni di lotta e l’antifascismo si traduceva in agguati a colpi di P38 contro inermi ragazzi, generosi e irrequieti, che cadevano sull’asfalto simili a birilli di un feroce e vile Strike. E, folli e disperati, alcuni di questi ultimi decisero, anch’essi, che valesse la pena rispondere piombo su piombo. Dall’una e dall’altra parte ignari dell’opera dello storico, portandosi addosso il disprezzo verso la figura, rinunciataria ad ogni azione in strada, dell’intellettuale. ‘Quando sento parlare di cultura, metto mano alla sicura della pistola’, quante volte citata, a volte nella rozzezza ad alibi di troppe pigrizie mentali, ma sovente con il legittimo ardire di mettere al bando inutili e incapacitanti parole. Altro che ‘Marx e Nietzsche si davano la mano’, come cantava Antonello Venditti… La guerra in cielo fra filosofi rimaneva nei salotti; la spranga e la molotov in piazza. Dopo quarant’anni i libri affollano gli scaffali delle librerie, anche se i lettori si fanno più esangui, sembrando dare così ragione ai ‘parolai’, mentre vizi ormai sono i fiori di fronte alle tombe di troppo sangue sparso o, peggio, c’è chi si rincorre per appropriarsi della loro memoria.

Quante polemiche tristi sciatte volgari nell’anniversario della strage di Acca Larenzia si sono accompagnate.

Eppure… Alcuni anni dopo, durante un incontro pubblico, organizzato dalla Consulta della RSI, interpretai il libro di Enzo Erra Le radici del Fascismo: una storia da riscrivere (1995) come risposta, lucida e convinta, alla tesi di fondo dell’opera defeliciana. Egli volle congratularsi con me, oltre misura lo confesso (e me ne faccio vanto tuttora), sanando la freddezza e un certo sospetto che s’era frapposto troppo a lungo da parte sua nei miei confronti.

Dicevo – e ne resto convinto – che per De Felice Mussolini utilizzò il Fascismo quale strumento per ascendere al potere e, conquistatolo, utilizzarlo più come vuota immagine che come forza motrice di un processo rivoluzionario.

Un contenitore vuoto. La vivacità dei GUF, ad esempio, Berto Ricci, la Scuola di Mistica fascista delle marginalità inessenziali, ininfluenti. (C’è certamente del vero. La delusione e il travaglio e il passaggio successivo nelle file dei comunisti ne sono una riprova, quei ‘corporativisti impazienti’ di cui parla Giovanni Gentile). Eppure, noi ci trovammo altro e di più, vedemmo una speranza ed una fierezza personale e collettiva, il Fascismo un corpo giovane, irrequieto ricco di fermenti, forse con qualche contraddizione, un corpo alla ricerca di identità matura. Vent’anni, tre guerre, sono pochi per darsi una fisionomia compiuta… L’intento (sempre per il Professore) quasi a scindere l’Uomo dalla sua creatura, il primo in fondo oggetto di un possibile recupero – un po’ patetico bolso precocemente in declino (in fondo in ogni casa c’è un nonno tra il triste e il bizzarro) – mentre il Fascismo, condannato dalla storia, quale ‘male assoluto’, preda della nientità. No, a coloro che lo esaltano se ne fanno imitatori ne condividono l’assunto, dico loro: in Renzo De Felice c’è del marcio!

Oggi, un po’ provocatorio un po’ per burla un po’ convinto, il quotidiano Il Tempo ha proposto Mussolini quale ‘uomo dell’anno’. Non ho letto l’articolo e le motivazioni addotte, ma concordo. Approvo pienamente, con la mente e con il cuore. E concordo con gli occhi che hanno impresso i volti i luoghi le vicende di quel Ventennio, contrapponendoli (un confronto paritario e leale è impraticabile), con il ghigno e l’agire da nanerottoli, indecenti e servili, modello Emanuele Fiano e Laura Boldrini. E conto i giorni che mancano a quel 4 marzo quando – è il mio unico auspicio (quale altra aspettativa si può pretendere?) – spariranno inghiottiti in qualche inutile scranno a Montecitorio o di Palazzo Madama. Perché sono l’incarnazione di come si possa essere contro la storia contro la memoria contro il buongusto… Di altri ‘orchetti’, indecenti e servili, intendo qui alludere e concludere. Sempre De Felice volle imporre, con la pretesa arrogante di colui che ‘sa’, la distinzione netta e inconciliabile tra Fascismo e Nazionalsocialismo. Accadimenti storici, contingenti e nefasti, quali le Sanzioni e poi la guerra civile in Spagna, costrinsero il Duce – oltre che per vanità emulativa e, diciamolo, un decadimento dello stato psico-fisico – ad allearsi con Hitler che aveva sempre disistimato e di cui avvertiva pericolo e distanze. Inoltre, mentre il Fascismo, ‘idea mediterranea’, guardava al futuro, accogliendo la modernità (pur se temperata da valori frugali di una società ancora segnata dall’eredità contadina), un filo rosso e giacobino, il Nazismo affondava nel gelo e nelle tenebre di visioni ancestrali e primitive, nonostante la sua potenza industriale e i progressi della scienza. La solarità del giorno contro le ombre della notte, a voler far poesia, la pienezza delle immagini contro l’oscuro declinare delle parole… La guerra del sangue contro l’oro, un nuovo ordine europeo, le nazioni giovani e proletarie, bisognose di spazio, e di contro le democrazie liberali, avide e rapaci (‘demo-plutocratiche’), solo sciocchezze della propaganda. Non che i due Regimi fossero espressione identitaria, comprese ostilità e diffidenze. Anche qui però il sospetto, voglio essere benevolo e accomodante, di come in questa scissione vi fosse l’animo del ‘buon samaritano’: se i due ‘compari’ furono alleati più per contingenze che per convinta sinergia, l’uno – il Fascismo – diviene un male minore, una farsa sciatta e perdonabile, l’altro – il Nazismo – , l’orrore elevato a sistema, al rogo e per sempre… (Sia chiaro al lettore noi non siamo i buoni dalla parte dei cattivi, semmai cattivi dalla parte dei buoni. Con buona pace). A conclusione torno alla premessa. E ricordo, fra le immagini che mi si accavallano, un tedesco senza parte del braccio, sostituito da una protesi. Un bell’uomo, alto e raffinato, nel gesto e nell’eloquio. Lo conobbi in spiaggia. Era stato – mi raccontava in buon italiano – sul fronte russo dove, appunto, avevano dovuto amputargli la mano e l’avambraccio per l’esplosione di una mina. Poi sul fronte italiano, a Rimini.

Ed aveva comandato un plotone di genieri con l’ordine di far saltare i ponti per rallentare l’avanzata degli alleati, ormai alle porte della città. Solo il ponte di Tiberio si sollevò, con l’esplosione, per ritrovare il suo assetto originario. A nulla valsero le indicazioni dei partigiani – ulteriore prova della loro credibilità – che ormai Rimini era un cumulo di macerie, sgombra di soldati germanici. Gli americani la bombardarono ancora per due giorni prima di ‘osare’ entrarvi. Allora, con chi valeva la pena schierarsi, ieri? E, oggi, pur nella memoria?

Da qualche parte – forse in E venne Valle Giulia – ho scritto come ci sia un momento in cui ci si schiera, accettando e caricandosi anche dei troppi errori ed anche di possibili orrori. Questione di stile. In caso contrario si rimanga nella vanità da intellettuale, attento e compito, ma si eviti di dare lezione su cosa e su chi, di fronte a dei giovani ardenti d’entusiasmo, sia Fascismo. Chi ha da intendere, intenda. I leoni morti è una lettura esemplare, i romanzi di Saint-Loup lo stesso. Come il saggio postumo di Adriano Romualdi su Le ultime ore dell’Europa. Le Waffen SS non andarono al fronte dell’Est e si batterono in una Berlino spettrale per dei professorini arroganti e presuntuosi, versarono il loro sangue perché, fra quelle rovine, l’Europa vivesse… Le emozioni contro i sofismi i documenti le cifre. Chi ha cuore da miserabile si metta l’animo in pace e si riconosca, patetico e vile, un ‘sopravvissuto’… Il Fascismo non fa per lui.

E se – come mi dicono – c’è chi ha in mente di darsi a scrivere un altro ‘copia e incolla’, emulo mediocre e sciatto del ‘suo’ Professore, dove elogia il Fascismo (bontà sua!) e dileggia il Nazismo (che la collera scagli contro i suoi strali!), beh, abbiamo vissuto e visto altri uomini (?) peggiori, indecenti e servili in ogni caso. Ce ne faremo ragione. Forse.

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Categorie: Punte di Freccia

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 14 Gennaio 2018

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

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