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Indecenti e servili 3. Il Sol Levante – Mario Michele Merlino

Indecenti e servili 3. Il Sol Levante – Mario Michele Merlino

Cantava Francesco Guccini ne L’avvelenata come amasse raccontare storie, la storia cioè con la minuscola, di uomini e donne e del loro vissuto, emozioni che sempre antecedono ogni ragionamento e, senza di esse, quanta arida sarebbe e ben misera la nostra esistenza. Lo scrivo a premessa e mai per assolvermi. Lo scrivo contro gli indecenti e servili che, dietro il paravento dell’oggettività della ricerca dei distinguo della documentazione, nascondono ‘cattivi pensieri’, come rilevava Nietzsche in Umano, troppo umano. Contro gli indecenti e servili, omuncoli al seguito dei Renzo De Felice, che vorrebbero stilare liste di proscrizione, buoni e cattivi come si faceva a scuola tracciando una riga con il gesso sulla lavagna…

Ancora da insegnante condivisi per due o tre anni le medesime classi con il professore di matematica Auconi (non ricordo il nome). Era uomo discreto, poco propenso a socializzare con i colleghi, forse burbero con gli alunni più come una sorta di autodifesa che per carattere. Gli chiesi, avendo risposta affermativa, se fosse il figlio del capitano di corvetta Walter Auconi, al comando del sommergibile Cappellini durante la seconda guerra mondiale. Con il grado di ammiraglio egli era ancora vivo, ma a nulla valsero le mie insistenze perché mi consentisse di incontrarlo. Si trincerò dietro l’età avanzata lo stato di salute la memoria ormai labile e dispersa.

Fu irremovibile. Dietro le motivazioni, però, pur legittime, io vi ho visto un disagio la insofferenza l’ombra del dinosauro, per usare la felice espressione che Emanuele mi ha cucito addosso – senza scomodare le volgarità di un Freud intorno alla ‘uccisione del padre’. Non deve essere stato facile crescere in un tempo, per dirla con l’amico Nietzsche, dove è la plebe a dominare, avendo dei genitori che si portavano dentro, negli occhi nel cuore nella mente, visioni di idee uomini accadimenti eroici. Essere dei nani sulle spalle di giganti, lacerati tra eredità e presente in conflitto fra loro. (Quante volte ne parlavo con il comandante Mario Sannucci, già btg. Lupo-XMAS, che aveva perso il braccio destro in azione sul fronte del Senio, il 6 gennaio del ’45. Di suo figlio Corrado, Lotta Continua, giornalista sportivo, ‘il bamboccione’ come lo chiamava).

Il Cappellini opera in Oceano Atlantico, presso la base di Betasom a Bordeaux. Siamo nella tarda primavera del ’43, quando insieme ad altri sommergibili italiani danno il via ad una operazione, folle e disperata. Raggiungere l’alleato giapponese, per oltre diecimila miglia, circumnavigando l’Africa e attraversando l’Oceano Indiano fino al porto di Singapore. Stivare merci come l’alluminio il mercurio gli apparecchi di precisione, di cui i giapponesi hanno assoluto bisogno per contrastare la reazione lesta ed imponente degli USA e rientrare con oppio (da cui deriva la morfina) gomma stagno di cui la Germania e l’Italia ne sono carenti. Sette i sommergibili e di cui soltanto il Cappellini e il Tonelli riusciranno a portare a termine la missione d’andata. Poi a scontare il dramma e le conseguenze dell’8 settembre della resa e del tradimento e della vergogna a cui si ribellano ufficiali e marinai aderendo idealmente alla RSI e, quando il governo Parri (‘il ruggito del topo’) dichiara guerra al Giappone, arruolati nella marina imperiale nipponica.

E, il 22 agosto del 1945 – durante un bombardamento alleato sul porto e la città di Kobe (ormai i piloti americani sganciano le bombe quasi raso terra, inesistente ogni forma di reazione o quasi) – saranno proprio le mitragliere a bordo del Cappellini ad abbattere un B25 Mitchell in una delle estreme azioni di difesa aerea. La resa il 2 di settembre e la decisione di restare nelle terra che avvertono essere divenuta patria. Marinai d’Italia, estremi testimoni di un Onore dismesso e inutile per un paese che si è avviato ad essere il cialtrone in cui viviamo nostro malgrado e che, nostro malgrado, portiamo nel cuore. (Traggo parte di queste notizie dal bel libro di Mario Vattani La via del Sol Levante).

Mentre il comandante Auconi, affondato sulla nave tedesca che lo sta riportando in Europa, dopo giorni in mare con pochi altri naufraghi, viene catturato dagli americani e trasferito ad Hereford, Texas, dove sono ristretti i prigionieri italiani, i non-cooperatori – altro esempio, anch’esso ignorato se non deriso, di quell’Onore di cui si è detto sopra. Ne parlai con il generale della forestale Adriano Angerilli, ad Arezzo, che della sua esperienza in quel campo di prigionia, aveva tratto tesi di laurea all’età di ottanta anni e di cui m’ero adoperato a pubblicare.

Leggo a pagina 129:

‘Poi, nel settembre 1944, arrivarono anche alcuni ufficiali e marinai di una formazione di tre sommergibili italiani della base di Bordeaux. Nell’estate 1943 erano stati inviati in missione in Estremo Oriente. Sorpresi in Giappone dall’8 settembre s’erano dichiarati favorevoli al Governo di Salò ed erano ripartiti per la lontana base atlantica. Dopo inenarrabili peripezie, con traversate rischiose e temerarie e autoaffondamenti, naufraghi erano stati trovati ormai sfiniti da unità americane e, in seguito ad altri avventurosi itinerari, avevano alla fine raggiunto Hereford. Il più anziano del gruppo, il romano capitano di corvetta Walter Auconi, raccontò una sera, in una riunione affollatissima, con estrema incisività di parole, le tappe della eccezionale, lunghissima spedizione di andata e ritorno, in tutti i particolari. Nel grigiore della baracca convegno, quelle due ore di atmosfera salgariana ci lasciarono spaziare nella immensità sconfinata degli oceani: furono come un bagno salutare nell’avvincente ricordo di immaginazioni lontane’.

Cosa aggiungere di più? E poco conta le tante imprecisioni. Contano le atmosfere che sanno suscitare, il linguaggio del corpo, in uomini costretti a misurarsi in perimetri delimitati dal filo spinato. E in noi che, ostinati, ci sentiamo prossimi a loro nello spirito ardito e vigile.

Lasciamo scorrere gli occhi della fantasia, la riscoperta di letture infantili dove ci si immergeva e ci si identificava con Il Corsaro Nero e Sandokan nei mari della Malesia. Quei sette sommergibili, varati negli anni Trenta, ormai troppo grandi e lenti per dare caccia efficace al naviglio alleato, rispetto agli U-boot tedeschi, che tornano in cantiere per essere svuotati liberati d’ogni spazio adoperabile – cento cinquanta ed oltre di tonnellate in merci. Quei comandanti e i loro marinai, praticamente indifesi – via le camere di lancio i siluri il cannone di bordo (resta loro solo una mitragliera) –, magari imprecando tra i denti e rinnovando il rito arcaico degli scongiuri, irsuti sporchi (anche due dei tre bagni sono stati eliminati) eppure vanno e non solo per stolto senso del dovere. No, vanno perché comprendono il compito estremo loro assegnato perché sui banchi della scuola fascista hanno conosciuto l’ardire dei loro antenati navigatori inesausti e filibustieri. Buon sangue non mente, si dicono fra loro con il mozzicone di sigaretta fra le labbra screpolate ed arse. E di questa eredità ideale daranno prova in quotidiano sacrificio e orgoglio mai dismesso.

Storia e storie, pur minimali, ma risposta a quanti, indecenti e servili, si affrettano anche oggi a ‘prendere le distanze’ a stabilire i ‘buoni’ (i fascisti) e i ‘cattivi’ (i feroci nazisti e i musi gialli). Involontario e stupido strumento di chi, anche in questi giorni (penso a Laura Boldrini e alle sue recenti rancorose affermazioni ad un convegno in merito alle leggi razziali del ’38 contro chi vorrebbe – illuso – fare distinzione tra un fascismo buono e un nazismo cattivo), fa dell’antifascismo alibi al proprio fallimento. Al contrario io credo come , in amore così in guerra, si condividano per sempre i tanti errori e, magari, qualche orrore di troppo…

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Categorie: Punte di Freccia

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 30 Gennaio 2018

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

Commenti

  1. Mi auguro Mario che queste sue ultime riflessioni le raccolga in un libro. È sempre un piacere leggerla, o leggerti, e anche uno sprone a non perdere coraggio e fiducia in cio’ che sono e siamo. Fuori dal coro. Nei tuoi pezzi/libri c’è una sensibilità fatta di sangue che scalda le serate, freddissime come la mia di stasera.
    Grazie e basta.

  2. mario michele merlino

    il freddo dell’inverno è poca cosa se il gelo stringe l’anima. eppure incertezze dubbi esitazioni ci appartengono e ci mettono alla prova. non tanto le idee ci sono d’ausilio – troppo fredde e distanti. esempi di uomini, anche modesti, questi sì sono un buon confronto uno stimolo provocazione il superamento. grazie delle tue parole…

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