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L’eterna polveriera mediorientale e il ruolo dell’Europa

L’eterna polveriera mediorientale e il ruolo dell’Europa

Se non fosse che dietro l’occupazione militare sionista della Palestina ci sono tutti gli sporchi interessi turbo-capitalistici dell’imperialismo unipolare americano, direi che delle eterne beghe semitiche mediorientali tra Ebrei e Arabi ci dovrebbe fregare poco o nulla, essendo di un mondo totalmente estraneo all’Europa e alla sua civiltà. L’Europa è la culla della civiltà, signori, il faro della ragione, il lussureggiante habitat della cultura e dell’equilibrio, coi fanatici personaggi da presepe perennemente intenti a scannarsi per questioni biblico-coraniche non ha nulla a che vedere, per quanto, da 2.000 anni, sia radicato nel nostro continente il virus del monoteismo abramitico. Mi chiedo: cosa diavolo dovrebbe importarci di quanto accade in quell’arido budello di terra levantino, insanguinato da conflitti le cui moderne radici risalgono al periodo a cavallo tra ‘800 e ‘900, a quando cioè la Palestina venne raggiunta dai veleni ideologici del nascente sionismo mitteleuropeo?

Questi problemi, purtroppo, ci riguardano nella misura in cui condizionano la nostra stessa vita, in quanto governati da canaglie atlantiste che spalleggiano lo stato di Israele, finendo per coinvolgere la stessa Europa in questi inesauribili conflitti che non cessano mai, e anzi, sembrano ora ringalluzzirsi grazie alle sparate di Trump. La sua uscita riguardo lo status di Gerusalemme come capitale ufficiale effettiva dell’entità sionista non è stata certo presa bene dagli Arabo-Palestinesi, e lo credo; la pace in Medioriente è ostaggio degli Israeliani, essendo costoro fuori posto, occupanti abusivi di un territorio che non gli appartiene solo perché la loro presenza fa comodo a chi porta avanti l’agenda mondialista.

La fuffa biblica e la strumentalizzazione ebraica di quelle vicende che vanno sotto il nome di “Olocausto” hanno goffamente giustificato le pretese di un popolo eterogeneo, frammentato, rimescolato, sparso su vari continenti ma unito da una comune fede religiosa, usata come mazza ferrata contro le ragioni della maggioranza arabo-musulmana (e della minoranza arabo-cristiana). Gli Ebrei, da un punto di vista etno-antropologico, non erano certo originari della Palestina essendo agli albori un popolo raccogliticcio ed errante, sovente schiavo dei potentati della mezzaluna fertile e del Vicino Oriente; la terra di Canaan fu raggiunta in un secondo momento, dai Giudei, la cui culla è in realtà una dispersione da ricercarsi nell’antica Mesopotamia. Non c’è che dire: la diaspora è da sempre nelle corde degli Israeliti.

In Israele possiamo trovare tutti i diversi raggruppamenti etnici della gente ebraica. V’è la classe dirigente costituita dagli Ebrei aschenaziti, ossia di quelli originari dell’Europa centro-orientale e della Russia, animatori del sionismo e della cultura yiddish, i più intolleranti, persino con il resto dei correligionari e non solo con gli Arabi o con gli Etiopi falascia convertiti al giudaismo; vi sono i Sefarditi, gli Ebrei del bacino mediterraneo, coloro che vennero espulsi in massa da Spagna e Portogallo durante il Medioevo, più versati per la teologia e la musica che per la vita intellettuale tipica degli Ebrei mittel; infine i Mizrahi, gli Ebrei mediorientali, i più vicini al ceppo ebraico originario, in particolare quelli dello Yemen, che sono di sicuro tra i più semitici degli Israeliti. Come accennato troviamo anche i Falascia, che rappresentano la carne da cannone dell’esercito israeliano, così discriminati che anni fa si sentiva parlare di un progetto di sterilizzazione per contenerne la popolazione.

Ma la maggior parte degli Ebrei non si trova in Palestina, bensì negli Stati Uniti d’America, in particolare a New York e dintorni, segno che, sotto sotto, nemmeno agli Israeliti interessi poi molto il destino di quello che dovrebbe essere il loro stato etnico. Del resto che cosa potrà mai c’entrare un tizio di origini aschenazite con i Beduini e il deserto del Negev? Questa storia della legge del ritorno è una farsa, perché coloro che, 2.000 anni fa, finirono erranti per il mondo dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme messa in atto dall’imperatore romano Tito, non sono certo la stessa cosa di coloro che, oggi, sono loro discendenti, tanto più che il discreto numero di visi europei, a volte nordici, presenti tra gli Ebrei d’Europa è frutto di una certa assimilazione di convertiti, in particolare russi.

Vero, la genetica delle popolazioni ci spiega che il DNA autosomico (ossia non sessuale) degli Ebrei odierni, incluso quello degli Aschenaziti, conserva un’impronta levantina remota al pari delle linee paterne, tanto che la loro similarità genetica ad alcuni popoli dell’Europa meridionale estrema, come i Siciliani, lascia intendere una sicura ibridazione con i geni europei, a partire da quelli dell’isola di Trinacria e del Sud Italia, dove alcuni Ebrei della diaspora finirono durante l’epoca imperiale romana. Dal Sud Italia si spostarono in Renania nel Medioevo, e successivamente, incalzati dalle persecuzioni dei crociati teutonici finirono ad est, a cavallo tra mondo germanico e slavo. La teoria kazara non ha alcuna credibilità e veridicità scientifica.

Viceversa, Gerusalemme è una città siriana, così come la Palestina è una provincia della Grande Siria al pari di Libano, Cisgiordania, Giordania, e il concetto di Israele riguarda solo un’entità politica sionista fortemente voluta dall’imperialismo occidentale, bisognoso di un avamposto strategico in mezzo al mare arabo-musulmano. Senza armamenti americani ed europei (soprattutto degli eternamente compunti Tedeschi) Israele sarebbe stato fagocitato in un sol boccone, altro che vittoriose guerre della seconda metà del ‘900, ed è anche per questo che si finisce per simpatizzare per i Palestinesi, macellati da decenni di strapotere militare e tecnologico israeliano. Lo stato giudaico è l’emblema del capitalismo e dell’unipolarismo americano (e gli Usa sono a loro volta tenuti per le palle dalle influentissime lobby ebraiche stile Aipac), mentre gli Arabi di Palestina, da settant’anni costretti a vivere come profughi o come topi ghettizzati a casa propria, sono l’emblema della lotta socialista dei diseredati abbandonati a sé stessi dall’Occidente capitalista.

Proprio in queste situazioni il terrorismo islamico trova il suo terreno fertile d’elezione, approfittandosene della disperazione, della povertà e dell’ignoranza di gente schiacciata sotto il tallone dell’anfibio sionista dal secondo dopoguerra. Ironia della sorte, i primi bombaroli della regione furono proprio i terroristi sionisti appena sbarcati in Palestina (i membri di Haganah, Irgun e Banda Stern), che prima se la presero con i colonialisti inglesi e poi direttamente con gli Arabi. La cosiddetta “terra santa” è lordata da una lunghissima striscia di sangue che prende le mosse proprio dal ritorno dell’elemento ebraico nell’area, a partire dalla seconda metà dell’800.

Per quanto utopico, ritengo che lo stato di Israele sia fuori posto: gli Ebrei in Palestina possono anche rimanerci, ma non con uno stato proprio perché laggiù è territorio nazionale siriano, e sarebbe una scelta sciocca anche quella di una Palestina libera ed indipendente, staccata dall’orbita di Damasco cui appartiene, quanto il Libano, per dire. L’area verrebbe davvero pacificata sotto il controllo della stirpe sciita alawita del grande Assad, con un governo presidenziale di socialismo nazionale, senza sottane sunnite, terroristi islamici, truppe d’occupazione sioniste, finti ribelli al servizio della Nato e Nato medesima, guidata dalla grossolana sagoma appesantita di Trump, che farebbe bene a badare ai propri affari interni invece di lanciarsi in uscite sciagurate destinate a seminare caos.

La zizzania statunitense è una piaga biblica, fonte di perenne destabilizzazione utile ad Israele e suoi cripto-alleati terroristici (Hamas e falchi israeliani fanno lo stesso gioco) ma altamente dannosa per l’innocente popolazione araba, e anche per quella ebraica, sicuramente. Ci si dovrà scannare e sbudellare ancora per molto tempo, per Gerusalemme? Per quella insignificante (da un punto di vista indoeuropeo) città che per secoli è stata fonte di odio, fanatismo, violenze esasperate, bigottismo farisaico di marca semitica, ma che certi politicanti-lacchè nostrani pro Israele possono ritenere addirittura la culla delle origini spirituali d’Europa. Culla delle nostre origini? Le nostre origini sono squisitamente europee, e dipartono dal tronco dell’albero indoeuropeo grazie a Italici, Romani, Celti, Greci, Etruschi (che indoeuropei originari non erano ma che di sicuro avevano una grande componente indoeuropea assorbita nel cuore d’Italia). Per le tenebrose fiabe del deserto palestinese non ci dovrebbe essere più spazio, poiché la civiltà europea è frutto del genio europeo, non di bislacche alchimie bibliche levantinamente mescolate con rimasugli pervertiti di tradizione ariana.

Ave Italia!

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Categorie: Etnonazionalismo

Pubblicato da Paolo Sizzi il 10 Dicembre 2017

Paolo Sizzi

Lombardo orobico, Italiano, Europeo, classe 1984. Letterato, sulla Rete dal 2006, da sempre cultore di valori identitari e tradizionali. Senza rinnegare la formazione völkisch evolve il pensiero nell’Italianesimo Sangue e Suolo, coerente con un disegno etnonazionale federalista. Appassionato di antro-genetica, si definisce Nordomediterranide, fusione di elementi ario-italici/celtici con il sostrato ligure. E la Lombardia è proprio questo: una terra ligure e alpina arianizzata da Celti e Italico-Romani, e con un benefico tocco germanico.

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