Il coraggio di raccontarsi – Mario Michele Merlino

Il coraggio di raccontarsi – Mario Michele Merlino

Gambettola è un paesone di alcune migliaia di abitanti nell’entroterra romagnolo, a pochi chilometri da Cesena e prossimo al Rubicone. Agricola e d’artigiani l’economia. Famosi divennero i suoi straccivendoli – credo vi abbiano eretto una statua – che si adoperavano, nell’immediato dopoguerra, a raccogliere, sparso in grande quantità, il materiale militare, in prevalenza americano, abbandonato nel corso del conflitto (qui si combatté lungo la Linea Gotica e il 15 ottobre del ’44 vi entrarono gli alleati, dopo averne distrutto gran parte dell’abitato). Ricordo uno spazio erboso, gli estesi capannoni, pile di oggetti dell’esercito USA, a fare ruggine (delusione, non trovare nulla della Wehrmacht!). Dalla stazione di Riccione si prendeva il treno, dell’Ancona-Bologna. Inizio anni ’60.

D’estate s’era una piccola brigata di belle speranze – oggetto dei nostri desideri le giovani tedesche in arrivo con il mito sole-pizza-amore, le serate al dancing Savioli o al Vallechiara o al più economico La Stiva, il bicchiere di coca-cola (l’educazione ferrea di mia madre all’anti-americanismo m’imponeva l’italianissima gazzosa), poi dietro le cabine degli stabilimenti a cercare di appagare le ondate ormonali. Sovente inani. Di belle speranze e alle prime armi nella nostra scelta d’essere testimoni ed eredi d’un recente (allora) passato in camicia nera. E tutti noi siamo rimasti fedeli nel tempo e nonostante le circostanze che ci hanno disperso e diviso. Così Adriano e Pino (trasferitosi a Stoccarda, insofferente a restare in Italia) e Giorgio (che se n’è andato anzitempo) ed altri, di cui ho perso il nome. Infine io, da Roma. E l’architetto Speroni, unico consigliere del MSI, già combattente nella ANR.

La memoria, strano oggetto misterioso, ha preservato in qualche ripostiglio segreto per decenni una serata di fine settembre, quando ci si recò proprio a Gambettola a trovare un camerata che viveva in una villetta isolata verso la via Emilia. Chissà come e perché me l’ha riportata e in modo repentino e prepotente. Forse basta un gesto, pur involontario, una parola buttata a caso una immagine improvvisa a snodare una ragnatela di apparente mistero di rimandi e richiami e assonanze per trasformare la dimenticanza in presenza viva e amica. Un dono, racchiuso in uno scrigno, simile ad un tesoro sepolto in qualche isolotto sperduto da ciurma di pirati, bandiera nera e il teschio con le tibie incrociate. In questo caso.

Ricordo che aveva gli occhi verdi e buoni. Non il nome, vaga la fattezza fisica – alto, mi pare, e nervoso nell’accompagnare con le mani mobili il parlare in un silenzio di cui era troppo a lungo prigioniero. Quasi un urlo, frasi dirette e rabbiose contro ogni accenno, pur minimo, alle cose agli uomini alle vicende del mondo. Eppure la voce si strozzava in gola, simile a sussurro, dolce e lieve, ogni volta che pronunciava il nome del ‘suo’ (diceva proprio ‘il mio’) Musslèn. E. al contempo, si chinava ad accarezzare la coppia di cani, due doberman agili e dallo sguardo vigile e cattivo, accucciati ai suoi piedi. I soli amici, compagni di passeggiate notturne, a difesa e a sventare le tante minacce d’aggressioni annunciate.

‘Le poche volte – in dialetto stretto che faticavo a seguire – che vado di mattina in piazza e al bar a prendere il caffè, facce torve mute pugni sul tavolo e qualcuno mi sputa nella tazzina, pensando che non me ne accorga…’. Aggiungendo, con orgoglio sincero e vibrante: ‘Vorrebbero che mi levassi la camicia nera, come tutti gli altri, ma io no, ci sto dentro e l’ho onorata con il sangue mio e dei traditori che ci sparavano alle spalle!’.

Un unico incontro, una sola occasione. A quell’uomo – avrà avuto meno di quaranta anni, ma mi sembrò allora già ‘vecchio’ – devo, però, molto. Inconsapevolmente fino ad oggi. Almeno fino a sabato scorso, in un tardo pomeriggio, promessa di pioggia, al pub Gandalf di Ostia, dove l’amico Delio ha rinnovato l’invito per la conversazione inerente il libro Rappresentazioni in nero. Di fronte ad un gruppo non numeroso, ma da sempre fedele e affiatato. Un libro composito intorno a figure, alcune di prestigio e di fama riconosciuta, della cultura nella prima metà del Novecento. Allora, perché raccontare un episodio – è trascorso oltre mezzo secolo (!) – così marginale e tanto a lungo relegato nell’oblio? E così poco, va da sé, attinente al mondo della cultura – forse sapeva appena leggere e scrivere e male s’esprimeva in italiano -, di cui mi faccio sovente vanto, definendola altra ed alta?

‘Italia proletaria e fascista’, quella d’allora, spazzata via fuoco e ferro di bombe carri armati aerei a calpestarne il suolo devastarne chiese e scuole e palazzi oscurarne il cielo azzurro e terso distruggere nella carne e nel sangue di uomini e donne la fede ingenua ed eroica in sogni e illusioni e (anche) con qualche inganno di troppo. Sogni e illusioni e gli stessi inganni, tutti però nobilitati dal richiamo alla grandezza e dalla consapevolezza del sacrificio imminente e doveroso. ‘Nulla si fa senza il sangue’, si dicevano in cuor loro quegli uomini quelle donne, appartenenti a una razza indomita di credenti e combattenti. Così lo scriveva Pierre Drieu la Rochelle in Gilles, romanzo autobiografico in massima parte e con pagine forti a descrivere quel 6 febbraio 1934 così fondamentale per lui e Robert Brasillach…

Ecco la risposta, il suo senso, la misura, il valore.

Quella ‘serenità’ riscontrata, ad esempio, da Bruno Spampanato ed, esattamente il mese dopo (23 marzo e 23 aprile del ’45), da Giorgio Pini, entrambi giornalisti, in Goffredo Coppola, latinista e rettore dell’università di Bologna, quando confida loro che non può sopravvivere se il ‘suo’ mondo dovesse crollare, quel Fascismo che egli considerava renovatio dell’Impero di Augusto.

Gli uomini possono sussistere anche senza idee – oggi, nell’età della volgarità (scrivo ‘volgo’ e non ‘popolo’) sono opzioni superflue –, ma, se ne hanno, esse devono saper coabitare con gli uomini e gli uomini essere un tutt’uno con esse. In caso contrario si finge di fare altare alle idee. Ci si paluda del titolo di ‘professore’. Lodato e sbrodato e ripagato con una pizza una birra. A scrivere dediche per qualche misero compenso di libri venduti. Fregiarsi del titolo (falso e non smentito) d’assistente magari del prof Renzo De Felice – che, a ben vedere, ci sarebbe da fare le pulci alle interpretazioni (subdole e malsane) sul Duce ed il Fascismo, come rilevava l’amico Enzo Erra. Senza aver dato un cazzotto attaccato un manifesto farsi manganellare dagli sbirri essere racchiuso tra sbarre e chiavistelli. (Non è obbligatorio, certo. Sta al nostro buongusto – non dico stile -, però, evitare la retorica del militante, inneggiare ai martiri agli eroi a Nicolino Bombacci a Giuseppe Solaro – ‘I ribelli siamo noi’ (minimo il rispetto e un tacito e doveroso silenzio!) -.

Il linguaggio del corpo, con le emozioni e i sentimenti e le passioni che s’impongono, immediate e senza alibi, con un sì o un no. Tutto o niente. Bandiere da innalzare al sole, canzoni da gettare al vento, simili a corpo di donna. E trattare la Vittoria e la Disfatta come analoghi impostori.

Tutto il resto è scorie.

Tutto questo e ben altro, nei meandri oscuri della memoria, mi parlava mi educava mi spronava, in stretto e ostico da intendere dialetto romagnolo, quello sconosciuto anonimo proletario e fascista, credente e combattente, camicia nera e i doberman quieti ai suoi piedi. So che, troppo a lungo e in troppe circostanze, l’ho disatteso. Ed oggi, tardivo riconoscimento, tardiva riconoscenza, pago il debito, con l’inchiostro e non con il sangue come, più giovane, avrei auspicato e cercato. A saldare il conto ci penserà l’anagrafe – e non è atto lacrimevole o giustificatorio.

Allora mi do senso – o almeno ci provo – quando sono qui alla tastiera e mi metto a scrivere frammenti di libri possibili o interventi su Ereticamente. E mi appare il poeta Ezra Pound in una fotografia di quando, dopo la cruda esperienza in gabbia, si trova in una tenda con davanti la macchina da scrivere, sul tavolo il dizionario di cinese, la camicia militare USA arrotolate le maniche. Lo sguardo febbricitante il corpo proteso le mani dalle dita sui tasti quasi rostri per lacerare l’impostura e la miseria. E si con-fonde con un viottolo sassoso, fra due file di alberi sferzati dal vento, solo il rumore costante e sicuro di passi e di zampe dei cani, all’unisono. In cielo miriade di stelle. Il poeta e l’anonimo legionario della Repubblica, come conio di medesima medaglia. Sì solo in questo modo il sangue e l’inchiostro non sono fra di loro avversi, l’azione e il pensiero si ritrovano, quel ‘sole e acciaio’ di cui parla Mishima. Fratelli ormai in spiri-to come lo furono nella carne. ‘Camerati di una sorte’.

Con serenità.

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Categorie: Punte di Freccia

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 16 Novembre 2017

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

Commenti

  1. Mi piace, e non cerco nemmeno di giustificare il perchè. Mi piace, così, a pelle, come il sole del mattino sulla spiaggia del Cavallino, a guardare quei bunker e quelle casamatte della Todt, dove i camerati germanici si mescolavano ai bersaglieri del “Mameli”… e poi, qualche anno dopo, sopravissuti alla guerra, ricordandosi di come nessuna guerriglia partigiana qui li avesse mai disturbati, i “crucchi” tornarono, da turisti, fine anni cinquanta, primi anni sessanta, e da allora in poi sempre, i loro figli, i loro nipoti, beneficiandoci economicamente, fedeli, perchè …noi del Litorale Nord non li avevamo mai presi alle spalle con le armi.-
    Ciao
    Bruno

  2. mario michele merlino

    grazie. testimone di luoghi e stagioni che ci rimangono nella mente e nel cuore. le biciclette l’onda placida a congiungersi con l’arenile la piadina calda e il primo bacio dato a labbra strette… e sempre tentare di preservare ‘la fierezza e la speranza’. ciao, a te

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