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Giovanni de Castro: I Templari e la Tradizione del Tempio – Daniele Palmieri

Giovanni de Castro: I Templari e la Tradizione del Tempio – Daniele Palmieri

Giovanni de Castro, filosofo, storico e giornalista ottocentesco, è una delle tante personalità culturali del nostro paese che la memoria corta degli Italiani ha presto dimenticato. Grande affronto per il sapere nostrano, se si considera che insieme a De Amicis, Manzoni, Hermes Visconti, Paolo Mantegazza è stato uno degli artefici di una cultura nazionale italiana, e che insieme a Gabriele Rosa e Gabriere Rossetti rappresenta, invece, uninteressante filone del pensiero esoterico italiano del XIX, ancor meno studiato e conosciuto. Egli scrisse infatti un’opera in dieci volumi, Il mondo Secreto, in cui analizza la nascita e lo sviluppo delle filosofie e delle società esoteriche a partire dall’Antica Grecia fino al XIX secolo, anticipando molti temi che verranno poi approfonditi da Guenon, Evola, Eliade, Zolla e altri esponenti degli studi tradizionali.

All’interno dei saggi che compongono la monumentale opera di De Castro, tra i più affascinanti vi è sicuramente il trattato dedicato ai Templari. In esso, De Castro affronta uno degli ordini più studiati ma allo stesso tempo poco compresi e, benché si tratti di un testo con i suoi limiti storici, risulta comunque molto più attendibile, approfondito e storicamente fondato di molto ciarpame scritto e diffuso nei nostri giorni. I Templari di Giovanni de Castro analizza la vita e la storia dell’ordine in tre fasi: l’ascesa repentina, l’altrettanto improvvisa caduta e, soprattutto, la mistica.

De Castro è infatti consapevole che non è possibile comprendere l’Ordine dei Templari e, in generale, le società Cavalleresche medievali se al racconto storico non si accompagna anche quello mistico-teologico, poiché gli Ordini Cavallereschi erano immersi in uno spazio-tempo completamente diverso dal nostro, che Le Goff definì “il tempo del mercante”, ma vivevano in un “tempo sacro”, che Le Goff definisce il “tempo della chiesa”, e dunque la loro vita non deve essere contestualizzata esclusivamente nel contesto storico oggettivo, ma soprattutto in questo contesto sovrastorico e teologico. De Castro racconta dunque mistica, teologia, simboli e, in generale, quella che potrebbe essere definita la Tradizione del Tempio; una Tradizione sovrastorica, che va al di là dello stesso Cattolicesimo. Come scrive nell’ultimo capitolo del testo, dedicato alla mistica dlel’Ordine:

Già la denominazione può accennare, in certo qual modo, ad un ambizioso ribellarsi. Il Tempio è denominazione più augusta, più vasta, più comprensiva di quella di chiesa. Il Tempio signoreggia la chiesa: questa conosce una data, una fondazione, un determinato luogo; quello ha sempre esistito; sussiste in ogni religione; è anzi l’oggetto di tutti i culti. Le chiese rovinano; il tempio resta, resta come un simbolo della parentela delle religioni, e della perpetuità del loro spirito” (Giovanni de Castro, I Templari. L’ascesa, il processo, la mistica, a cura di Daniele Palmieri, Nero d’inchiostro, pp. 99).

Dalla stessa denominazione, i Templari testimoniano una mistica che va al di là delle religioni contingenti, Cattolicesimo compreso, ma possono essere considerati “come i sacerdoti di questa religione, non transitoria, ma permanente” (o. cit. pp. 99). L’iniziazione, presenta in ogni Ordine Cavalleresco, aveva qui il compito di innalzarli a un cristianesimo più puro, in grado di trascendere i simboli; una delle stesse accusa di eresie a loro mossa, quella cioè di sputare e calpestare la croce, secondo Giovanni de Castro potrebbe trattarsi non solo di un’accusa stereotipata, ma testimoniare un rituale che, probabilmente in altra maniera, doveva rappresentare il rinnegare i simboli del cristianesimo non per blasfemia, ma per elevarsi a questa religione trascendente, elevata, perenne. A tal proposito, sempre per quanto concerne la differenza tra chiesa e Tempio:

L’idea del Tempio ci guida a stabilire un altro riscontro. La chiesa può chiamarsi la casa di Cristo; ma il Tempio è la casa dello Spirito Santo. E’ ben questa religione dello Spirito che i Templari eredavano dai Manichei, dagli Albigesi, dalla cavalleria settaria che li avea preceduti” (o. cit. pp. 100).

Lo Spirito Santo, insieme alla Vergine Maria, sono tra i principali simboli venerati dall’Ordine ma, come si vedrà, sono simboli astratti e universali; e rispetto a Giovanni de Castro si potrebbe aggiungere che essi sono assurti non tanto a rappresentazione del cristianesimo in sé, ma come archetipi dei due principi alchemici, mascolino e femmineo, che con la loro danza muovono e creano l’intero cosmo, e che sono presenti in ogni culto. In tale prospettiva, la difesa stessa del sepolcro di Cristo non diventa esclusivamente la difesa del simbolo del Cattolicesimo, bensì di quel messaggio di fratellanza e amore universale scevra da simboli e religioni. “Difensori del sepolcro di Cristo” scrive Giovanni de Castro, “e’ si tennero fedeli, per quel che noi crediamo, a questo apostolo di carità, a questo redentore dell’universo, ma sentirono ch’egli pure era venuto sulla terra a predicare il nome dell’Eterno Spirito, al quale, come padre, dedicarono culto precipuo” (op. cit. pp. 100). Difendere il sepolcro di Cristo significa difendere l’Uomo, ed è per questo che assunsero nel loro austero codice il monito di Bernardo di Chiaravalle di eliminare l’odio dalla loro vita interiore, anche quando sono costretti a fronteggiare e uccidere un nemico, poiché per questa religione perenne non esistono nemici e l’uccisione mossa dall’odio, anche in battaglia, è considerabile alla stregua di un omicidio.

Il carattere trascendente dell’Ordine dei Templari, al di sopra di ogni religione, è testimoniato secondo De Castro anche dal fatto che la confessione dei peccati più gravi era riservata soltanto alle cariche più alte del Tempio, mentre ai preti confessavano soltanto i peccati veniali, come se la Chiesa non fosse degna di assolvere le colpe più gravi degli uomini ma ci volesse un principio ancor più elevato; secondariamente, anche dal fatto che il Papa stesso aveva potere giurisdizionale limitato nei confronti dell’Ordine e non poteva partecipare alla loro riunioni segrete. Spinti da questa forza e dalla loro austerità, i Templari brillarono presto nel mondo come il più potente, maestoso e sublime ordine cavalleresco; ma esso, per i suoi stessi principi, non poteva durare e sopravvivere a lungo, e tanto maestosa fu la scalata quanto rovinosa la caduta. Scrive Giovanni de Castro a tal proposito:

L’innalzamento de’ Templari fu straordinario, straordinaria la loro caduta. A questo modo la prosa si vendica della poesia. Società beffarda e codarda non poteva tollerare società generosa, disinteressata, che avea saputo crearsi una potenza colla fede e col valore. La lettera si ribella allo spirito, che non comprende più, che non ama più. Quando la prosa sconosce le venerande forme poetiche, le vecchie e benemerite istituzioni; quando lo scetticismo si fa strada colla dilapidazione del patrimonio avito, collo spregio delle costumanze meglio autorate, colla demolizione inconsulta, l’umanità novera giorni di lutto. In vero coi Templari perisce un mondo; la cavalleria, le crociate finiscono con essi. Anche il Papato ne riceve un gran colpo. Il simbolismo ne è scosso profondamente. Un avido ed arido spirito bottegajo prevale. Il misticismo, che tanto avea infervorato le decorse generazioni, trova gli animi freddi, increduli. La reazione fu violenta; e i Templari periscono primi sotto i colpi crudeli dell’Occidente, cui tardava ribellarsi all’Oriente che già da tante parti e in sì diverse guise lo circuiva, lo signoreggiava, l’opprimeva” (op. cit. pp. 117-118).

Daniele Palmieri

Nota di Redazione:

I Templari. L’ascesa, il processo, la mistica è disponibile in una nuova edizione, curata e commentata da Daniele Palmieri: https://www.ibs.it/templari-ascesa-processo-mistica-libro-giovanni-de-castro/e/9788892689206

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Categorie: Cavalleria

Pubblicato da Ereticamente il 15 Novembre 2017

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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