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Dalla parte della Luce. Sempre

Dalla parte della Luce. Sempre

Non c’è modo migliore di salutare la definitiva dipartita di un disumano subumano come Riina con il ricordo di coloro che, per anni, si batterono per eradicare, in questo caso dalla Sicilia, il fenomeno mafioso. Un fenomeno mafioso, cosa nostra, che in Sicilia ha potuto beneficiare per decenni dell’appoggio della mafia italo-americana grazie a cui, del resto, gli stessi Alleati riuscirono a penetrare nell’isola nel luglio del 1943 ponendo le basi per la conquista del Mezzogiorno. Questa perversa connessione tra mafiosi siciliani e loro simili a stelle e strisce andò a contrapporsi alla sapiente opera di bonifica antimafia operata, con il Fascismo, dal celebre prefetto Mori, colui che diede seriamente del filo da torcere ai malavitosi che, purtroppo, tornarono successivamente a proliferare nel secondo dopoguerra.

Lo stesso eroico Giovanni Falcone ebbe a dire che: “L’unico tentativo serio di lotta alla mafia fu quello del prefetto Mori, durante il Fascismo, mentre dopo, lo Stato ha sminuito, sottovalutato o semplicemente colluso. Sfidiamo gli antifascisti a negare che la mafia ritornò trionfante in Sicilia ed in Italia al seguito degli “Alleati” e degli antifascisti, in ricompensa dell’aiuto concreto che essa fornì per lo sbarco e la conquista dell’isola!”. E lo stato di cui parla il compianto magistrato palermitano è, ovviamente, quello repubblicano, venuto alla luce dopo il 1945, uno stato totalmente succube delle mafie atlanto-americane e completamente privo di vera sovranità.

In uno scenario siffatto gli Americani avevano tutto l’interesse a tenere sotto scacco il Paese con strategie della tensione mafiose e terroristiche, sfruttando il marciume umano del nostro Meridione così come quello italo-americano da cui uscì un soggetto come Lucky Luciano. Questo individuo fu abilmente usato dagli Stati Uniti per predisporre lo sbarco in Sicilia, scarcerandolo e dandogli il compito di contribuire attivamente alla penetrazione nella Trinacria, tra gli altri, di un’intera brigata costituita da soggetti siculo-americani in odore di mafia.

Il vuoto di potere lasciato dal Fascismo con la fine del secondo conflitto mondiale venne colmato dallo strapotere di una preponderante fetta di amministratori siciliani mafiosi, il tutto sotto il controllo dei vecchi padrini, mentre nel Meridione continentale avvenne qualcosa di analogo con la camorra e la ‘ndrangheta. Si potrebbe pensare che queste diaboliche manovre dell’occupante straniero fossero il tentativo di controllare, tramite un sordido incrocio di mafia e politica, lo stato italiano ostacolando la classe politica “partigiana” centro-settentrionale per favorire così gli ambienti meridionali collusi con le mafie. Si capisce che se la criminalità organizzata prolifera nel Sud, risale la penisola infettando Roma e l’Italia centrale per poi sfondare nel Nord Italia, e pure in altre terre europee e non, è perché potente e appoggiata, più o meno occultamente, da certi intoccabili poteri forti che hanno tutto l’interesse a seminare zizzania per tenere in pugno intere nazioni.

Vanno in questa direzione anche le famigerate 113 installazioni militari americane presenti sul nostro territorio nazionale, così come la cosiddetta “strategia della tensione” che tra anni ’60 e ’90 del secolo scorso terrorizzò e insanguinò il Paese da nord a sud, probabilmente per ostacolare una certa politica democristiana e socialista che guardava con simpatia alle vicende palestinesi. Tra le altre cose, l’episodio di Sigonella rimane nella nostra memoria come un sussulto di sovranità avuto dall’Italia, e pagato a caro prezzo dal PSI e da Craxi medesimo.

La mafia, particolarmente quella siciliana, che con l’avvento di Riina conobbe una orribile svolta culminata nella stagione delle insensate stragi dei primi anni ’90, potrebbe affondare le proprie radici nel periodo dell’occupazione arabo-islamica della Sicilia, da parte cioè di soggetti allogeni che prima di essere sgominati ed espulsi dall’isola grazie a Normanni, Svevi e coloni lombardi provenienti dal Nord Italia potrebbero aver deposto, come spore, i germi delle future mafie nell’interno siciliano, nel cuore rurale di una terra del Meridione estremo troppo spesso straziata da una bestiale violenza figlia di crudeltà, ignoranza crassa, affarismo spietato e levantinismo.

Questa ipotesi su di un’atavica origine moresca del fenomeno mafioso è solleticata anche da un importante giornalista come Indro Montanelli, che nei volumi della sua Storia d’Italia lascia intendere sulla veridicità di una matrice allogena di quel feroce movimento criminale balzato agli onori della cronaca negli ultimi due-tre secoli. Fors’anche la stessa parola mafia potrebbe ricondursi ad un’etimologia araba significante “spavalderia, spacconata”, sebbene la tesi che vada per la maggiore sia quella di un’origine addirittura tosco-settentrionale (il linguista Nocentini la ricollega al nome medievale, del Centro-Nord, Maffeo, da Matteo, con riferimento al passato pubblicano dell’evangelista), che però, forse, riguarda più la parola toscana maffia, ossia “miseria”, che la mafia riferita alla Sicilia.

Epperò le stesse modalità mafiose ricordano certo terrorismo mediorientale, essendo facile trovare somiglianze tra l’orrenda strage di Capaci, in cui perirono Falcone, la moglie e la scorta, e gli attentati con autobombe della Beirut dilaniata dal tristemente famoso conflitto durato una ventina di anni. Sembra davvero esistere una matrice comune tra terrorismo del Levante e certe manifestazioni criminali del Mezzogiorno, e forse proprio per alcuni perversi rimasugli di presenza storica araba nel Sud, in particolare, ovviamente, in Sicilia. Intendiamoci, sto parlando di criminalità che riguarda, chiaramente, un piccolissimo spicchio della società meridionale e che potrebbe davvero essere un residuato maneggiato dalle fasce più degradate, e rimescolate, dei territori ex duosiciliani.

D’altronde, fa pensare il fatto che la culla di cosa nostra sia nella Sicilia occidentale, nell’area che gravita attorno a Palermo, forse la zona più rimescolata e caotica dell’isola, dove per secoli si sono succeduti svariati dominatori attratti dalla ricchezza della città panormita. Si capisce, quando dico “rimescolata” mi riferisco più ad un ambito multiculturale che multietnico, essendo (tutti) i Siciliani un popolo a tutti gli effetti parte, per quanto estrema, dell’Europa meridionale. Tuttavia è indubbio che certe dominazioni del passato abbiano potuto gettare il seme della mala pianta di degrado e criminalità, che nasce da una cultura sotto alcuni punti di vista estranea al contesto europeo. Va detto, nel proliferare delle mafie, c’è anche una responsabilità romana e continentale, dovuta al totale disinteresse di stato verso il Sud che, abbandonato a sé stesso, finisce tragicamente per fare affidamento alle mafie che spadroneggiano nei grossi come nei piccoli e piccolissimi centri.

Si può insomma riconoscere in filigrana l’eterno scontro tra la luminosa etica indoeuropea, di eroi solari ed esemplari come Falcone e Borsellino, che – consapevoli – giunsero al sacrificio di sé per onorare la Bandiera della miglior Europa (che, dunque, non è quella della Ue), e la tenebrosa, infernale piovra mafiosa che mostra alquante affinità con altri generi di mafie mondialiste che ben conosciamo… Non ci venga la tentazione insana di ridurre il nostro Mezzogiorno alla criminalità organizzata, a cosa nostra, alla ‘ndrangheta, alla camorra o alla Sacra Corona Unita; se la mafia si è originata in Sicilia è ancor più vero che in Sicilia è nato l’antidoto a questo mortale veleno, grazie a tutti quei membri di magistratura, polizia, forze armate e società civile che han fatto della propria esistenza un modello di lotta senza quartiere al male, fino al sacrificio supremo (altro che Saviano…).

E ricordare, e onorare, la memoria di tutti coloro che sono divenuti eroi non di uno stato coloniale e apolide come questo, che spesso li ha ostacolati o abbandonati, ma eroi d’Italia e d’Europa, è il modo migliore, come detto in apertura, per mettere la parola “fine” sulle vicende terrene di chi, al contrario degli eroi, ha preferito bruciare la propria meschina e insignificante esistenza prostituendosi all’infero demone.

Ave Italia!

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Categorie: Etnonazionalismo

Pubblicato da Paolo Sizzi il 19 Novembre 2017

Paolo Sizzi

Lombardo orobico, Italiano, Europeo, classe 1984. Letterato, sulla Rete dal 2006, da sempre cultore di valori identitari e tradizionali. Senza rinnegare la formazione völkisch evolve il pensiero nell’Italianesimo Sangue e Suolo, coerente con un disegno etnonazionale federalista. Appassionato di antro-genetica, si definisce Nordomediterranide, fusione di elementi ario-italici/celtici con il sostrato ligure. E la Lombardia è proprio questo: una terra ligure e alpina arianizzata da Celti e Italico-Romani, e con un benefico tocco germanico.

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