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Compagni di gioco – Gianluca Padovan

Compagni di gioco – Gianluca Padovan

«Avendo preparato i rami e i legnami, è ormai tempo di stringere il fascio. Ma poiché la conoscenza di un’opera deve precedere la sua esecuzione, come l’inquadramento del bersaglio deve precedere il lancio della freccia o del giavellotto, innanzi e sopra tutto vediamo quale sia questo fascio che si vuol legare»

Dante Alighieri, De vulgari eloquentia

 

 

Siamo nel 1914.

Con l’inizio della Prima Guerra Mondiale una schiera di banchieri, industriali e imprenditori italiani e stranieri spingono per l’intervento armato dell’Italia contro gli Imperi austroungarico e germanico (Imperi Centrali) con cui il Regno d’Italia è alleato.

Due figure politiche in particolare vengono utilizzate per essere presentate al pubblico (o meglio al Popolo) quali elementi di punta tra i promotori di tale afflato guerresco: Benito Mussolini (Dovia di Predappio 1883 – Giulino di Mezzegra 1945) e Alceste De Ambris (Licciana Nardi 1874 – Brive, Francia 1934).

Costoro, curioso a dirsi, sono un ex renitente alla leva e un massone ex disertore, entrambi socialisti, antimilitaristi, fuggiti all’estero e successivamente rientrati a seguito di varie vicende.

Dal 1914 e fino all’anno successivo l’Avanti!, quotidiano nazionale del Partito Socialista Italiano, sostiene fermamente la necessità che l’Italia rimanga neutrale al conflitto mondiale. L’unica dissonanza proviene dal suo direttore, Benito Mussolini, il quale si svela interventista e in opposizione alla linea del partito.

Sul “fronte militare” vediamo che allo scoppio delle ostilità il generale Alberto Pollio (Caserta 1852 – Torino 1914), Capo di Stato Maggiore del Regio Esercito, è pronto a mettere in atto il piano d’attacco alla Francia, ma una “prematura morte” per supposto infarto lo coglie il 1° luglio 1914: si sospetta l’omicidio e si sottolinea la strana circostanza della mancata autopsia. Sposato con Eleonora Gormasz di aristocratica famiglia ebraica austriaca, Pollio era vicino a ufficiali dello Stato Maggiore Austroungarico e deciso a mantenere fede alla Triplice Alleanza.

Dall’opposta parte, ovvero sul “fronte irredentistico”, molte sono le figure che soffiano sul fuoco. Scrive Michele Terzaghi: «La borghesia italiana sotto gli aspetti più lacrimosamente sentimentali aspirava a mettere al sicuro, dal punto di vista militare le spalle a settentrione e il fianco a levante, ma soprattutto aspirava al porto di Trieste per avere in pugno il commercio dell’Oriente coll’Europa centrale».1

Nell’ottobre del 1914 Mussolini lascia l’Avanti! e il 15 novembre è alla direzione del Il Popolo d’Italia, quotidiano di spinta interventista, venendo conseguentemente espulso dal Partito Socialista Italiano pochi giorni dopo, il 24 novembre. È inoltre lasciato dalla propria compagna e collaboratrice Angelica Balabanoff (Balabanov) conosciuta in Svizzera, “amica” di Vladimir Il’ic Uljanov (Simbirsk 1870 – Gorki, Mosca 1924), alias Nikolaj Lenin, e iscritta al Partito Socialista Italiano.

Chi è costei?

Angelica Balabanoff (Cernigov, Ucraina 1876 – Roma 1965), russa di confessione ebraica ed ex pacifista, nel 1917 aderisce al Partito Bolscevico russo ricoprendo incarichi vari in seno alla Rivoluzione russa e di fatto abbandonando la “fede” pacifista. Ricompare in Italia nel 1922 e poi ancora al termine della II Guerra Mondiale; nel 1947 entra nel Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (poi P.S.D.I.) di Giuseppe Saragat.

Mussolini non è l’unico espulso dal Partito Socialista Italiano e “fuoriuscito” da un giornale, difatti vi è almeno un altro caso. Michele Terzaghi, allora direttore del settimanale socialista di Firenze La Difesa, viene espulso dal P.S.I. nel 1914. Di lui si può ricordare che fu massone, deputato dal 1921, iscritto al P.N.F. e da questo successivamente allontanato e messo al confino.

Si può inoltre ricordare Margherita Sarfatti (Venezia 1883 – Cavallasca, Como, 1961) ebrea socialista, che nel 1915 transita dall’Avanti! a Il Popolo d’Italia per finire con lo scrivere la biografia del “suo” Mussolini e con lui operare nella rivista Gerarchia.

 

Veniamo al novello giornale.

Il Popolo d’Italia è il quotidiano finanziato anche dal banchiere Giuseppe Toeplitz, ma con l’organizzazione di Filippo Naldi: quest’ultimo lo si reincontra con una certa frequenza nei numerosi studi riguardanti Giacomo Matteotti, massone, e il suo delitto avvenuto il 10 giugno 1924 ad opera di una squadra fascista capeggiata da Enrico Dumini, anch’egli massone, che stando a taluni era al servizio di Aldo Finzi, aviatore che giunse su Vienna al seguito di D’Annunzio; massone e fascista di confessione ebraica, Finzi è ucciso a seguito dell’attentato di via Rasella. Motivo dell’assassinio di Matteotti? Re, fascisti e probabilmente non solo loro percepivano denaro per tacere della scoperta del petrolio in Libia e favorire innanzitutto taluni petrolieri americani per la vendita del prodotto all’Italia.

Ma chi è il menzionato banchiere?

Giuseppe Leopold Toeplitz (Zychlin, Varsavia, 1866 – Varese 1938), figlio del latifondista e banchiere polacco Bonawentura Toeplitz, appartenente all’alta borghesia ebraica polacca, si trasferisce in Italia nel 1890 per collaborare con il cugino ebreo tedesco Otto Joel. Nel 1895 è a Milano e lavora nella Banca Commerciale Italiana, da poco costituita dal cugino, per poi fondare e dirigere la filiale di Napoli. Per quanto riguarda il suo appoggio a Mussolini, Gianni Scipione Rossi scrive che «Fin dalla fondazione de “Il popolo d’Italia” i finanziamenti vennero dall’ebreo Giuseppe Toeplitz, amministratore delegato della Banca Commerciale», per poi così proseguire: «Alla scuola ebraica di Bologna, nel ’39, studia il figlio del giornalista Tito Telio, “combattente tra gli Arditi della prima guerra mondiale legionario fiumano di D’Annunzio fascista della prima ora”. Molti ebrei, al di là dei ruoli ricoperti nel governo, nelle Forze Armate e nelle organizzazioni del PNF, avevano contribuito alla edificazione retorica della rivoluzione e dello Stato fascisti».2

In questa “storia italiana” composta da più sfaccettature, ma per quanto concerne il Fascismo da una soltanto, ecco quanto puntualizza il magistrato Marco Zenatelli: «Mussolini, dopo le dimissioni del 20 ottobre, si dedicò immediatamente alla fondazione del nuovo organo di stampa quotidiana che doveva farsi portatore della linea interventista invece bocciata dal partito. Già il successivo 15 novembre faceva la sua comparsa per la prima volta nelle edicole Il Popolo d’Italia che lo stesso Mussolini aveva fondato grazie a sovvenzioni di ambienti interventisti italiani, all’aiuto finanziario di una signora di origine trentina, Ida Dalser da Sopramonte, sposata segretamente in chiesa da Mussolini in quello stesso autunno, da finanziamenti di circoli francesi, inglesi e belgi, più che mai interessati all’apertura di un nuovo fronte di guerra, da autorevoli esponenti dell’apparato industriale (famiglia Agnelli e fratelli Perrone, proprietari dell’Ansaldo) nonché, anche in funzione antisocialista, da zuccherieri italiani e agrari emiliani».3

I “compagni di gioco” fanno, come si suole dire, la loro brava parte e l’11 dicembre 1914 Alceste De Ambris e Benito Mussolini danno ad intendere di promuovere a Milano un nuovo movimento: il Fascio d’Azione Rivoluzionaria Interventista. Il tutto è concepito sull’onda degli “interventisti rivoluzionari” e al loro “manifesto” datato 5 ottobre 1914: Fasci rivoluzionari d’azione internazionalista, di stampo rivoluzionario di sinistra. Il primo gennaio 1915 Mussolini pubblica il “manifesto” nel Il popolo d’Italia. Il primo congresso si celebra il 24 e 25 gennaio 1915, ma il tutto si esaurisce con l’entrata dell’Italia in guerra; gli aderenti, per buona parte, si ritroveranno ancora assieme a Milano in Piazza San Sepolcro nel 1919.

Intanto il Regno d’Italia entra in guerra accanto all’Intesa (Francia, Inghilterra, Impero russo, etc.) e contro l’ex alleato impero asburgico il 24 maggio 1915, ma dichiarando guerra alla Germania solo il 27 agosto 1916. Chiude ufficialmente le ostilità il 4 novembre 1918.

Nell’intervallo bellico è utile osservare la così detta “nascita” del corpo degli Arditi, fanti del Regio Esercito inquadrati organicamente in reparti d’assalto. A fine guerra vi è la competizione per aggiudicarsi l’“invenzione” di tale Corpo. Facendo la voce grossa il massone Cristoforo Baseggio scrive: «Così nacque in Val Sugana la Compagnia Esploratori Volontari Arditi Baseggio e così fu per la prima volta ufficialmente costituito un Reparto Autonomo di Arditi di Guerra, il quale contribuì colle sue azioni a risvegliare le sopite energie delle truppe e diede in seguito al Comando Supremo la spinta a costituire nel 1917 i primi Battaglioni d’Assalto e più tardi ancora i maggiori Reparti Arditi e a diffondere così in tutto l’esercito quell’arditismo di guerra che fu fra i più importanti fattori della nostra finale vittoria, come fu nel dopo guerra l’avanguardia di quel movimento di riscossa che affermatosi in Italia nel 1919 colla sconfitta del bolscevismo, doveva poi, estendendosi e ridestando nell’Italia intera lo spirito nazionale, portare il Fascismo, figlio e prodotto dell’Arditismo, alla marcia su Roma e all’apertura della nuova Era dell’Italia».4

Il disegno che campeggia in prima di copertina del citato libro di Baseggio è curiosamente e, senz’ombra di dubbio, il cosiddetto Sigillo di Salomone, detto anche “Stella di David”, che alla fine del XIX secolo diventa il simbolo del Sionismo. Si può inoltre ricordare che il distintivo da Esploratore del Regio Esercito Italiano nella Grande Guerra è proprio la stella a sei punte ebraica, ruotata di pochi gradi.5

Terminato il disastroso conflitto-genocidio, il 21 marzo 1919 si fonda il Fascio di Combattimento di Milano nei locali dell’Associazione Commercianti ed Esercenti, a Piazza San Sepolcro. Un paio di giorni più tardi, il 23 marzo, l’adunata del neonato movimento non si svolge al Teatro Dal Verme, ma nella sala riunioni del Circolo dell’Alleanza Industriale, sempre in Piazza San Sepolcro, messa a disposizione da Cesare Goldmann.

Chi è costui?

Cesare Goldmann «nacque a Trieste il 21 luglio 1858, da famiglia ebraica benestante. In seguito al crollo della Borsa di Vienna del 1873, fu costretto a interrompere gli studi ginnasiali e a impiegarsi in un cotonificio che possedeva una filiale a Torino, dove si trasferì tre anni dopo. Qui si iscrisse alla loggia massonica Pietro Micca-Ausonia, dedicandosi al filantropismo e costituendo varie società di mutuo soccorso, asili infantili, cucine popolari. All’inizio degli anni Ottanta fu tra i promotori di un comitato incaricato di progettare l’erezione di un forno crematorio nella città subalpina, embrione della successiva Società di cremazione. Sposatosi con Emma De Benedetti, fu consigliere comunale dal 1892 al 1895, distinguendosi per essersi opposto alla diffusione di uno scritto antisemita in una scuola di religione. Nel 1897 si spostò a Milano per assumere la direzione commerciale della Stamperia italiana, carica che detenne per un decennio. Acquistò nel tempo un ruolo di spicco nel mondo dell’industria, presiedendo la Società italiana di credito, la Società commissionaria di importazione ed esportazione, la Anonima officine Moncenisio, la Anonima Rejna, la Fonderia milanese di acciaio. Fu inoltre azionista di giornali di larga diffusione, tra cui «Il Sole», «Il Carroccio» e «Il Secolo». Irredentista e interventista, confluì nella loggia ambrosiana Eterna Luce e partecipò al circuito associazionistico dei fuorusciti giuliani in Lombardia, che sovvenzionò a più riprese. Conobbe e intrattenne carteggi con Felice Cavallotti, Luigi Einaudi, Guglielmo Ferrero, Filippo Tommaso Marinetti, Francesco Saverio Nitti. Negli anni di guerra presiedette l’Associazione politica fra gli italiani irredenti, approdo dei nazionalisti intransigenti, e rappresentò l’ala destra dell’Associazione democratica lombarda. Al termine del conflitto fu tra gli ebrei sansepolcristi presenti alla riunione milanese del 23 marzo 1919, mettendo a disposizione per l’evento il salone del Circolo per gli interessi commerciali e agricoli da lui presieduto. Come molti correligionari affiliati alla massoneria si staccò ufficialmente dall’ebraismo, anticipato nella scelta dalla figlia Lia. Morì a Roma nel 1937. L.G.M.».6

Così scrive Roberto Roggero: «Non è un caso che la storica adunata avvenuta in Piazza San Sepolcro il 21 marzo 1919, per la fondazione del Fascio di Milano, è patrocinata dall’ebreo massone Cesare Goldmann, il quale mette a disposizione di Mussolini il salone dell’Alleanza Industriale e Commerciale di Milano. Non lo è nemmeno il fatto che sono proprio alcuni massoni a finanziare la famosa Marcia su Roma del 1922. Del resto, non è un mistero che molti degli appartenenti alle alte sfere della gerarchia fascista fossero “Fratelli”: tra di essi Achille Starace, Italo Balbo, Roberto Farinacci, Emilio De Bono, Cesare Vecchi, così come lo era anche il grande avversario politico del fascismo, il comunista Giovanni Amendola. Lo stesso Mussolini riceve, anche se non con grande entusiasmo, nel gennaio del 1923 dalle mani del Gran Maestro della Gran Loggia, Raoul Palermi (di origini ebraiche), la nomina a Gran Maestro onorario».7

Così ricorda Salvatore Lupo: «Il mondo della grande industria già interventista era rappresentata da Piero Bottini e Cesare Goldmann. Ma a raggere le fila dell’iniziativa erano i membri dell’entourage mussoliniano, provenienti insieme dall’estrema sinistra e da una modesta condizione sociale: Attilio Longoni, primo segretario del movimento, Umberto Pasella e Cesare Rossi, che dopo un breve tempo ne presero la guida mantenendola sino al 1921, e Giovanni Marinelli, il quale sarebbe rimasto in carica di segretario amministrativo nei lunghi anni del regime».8

Così puntualizza Maurizio Molinari: «Se Cesare Goldmann aveva trovato la sala per la prima riunione dei “Fasci di Combattimento” a Milano nel 1919 e Elio Jona era stato tra i fondatori del nuovo movimento il motivo era chiaro: nessuno vi intravvedeva una minaccia antiebraica. D’altra parte gli stessi sionisti italiani videro negli anni Venti nel fascismo uno strumento per rafforzare la penetrazione e l’insediamento ebraici in Palestina. Mussolini da parte sua non aveva mai espresso troppo palesemente sentimenti antiebraici, viceversa quei pregiudizi antisemiti di cui era portatore (“ebrei padroni dell’alta finanza”, “forza internazionale del capitale ebraico”) lo inducevano a guardare con occhio accattivante gli ebrei italiani».9

Scrive Ennio Caretto: «Da quasi un secolo, si discute dei rapporti tra la massoneria e il fascismo. Secondo Antonio Gramsci “la massoneria fu il vero, autentico partito della borghesia italiana”, e quindi la grande elettrice del duce. E in realtà per cinque anni, dal 1920, ne fu una delle colonne portanti, veicolo anche delle manovre dell’America, dell’Inghilterra e della Francia in Italia. Erano massoni numerosi gerarchi fascisti, tra i quali Italo Balbo, Dino Grandi, Roberto Farinacci, Emilio De Bono e Achille Starace, e si sussurrava che lo fosse anche Mussolini. La massoneria italiana era dilaniata da discordie interne. Si era divisa in due parti nel 1908, alla secessione della Gran Loggia Nazionale d’Italia di rito scozzese dal Grande Oriente, dominato dai francesi: una conseguenza della rivalità tra Londra e Parigi. Ma entrambe le fazioni, la prima sotto il fascista Raoul Vittorio Palermi, la seconda sotto il moderato Domizio Torrigiani, favorirono la fulminea ascesa del duce versandogli, secondo Gaetano Salvemini, 3 milioni e mezzo di lire. Come puntualizzò Gramsci, esse facevano gli interessi della borghesia italiana e straniera, che vedeva in Mussolini il proprio nume tutelare. Documenti degli Archivi Nazionali di Washington confermano che il duce fu inizialmente sussidiato dalla massoneria ma che “come Napoleone Bonaparte la sfruttò a propri fini”. La Grande Loggia italiana di rito scozzese, sorprendentemente filocattolica, con sede in Piazza del Gesù a Roma, gli fu alleata più a lungo del Grande Oriente, liberale e anticlericale, con sede a Palazzo Giustiniani, che passò all’opposizione nel 1923. Ma non servì a nulla. Non appena il fascismo si aprì al Vaticano, Mussolini voltò le spalle anche ad essa».10

Dopo la carrellata di citazioni stavo quasi dimenticando un personaggio ancora oggi celebrato: Gabriele D’Annunzio (Pescara 1863 – Gardone Riviera 1938), alias Ariel. Appartenente alla Loggia di Piazza del Gesù con il 33° grado, è anche iniziato al Martinismo, da taluni definito “sistema iniziatico” di stampo ebraico-massone. Indebitato al punto da dover scappare dall’Italia, accetta di “guidare” gli afflati bellici per conto terzi ottenendo due risultati: estinzione delle pendenze e ampissima visibilità. Siamo nel settembre del 1919 e il giorno prima d’entrare a Fiume scrive così al “compagno” (e non al “camerata”) Benito Mussolini:

 

«Mio caro compagno, il dado è tratto. Parto ora. Domattina prenderò Fiume con le armi [etc.]».

 

E per “chiudere il cerchio” Michele Terzaghi ci racconta che «La Marcia su Roma fu caratterizzata anche dalle interferenze della Massoneria. Palazzo Giustiniani [sede del Grande Oriente d’Italia. N.d.A.] divenne sempre più diffidente e riservato. Ebbi a incontrare Domizio Torrigiani il quale, con quella certa aria di protezione, per cui ostentava di far cadere le cose dall’alto, mi disse: “Noi abbiamo la nostra linea ben definita. Staremo a vedere come si comporterà Mussolini. Se egli rimane nell’ambito delle libertà democratiche e parlamentari, lo appoggeremo; in caso diverso lo combatteremo”. I Massoni Giustinianei in Parlamento si schierarono all’opposizione, salvo qualche occhieggiamento personale, come quello dell’on. Marracino, in attesa del desiderato “vieni meco”. Raoul Palermi fu più furbo, o almeno credette di esserlo: offrì i suoi servigi. Egli faceva il calcolo sui “fratelli” al governo o ai posti di comando, come Acerbo, Edoardo Torre, Sardi, Cesarino Rossi, Italo Balbo, ecc. Il Palermi si era adoperato efficacemente per il finanziamento della Marcia su Roma ed aveva offerto il credito delle sue relazioni internazionali. Andò alla stazione a ricevere Mussolini. Valendosi della circostanza che la Massoneria di Piazza del Gesù aveva il crisma del riconoscimento internazionale, e soddisfacendo nel medesimo tempo alla sua ostinatezza di mettersi sempre in contrasto con Palazzo Giustiniani, si offrì di tranquillizzare le potenze anglo-sassoni (Inghilterra e America particolarmente) circa la portata di quella che Mussolini imprudentemente chiamava rivoluzione. Consegnò a Mussolini il brevetto del 33° grado ad honorem, gli esibì la dichiarazione di principi contenuta nel manuale degli apprendisti, e su questa Mussolini appose il suo pugno “Visto e approvato. B. Mussolini”».11

Per quanto riguarda il Grande Oriente d’Italia, Domizio Torrigiani (1876 – 1932), avvocato, era subentrato nella carica di Gran Maestro del G.O.I. a Ernesto Nathan (Londra 1845 – Roma 1921). Nathan, ebreo, con la madre anch’essa ebrea e accesa sostenitrice di Giuseppe Mazzini, con cui in gioventù ebbe una relazione sentimentale, era politicamente aderente all’estrema sinistra storica. L’ingresso in Massoneria di Torrigiani avviene nel 1887 e nel 1896 è Gran Maestro, subentrando ad Adriano Lemmi. Lasciata la carica nel 1903 è sindaco di Roma dal 1907 al 1913, tornando a coprire la carica di Gran Maestro del G.O.I. dal 1917 al 1919. Adriano Lemmi (Livorno 1822 – Roma 1901), banchiere ebreo, amico del massone Giuseppe Mazzini, nel 1857 finanzia la fallimentare spedizione di Carlo Pisacane. Successivamente prende parte anche e soprattutto all’organizzazione della spedizione dei Mille, per la conquista della Sicilia e del Meridione, “guidata” da Giuseppe Garibaldi e orchestrata dalla Massoneria inglese con un contributo italiano e appoggiata militarmente dalla Marina Militare inglese. Il grato Garibaldi (massone e abigeo verosimilmente privato delle orecchie) nel 1860 facilita l’affidamento della costruzione della rete ferroviaria in Sud Italia e in Sicilia alla società fondata da Lemmi e dal parente e banchiere Pietro Augusto Adami, la quale prenderà il nome di Società Italica Meridionale. Al cospicuo “affare” partecipano, tra i tanti, il Re d’Italia Vittorio Emanuele II, Camillo Benso (conte di Cavour) e Pietro Bastogi, banchiere con la vocazione del deputato parlamentare e sulla cui attività familiare ci sarebbe da scrivere un intero volume. Amico di Francesco Crispi, Lemmi mantiene un atteggiamento imprenditoriale spregiudicato volgendo poi al declino in quanto coinvolto anche nello scandalo della Banca Romana.

Ancora Ennio Carretto ci dice: «costretti a scegliere tra massoneria e fascismo, molti massoni scelsero il fascismo e rimasero fascisti anche dopo la caduta del duce. Tra essi vi fu Licio Gelli, il futuro fondatore della Loggia P2 che avrebbe coinvolto il gotha della società italiana nell’omonimo scandalo degli anni Ottanta, la scalata alle istituzioni della Repubblica».12 Per quanto riguarda talune simpatie statunitensi per il Fascismo: «Al principio, con poche eccezioni, abbracciò il fascismo anche la cultura americana, capeggiata dal poeta Ezra Pound, il cantore ebreo del duce».13

Poi, per quanto concerne la presunta “costrizione”, ci sarebbe parecchio da dire o forse solamente che costrizione non vi fu, ma solo il perseguimento di un preciso “programma”.

Concludendo, devo dire che mi sono preso la briga d’andare a vedere un po’ quali fossero le radici del Fascismo perché un giorno un dichiarato “Templare”, ma non dichiarato “Massone”, mi disse che il Fascismo era stato pensato e architettato nel salotto dell’alta borghesia ebraica di Milano. Mi parve un po’ starno, ma a ben vedere in Italia può accadere di tutto.

Ad ogni buon conto la “storia ufficiale” deve essere sempre e rigorosamente un’altra: quella più appetibile per “la massa” e digeribile anche da coloro i quali sono un po’ “più critici”.

Difatti ancora oggi si racconta anche ai piccini delle scuole primarie che la Prima Guerra Mondiale “liberò” tanta gente dal giogo straniero, andando così a giustificare un dato di fatto che rimane comunque e sempre inammissibile e assolutamente grave. Difatti quattro fette di terra e una di mare (ma con un bel porto) non valevano e non valgono la vita di una sola persona: all’epoca perirono centinaia di migliaia di uomini e senza contare le donne, morte d’ambo le parti per cause belliche nonché di stenti e malattie.

Al termine d’ogni conflitto il Popolo si ritrova immutabilmente piegato e chi prospera sono banche, industrie e imprenditori vari. Vogliamo negarlo?

Felici riflessioni.

 

 

 

NOTE

 

1 Michele Terzaghi, Guerra e Socialismo, Collini e Concetti Editori, Firenze 1915, p. 76.

 

2 Gianni Scipione Rossi, La destra e gli ebrei, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2003, p. 5.

 

3 Marco Zenatelli, Breve storia di un colpo di stato dalla Triplice al Patto di Londra. L’intervento italiano nella guerra europea, Gaspari Editore, Udine 2014, pp. 72-73.

 

4 Cristoforo Baseggio, La compagnia arditi “Baseggio”, seconda edizione riveduta, Venezia 1929, pp. 67-68.

 

5 Vedere utilmente: Gianluca Padovan, Tradizioni: alle origini del grande Fiume, in Ereticamente, 21 novembre 2014.

 

6 Tratto dal Sito Internet: atlantegrandeguerra.it.

 

7 Roberto Roggero, Oneri e Onori. Le verità militari e politiche della guerra di Liberazione in Italia, Greco & Greco Editori, Milano 2006, p. 573.

 

8 Salvatore Lupo, Il fascismo: la politica di un regime totalitario, Donzelli Editore, Roma 2005, p. 38.

 

9 Maurizio Molinari, Ebrei in Italia: un problema di identità (1870-1938), Editrice La Giuntina, Firenze 1991, p. 102.

 

10 Ennio Caretto, Quando l’America si innamorò di Mussolini, Editori Internazionali Riuniti, 2013, pp. 122-123.

 

11 Michele Terzaghi, Fascismo e Massoneria, Editrice Storica, Milano 1950, pp. 59-60.

 

12 Ennio Carretto, Quando l’America si innamorò di Mussolini, op. cit., p. 124.

 

13 Ibidem, p. 67.

 

 

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Categorie: Controstoria, Fascismo, Massoneria

Pubblicato da Ereticamente il 21 Novembre 2017

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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