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“Orfeo parlaci di Euridice”. Arturo Martini e Attilio Selva – a cura di Emanuele Casalena

“Orfeo parlaci  di Euridice”. Arturo Martini e Attilio Selva – a cura di Emanuele Casalena

Arturo Martini (1889-1947) ”Michelangelo e dopo mi”

Attilio Selva (1888-1970) “l’italianità michelangiolesca”

Treviso, città di Benetton, ha dato i natali a due grandi artisti del “secolo breve” Arturo Martini e Gino Rossi, del secondo i più ne chiederanno invano conto alla memoria, purtroppo ha trascorso ventidue anni in manicomio dove si è spento nel 1947, stesso anno del suo amico Martini. Salendo  nella soffitta del cervello, ricordo quel primo incontro con Anticoli Corrado per un compleanno di “nonna” Natalina madre di zia Lucilla. Anticoli era stata “una  vera caserma di artisti dove ogni tanto uno rientra per lavorare per poi ripartire di nuovo verso il suo destino, o la gloria o la miseria” ebbe a raccontare il trevigiano Martini durante il suo soggiorno anticolano.  

Un paese da nulla s’apriva con la grande piazza delle Vittorie, spazio del respiro dopo l’impervia salita, ci troneggiava una fontana d’acqua calma, l’Arca di Noè di Arturo Martini. Facemmo una visita breve al museo cittadino inaugurato da Bottai nel ’35; quelle due, tre stanze erano zeppe di lavori lasciati dai tanti artisti che qui s’erano fermati aprendo studi, sposando le bucoliche modelle del posto. Anticoli era stato il luogo dell’anima per molti di loro, altro che Capalbio! Saliamo poi alla villa di Attilio Selva, scultore triestino trapiantato a Roma, padre di numerosa prole (quattro) tra cui mia zia. La festa è nel giardino gremito di persone, mi sussurrano: quello è il poeta Rafaёl Alberti, là c’è Enrico Gaudenzi, di qua Margherita Toppi, chissà quant’altri, ma la curiosità del bambino era un’altra: lo studio di Selva scultore, parallelo alla casa ma autarchico volume.  Rubai dalla porta lasciata socchiusa la grande vasca per la creta, i bozzetti vivi modellati sui treppiedi, lui col camicione intento a dar forma alla materia nel gesto di Dio, poi mi investì l’odore dell’argilla che t’entra forte nelle nari. L’arte da quel momento si fece cosa viva, creazione misterica alla quale l’uomo affida l’immortalità del suo viaggio. Per me che modellavo plastilina, disegnando mosche al bagno vanamente schiacciate da mio nonno, l’arte era un sogno, rimasto tale, che in quel preciso istante aveva messo carne.

Un allievo mi ha scritto per il mio compleanno: Orfeo parlaci di Euridice, cercherò di farlo senza voltarmi indietro, ma sarà difficile, servirà scendere nell’Ade dalla grotta alle pendici dell’Olimpo, fin giù nel regno di Proserpina per ritrovare, tra i demoni e le ombre, la sua bellezza celata nelle morte stagioni, come quelle che viviamo. Impresa a rischio di follia riportare in vita la beltà assoluta, immacolata, sostanza dei segni dei bambini quando vestono di forme la fantasia delle fiabe, dei giochi, delle stelle incantate. Le bocche aperte di Martini ci parlano di stupore simile a quello del bimbo che osservando l’impertinente palloncino volargli via, leva lo sguardo all’insù, scopre il cielo. E’ magia, la madre delle arti, è quell’amore che porta in volo gli sposi di Chagall contro le leggi di natura. E’ il viottolo stretto dei pochi nel bosco sacro della memoria, impresa da Argonauti, il viaggio di Martini, Selva come di Sironi. “Nell’ignoranza, da bambino, l’artista aveva l’universale, nel sasso” afferma lo scultore trevigiano nei colloqui con Gino Scarpa del ’44.

Attilio Selva ed Arturo Martini sono nel cenacolo di quei pochi perché testardi sognatori quanto coerenti; s’ erano conosciuti forse già ai tempi della Secessione romana pur  partecipando a edizioni diverse della manifestazione. A tal proposito l’opera di Arturo, nel ’14, venne contestata per oscenità e trasferita con rabbia da lui alla Mostra futurista della Galleria Sprovieri. Venivano entrambi da esperienze simboliste dato che il triestino era stato, per sua scelta, allievo dello scultore, senator del Regno, Renato Bistolfi il “Poeta della Morte” della Torino Liberty, mentre l’artista mitteleuropeo Antonio Carlini aveva iniziato l’irrequieto, illetterato Arturo all’arte della modellazione.

I due erano rimasti folgorati dall’opera del dalmata Ivan Meštrović venuto a Roma nel 1911 per l’Eposizione Internazionale di Roma con al seguito una statua gigante dell’eroe leggendario Prince Marko, suscitando stupore oltre che consenso visto che ricevette il primo premio. Era costui un autodidatta, innamorato della cultura juguslava, fortemente eretico contro la tradizione accademica, allievo a Vienna di Otto Wagner uno dei padri della Secession austroungarica. Si fermò a Roma per tre anni circa, influenzando la nostrana scultura “dei morti” ferma al canovismo con la veletta della decadenza. A Parigi Martini aveva succhiato i linguaggi delle avanguardie, cubismo sì ma soprattutto le Teste di Amedeo Modigliani e le cere impressioniste di Medardo Rosso. Partorì opere primitive Fanciulla piena d’Amore ed il ritratto di Omero Soppelsa che sollevarono sì tante critiche da decretare la chiusura della Mostra dei ribelli  di Ca’ Pesaro a Venezia, cosa di cui si duolerà negli anni con l’ideatore dell’evento il critico Barbantini.

Arturo Martini, Fanciulla piena d’amore, 1913

Attilio Selva era triestino del 1888, d’ un anno più vecio del trevisan Martini, per entrambi di studiar non era cosa, ma Attilio, tra una caricatura e l’altra di compagni e professori scoprì sui banchi la sua Euridice. Agguantato il diploma all’Istituto Industriale di lingua italiana nel 1904,  si fa presentare alla corte di Bistolfi a Torino dove rimarrà dal 1906 al 1909. Col 1910 è a Roma per una borsa di studio, qui firma la sua prima opera l’erma dell’irredentista Felice Venezian, ebreo massone come il committente Sindaco leggenda Nathan. Chi propose il suo nome al primo cittadino fu Giacomo Balla perché quel giovane scultore era conterraneo del Venezian in più di famiglia a comprovata fede irredentista. Arturo invece è una cervice più dura nella scuola, pluribocciato alle elementari, chiude libri e quaderni, per sbarcare il magro lunario familiare facendo lavoretti tra cui il commesso in una bottega orafa. “L’arte è un fulmine a ciel sereno” ricordava nei suoi colloqui. Proprio in quel lavoro artigianale al banchetto con la cera modellata aveva incontrato la sua di Euridice. Dopo le lezioni del Carlini, coi pochi soldi, sceglie di viaggiare con l’amico pittore Gino Rossi fin nella Ville lumiére ch’a dire il vero si stava già spegnendo nonostante l’avanguardia cubista.

Negli anni prima della Grande Guerra, Selva ha già abbandonato il simbolismo bistolfiano per una plastica morbida di grande impatto per la naturalezza delle forme spogliate dal superfluo, influenzato dalla statuaria del ricco Museo d’Arte Egizia della città sabauda.

Attilio Selva, Ritmi 1914

Quella maiolica dal collo lungo che ci manda un bacio con le labbra dorate, la giovine adolescente che si torce il busto in un esercizio da ginnasta sembrano d’una distanza siderale, eppure i cammini paralleli da cui muovono gli artisti, per assurdo, conducono allo stesso oggetto: quella bellezza alla quale accennammo, all’enigmatica epifania con la quale essa seduce chi la cerca. Dipende dal tragitto che si è scelto, dalle stazioni di sosta, dalla volontà di  saltare  ostacoli, aggirare le trappole, sciogliere gli indovinelli della gelida Turandot per trasformarla in Euridice innamorata.

All’ingresso dell’Itala in guerra i due vengono richiamati ma tracciano profili diversi di soldato. Trincee sul Carso per il triestino con quel che ne consegue, in battaglia si spara, si uccide per la Patria, da imboscato si schiva il sangue, si lavora alle fonderie di Vado Ligure, altri porteranno a casa il risultato, è il caso di Martini.

Dopo gli eventi bellici il duo si avvicina al movimento romano Valori Plastici di Mario Broglio teorico del recupero di valori classici nel fare estetica con un  respiro europeo. Fu l’incipit di quel “ritorno al mestiere” formulato dai fratelli De Chirico, da Carrà, dal monaco Giorgio Morandi, preludio al gruppo Novecento milanese. Indubbiamente la sospensione metafisica diverrà una componente affatto marginale nell’opera del michelangiolesco Selva quanto dell’etrusco Martini.

Quest’ultimo vira verso il purismo della forma, lasciandosi dietro gli arcaismi del passato, rivisita la grande lezione del ‘400 italiano, assorbe la semplicità ieratica dei modellati etruschi, italianizza il suo linguaggio con il “ritorno all’ordine”, solco nel quale Selva già camminava se Bellonci, nel ’18, a seguito di una mostra alla Casina Valadier di lui aveva scritto:”lontanissimo dalle statue dei secessionisti viennesi….ritorniamo, con questo giovine italiano alla italianità che fu nella sua alta espressione di Michelangelo…”. Confrontiamo due opere coeve: Enigma e Fanciulla verso sera.

Attilio Selva, Enigma, 1919

Arturo Martini, Fanciulla verso sera, 1919

   

La fanciulla di Martini è architettura purificata, dietro gli occhi chiusi ci fa vivere i suoi sogni, con lei voliamo nel mondo onirico degli adolescenti; nel modellato muscoloso della donna di Selva lo spirito spinge compresso dalla carne, si attende l’esplosione del corpo raccolto, scomodo nella postura, l’eros è la sua miccia. Il ponte tra le due  è il silenzio dell’attesa metafisica, lo spazio è assorbito nei loro pensieri sospesi. Aspetti di un viaggio verso il cielo per l’una, nella materia per l’altra, mutuando da Tiziano potremmo scomodare l’ Amor Sacro e l’ Amor Profano, gli alchemici elementi dell’aria e della terra, comunque di amore pur si tratta.

Di certo nei primi anni venti, i due  si erano frequentati a Villa Strohl-fern a Roma, un’oasi per artisti ritagliata dall’alsaziano Alfred Wilhelm Strol nel Parco di villa Borghese. A quei tempi la Villa ospitava gli artisti squattrinati dandogli alloggio con annesso studio al piano terra. Arturo, nel suo peregrinare, era sbarcato nella Città Eterna, cercava una casa-studio, fu battaglia cruenta, per fargliene assegnare una. Uno dei suoi avvocati nella disputa fu il carsico Selva che di carattere certo ne aveva ben da vendere. Tra il 1924 e il 1927 Martini diverrà poi stanziale ad Anticoli Corrado dove il triestino era già di casa avendo sposato la bella Natalina Toppi sua modella. In quei tre anni Arturo lavorerà anche per conto terzi, progettando, eseguendo opere per Maurice Sterne, uno scultore americano senza alcun talento quanto all’inverso facoltoso, Martini “teneva famiglia”, quelle 4.000 £ al mese gli davano l’orgoglio di mantenerla seppure in contumacia, visto che la moglie con la figlia Nena erano tornate a Vado Ligure per scarsità di mezzi. Già! Quella povertà aveva segnato l’infanzia del ribelle Arturo, cresciuto, con tre fratelli, dentro una torre medioevale nella natia Treviso perché non c’erano i baiocchi per pagarsi una pigione.

Gli anni venti saranno quelli del successo, preludio alle commesse monumentali del decennio successivo. Selva esegue il meraviglioso ritratto di Mariuccia Carena nel ’20, seguono la Danzatrice del ’22, Il monumento alla madre italiana del ’24 rilettura sintetica delle Pietà del Buonarroti. E’ dello stesso anno la vittoria al concorso nazionale per la realizzazione della fontana dei Quiriti a Roma che tante critiche censorie solleverà dalle associazioni cattoliche per la nudità delle Cariatidi. Nel ’25 poi si inaugura, in casa di Martini cioè a Treviso, il suo Monumento ai caduti di Quinto.

Nel ’20, a trentuno anni Arturo tiene alla Galleria degli Ipogei a Milano la sua prima personale presentata in modo lusinghiero da Carlo Carrà. “Le mamme non dovrebbero morire mai” mi disse il prof. Giulio Roisecco al telefono quando la mia si spense, purtroppo accadde anche a Martini sempre nel ’20, il mese dopo convolò a nozze con Brigida Pessano conosciuta a Vado Ligure, gli sfornerà due figli. L’attività è febbrile seguita da capolavori qui solo accennati: Il dormiente, il poeta Checov, l’autoritratto, il Monumento ai caduti a Vado Ligure dove domina la sobrietà silente delle figure allegoriche con la purezza geometrica della piramide d’ ispirazione canoviana e poi ancora il famoso Figliol Prodigo auto commissionato dall’autore.

Ma noi non intendiamo qui snocciolare il rosario di opere e date dei nostri due compagni di questo breve viaggio, restiamo nel tema di Orfeo che ci parla della sua Euridice. Scegliamo allora due sculture dormienti: Sogno di maternità di Attilio Selva, un bronzo del 1920 che chi vi scrive conosce molto bene perché era in casa di mia zia e Sogno di Arturo Martini opera in terracotta del 1931. I corpi sono distesi, rilassati, sollevati dall’uggia del quotidiano in una realtà altra, quella dei sogni tanto amata dai surrealisti. Natalina è nuda in cinta di Lucilla, s’ adagia serena sul mistero della vita tenuto in grembo come una bambina quando fantastica d’essere un giorno  madre felice, di farsi dono della vita. La fanciulla di Martini scopre i suoi seni fuori dalle coltri, placida si acquieta forse nello stesso sogno, la finestra socchiusa è speranza che qualcuno colga il suo fiore in bocciolo trasferendola, dalla piccolo stanza, fin sopra le stelle, la sua anima è già in volo da quella fessura. La poesia universale dei loro corpi quieti è la  Natura,  gratuita donazione d’amore senza orpelli.

Saltiamo al ’32, Selva viene insignito del titolo più alto Accademico d’Italia, leggete cosa gli scrive l’amico Martini:”Carissimo amico Selva grazie nel credermi degno dell’accademia e questo mi basta e ti prego di non insistere presso i tuoi colleghi…..ad ogni modo o accademia o non accademia io e te potremo in felicità d’amicizia bere sempre un bicchiere”. Ci sarà rammarico per quel titolo mai arrivato per il quale il suo amico di creta s’era battuto, pazienza in fondo, come scrive di se nella stessa missiva: “come scultore credo di essere di chiara fama” ed era vero.

Arturo Martini, Sogno (particolare),1931

Attilio Selva, sogno di maternità, 1920

Si ritroveranno insieme a lavorare a Milano alla fine degli anni ‘30 per il Palazzo di Giustizia del demiurgo dello ”stile Novecento” l’architetto Marcello Piacentini, galleggiante professionista anche nel post bellum delle epurazioni. Martini esegue un bassorilievo in marmo La giustizia fascista o meglio La Giustizia corporativa dando forma ad una lettura messianica ma senza la retorica celebrativa che accompagnava i mediocri. Al centro si staglia la Giustizia seduta sull’albero biblico del bene e del male, in alto a sinistra i miti di Teseo ed Icaro, a destra Pegaso, giù in basso la giustizia religiosa e quella civile in armonia, chiude il gruppo sereno di una famiglia. Selva scolpisce la grande statua in porfido rosso raffigurante La Giustizia nel cortile d’onore del Palazzo usando per modella forse sua figlia. L’impianto è classico per posa, non è un racconto, Temi seduta sul trono è una matrona romana, chiaro riferimento all’origine del Diritto moderno, impugna spada e scettro nelle mani di marmo. Rigida guarda l’infinito non il particolare a segnare lungimiranza di giudizio e neutralità civile, non può esprimere sentimenti. La bellezza della pace sociale di Martini qui diventa volto austero della certezza del Diritto ( tema assai caldo ai giorni nostri) ma anche Pietas a ben guardare, il bello di un rinnovato umanesimo.

 

Arturo Martini, La Giustizia corporativa, Palazzo di Giustizia di Milano

Attilio Selva. La Giustizia, Cortile d’onore, Palazzo di Giustizia di Milano

                                              

Nel ’45 Selva viene sepolto dalla critica come corifeo del Fascismo, stessa accusa per il  ribelle Martini, privato della cattedra di scultura all’Accademia di Bell Arti di Venezia e come Boccasile processato. Verrà prosciolto ma sprofonderà nel labirinto della depressione, lasciandoci un ultimo sogno vivo il Partigiano Masaccio Primo Visentin intento a contemplare il cielo come Palinuro, Euridice era uscita finalmente, avvolta dal tepore del sole, ma questa volta sarà Orfeo a restare nell’Ade.

Emanuele Casalena

Cenni bibliografici:

  • Attilio Selva, Associazione Amici di Villa Strohl.Fern, Roma, aprile 2010
  • ScuolAnticoli, Libera scuola di umanità, le opere di Arturo Martini

Dizionario Biografico Treccani

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Categorie: Arte

Pubblicato da Ereticamente il 25 Ottobre 2017

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. mario michele merlino

    folli e disperati, nella grandezza autentica, a rendere la materia in vita e la vita in eterne forme della materia. solo i cretini dell’oggi negano, vittime ridenti – come jene – il senso della grandezza perchè, nani, potrebbero al massimo morderne le ginocchia…

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