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Le altre Stonehenge – la cultura megalitica nelle Isole Britanniche, seconda parte – Fabio Calabrese

Le altre Stonehenge – la cultura megalitica nelle Isole Britanniche,  seconda parte – Fabio Calabrese

Ci spostiamo in un’epoca sempre preistorica ma più vicina a noi, l’Età dei Metalli, precisamente l’Età del Ferro. In quest’epoca nelle Isole Britanniche e nella Bretagna continentale sorgono delle costruzioni che sono un bel mistero, o meglio sarebbero un bel rompicapo per gli archeologi se costoro si affannassero un po’ di più a prestarvi attenzione e cercarvi una soluzione, i forti vetrificati, di fortezze sparse in tutta la Scozia, in Bretagna, in Irlanda, accomunate da una misteriosa particolarità sono stati costruiti con materiale siliceo dapprima in forma di edifici a secco, tipo castellieri o nuraghi, poi sottoposti a calore intensissimo che ha fuso e vetrificato la silice trasformandoli in un blocco unico praticamente indistruttibile. A tutt’oggi le tecniche impiegate dagli antichi scozzesi, bretoni e irlandesi per produrre il calore necessario ad un’operazione di questo tipo, rimangono un assoluto mistero.

A questo riguardo, riporto uno stralcio di un articolo di Oreste Diga apparso nel 2002 su EdicolaWeb:

“Per fondere il granito ed assicurare una più efficace coesione degli elementi, si potrebbe pensare che i costruttori abbiano utilizzato dei bracieri ardenti posti ai piedi delle mura. Questa spiegazione…diventa del tutto inconsistente quando ci si rende conto che occorre raggiungere una temperatura di 1300 gradi per avviare la fusione delle rocce di granito.

In territorio scozzese sia Castle-Spynie (1), nell’Invernesshire, sia Top-o-Noth, nella contea di Aberdeen, costituiscono esempi di questi fortilizi, ma le costruzioni più rappresentative sono Craig Phoedrick e Ord Hill of Kissock, edificati su due colline distanti tre miglia circa l’una dall’altra, ubicate all’estremità del golfo di Moray, nei pressi della città di Inverness, di cui sembrano difendere l’accesso dal mare.

Esse appaiono, secondo la descrizione dell’archeologo Jules Marion, come un’acropoli dal tracciato regolare la cui parte superiore appiattita in forma di terrazza ovale, presenta un incavo al centro di un bacino profondo da due a tre metri, simile al cratere di un vulcano. Alla base dell’acropoli, l’intero perimetro è ricoperto da blocchi di granito vetrificato di dimensioni ragguardevoli, che dominano a picco sul lato orientale la valle del fiume Ness. Le pietre del forte, scure ed enormi, sono tenute insieme da uno strato di malta dallo spessore difforme per consistenza e formano un agglomerato talmente compatto da rendere praticamente impossibile la sua dissociazione.

I “forti vetrificati” presenti in Francia (circa una dozzina), si trovano soprattutto nella zona del fiume Creuse, ma anche in Bretagna e nella regione della Vienne. Scrive Robert Charroux (2), nel suo libro Civiltà perdute e misteriose (3), che i più significativi forti vetrificati francesi, nella regione della Creuse, si trovano a Chateauvieux e a Ribandelle (sulla sponda opposta del fiume, rispetto a Chateauvieux). Le mura perimetrali di Chateauvieux si snodano lungo un tracciato ovale, il cui asse longitudinale misura 128 metri; il parapetto si trova sulla sommità di uno sterro spesso sette metri alla base e tre metri in cima. Su tali strutture è stato edificato un muro con delle pareti granitiche. Lo spazio fra le due pareti è riempito da una gettata di granito fuso spesso 60 centimetri per una larghezza di 4 metri, su una base di tufo. Non c’è traccia dell’uso di alcun tipo di malta. Risulta così che la parte interna delle mura sia completamente vetrificata, al contrario della parete esterna.

Analoga è la natura della fortezza della Ribandelle-du-Puy-de-Gaudy, che venne occupata dai Celti e, successivamente, da Romani e Visigoti: ha un perimetro di 1500 metri ed una superficie di 13 ettari. L’interno delle mura, in granito vetrificato, è separato dalle pareti da strati di terra di brughiera. Alcuni particolari farebbero presupporre che la costruzione fosse terminata nel momento in cui il granito in fusione veniva colato nello spazio fra le mura; oppure che il focolare usato per la fusione fosse collocato all’interno delle pareti.

Le mura di Péran (Bretagna – comune di Plédran) sembrano essere state cementate con del vetro fuso…Le pietre non sono tenute insieme dalla malta o dal cemento, bensì dalla stessa fusione. Alcuni ritrovamenti fatti proverebbero che la costruzione risale almeno a tremila anni fa” (4).

Veramente si resta stupefatti a considerare lo scarsissimo interesse che l’enigma dei forti vetrificati solleva negli archeologi.

I forti vetrificati sono un mistero non solo perché non è chiaro chi e quando li abbia eretti, ma soprattutto perché non è possibile farsi un’idea della tecnica usata per trasformare dei cumuli di pietre granitiche in compatte muraglie di materiale vetroso che sembrano in grado di resistere a qualunque cosa nell’arco dei secoli, tranne forse un attacco nucleare.

Una ventina di anni fa sono girate nelle programmazioni di varie televisioni private diverse puntate di una trasmissione, “Il mondo di Arthur C. Clarke” (5) nella quale lo scrittore di fantascienza britannico indagava su vari misteri.

 In una puntata di questa trasmissione si parlò appunto dei forti vetrificati. Un ricercatore inglese compì sotto lo sguardo delle telecamere quella che si definisce una ricerca di archeologia sperimentale (6): dopo aver costruito un tratto di muro simile a quello dei bastioni di un forte vetrificato scozzese utilizzando pietra locale dello stesso tipo, tentò di procedere alla vetrificazione producendo un calore molto intenso utilizzando gli stessi mezzi che si suppone fossero a disposizione degli Scozzesi dell’Età del Ferro, ossia grandi falò di legna che avvolgevano interamente la struttura ricostruita.

L’esperimento si protrasse per giorni, durante i quali i blocchi di granito furono ininterrottamente avvolti dalle fiamme, ma non produsse in alcun modo risultati conclusivi, nel senso che si riuscì a ottenere la vetrificazione parziale di alcuni blocchi, ma si rimaneva ben lontani dal creare un’uniforme struttura compatta come quella creata dagli scozzesi preistorici, e bisogna inoltre tenere presente che l’esperimento era stato realizzato riproducendo una sezione molto piccola di muro.

L’esperimento ha almeno avuto il pregio di escludere una volta per tutte che la vetrificazione dei forti possa essere stata dovuta ad incendi accidentali, o magari appiccativi da nemici durante degli assedi. Qualunque sia stata la tecnica impiegata, dovette essere usata sistematicamente e con grande perizia.

In quale modo si siano raggiunte le altissime temperature necessarie a fondere il granito, questo rimane assolutamente un mistero. L’esperimento tuttavia, se non altro, ha permesso di escludere che la vetrificazione dei forti sia stata dovuta a incendi accidentali o, ad esempio, all’azione di fuochi accesi da eventuali nemici assedianti.

Una tecnica costruttiva che oggi non siamo in grado di replicare, proprio come porre in opera gli enormi monoliti che formano i monumenti megalitici ci porrebbe considerevoli problemi ingegneristici anche con i mezzi tecnologici di cui oggi disponiamo.

Viene da sogghignare tra l’ironico e l’amaro a pensare alle pagine e pagine che sarebbero state scritte, ai fiumi d’inchiostro che sarebbero stati versati, alle trasmissioni od alle pellicole stile Indiana Jones che sarebbero state girate, se un simile rompicapo, invece che nell’angolo nord-occidentale della nostra negletta Europa si fosse trovato in riva al Nilo o fra il Tigri e l’Eufrate.

Tra i capolavori ingegneristici dell’età antica che si trovano nelle Isole Britanniche occorre poi menzionare qualcosa che non ha certo la spettacolare imponenza dei grandi complessi megalitici, qualcosa che appartiene piuttosto alla dimensione quotidiana che non all’eternità, al regno degli antenati, degli dei, degli eroi, ma che – ci assicurano gli esperti – hanno richiesto un’abilità progettuale davvero notevole, oltre che uno sforzo costruttivo e un’accurata manutenzione che si è protratta attraverso i millenni. Mi riferisco a quelle che in Irlanda chiamano toghers, e che sono delle vie lignee, delle lunghissime passerelle che permettono ai viandanti di attraversare i terreni acquitrinosi delle torbiere senza sprofondare. Ciascuna delle traversine che formano le toghers è sorretta da una serie di pali profondamente infissi nel suolo torboso, con un metodo che ricorda molto i villaggi palafitticoli e/o il particolare sistema di fondamenta immerse che permette l’esistenza di una città come Venezia.

Tuttavia, e questa sarà per qualcuno forse la fonte di maggiore sorpresa, quanto più studiamo la preistoria europea, tanto più ci accorgiamo che anche l’Europa continentale aveva raggiunto un livello di civiltà non dissimile da quello delle Isole Britanniche.

Che le coste atlantiche del nostro continente presentino degli allineamenti megalitici non diversi da quelli che si trovano in Gran Bretagna e in Irlanda e che, palesemente appartengono alla medesima facie culturale, è cosa da tempo nota. Per tutti, basterebbe citare il celebre complesso megalitico di Carnac in Bretagna, ma forse è meno noto che complessi analoghi sono presenti anche nell’Europa centrale, nell’area tedesca, e proprio da qui sono venute negli ultimi decenni le scoperte più sorprendenti, ne parleremo nel prossimo capitolo, ma sarà forse ora il caso di accennare al fatto che la cultura megalitica delle Isole Britanniche sembra presentare con quella dell’Europa continentale collegamenti più stretti di quel che avremmo pensato, infatti quel singolare oggetto rinvenuto in Germania di cui parleremo con ampiezza, che è il disco di Nebra che è forse la più antica rappresentazione del cosmo utilizzata per rilevazioni astronomiche giunta fino a noi, e ritrovata non lontano dai complessi megalitici tedeschi, è di fattura inglese, o almeno provengono dalle Isole Britanniche l’oro e lo stagno di cui il disco è composto.

Come riferisce Wikipedia:

“La piastra fu sottoposta ad analisi comparata tramite fluorescenza X da parte di E. Pernicka, allora all’università di Freiburg in Sassonia. L’esame degli isotopi di piombo radioattivo contenuti nel rame avevano inizialmente attribuito la sua provenienza dalla regione di Bischofshofen, nel Mitterberg, nelle Alpi austriache orientali, circa 50 km a sud di Salisburgo. Per l’oro si era ipotizzata una provenienza dai Carpazi. Analisi più recenti condotte dallo stesso Pernicka e da altri studiosi ritengono invece che l’oro provenga dal fiume Carnon in Cornovaglia e che anche lo stagno contenuto nel bronzo provenga dalla stessa regione inglese” (7).

Non è finita qui, perché le Isole Britanniche ci hanno rivelato nuove sorprese archeologiche in tempi molto recenti.

Una nuova, importantissima scoperta archeologica è avvenuta nel 2011 nelle isole Orcadi, la scoperta di quella che è stata definita una vera e propria cattedrale neolitica.

Il due febbraio 2012 “Il fatto storico” riferisce del ritrovamento e degli scavi archeologici di quella che viene definita come una “cattedrale neolitica” delle isole Orcadi,

“Il sito”, esso ci dice, “Ness of Brodgar, risale forse al 3500 a.C. ed è già famoso per ospitare altri importanti ritrovamenti: alloggi; lastre di pietra decorate; un enorme muro di pietra con relative fondamenta (“Great Wall of Brodgar”). Ma sono le isole Orcadi in generale a contenere alcuni dei siti meglio preservati e più completi del Neolitico.

La “cattedrale” (com’è stata ribattezzata) misura circa 25 metri in lunghezza e 20 in larghezza. Le pareti, spesse 5 metri, circondano un “sancta sanctorum” interno a forma di croce, dove sono stati trovati esempi di arte e mobilio in pietra.

All’esterno della struttura (un tempio?) c’era un passaggio lastricato: forse un labirinto che conduceva i fedeli dall’oscurità alla camera centrale.

Per Nick Card, che conduce gli scavi, avrebbe servito tutto il nord della Scozia. E commenta. “Una costruzione di queste dimensioni era qui per sbalordire, per creare un senso di soggezione nelle persone che vedevano questo posto”.

“ Su un’isola al largo della punta settentrionale della Gran Bretagna gli archeologi stanno riportando alla luce un vasto complesso rituale risalente all’Età della Pietra, ma più antico di Stonehenge (…). Individuato nel 2002, il sito, ribattezzato Ness of Brodgar (“promontorio di Brodgar”) sorge sulle sponde di Mainland (detta anche Pomona in italiano), l’isola più grande dell’arcipelago scozzese delle Orcadi.

Secondo le analisi al radiocarbonio effettuate su alcuni resti di frammenti di legno bruciato, il Ness sarebbe stato occupato attorno al 3200 a.C. e avrebbe finito per comprendere fino a un centinaio di edifici all’interno della sua monumentale cinta muraria (…). “Le Orcadi sono una delle chiavi per comprendere lo sviluppo della religione durante il Neolitico”, dice il direttore degli scavi Nick Card, dell’Orkney Research Centre for Archaeology.

Non è la prima volta che si parla delle Orcadi come di una delle fonti della cultura dell’Età della Pietra. Ad esempio, è stato ipotizzato che la cosiddetta cultura del vasellame inciso, che divenne dominante nella Gran Bretagna neolitica, abbia avuto origine nelle Orcadi e si sia poi diffusa verso sud. Secondo Card, ora sembra che questo modo di lavorare la ceramica possa aver innescato un’ondata culturale che comprendeva i primi circoli di pietre e recinti, zone rituali circondate da basse “mura” di terra (…).

L’edificio, lungo 25 metri e con mura interne spesse cinque, contiene una sorta di “sanctum” interno dove gli archeologi hanno trovato delle scaffalature in pietra, o credenze, poste contro ogni muro. “Ne abbiamo rinvenute quattro, situate quasi ai punti cardinali”, racconta Card. “Forse fungevano da altare”.

Realizzata in arenaria gialla e rossa, la mobilia dell’Età della Pietra era “lavorata finemente” e rappresentava “la più alta fascia di mercato” per l’epoca, sottolineano gli archeologi.

Gli scavi del 2011 hanno permesso di rinvenire ulteriori esempi delle misteriose incisioni geometriche su pietra che decoravano il complesso, così come altre testimonianze di produzione di pitture; tracce di colore arancio, rosso e giallo erano state già individuate sulle mura nel 2010. (…). Fra le altre scoperte effettuate nel 2011 vi è una rara figurina umana neolitica realizzata in argilla. “Ha una testa con due occhi e un corpo; l’abbiamo chiamata ‘il ragazzo di Brodgar’”, spiega Card. “È stata trovata fra i resti di una delle strutture più piccole”.

Secondo l’archeologo Mark Edmonds della University of York, migliaia di anni fa il Ness era uno dei luoghi dove le comunità agricole neolitiche delle Orcadi si riunivano in massa per celebrare le stagioni e commemorare i defunti (…). I complessi templari, inoltre, sembrano avere in comune una struttura e un concezione di base. “Abbiamo l’impressione che non fossero solo luoghi dove riunire i defunti e tenere cerimonie, ma dove aggregare i vivi”, dice l’archeologo. Il Ness of Brodgar “potrebbe rivoluzionare ciò che sappiamo sul Neolitico in Gran Bretagna”, aggiunge. “Ritengo possa aiutarci a comprendere la natura del sistema di credenze dell’epoca. Potrà fornirci nuovi elementi per capire il contesto sociale e politico in cui avevano luogo queste cerimonie”.

Card, il direttore degli scavi, è d’accordo: finora è stato riportato alla luce solo il 10 per cento del complesso, sottolinea l’archeologo: “Abbiamo appena iniziato a scalfirne la superficie” (8).

Questa non è però la sola sorpresa archeologica che ci ha riservato la Scozia.

Il 3 agosto 2013, stando a quanto riferisce sempre “Il fatto storico”, i ricercatori dell’Università di Birmingham hanno portato a termine l’analisi di una serie di dodici fosse di età mesolitica risalenti a ottomila anni fa rinvenute nel sito scozzese di Warren Field, che sembrerebbero costituire un calendario lunare, nientemeno che il più antico calendario conosciuto al mondo, e un calendario notevolmente sofisticato per l’età preistorica.

Riporto uno stralcio del brano de “Il fatto storico”:

“La capacità di misurare il tempo è uno dei raggiungimenti umani più importanti, e capire quando il tempo venne “creato” è critico per comprendere lo sviluppo della società.”

Vince Gaffney, a capo degli scavi, spiega: “Le prove suggeriscono che le società di cacciatori-raccoglitori in Scozia avevano sia la necessità che la sofisticatezza di registrare il tempo negli anni e di correggere lo slittamento stagionale dell’anno lunare; questo successe quasi 5.000 anni prima dei primi calendari noti in Medio Oriente. Ciò mostra un passo importante verso la ‘costruzione’ del tempo e dunque della storia stessa”.

Un po’ come gli allineamenti di Stonehenge, infatti, sembra che le fosse del sito abbiamo una disposizione con correlazioni astronomiche alquanto sofisticate:

“Il sito si allinea anche al solstizio d’inverno, in modo da fornire ogni anno una correzione astronomica al calendario: i mesi lunari sono infatti più brevi di 11 giorni rispetto ai mesi solari, dunque bisognava avere una sorta di Capodanno per far riallineare il calendario lunare con l’anno solare e le sue stagioni” (9).

Un’altra invenzione fondamentale per la civiltà umana, la misurazione de tempo, sembra essere avvenuta in Europa millenni prima che in Medio Oriente, così come pare certa la priorità europea nella scoperta dei metalli e della scrittura.

C’è di più, forse sta per tornare alla luce in intero capitolo finora ignorato della storia più remota dell’Europa.

Questa volta non si tratta di un singolo ritrovamento, ma di una ricerca complessa in corso da una quindicina di anni, e che prosegue tuttora, i cui esiti potrebbero cambiare il modo in cui consideriamo la preistoria britannica ed europea. C’è una zona del Mare de Nord subito a nord-est della Gran Bretagna caratterizzata da bassi fondali attivamente frequentata dai pescatori perché molto pescosa, nota come Dogger Bank, e da sempre i pescatori raccolgono nelle reti rami d’albero e addirittura ossa di grandi animali. Senza dubbio il Dogger Bank era terra emersa alcune migliaia di anni fa. (fino a dodicimila anni fa, si calcola, fino alla fine dell’ultima età glaciale).

Secondo quanto riferisce la rivista on line “Antikythera” del 10 settembre 2013 che ha come fonte il prestigioso quotidiano britannico “Daily Mail”, i ricercatori britannici sono impegnati da una quindicina d’anni nel ricostruire questa “Atlantide britannica” da loro battezzata Doggerland.

“L’Atlantide Britannica è stata scoperta da un team di sommozzatori alle dipendenze di alcune compagnie petrolifere che lavorano in collaborazione con il dipartimento scientifico dell’Università di St. Andrews.

I sommozzatori si sono imbattuti nei resti di quello che sembra un vero e proprio “mondo sommerso”, con una popolazione di decine di migliaia di persone e che potrebbe essere stato il “cuore vero e proprio” dell’Europa antica.

Grazie ai dati raccolti dai tecnici delle compagnie petrolifere, un team di archeologi, climatologi e geofisici è riuscito a mappare tutta la superficie della “terra perduta”. Secondo gli studiosi, questa antica zona d’Europa era abitata da una fauna e da una flora molto rigogliosa.

Inoltre, è molto probabile che fosse uno dei territori popolato dai mammut, specie che si è estinta proprio con la fine dell’ultima glaciazione.

(…).

Secondo il dottor Bates, geofisico, “Doggerland era il vero cuore dell’Europa. Per anni abbiamo speculato sull’esistenza di una terra perduta, a partire dalle ossa animali tirate su dalle reti dei pescatori di tutto il Mare del Nord, ma è solo grazie al lavoro con le compagnie petrolifere che siamo stati in grado di ricostruire l’aspetto e l’estensione di questa terra perduta”.

Come riporta il resoconto offerto dal Daily Mail, la ricerca è il frutto di 15 anni di meticoloso lavoro sul campo intorno alle acque torbide della Gran Bretagna. Grazie a tecniche pionieristiche, gli studiosi sono stati in grado di ricostruire la flora e la fauna che popolavano l’antica Doggerland.

Inoltre, i numerosi reperti ritrovati sul fondo del mare, riportano “in vita” le numerose popolazioni del mesolitico che abitavano il continente perduto. Il team di ricerca è attualmente impegnato a ricostruire le abitudini di queste popolazioni, compresi gli eventuali luoghi di sepoltura” (10).

Una ricerca che per ora è ancora solo all’inizio.

Un’ulteriore prova, recentissima, del fatto che un tempo una parte non trascurabile di quello che è oggi il Mare del Nord era terra emersa, che potrebbe aver ospitato insediamenti umani, è emersa ultimamente. Il sito “Il navigatore curioso” di domenica 1 febbraio 2015 riporta un articolo del “Daily Mail” che segnala che 300 metri al largo di Cley Next to the Sea nel Norfolk, la ricercatrice Alba Watson della Marine Conservation Society ha individuato una foresta sommersa risalente a 10.000 anni fa, dove sono visibili i resti di grandi querce con rami lunghi fino a otto metri.

“Un tempo sarebbe stata una foresta in piena regola, con un’estensione di centinaia di chilometri”, ha commentato la Watson.

Le ricerche proseguono allo scopo di identificare resti di fauna animale e insediamenti umani (11).

Di tutte queste scoperte, ben poco, o nulla, è giunto alle orecchie del grosso pubblico, e assolutamente niente è entrato nell’insegnamento scolastico perché, non dobbiamo avere illusioni al riguardo: quella che chiamiamo scienza storica è assai poco interessata alla verità, e molto di più al prestigio di certe teorie a cui sono legate importanti carriere accademiche, sebbene l’essenza del metodo scientifico sia che non sono i fatti a dover essere censurati se non corrispondono alle teorie, ma sono le teorie che si devono adeguare ai fatti. Purtroppo, non sembra proprio essere questo l’orientamento dell’attuale “scienza” storica e archeologica, che sembra tesa a minimizzare e censurare il contributo dato dal nostro continente allo sviluppo della civiltà.

 

NOTE

 

  1. La grafia corretta dovrebbe essere Spynie Castle.
  2. Robert Charroux, pseudonimo di Robert Joseph Grugeau, (1909-1970), scrittore francese, si è occupato di civiltà perdute e di supposti contatti con extraterrestri. Il suo libro più famoso è il citato Civiltà perdute e misteriose.
  3. Robert Charroux, Civiltà perdute e misteriose – i misteri del cielo, Edizioni Mediterranee 1982.
  4. Oreste Diga: I forti vetrificati, EdicolaWeb (edicolaweb.net ), 2002.
  5. Artur C. Clarke (1917-2008) scrittore di fantascienza e divulgatore scientifico britannico; il suo romanzo più famoso è 2001 Odissea nello spazio.
  6. Archeologia sperimentale: è quella disciplina archeologica che cerca di capire le tecniche impiegate nel passato attraverso la riproduzione di procedimenti e manufatti.
  7. Wikipedia: voce Disco di Nebra.
  8. “Il fatto storico”, 2 febbraio 2012.
  9. “Il fatto storico”, 3 agosto 2013.
  10. “Antikythera”, 10 settembre 2013.
  11. “Il navigatore curioso”, domenica 1 febbraio 2015.

 

NOTA: Nell’immagine, una ricostruzione dell’insediamento neolitico di Ness of Brodgar.

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Categorie: Archeostoria, Stonehenge

Pubblicato da Fabio Calabrese il 2 Ottobre 2017

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Gianfranco Drioli

    Molto interessante, erano anni che non sentivo parlare con conoscenza di causa dei forti vetrificati. Della grande pianira che esisteva dove oggi c’è il mare del Nord, ne aveva parlato abbondantemente Jacques de Mahieu, che iopotizzava proprio lì la nascita dell’uomo noprdico, bianco, con occhi azzurri a causa di un clima nebbioso…

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