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Catone il Censore e la cultura Sapienziale Romana – Daniele Palmieri

Catone il Censore e la cultura Sapienziale Romana – Daniele Palmieri

I Romani appaiono alla storia Occidentale come uno dei popoli più pratico, che grazie al suo spirito pragmatico è stato in grado di estendere e preservare il proprio dominio sull’Occidente per millenni, ma che non fu in grado di produrre una cultura altrettanto elevata. Spesso, infatti, si riduce la loro religione, la loro arte, la loro sapienza e la loro filosofia a un pallido riflesso del mondo ellenico.

Tuttavia, come scrive Pietro Negri(pseudonimo di Arturo Reghini in Ur) in Sulla tradizione occidentale:

Per svalutare intellettualmente e iniziaticamente i Romani, li si dipinge come un popolo rozzo, brutale, bellicoso, alieno dalla filosofia, preoccupato dei problemi materiali e pratici della vita, incapace di ogni astrazione e idealità. E poiché il vero iniziato, secondo i pregiudizi teosofici, martinisti e in genere cristiani e profani, deve essere incapace di ammazzare una mosca, deve struggersi di amore per il prossimo, deve disprezzare e persino odiare questo basso mondo, e badare a salvare dal peccato, dall’ira di Dio, dal pianto e dallo stridor dei denti la propria anima, risulta allora manifesto che, ponendo alla base della vita sociale non l’amore e la carità, ma lo jus, il fas ed il mos, combattendo virtute praediti, non porgendo la destra a chi ti percuote sulla sinistra e viceversa, tracciando strade su tutti i continenti, costruendo ponti su tutti i fiumi e non curandosi della filosofia, si dimostra di non possedere iniziazione” (Pietro Negri, Sulla tradizione occidentale, in Introduzione alla magia, pp. 70).

Nessun Impero potrebbe erigersi un arco di tempo così lungo senza avere, alle spalle, una tradizione, una cultura e una sapienza proprie e Roma non fa eccezione. La sua Sapienza ci è giunta frammentata e le molte analogie con la cultura Ellenica, nonché la fusione di orizzonti avvenuta con il mondo greco, ha spesso fatto confondere i confini tra uno e l’altro mondo, facendo perdere le tracce della Sapienza autenticamente romana.

Tuttavia, essa non è mai svanita del tutto e, rimasta sempre di sfondo agli sviluppi del pensiero, della politica e della tradizione culturale romana, è possibile seguire le sue tracce fino ad arrivare alle testimonianze più autentiche dell’originale stile romano.

Tra tali testimonianze, vi è sicuramente quella di Marco Porcio Catone, detto il Censore, tra i padri fondatori della letteratura latina. Catone visse tra il 234 e il 149 a. C., periodo particolarmente vivo e importante per la vita politica e culturale Romana. Proprio tale arco di tempo può essere letto alla luce di due forze opposte ma allo stesso tempo complementari che Roma si trovava a dover fronteggiare; da un lato, la spinta espansionistica verso l’esterno, che porterà i Romani a consolidare il proprio dominio sul Mediterraneo e a conquistare il mondo Greco; dall’altro lato, lo scontro con le popolazioni limitrofe, in particolare il mondo ellenico, che fu un momento non solo di conflitto ma di scambio culturale, il quale innescò un flusso di nuove idee che lentamente cominciarono a penetrare all’interno della Repubblica Romana.

Alla luce di questo rapporto dialettico, l’attività letteraria di Catone risulta dunque di grande rilevanza poiché si situa proprio al principio della fusione dei due orizzonti culturali, e permette dunque di intuire cosa vi fosse di autoctono all’interno della Sapienza Romana.

Parlare di Sapienza Romana potrebbe ancora però sembrare sospetto. Sempre citando le parole di Pietro Negri:

Roma, si obietta, non ebbe una istituzione dei Misteri paragonabile a quella greca od egizia, anzi represse e proibì i Baccanali col famoso senatus consultus De Bacchanalibus (186) che proibiva a Roma ed in Italia tutti i misteri di Bacco, ad eccezione tuttavia di alcuni casi particolari. Roma cacciò i filosofi, avversò i pitagorici, emanò contro i matematici ed i caldei, ossia contro gli indovini, gli astrologhi e simili, editti come quello di Claudio e di Diocleziano. Come si può fare dunque a parlare di iniziazione romana?” (op. cit., pp. 70)

e, considerando che fu proprio Catone tra i principali promotori sia della proibizione dei Baccanali sia della cacciata dei filosofi, partire dal Censore per rintracciare l’autentica Sapienza Romana potrebbe risultare ancora più sospetto.

Già Pietro Negri rispose efficacemente alle prime obiezioni, scrivendo:

A queste obiezioni noi rispondiamo, in primo luogo, che se la conoscenza iniziatica è unica, essa subisce per altro, nelle sue manifestazioni, adattazione secondo i luoghi ed i tempi. […] Non si può dunque dalla inesistenza di Misteri romani del tipo eleusino od isiaco inferire la inesistenza di un centro iniziatico e di una sapienza e tradizione romana. Quanto all’editto contro i Baccanali ed a quelli contro gli indovini, i maghi e gli astrologhi, essi non sono affatto incompatibili con la esistenza di un centro iniziatico in Roma, giacché non è pensabile che, esistendo, esso dovesse opporsi ed impedire tali editti per un senso di solidarietà con tali corruzioni dei Misteri e della Scienza Sacra. Anzi. Quanto alla cacciata dei filosofi greci ed alla scarsa passione dei Romani per la filosofia, esse non provano proprio nulla al nostro proposito, perché tra la scienza sacra e la filosofia profana non vi è nessun rapporto di affinità; è vero del resto che, senza bisogno della illuminazione iniziatica, bastava fare uso del buon senso romano per valutare a dovere i pericoli insiti nel vaniloqui e nell’armeggio filosofico” (o. cit., pp. 71-72)

e le sue osservazioni verranno ampliate ora in tale articolo illustrando come, non solo l’analisi del pensiero catoniano permette di recuperare tracce di tale Sapienza, ma che proprio la sua ostilità verso il mondo Ellenico, sebbene spesso estrema e ai limiti della paranoia, è tuttavia testimonianza del tentativo di difendere questa Sapienza originaria da contaminazioni esterne.

Addentrandoci nell’analisi, partiremo anzitutto dalla struttura del corpus catoniano. Purtroppo, dei suoi scritti ci è pervenuta soltanto un’opera integra, anche se, molto probabilmente, rimaneggiata con il passare degli secoli, ossia il De agri coltura.  Tuttavia, dai frammenti e dalle testimonianze di altre opere pervenuteci possiamo ricostruire la struttura dei suoi scritti, testimonianza di un progetto organico che aveva come scopo proprio quello di tramandare ai figli la cultura tradizionale romana.

Questo corpus, tramandato sotto il nome di Libri ad Marcum filium, abbracciava ogni campo della Sapienza romana; esso comprendeva, infatti, le Origines, testo sulle origine mitiche e storiche dello Stato Romano; le Orationes, le sue orazioni politiche, testimonianza dell’importanza dell’impegno politico in difesa della Repubblica da lui esercitato; il Carmen de moribus, una raccolta di carmi a carattere etico, testimonianza della saggezza morale romana; infine, il già citato De agri coltura, che racchiude forse una delle più importanti fonti della Sapienza romana delle origini, ossia lo stretto rapporto tra uomo, déi e natura che scaturisce dal lavoro e della cura della terra.

Attorno a quest’ultimo aspetto sembra infatti ruotare l’originale Sapienza romana. Come scrive Catone:

Quando [gli antichi] volevano lodare un uomo buono, lo chiamavano buon agricoltore o buon colono. E con tali nomi credevano di onorare ampiamente colui che lodar volevano. […] È certo che dagli agricoltori sorgono uomini fortissimi, e valentissimi soldati, e che per la via dell’agricoltura si ottiene un guadagno onesto e sicurissimo, tale che non dà luogo a invidia” (Marco Porcio Catone, La saggezza romana del vivere. Aforismi, Sentenze e detti memorabili, a cura di D. Palmieri, pp. 27).

Questo perché dal lavoro della terra non germinano soltanto le messi materiali, necessarie per la sopravvivenza, ma esso è terreno fertile dal quale nascono etica, religione e politica.

L’agricoltura richiede infatti allo stesso tempo saggezza e laboriosità.

Con saggezza si intende quella forma di sapienza pratica, espressione non di conoscenze astratte ma di una saggezza di vita vissuta accumulata con gli anni o tramandata dai propri antenati. Questa saggezza testimonia un rapporto intimo con la Terra e con il Cielo; implica infatti la conoscenza del terreno, delle piante, dei modi per fertilizzare il terreno, nonché una simbiosi con il Tempo, inteso sia come trascorrere delle ore del giorno sia come ciclo delle stagioni.

La laboriosità è invece l’arte di saper usufruire del Tempo, senza sprecarlo in occupazioni vacue; da un lato perché: “le faccende di campagna sono di tale natura che, se ne fai tardi una, le farai tardi tutte” (op. cit, pp. 32), dall’altro perché il lavoro è ciò che nobilita l’uomo. Esso richiede disciplina, perseveranza, resistenza, forza d’animo, capacità di fronteggiare gli imprevisti, dominio di sé; in altri termini, il lavoro dei campi è propedeutico allo sviluppo della virtus, la virtù, qualità e potenza dell’animo in grado di elevare l’uomo e conferirgli honores, gli onori civili e religiosi propri delle personalità illustri. Come scrive Catone:

Pensate dentro di voi che, ove abbiate faticato per qualche nobile impresa, quella fatica partirà presto da voi, mentre la bella impresa non vi abbandonerà mai durante il corso della vostra vita; ove, invece, abbiate malamente operato per assecondare il piacere, questo si dileguerà presto e con voi rimarrà sempre quella disonorevole azione” (op. cit., pp. 36).

Ed è chiaro come tale Sapienza si intrecci strettamente con la vita politica; il lavoro della terra crea un legame inscindibile tra l’uomo e il territorio su cui versa il proprio sudore. Allo stesso tempo, le virtù sviluppate dalla laboriosità sono virtù fortemente politiche, poiché legano il lavoratore anche ai propri pari, nel momento in cui tali qualità legano il contadino alla comunità di uomini a lui circostanti, che insieme si impegnano, sulla medesima terra, per raggiungere e condividere il bene comune.

Come accennato in precedenza, sempre il medesimo legame tra uomo e terra instaura una connessione sacra tra uomo e natura. Ciò è testimoniato dalle numerose invocazioni rivolte agli déi che lo stesso Catone inserisce all’interno del De agri coltura; riti propiziatori atti a catalizzare le forze naturali del Nume che, come sottolinea Julius Evola in Rivolta contro il mondo moderno, non è da intendersi, in maniera semplicistica, come un dio antropomorfico, bensì come un forza vitale sottesa alla natura, che per essere concepita necessita di assumere volta in volta forme diverse, ma che non deve essere fatta coincidere con quelle forme.

Da ciò la critica di Catone nei confronti dell’idolatria spicciola, quando scrive:

Mi meraviglio come abbiano tanto ardire e non abbiano alcun rispetto per la religione: le statue degli déi, le loro immagini e i busti sono da loro collocati in casa come una suppellettile domestica” (p. cit. pp. 51),

e da ciò anche il rispetto e timore sacro serbato nei confronti degli ambienti naturali, in special modo quando vi era necessità di ampliare i territori coltivati, operazione sempre accompagnata da un rito propiziatorio alle divinità boschive, anch’esso tramandato nel De agri coltura.

In conclusione di questo rapido excursus, possiamo dunque sottolineare come le tracce della Sapienza romana rintracciabili nelle opere di Catone testimoniano una Sapienza sì di carattere pratico, ma laddove la parola “pratica” deve essere considerata in una accezione più ampia. La via sapienziale romana, anche se potrebbe non aver assunto la forma dei riti misterici greci, si caratterizza tuttavia per la trasmissione di una Sapienza tramandata da padre in figlio, la cui essenza è una tensione nei confronti della vita pratica, intesa però come gradino in grado di elevare l’uomo a una virtus etica, religiosa e politica superiore, che non può né essere ridotta alla mera materialità, né essere espressa con astratti concetti filosofici, che rischierebbero di erigere un muro l’uomo e questa forma di Sapienza vissuta.

Citando ancora le parole di Pietro Negri:

Noi sappiamo che la sapienza è una cosa ben diversa dalla cultura […] e che la possibilità di pervenire alla sapienza è inerente all’uomo, e non è affatto legata, come ordinariamente si crede, alla evoluzione dell’umanità dalle forme di vita e di organizzazione sociale primitive, nomade, pastorale, agricola, alle forme più recenti dette per antonomasia civili. Pensiamo, anzi, o meglio, sappiamo per esperienza, che le esigenze, la complessità, l’irrequietudine e l’invadenza della civiltà moderna, lungi dal condurre l’umanità verso la sapienza, la vanno sempre più allontanando anche dalla pura capacità di concepire di che si tratti, e vanno rendendo anche ai singoli sempre più arduo il compito, aggiungendo ostacoli artificiali più che superflui a quelli che per sua natura impone il compito assuntosi da chi aspira alla sapienza” (Introduzione alla Magia, Pietro Negri, Sulla tradizione occidentale) (op. cit., pp. 75).

Per approfondire la vita e il pensiero di Catone, è possibile acquistare il nuovo volume edito e curato da Daniele Palmieri: La saggezza romana del vivere, un compendio degli scritti di Catone che raccoglie le sentenze e gli aforismi più incisivi tratti dalle sue opere, insieme ai suoi detti memorabili e ai cenni biografici tramandati da Plutarco, Tito Livio e Cornelio Nepote. A conclusione del volume, la prima traduzione italiana dei Monosticha Catonis, una raccolta di precetti di vita catoniani paragonabili alle Regole Auree di Pitagora.

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Categorie: Tradizione, Tradizione Romana

Pubblicato da Ereticamente il 24 Ottobre 2017

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. mario pasqualini

    INTERESSANTE GRAZIE ! AUGH URI ER MANIA ahahahah

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