Le altre Stonehenge: la cultura megalitica nelle Isole Britanniche – prima parte – Fabio Calabrese

Le altre Stonehenge: la cultura megalitica nelle Isole Britanniche – prima parte – Fabio Calabrese

Quello che segue, è il testo della conferenza da me tenuta domenica 1 luglio 2017 a Trieste al festival celtico Triskell. Dato l’argomento e il tipo di pubblico cui era rivolta, non c’è da aspettarsi un aggancio diretto con la politica, ma noi sappiamo che riconoscere il valore dell’eredità trasmessaci dai nostri antenati indoeuropei è un elemento di estrema importanza della nostra visione del mondo. Data l’ampiezza dell’argomento e la conseguente lunghezza del testo, l’ho suddiviso in due parti. Questa è la prima; la prossima a seguire.

Lo scorso anno, in coincidenza con l’edizione 2016 del Triskell, ho avuto il piacere di tenere una conferenza su Stonehenge, che è probabilmente il monumento megalitico più conosciuto al mondo, e rappresenta un’eredità, una connessione con la più remota preistoria dell’Europa che continuiamo ancora a sentire vicina a noi. In quella circostanza ho evidenziato il fatto che sarebbe assurdo pensare a una sorta di isola di civiltà sparsa in un oceano di barbarie che la circondasse dovunque, ma piuttosto alla testimonianza di un’Europa preistorica più civile di quel che siamo soliti immaginare. In questo senso, ho fatto rilevare, una testimonianza estremamente chiara viene dalle sepolture che sono state individuate nella piana di Salisbury nei pressi del monumento, e fra queste in particolare due: quella del cosiddetto arciere di Amesbury e quella del ragazzo con la collana di ambra. Il primo era un uomo di circa sessant’anni affetto da una grave zoppia e da un ascesso dentario che gli si era infiltrato nell’osso della mandibola e di quando in quando doveva procurargli dolori lancinanti, il secondo un ragazzo di quindici anni. Entrambi, come ha dimostrato l’analisi dello smalto dentario che conserva l’impronta degli atomi di stronzio e degli isotopi di ossigeno che recano “la firma” dell’area di provenienza dei vegetali consumati per la maggior parte della vita, erano degli stranieri, il primo proveniva dall’Arco alpino, il secondo dal Mediterraneo.

Entrambi ci aprono un inedito squarcio su di un’Europa neolitica più civile di quel che avevamo immaginato, nella quale non isolati avventurieri, ma anche persone con gravi problemi di salute o gruppi familiari come quello di cui faceva verosimilmente parte il ragazzo, potevano percorrere gradi distanza, e con le persone viaggiavano le informazioni (“L’arciere” era stato probabilmente attirato nella zona di Salisbury dalla fama taumaturgica del santuario sparsasi a grande distanza, una “Lourdes della preistoria”, è stata definita) e le merci, infatti la collana del ragazzo era fatto di ambra baltica, rara e preziosa all’epoca.

Io ho promesso allora alle persone intervenute ad ascoltarmi – un gruppo abbastanza numeroso, e che ha seguito il mio intervento con vivo interesse – di ampliare il discorso con un’esplorazione sulle altre Stonehenge, sui monumenti megalitici pressappoco coevi o anche più antichi del triplice cerchio della piana di Salisbury, e adesso vorrei accingermi a mantenere questa promessa. Almeno in parte, infatti la cultura megalitica, questa antica civiltà europea così poco considerata dall’archeologia ufficiale, sebbene superi per antichità di almeno un millennio le piramidi egizie e le ziggurat mesopotamiche, ci ha lasciato tante e tali testimonianze da rendere impossibile esaurire l’argomento in una volta sola, ragion per cui stavolta ci concentreremo sulla cultura megalitica nelle Isole Britanniche, tenendo presente che questa cultura è del pari bel rappresentata anche nell’Europa continentale, e non ne mancano esempi neppure in Italia, e questo potrà essere l’oggetto di un nostro prossimo incontro.

Cominciamo con il vedere quel che si trova sempre nel Wiltshire, contea del Wessex, a distanza non grande dal più noto triplice cerchio megalitico. Fra tutti i siti megalitici britannici, quello più noto dopo Stonehenge, ed anche più esteso e più antico, è quello di Avebury, sempre nel Wiltshire, segno forse che questa regione doveva avere un’importanza di culto speciale. Wikipedia cita (in ordine alfabetico) la presenza nella Contea del Wiltshire delle seguenti strutture preistoriche: il grande cromlech di Avebury, il forte in terra dell’Età del Ferro di Barbury Castle, la piana di Salisbury, la collina artificiale (grosso modo contemporanea a Avebury e Stonehenge) di Silbury Hill, Stonehenge, la tomba neolitica di West Kennet Long Barrow nei pressi di Avebury e i resti neolitici di Woodhenge: più che abbastanza per pensare che l’area in epoca preistorica rivestisse uno speciale interesse come luogo di culto e fosse oggetto di un intenso popolamento. Il complesso di Avebury, sito a 32 chilometri da Stonehenge è con ogni probabilità la più grande struttura dell’età neolitica giunta fino a noi, è quattro volte più vasta della stessa Stonehenge.

Ecco, al riguardo, la descrizione riportata da Wikipedia:
“Avebury è il luogo di un grande henge e numerosi cerchi di pietre nella contea inglese dello Wiltshire, nei dintorni dell’omonimo villaggio. È uno dei monumenti neolitici europei meglio conservati ed è databile attorno a 5000 anni fa. È più antico del sito megalitico di Stonehenge, che si trova a circa 32 km a sud, anche se i due siti sono quasi contemporanei. Si trova approssimativamente a metà strada tra Marlborough e Calne, poco distante dalla A4 a nord della A361 verso Wroughton.
Molte delle strutture arrivate a noi sono fatte in terra, e sono note come dighe. Un enorme fossato esterno di 421 metri di diametro e 1,35 chilometri di circonferenza racchiude un’area di 115.000 metri quadrati. Gli unici siti conosciuti comparabili dello stesso periodo (Stonehenge e Flagstones nel Dorset) hanno una dimensione pari ad un quarto di Avebury. Il solo fossato ha una larghezza di 21 metri ed una profondità di 11 ed è databile grazie al metodo del carbonio-14 tra il 3400 ed il 2625 a.C. Gli scavi hanno dimostrato che il sito venne ampliato in seguito, probabilmente usando materiale scavato dal fossato.
All’interno dell’area si trova un grande Cerchio Esterno che forma il più grande cerchio di pietre della preistoria, con un diametro di 335 metri. Venne costruito contemporaneamente (o al massimo quattro o cinque secoli dopo) i lavori in terra. All’inizio c’erano 98 pietre erette alcune delle quali passavano le 40 tonnellate di peso. Queste pietre sono molto variegate in altezza (da 3,6 a 4,2 metri). La datazione al carbonio dei buchi in cui erano inserite le pietre risale al 2800-2400 a.C.
Nei pressi del monumento centrale vi sono altri due cerchi separati. Il Cerchio Interno Settentrionale misura 98 metri di diametro, nonostante siano rimaste solo quattro pietre di cui due cadute. Un gruppo di tre pietre si trova al centro, e la sua entrata punta a nord-est.

Il Cerchio Interno Meridionale aveva un diametro di 108 metri prima della sua distruzione. Le sezioni restanti del suo arco si trovano ora sotto agli edifici del villaggio. Un unico grande monolito, alto 5,5 metri, si trova al centro ed era allineato con le pietre più piccole fino alla sua distruzione avvenuta nel diciottesimo secolo. C’è una Avenue di pietre accoppiate, la West Kennet Avenue, che entra dall’entrata meridionale, e tracce di una seconda, la Beckhampton Avenue, che porta fuori da quella occidentale. Aubrey Burl ipotizza una serie di costruzioni tra i due cerchi interni costruita attorno al 2800 a.C., seguita dal cerchio esterno due secoli dopo, mentre le avenue sarebbero state aggiunte nel 2400 a.C. Un cerchio di alberi formato da due anelli concentrici, identificati tramite l’archeologia geofisica, si trovavano probabilmente nel settore nord-est del cerchio esterno secondo quanto scoperto negli scavi. Un tumulo può essere osservato dall’alto nel quadrante nord-occidentale.
Il complesso ha quattro entrate, due accoppiate a nord-nord-ovest e sud-sud-est, mentre le altre due sono sulla direttrice est-nord-est ed ovest-sud-ovest” (1).

Scavi condotti tra il 1908 e il 1922 da Harold St. George Gray hanno portato al ritrovamento di manufatti e di ossa umane, compreso la scheletro completo di una donna; ciò suggerisce che proprio come Stonehenge, Avebury sia stata anche un luogo di sepoltura. Non si può poi mancare di segnalare il terzo sito preistorico importante del Wiltshire, Silbury Hill: si tratta di una collina artificiale: nata inizialmente come un tumulo funerario, pare sia stata gradatamente ampliata fino a diventare una collina vera e propria, almeno, è questa l’interpretazione della sua genesi che ne danno gli archeologi Jim Leary e David Field che l’hanno studiata con un tunnel a sezione nel 2007, secondo quanto segnala un articolo di “Antikytera” .
Tuttavia, nelle Isole Britanniche si trova anche molto altro, ben più antico e più intatto di Stonehenge e presumibilmente degli altri circoli megalitici.

L’edificio, ancora oggi praticamente intatto, giunto fino a noi più antico al mondo, ad esempio; forse la cosa sarà per qualcuno una sorpresa, non si trova nella Valle del Nilo e neppure in Mesopotamia, ma in Irlanda, è la tomba neolitica di Newgrange in Irlanda, più antica di otto-novecento anni delle piramidi egizie di Giza. Chiamare Newgrange “tomba” è riduttivo quanto riferire lo stesso termine alle piramidi egizie o alle cattedrali romaniche e gotiche dell’Europa medievale, che pure ospitano delle sepolture. Eppure Newgrange non è che uno dei siti che formano il complesso archeologico della valle irlandese del Boyne.
La cosa più semplice è vedere la descrizione della vasta area archeologica, considerata fra le più importanti d’Irlanda che ne dà Wikipedia:
“Presso Newgrange, nella contea di Meath, si situa l’area archeologica più famosa d’Irlanda. Brú na Bóinne (la dimora del Boyne in irlandese) è un’area della valle del fiume Boyne (circa 40 km da Dublino) delimitata tra le città di Slane e di Drogheda, dove il letto fluviale serpeggia in numerose anse. Qui è possibile ammirare un paesaggio archeologico unico al mondo, dichiarato patrimonio dell’umanità dall’UNESCO: un esteso complesso archeologico con oltre 50 monumenti costruiti nel neolitico da un’antichissima civiltà contadina preceltica repentinamente scomparsa. Originariamente costruito intorno al 3200 a. C., giacque dimenticato per millenni fino al XVII secolo. È stato oggetto di una prima estesa campagna di restauri tra il 1962 e il 1975, e tuttora proseguono gli scavi archeologici.

Solo due dei siti archeologici sono attualmente visitabili, ma sono i più importanti e imponenti di tutta la zona: i tumuli di Newgrange e di Knowth. Un terzo, quello di Dowth, è oggetto di restauri (2002) e potrà essere aperto al pubblico in futuro. Si tratta di notevoli tombe a corridoio sovrastate da estese colline artificiali, tutte costruite nello stesso periodo storico.
Anche se sono comunemente definite tombe a corridoio dagli studiosi, in realtà lo scopo preciso degli immensi tumuli non è certo, malgrado essi siano stati accuratamente scandagliati. Probabilmente non fu solo, o non principalmente, funerario, ma certamente connesso alle cerimonie religiose e forse ad un culto solare. Rimangono come enigmatica testimonianza di una civiltà complessa e progredita che popolò l’Irlanda prima dell’avvento dei Celti e ben prima degli invasori Vichinghi, 6 secoli prima della costruzione delle piramidi egizie. Il tumulo di Knowth, vecchio di oltre tre millenni, è il più ampio di Brú na Bóinne. Gli scavi archeologici hanno rivelato che questo fu un sito sepolcrale ed un insediamento fin dai tempi del neolitico, attraverso le età del bronzo e del ferro, fino ai primi anni del cristianesimo e del periodo normanno. Perduta la memoria del suo scopo originario, il luogo fu utilizzato anche nei secoli successivi e, tra le altre cose, vi fu anche edificato sopra un villaggio fortificato.
La struttura del tumulo, circondata da tumuli “satelliti” minori, è complessa: contiene due lunghi e stretti corridoi che partono agli opposti della collina e che, singolarmente, non si congiungono nel mezzo ma rimangono separati da una spessa parete di rocce, attraverso la quale è tuttavia possibile comunicare a voce. Alla base del tumulo sono stati riportati alla luce enormi massi perimetrali, molti dei quali sono scolpiti con articolati graffiti dalle forme geometriche e astratte.

Il tumulo di Newgrange, scoperto qualche anno prima di quello di Knowth, con il suo alto muro perimetrale di pietre in quarzo bianco e scure, è stato oggetto, specie all’esterno, di un’opera di ricostruzione archeologica più consistente, secondo una concezione di restauro che non coincide con quella attuale. I motivi a losanga e a spirale incisi sulla magnifica pietra dell’entrata, definita una delle pietre più famose nell’intero repertorio dell’arte megalitica, includono un motivo a triplice spirale, rinvenuto soltanto a Newgrange e ripetuto all’interno della camera, che rievoca il motivo del triskelion dell’isola di Man e le spirali della cultura di Castelluccio in Sicilia. Il passaggio è lungo, oltre 60 piedi e conduce ad una camera centrale cruciforme “di sepoltura”. La struttura, con le sue pietre perfettamente incastrate e la copertura di numerosi metri di terra di riporto, fu edificata per resistere ai millenni: in effetti la volta non ha mai lasciato passare una sola goccia d’acqua fino alla camera centrale. Al di sopra dello stretto passaggio dell’ingresso, un’apposita apertura permette, all’alba del giorno del solstizio d’inverno (21 dicembre), ad un raggio di sole di illuminare la camera centrale per 15 minuti, grazie a calcoli astronomici notevolmente precisi, non sconosciuti a diversi popoli dell’antichità” (3).

Fermiamoci un attimo a questo punto. Che l’apertura sopra l’ingresso sia posizionata in maniera tale da illuminare l’interno del tumulo esattamente all’alba del solstizio d’inverno, non può essere una coincidenza perché la stessa caratteristica si ritrova ad esempio nel complesso funerario di Maeshowe nelle Orcadi. Si tratta di una realizzazione che ha richiesto conoscenze astronomiche e perizia ingegneristica notevoli. Di Newgrange si occupa, e non poteva essere altrimenti, anche “Irlandando” che è probabilmente il sito più famoso di informazioni turistiche sull’Isola Verde. “Newgrange è la tomba a corridoio più famosa d’Irlanda e risale al 3200 a.c.. Delimitata da 97 pietre perimetrali, è formata da un lungo corridoio e da una camera a croce. La pietra d’ingresso è di incredibile bellezza con i triskell scolpiti ma la vera scoperta è ammirare all’interno della tomba i numerosi motivi misteriosi incisi nella pietra come caprioli, spirali, losanghe e figure geometriche.

Se l’esterno della tomba (pare di una famiglia di alto lignaggio) è imponente con il suo diametro di 75 metri e un peso pari a 200.000 tonnellate, l’interno è quasi claustofobico per le piccole dimensioni della camera interna ma soprattutto dello strettissimo corridoio che si deve percorrere per arrivarci. Ma la caratteristica che rende davvero unico e spettacolare questo luogo è quello che avviene ogni 21 dicembre, durante il solstizio d’inverno. Dal buio più totale, la luce nei primi minuti del giorno, penetra lentamente all’interno della tomba illuminando il corridoio e infine la camera sepolcrale. La tomba così vede la luce per 17 minuti al cui scadere ritorna nel buio per un altro lungo anno” (4).

Un altro sito dove si trova un articolo su Newgrange che ci consente di aggiungere nuovi particolari, è Mysteryweb. Qui l’autore che – come altri che scrivono sul web – ha il vizio di non firmare, descrive una sua visita al monumento irlandese:
“A pochi chilometri da Dublino si trova la cittadina di Drogheda, da lì svoltando a destra si prosegue sino alla vallata del Boyne e lì si accede al complesso megalitico della vallata, che oltre alla tomba conta anche numerosi cromlech e dolmen.
Il prof. O’Kelly (5) scoprì Newgrange nel 1962 e iniziò una lunga campagna di scavi, subito capì il significato astronomico dell’intera struttura, infatti Newgrange è sorta in concomitanza con precisi allineamenti, uno di questi si verifica ogni solstizio d’inverno, quando alle prime luci dell’alba un raggio di sole penetra l’oscurità da una una fessura posta sopra l’entrata, altre feritoie suggeriscono anche l’ipotesi che Newgrange servisse anche come osservatorio del moto di Venere.

Gli antichi costruttori conoscevano bene il moto di Venere “la stella della sera”, un calendario precessionale basato sul moto di Venere è probabilmente il metodo più preciso per calcolare le stagioni, cosa che nel neolitico era basilare per regolare il ciclo delle coltivazioni dei raccolti, cioè la differenza fra la vita e la morte. Noi crediamo erroneamente che i costruttori megalitici erano dei rozzi che si dipingevano il volto col fango, niente di più sbagliato, anche allora vi erano architetti, ingegneri e matematici. Newgrange è costruita con accortezze e tecniche particolari, i suoi muri ad esempio, sono in quarzo bianco levigato (…). Davanti all’entrata si trovano varie pietre orizzontali con motivi ornamentali a spirale, la guida enunciava che il motivo a spirale (che è molto presente nei siti megalitici), era semplicemente l’evoluzione continua della morte e della rinascita” (6).
Parlando dell’Irlanda, non è possibile non menzionare un altro complesso megalitico che ha avuto una grande importanza storica e mistica, la collina di Tara, antica e mitica sede dei re irlandesi. A questo riguardo, vediamo per prima cosa quel che ci dice Wikipedia, e in realtà non è molto:

“”Un tempo la Collina di Tara era la residenza del Re Supremo irlandese (“Ard-Rí na hÉireann” in irico). Su questa collina colui che sarebbe divenuto re doveva dare prova di essere stato scelto dagli dei. La prova consisteva nel “volare” al disopra della Pietra del Destino (Lia Fáil), mitico menhir senza il quale l’Irlanda sprofonderebbe. Sulla collina avevano sede una grande sala per i banchetti indetti dall’Ard-Rí, con più di settecento posti, una scuola bardica, druidica e per guerrieri. Vi erano poste anche alcune dimore dei funzionari e uomini vicini al Re d’Irlanda. La collina di Tara era anche dimora dei Feniani, cioè dei Cavalieri del Destino, protettori dell’Irlanda. Ai giorni d’oggi si definiscono Feniani coloro che aderiscono al partito della Repubblica d’Irlanda, il Fianna Fáil. In mitologia, Tara era anche la residenza del mitico popolo di dei, i Tuatha de Danaan, che prenderanno il nome di Daoine Sidhe”(7).

Bene, nel 2009 anche Tara è stata oggetto di una serie di ricerche archeologiche che hanno messo in luce il fatto che quella visibile e finora nota è solo una parte di un complesso più vasto. “The Indipendent” del 22 aprile 2009 riferisce:
“Gli studiosi hanno messo in luce presso la collina di Tara quello che sembra essere una gigantesca versione di legno del famoso monumento di stonehenge. In un documentario rivelatore della RTE, molte teorie e intuizioni sul passato preistorico e 150000 antichi monumenti sono svelati e spiegati. Per la prima volta, le persone saranno in grado di visualizzare una ricostruzione fatta al computer di quella che gli archeologi credono fosse una grande struttura in legno – una versione dell’inglese stonehenge – presso l’antica sede del re irlandese, sulla cima della collina di Tara in Co Meath. L’archeologo Joe Fenwick ha rivelato che è stato usato un raggio laser per compiere un LiDAR (Light Detecting and Ranging) per la scansione della superficie del suolo e creare una mappa tridimensionale, in cui si evidenziano più di 30 monumenti intorno a Tara. Utilizzando un’altra tecnica – descritta come una radiografia attraverso la collina – gli archeologi hanno scoperto l’enorme monumento, una fossa che misura sei metri di larghezza e tre metri di profondità nella roccia. La fossa, che circonda il passaggio alla tomba del Tumulo degli ostaggi, separava dal resto del mondo il centro cerimoniale di Tara.

Si credeva che gli antichi architetti avessero circondato anche la fossa con una massiccia struttura in legno su entrambi i lati – una versione di stonehenge – su larga scala. Le sue dimensioni significavano che tutta una foresta avrebbe dovuto essere abbattuta per costruirla. “Si può paragonare, ad esempio, per le sue dimensioni, alla cima di Croke Park. La collina di Tara ha avuto un enorme significato rituale nel corso degli ultimi 5000-6000 anni, così non è sorprendente che si trovino monumenti di questa scala nella fossa circolare”, ha detto il signor Fenwick, del Dipartimento di Archeologia, NUI Galway” (8).
Un altro importante complesso neolitico è quello delle isole Orcadi, l’arcipelago che si trova a ridosso delle coste occidentali della Scozia, e quello che è stato chiamato il cuore neolitico delle Orcadi, che dal 1999 è stato proclamato dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità, e anche in questo caso ci serviremo della guida fornita da Wikipedia.

Il complesso neolitico comprende il cerchio di pietre erette di Stenness, formato da caratteristiche lastre piatte, il Cerchio di Brodgar, all’incirca coevo di Stonehenge e con cui presenterebbe analogie costruttive, le tombe di Maeshowe e il villaggio di Skara Brae. Skara Brae è probabilmente unico al mondo in quanto si tratta di un villaggio di età neolitica giunto fino a noi praticamente integro. A proposito delle case di Skara Brae scavate nel fianco di collinette dette “middens”, Wikipedia riporta:
“La loro principale qualità era la protezione dal rigido clima delle Orcadi. In media le case misuravano 40 metri quadri con al centro un forno necessario per cucinare e riscaldare. Dal momento che sull’isola crescevano pochi alberi gli abitanti usavano i resti delle mareggiate e le ossa di balena, con l’aggiunta di zolle erbose, per costruire il tetto delle loro case interrate.
Le case erano complete di arredamento costruito in pietra, tra cui armadi, guardaroba, sedie e ripostigli. Un sofisticato sistema di drenaggio all’interno del villaggio permetteva l’esistenza di una grezza forma di bagno in ogni casa. Sette delle case hanno un arredamento molto simile, con letti ed armadi nelle stesse posizioni. L’armadio sta sul muro opposto all’entrata, in modo che fosse la prima cosa visibile entrando in casa” (9).

Questi antichi scozzesi, insomma, non si facevano mancare nulla. Ma forse l’elemento più interessante si trova nel complesso funerario di Maeshowe, dove le tombe sono posizionate in modo tale che la camera centrale sia illuminata dal sole al solstizio d’inverno. Questa caratteristica ricorda fortemente quella analoga della tomba irlandese di Newgrange. In entrambi i casi, ottenere questo effetto richiede sia una conoscenza astronomica sia un’accuratezza costruttiva da non sottovalutare, e che non testimonia certo la primitività di coloro che hanno edificato questi monumenti. La complessità di queste costruzioni, i sofisticati allineamenti astronomici, la sconcertante “modernità” delle soluzioni abitative adottate a Skara Brae non devono però spingerci a sottovalutare i “semplici” cromlech (circoli di pietre), dolmen (triliti), menhir (pietre erette) che punteggiano quasi per ogni dove le Isole Britanniche e la costa atlantica di quella che è oggi la Francia. A prescindere dal fatto che i segni di un attento allineamento astronomico, testimonianza di un culto celeste solare e/o lunare sono riconoscibili un po’ dappertutto, porre in opera un “semplice” menhir (e d’altra parte lo stesso discorso vale, ammettiamolo, per un obelisco egizio o un moai dell’Isola di Pasqua), ossia trasportare e collocare in posizione eretta una pietra del peso di diverse tonnellate si rivela un’impresa tecnicamente molto complessa e difficoltosa pur con i macchinari moderni, come hanno permesso di verificare numerose ricerche di archeologia sperimentale”.

Delle Orcadi neolitiche e degli usi funebri dei loro abitanti, ci parla anche Ian Wilson ne I pilastri di Atlantide:
“Il fenomeno del megalitismo ha raggiunto persino Skara Brae e Isbister nelle isole Orcadi, dove un popolo pre-scozzese e misterioso, giuntovi ai primi del IV millennio a. C., costruì magnifiche abitazioni per i propri antenati. A differenza dei monumenti irlandesi, le ossa ritrovate in alcuni di questi – come per esempio a Isbister – sono state sottoposte ad accurate analisi. Si è scoperto quindi che la gente di Isbister…veniva scarnificata prima di essere deposta nell’ossario. Ecco cosa riferisce in proposito lo studioso John W. Hedges:
”Personalmente ritengo che i morti venissero lasciati su piattaforme appositamente costruite, e che la scarnificazione avvenisse per decomposizione, per l’azione degli uccelli necrofagi, di vermi e degli agenti atmosferici”.
A Isbister, mescolate alle ossa umane, Hedges ha trovato ossa di aquile di mare dalla coda bianca, che, a suo avviso, erano animali totemici” (10).

NOTE:
1. Wikipedia: voce Avebury.
2. “Antikytera” (www.antikytera.net ), 27 ottobre 2010.
3. Wikipedia: voce Newgrange.
4. “Irlandando”, (www.irlandando.it ).
5. Michael J. O’Kelly (1915-1982), archeologo irlandese. Fu il primo a condurre nel 1962 ricerche sistematiche nel sito di Newgrange, l’affermazione che egli sia stato lo scopritore del monumento, è comunque inesatta. Newgrange di cui, come di Stonehenge si era persa memoria fu riscoperta nel XVII secolo.
6. Mysteryweb: www.mysteryweb.altavista.org/newgrange
7. Wikipedia: voce Tara
8. “The Indipendent”, 22 qprile 2009.
9. Wikipedia: voce Orcadi.
10. Ian Wilson: I pilastri di Atlantide (Before the Flood), RCS Libri, Milano 2005, pag. 241-242.

NOTA: Nell’immagine, la tomba megalitica di Newgrange.

 

Fabio Calabrese

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Categorie: Archeostoria

Pubblicato da Fabio Calabrese il 25 Settembre 2017

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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