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La necessità di saper distinguere gli opposti complementari dai contrari dialettici – Seconda parte – Antonio Filippini

La necessità di saper distinguere gli opposti complementari dai contrari dialettici – Seconda parte – Antonio Filippini

Un certo tipo di relativismo morale e di permissivismo dilagante si possono considerare come la fatale conseguenza logica di interpretazioni piuttosto allegre, se non propriamente erronee, fatte a riguardo dei contrari dialettici, aventi come protagoniste certe correnti gnostiche deviate. Bene e Male, che sono il più classico dei contrari dialettici, sono dati come soggetti intercambiabili, necessari, interdipendenti e in rapporto democratico e egualitario fra di loro. In realtà l’attenta analisi di uno qualsiasi dei contrari dialettici possibili, porterà sempre alla conclusione che un elemento del contrario dialettico avrà sempre maggior ragione dell’altro, ha diritto di precedenza sull’altro, che è solo una sua perversione, perciò non possono essere dati alla pari. Siamo d’accordo che i contrari dialettici sono un’anomalia e sono il male, però non è bene generalizzare, se non si riconosce il diritto di precedenza e la supremazia del bene sul male, non si potrà nemmeno sostenere il primato e la normalità degli opposti complementari sui contrari dialettici e si introdurrà così una contraddizione nel principio originario.

Se tu il “bene” lo dai come maschio, il “male” non è la femmina, ma è la checca! È ovvio che quel maschio che preferisce accoppiarsi con una checca piuttosto che con una femmina, non è certo il massimo per quanto riguarda la normalità, però è pur sempre un maschio che si comporta da maschio. Se tu la materia la dai come maschio, l’antimateria non è la femmina, ma è la checca della materia! In entrambi i casi si ha a che fare con un unico fattore che da una parte è gestito per ciò che effettivamente è, e questo è bene ed è il “bene”, dall’altra si pretende di gestire all’inverso la sua natura, e questo è male ed è il “male”. La femmina è l’opposto complementare del maschio, là dove la checca è il suo contrario dialettico. La checca è un maschio che imita la femmina allo scopo di ridicolizzare e sputtanare la mascolinità, fa questo gestendo il suo corpo maschile al femminile, cioè gestendo a rovescio la sua realtà maschile. Questo è un classico ed è la ragione d’essere dei contrari dialettici. Di due contrari dialettici, uno sarà sempre la gestione rovescia e l’inversione dell’altro. L’antitesi è solo l’interpretazione rovescia della tesi e quindi la sua inversione. Il male è solo la gestione rovescia del bene e quindi la sua inversione. L’antifascismo è solo la gestione rovescia del fascismo e quindi il fascismo realizzato a rovescio, etc. L’elemento reattivo e rovescio è un sovrappiù negativo che si è costretti a subire per ignoranza e stupidità di certi elementi, ma non è necessario né indispensabile, perciò i contrari dialettici sono un’anomalia non necessaria. Sostenere la normalità e l’indispensabilità dei contrari dialettici, è come sostenere che il maschio ha bisogno della checca per essere tale, invece deve solo contrastare e interagire con la femmina, il suo manifestarsi come maschio ha il suo corrispondente nella manifestazione della femmina, è questa che giustifica il suo essere maschio.

La mancata discriminazione tra opposti complementari e contrari dialettici porta molti a credere che ogni elemento unilaterale sia l’inversione del suo opposto, così si crede, per esempio, che la femmina sia stata ottenuta semplicemente invertendo il maschio e viceversa, e si crede pure che entrambi gli elementi possano rovesciarsi uno nell’altro. La cosa in sé non ha molto senso perché è un assurdo logico, può valere solo come motivo di comprensione speculativa a base geometrica; in realtà suddividendo una circonferenza in due tramite un diametro, si ottengono appunto due semicirconferenze, a questo punto non ha alcun senso sostenere che l’una è solo l’altra invertita, le due semicirconferenze sono un dato di fatto incontrovertibile ed entrambe hanno una propria realtà e una propria natura. A livello delle semicirconferenze, la loro trasmutazione di una nell’altra non ha senso e lascia comunque inalterata la presenza di entrambe e la loro rispettiva funzione; ha molto più senso risolverle entrambe, tramite trascendimento, nell’unico principio originario da cui traggono origine.

Quando si sostiene che bene e male sono solamente concetti morali, si intende appunto che essi non riguardano la realtà in sé, il ciò che è, ma si riferiscono al modo di gestire questa realtà. Essere coerenti con il ciò che è, con l’essenza delle cose, questo è il bene; pretendere di gestire le cose al contrario della loro natura, questo è il male. Non a caso è stato detto che il diavolo è mentitore come suo padre, perché l’incoerenza, che sia verso sé stessi o verso gli altri, è già una forma di menzogna e quindi male; menzogna, incoerenza, contraddizione, sono tutti parenti stretti, quando non addirittura la stessa cosa. C’è chi crede che bene e male, essendo concetti morali, non hanno alcun peso nella realtà e possono essere stiracchiati come meglio si crede. In realtà “bene” e“male” hanno effetti terribilmente pratici, tanto, che se in un sistema il “male” supera un certo livello di guardia, questo provocherà fatalmente la sua distruzione. Può sopravvivere un sistema che coltiva in se stesso correnti antagoniste e reattive? Contro chi? Contro il sistema stesso. Abbiamo un sistema che si diverte a coltivare in sé correnti antagoniste e reattive contro di sé. Contraddirsi significa negarsi, più uno meno uno dà come risultato zero(se entrambi i fattori hanno la stessa natura).

Abbiamo visto che gli opposti complementari esprimono la vera diade e perciò offrono la vera possibilità di scelta, mentre i contrari dialettici non sono affatto “dualità”, perché fanno capo a un unico fattore, che nell’un caso è gestito al dritto e per ciò che effettivamente è, e nell’altro è gestito al rovescio, perciò si osserverà sempre che di due contrari dialettici, uno è relativamente normale perché obbedisce al ciò che è e quindi possiede una propria autonomia e un proprio basamento, mentre il secondo è solo la gestione rovescia del primo, è solo l’inversione e la perversione del primo, è quindi un errore dare i due contrari dialettici come soggetti intercambiabili, interdipendenti e in rapporto egualitario, proprio perché in realtà non ne esiste che uno solo. Questo mette in cattiva luce anche la dialettica filosofica classica, che non avendo mai discriminato tra opposti complementari e contrari dialettici, contiene in sé una sottile implicazione negativa, secondo la quale, per conoscere qualsiasi cosa, occorre capovolgerla e invertirla, e per conoscere se stessi, occorre capovolgersi e gestirsi a rovescio!

Si sostiene la tesi che l’Essere può conoscersi solo capovolgendo e invertendo se stesso e può conoscere soltanto capovolgendo e invertendo la cosa da conoscere, una evidente assurdità. Ora, se si afferma che per conoscere o per comprendere si ha bisogno di un confronto o di un contrasto, per questo non è affatto necessario il reattivo antagonista, cioè l’inversione della cosa da conoscere, a tanto basta l’opposto complementare e il “neutro”. L’Essere può conoscersi semplicemente contrastando con il Non-Essere, il quale non ha nulla a che vedere con l’Anti-Essere, che è solamente la sua grottesca parodia. Il maschio ha il suo contrasto nella femmina, ma prima ancora contrasta in se stesso con il suo non-femmina. Il maschio afferma se stesso in due modi: direttamente, affermando di essere maschio, indirettamente, affermando di non essere femmina. Il non-maschio e il non-femmina sono neutri, “testimoni silenziosi” interni ai rispettivi soggetti, ed essi rimandano al “neutro” superiore padrone delle due polarità. La tesi contrasta con un’altra tesi o con la non-tesi, mentre l’anti-tesi è la stessa tesi invertita, quindi monismo incancrenito che si contraddice. Nei contrari dialettici non c’è nessuna dualità, c’è un solo elemento che si diverte a giocare con un se stesso pervertito. La logica normale dice: tesi, altra tesi, sintesi. “La vita separata dalla morte diventa essa stessa morte”? Impostazione assurda e erronea; vita e morte sono contrari dialettici, in questi c’è soltanto un unico elemento, che in questo caso è la vita, la morte è la sua inversione, perciò è vero il contrario: “la morte (come qualsiasi altra reattività antagonista) separata dalla vita (separata da ciò da cui procede), si limita semplicemente a “sparire”, perché incapace di sussistere di per se stessa, lasciando il posto a un altro tipo di vita.

Si è già visto che due contrari dialettici non possono stare fra di loro in un rapporto democratico, egualitario e interdipendente, questo dipende dal fatto che: affinché sia possibile travisare, pervertire, gestire a rovescio un qualsiasi elemento, questo deve prima esistere, non si può travisare o pervertire ciò che non esiste, se quell’elemento esiste da prima, significa che è da se stesso e avrà per questo maggior ragione della sua forma pervertita e invertita, poiché dotato di autonomia e di basamento proprio che la forma invertita non ha. Ne consegue che il Bene deve avere diritto di precedenza, anche giuridica, sul male; il Normale sull’anormale; l’Onestà sulla disonestà; il Veritiero sul menzognero, la Vita sulla morte etc. Attualmente questo “diritto di precedenza”, che è anche gerarchico, si tenta di scardinarlo e di rovesciarlo in tutti i modi possibili, dal permissivismo al garantismo, dal buonismo, all’esaltazione dell’anormale, dell’invertito ecc., sicuro segno che conferma che noi viviamo in una realtà capovolta governata dall’inferiore, dall’anormale, dal contrario dialettico; in pratica, dal male.

Antonio Filippini

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Categorie: Filosofia

Pubblicato da Ereticamente il 4 Luglio 2017

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. Silvio Mingozzi

    L’ unico rilievo che mi sento di far notare al dottor Filippini, a proposito della ‘necessità di saper distinguere gli opposti complementari dai contrari dialettici’, è la discutibile scelta – mea quidem sententia – di utilizzare termini quali “checca”, “anormale” e “invertito”. Questa mia eccezione non venga interpretata come un omaggio al ‘pensiero unico’ dominante che, anche in materia sessuale, intende (e pretende di) imporre una mentalità relativistica finalizzata alla distruzione della Famiglia ‘tradizionale’, in ossequio a quella melassa buonistico-massonica che vorrebbe (in modo ipocrita e funzionale al consenso di massa) il tutto concesso a tutti con eguale dignità. Ritengo che il rispetto nei confronti delle ‘persone’ prima ancora che delle ‘categorie’ – persone e categorie, in questo caso, nostri avversari – sia una condizione da considerare necessaria. Necessaria per chi, come noi, si opponga fieramente all’ Ideologia dominante, livellante e disgregatrice: soprattutto per chi voglia rivendicare con fiera determinazione la dignità oggettiva che merita la nostra Cultura di Destra. D’ altra parte, è pure una questione di lessico: sono convinto del fatto che anche la critica più feroce, inferita al più acerrimo nemico, se posta in essere e collocata ad un livello intellettuale e culturale di notevole caratura – come nel caso del dottor Filippini – debba essere condotta con toni e termini lontani dal linguaggio ‘corrente’ e dalle colorite espressioni che gli sono proprie. Non me ne vogliano, l’ Autore dell’ articolo e la spettabile Redazione di questa significativa Testata, per aver espresso in modo schietto il mio punto di vista. Condivisibile o sanzionabile, ma sempre condotto con onestà di intenti. Ringrazio per l’ attenzione e saluto con viva cordialità.

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