La malattia Occidente, terza parte. (L’occidentalismo come malattia dello spirito europeo) – Fabio Calabrese

La malattia Occidente, terza parte. (L’occidentalismo come malattia dello spirito europeo) – Fabio Calabrese

A volte sembra davvero che le cose camminino per forza propria. Voi ricorderete senz’altro che sulle pagine di “Ereticamente” ho pubblicato una serie piuttosto ampia di scritti nei quali la riflessione sulla politica contemporanea si abbinava/si abbina a tematiche storiche e archeologiche, andando a ripercorrere la tematica delle origini ad almeno tre livelli: le origini della specie umana, dove si trattava di confutare la favola “antirazzista” dell’Out of Africa, le origini dei popoli indoeuropei, dove occorreva smentire la “teoria” nostratica creata allo scopo di trasformare i cavalieri e guerrieri nostri antenati in pacifici agricoltori di provenienza mediorientale, e infine difendere la creatività e l’originalità della civiltà europea da tutte quelle “brillanti” escogitazioni che vorrebbero far dipendere qualunque cosa sia mai stato realizzato nel nostro continente da influssi orientali e mediorientali.

A un certo punto, per semplificarmi la vita e per semplificarla a voi in veste di lettori, ho pensato di riunire tutte queste tematiche sotto un unico titolo, di dar loro la forma di qualcosa di simile a una rubrica, Una Ahnenerbe casalinga, anche perché ciò che mi ero proposto, pur nella modestia dei miei mezzi “casalinghi”, era precisamente quello che era l’obiettivo della Società Ahnenerbe del Terzo Reich, ossia chiarire l’eredità degli antenati.

Tuttavia, una serie di articoli che è continuata autonomamente anche dopo presa questa decisione, è stata Ex Oriente lux, ma sarà poi vero?, che mi è rimasta, per così dire, “attaccata alle dita”, perché, a parte la tematica delle origini della civiltà, rimanevano altre due questioni sul tavolo: è vero o no che l’orientale di tipo mongolico è più intelligente di quello caucasico, e quel gruppo di origine mediorientale che costituisce il due per mille della specie umana ma che, avendo inventato il cristianesimo, il marxismo, la psicanalisi, l’antropologia culturale, la dottrina dell’inesistenza delle razze, eccetera, eccetera, è di fatto l’autore del mille per mille di quelle idee che conosciamo come democrazia, progressismo, modernità, è davvero più intelligente e creativo dell’uomo europeo, o si tratta soltanto di fuffa, imbroglio?

L’altra questione, ma sulla quale non c’era da dire tantissimo, riguardava l’orientalismo moderno, oggi rappresentato da guru da supermercato, tipo Osho, e veramente c’è da dire che se gli Europei sono disposti a dare credito a personaggi del genere, questo vuol dire che hanno dimenticato che la loro cultura ha alle spalle una tradizione filosofica di ben altro spessore, quasi tre millenni nei quali ricorrono giganti del pensiero come Platone, Aristotele, Kant, Hegel.

Un punto che ritengo sia necessario avere ben chiaro, è che la reale contrapposizione non è fra Oriente e Occidente, ma fra Europa e non-Europa, non solo ma possiamo considerare l’occidentalismo “made in USA” un sottoprodotto di quello stesso spirito mediorientale che abbiamo visto tante volte contrapposto a tutto ciò che è genuinamente europeo; la “cultura” americana è infatti fondamentalmente calvinista e bibliocentrica o come dice il nostro Silvano Lorenzoni, “bibliolatrica”. Non deve perciò stupire che, una volta sfatata, e credo in termini molto chiari la leggenda della “luce da Oriente”, siamo passati a esaminare i sintomi della “malattia Occidente”, oggi imposta all’Europa dalla dominazione politica e dal lavaggio cerebrale mediatico americano.

Questa sintomatologia l’abbiamo vista bene nelle due parti precedenti della nostra trattazione, ma abbiamo veramente inciso il bubbone, siamo davvero arrivati alla radice? Sarei incline a pensare di no.

Il dubbio mi è venuto ultimamente rileggendo un articolo di un intellettuale non certo “nostro”, Ernesto Galli Della Loggia, un articolo pubblicato sul “Corriere della Sera” il 4 agosto 2014, nel quale ha scritto:

Oggi non ci curiamo più di stati, di popoli, di nazioni e dei loro eventuali diritti, dal momento che i soli diritti che ci interessano sono quelli dell’individuo: cosicché imbevuti di essi, ogni costrizione e ogni disciplina ci appaiono insensate e disumane, comunque sempre inutili”.

Eccolo, in sintesi, il virus, l’agente della “malattia Occidente”, lo spirito di esasperato individualismo. Quello che rende questa analisi (involontaria) particolarmente interessante, è il fatto che per Galli Della Loggia questa è la mentalità corrente “del tutto normale”, poiché, essendo stato scritto l’articolo in occasione del centenario dello scoppio della Grande Guerra, egli ha voluto cercare di chiarire ai lettori lo strano mistero dato dal fatto che in altre epoche siano esistite persone capaci di accettare disciplina e costrizione, condizioni di vita estremamente dure, il rischio continuo della vita, in nome di una causa, di un ideale.

Tuttavia il fatto che oggi ci troviamo a vivere in una società, in una “cultura” (in senso antropologico) priva di ideali e sostanzialmente amorale, non ci impedisce di cogliere la fallacia al di sotto di questo atteggiamento. Ci si è dimenticati di un fatto fondamentale, che i diritti dell’individuo non esistono, non possono competere al singolo se non in quanto membro di una comunità, di uno stato, di un’etnia, di un’appartenenza, e implicano come minimo la responsabilità (se non vogliamo usare la parola “doveri” oggi particolarmente odiosa) nei confronti di questa comunità, di questa appartenenza.

Le conseguenze di questo individualismo esasperato oggi le tocchiamo con mano, e le toccheremo sempre di più in futuro. Oggi l’Europa è vittima di una vera e propria invasione da parte del mondo islamico. Sul nostro suolo si confrontano due “culture”, una fortemente coesa e aggressiva, l’altra, la nostra, totalmente sbriciolata in un coacervo di egoismi individuali. In queste condizioni “l’integrazione” non può avvenire che a senso unico: “il loro”, ciò che è loro, ciò che ci hanno strappato, ci stanno strappando, ci strapperanno in futuro, è loro e basta, il nostro è negoziabile, e si ridurrà a un’isola sempre più ristretta, uno scoglio che si appresta ad essere sommerso dalla marea. Alla fine ci ritroveremo costretti anche noi a metterci con il posteriore all’aria sei volte al giorno in direzione della Mecca e tutti i diritti che consideriamo sicuri e diamo per definitivamente acquisiti, saranno svaniti come una bolla di sapone. E’ l’esito inevitabile di una cultura che rinunciando a difendersi diventa fellah  nel senso in cui questa parola è stata usata da Spengler, i cui popoli si riducono a residui, materiale grezzo che può essere impastato dal cemento di culture diverse per realizzare e imporre a noi il loro mondo.

Questo si vede bene soprattutto in quel cumulo di paranoie e di distorsioni sistematiche nella percezione della realtà che possiamo definire la mentalità di sinistra. Che senso ha, ad esempio, combattere fin agli ultimissimi residui di preteso maschilismo della cultura europea e nello stesso tempo favorire sul nostro suolo una “cultura”, quella islamica, che tratta le donne da esseri inferiori allo stesso livello dei cani? E non c’è niente da fare, loro, la contraddizione non la vedono, anche se ha le dimensioni di un dinosauro.

Una cosa deve essere ben chiare: tutte le volte che sentiamo parlare di “accoglienza” e “integrazione” è la voce del nemico che parla, anche se questa voce ci arriva temporaneamente attraverso un megafono che veste di bianco e parla con accento argentino.

Diritti a che cosa, e per fare che cosa? Qui non occorre scervellarsi per trovare una risposta, la dà molto chiara la costituzione degli Stati Uniti, tipico documento illuminista, quando indica come diritti fondamentali “la vita, la libertà, la ricerca della felicità”. Qui occorre abbandonare provvisoriamente la politica per entrare in un terreno più filosofico. Tutti desideriamo essere felici, nessuno vuole essere infelice, ma la felicità è come la naturalezza, è impossibile ubbidire all’ordine “Sii spontaneo”. Allo stesso modo, la felicità sfugge inevitabilmente se se ne fa l’obiettivo principale della propria esistenza.

Soltanto se si è capaci di guardare a qualche obiettivo più alto della propria soddisfazione personale, al bene della comunità di cui si fa parte, alla nostra continuità nei nostri figli, al dovere verso la comunità, si incontreranno nella vita dolori e insoddisfazioni, ma anche qualche momento di appagamento e gioia. Dai miei genitori, grazie al Cielo gente “antiquata”, ho appreso altri valori, l’onestà, il guadagnarsi il pane con il proprio lavoro, la dedizione alla famiglia, l’amore per la nazione nella quale si è nati, anche la semplice soddisfazione per un lavoro ben fatto, poi l’aspetto piacevole dell’esistenza, come la spontaneità, viene da sé.

Dobbiamo essere sinceri su queste cose: la nostra vita è limitata nel tempo come nello spazio. Sette, otto, nove decenni, ben raramente di più, spesso di meno, è quel che può avere in sorte di vivere ciascuno di noi. Solo se si ha in vista un fine che trascende la propria esistenza individuale, se ci si può proiettare nell’avvenire attraverso le future generazioni, è possibile contemplare serenamente anche la propria inevitabile mortalità, altrimenti questo sarà un pensiero da rimuovere di continuo, cercando di ricreare l’inconsapevolezza dell’infanzia o una sorta di surrogato di essa. E’ quel che avviene nella nostra cultura, sottilmente permeata e percorsa dalla morte in tutti i suoi aspetti, proprio perché impegnata nella sua continua rimozione.

La ricerca della felicità scade nella ricerca del piacere, ma il sesso e la tavola saziano presto, e allora cosa resta, i “paradisi artificiali”? Provate a pensare un attimo a quanta tristezza c’è nella parola “sballo” oggi divenuta di uso così comune: lo stordimento, la perdita di consapevolezza come surrogato di una gioia che si è diventati incapaci di provare. Alla fine della strada c’è “lo sballo” definitivo, la perdita di consapevolezza definitiva, la morte appunto, e questo è appunto il frutto finale dell’individualismo che Galli Della Loggia ha così bene, e forse involontariamente evidenziato.

Non è forse un caso che oggi sia emerso tra gli adolescenti, veicolato da internet, il fenomeno Blue Whale, un gioco autolesionistico e terribilmente stupido che alla fine “si vince” suicidandosi. (il nome deriva dallo spiaggiamento delle balene, interpretato come un suicidio intenzionale di questi cetacei, cosa che certamente non è).

Naturalmente, questo fenomeno, per fortuna, riguarda una minoranza limitata di adolescenti, la parte più fragile e facilmente plagiabile, ma sarebbe stato una cosa semplicemente impensabile fino a qualche decennio fa, quando la vita era molto più di adesso intessuta di valori e significati.

Il dramma che oggi viviamo è dato precisamente dal fatto che la cultura alla quale apparteniamo, una cultura che collettivamente NON VUOLE VIVERE è costretta a confrontarsi sul suo stesso territorio con altre ben più dinamiche e aggressive, nonché demograficamente esuberanti.

Il 20 febbraio di quest’anno, il buon Luigi Leonini ha postato in rete un articolo a sua volta ripreso da “Lameduck” dell’ottobre 2016, che a sua volta è un estratto di Sex and Deviance di Guillaume Faye, ecco cosa vi possiamo leggere:

I bianchi, tranne poche eccezioni, sono l’unica popolazione che non si preoccupa del proprio futuro collettivo, che non possiede una coscienza razziale a causa del senso di colpa derivato, oltre che dalla mentalità cristianiforme universalista, dalle conseguenze del Nazismo, che hanno provocato una paralisi mentale e la creazione di una cattiva coscienza collettiva”.

I motivi di questo cupio dissolvi necessitano forse di un’analisi più dettagliata: la mentalità cristianiforme e universalista: noi sappiamo che con la cristianizzazione si è incistata in Europa due millenni or sono una religione fondamentalmente estranea, non europea e anti-europea, sappiamo che nel corso dei secoli essa e l’Europa si sono reciprocamente adattate in maniera passabile, sì che per secoli il cristianesimo è stato addirittura adottato come bandiera dell’Europa nella sua lotta per difendersi dall’islam, questo non si può negare, e sarebbe sciocco tentare di farlo, ma da un lato lo spirito universalista e anti-europeo che discende dai “magnanimi lombi” cristiani ha preso vita a sé incarnandosi nella riforma protestante, poi nell’illuminismo, nella rivoluzione francese, nelle rivoluzioni liberal-massoniche e marxiste del XIX e del XX secolo, dall’altro a partire dal Concilio Vaticano Secondo la Chiesa cattolica si è scrollata di dosso quella patina di europeizzazione sostanzialmente spuria che l’aveva ricoperta per secoli, e oggi a cominciare da quella cattolica le Chiese cristiane assieme alle sinistre sono tra le principali fautrici dell’imbastardimento etnico, dell’assassinio “soft” dell’uomo europeo.

“Le conseguenze del nazismo”. Anche a questo proposito è bene essere estremamente chiari: le conseguenze della mitologia olocaustica e del senso di colpa artificiosamente creato e imposto a partire dal processo di Norimberga, il lavaggio cerebrale continuo che siamo costretti a subire, come se Norimberga non fosse stato viziato da tutta la parzialità dei vincitori verso i vinti, e creato apposta per nascondere o far passare in secondo piano le atrocità di cui si sono macchiati i vincitori stessi, dai bombardamenti terroristici contro le popolazioni civili (4 milioni di vittime civili in Europa, due olocausti nucleari sul Giappone), il massacro delle popolazioni tedesche a est dell’Oder compiuto dall’Armata Rossa (3 milioni di vittime, presumibilmente), le stragi titine in Alto Adriatico, i prigionieri lasciati morire di freddo e di fame, gli eccidi compiuti dai partigiani, eccetera, eccetera. Ci sono davvero voluti 70 anni di lavaggio del cervello mediatico per far passare quest’orda di assassini che ha ampiamente disonorato il nome di “combattenti” e se n’è resa indegna, per “il bene” e generare nei discendenti degli Europei, non solo quelli sconfitti, ma anche quelli che hanno combattuto dalla parte sbagliata e per disgrazia vincitrice, un senso di colpa del tutto ingiustificato.

La diagnosi della “malattia Occidente” mi sembra a questo punto abbastanza chiara. La cura è purtroppo molto più facile da prescrivere che non da applicare: essere prima di tutto consapevoli che non siamo “occidentali” ma europei, riscoprire l’orgoglio delle nostre origini, ribellarci, riprendere in mano il nostro destino farla finita una volta per tutte con i sensi di colpa olocaustici e con la mentalità cristianiforme, rifiutare il meticciato e rispedire gli invasori allogeni da dove sono venuti.

NOTA: Nell’immagine che correda questo articolo, tre noti esponenti dell’occidentalismo-mondialismo anti-europeo.

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Categorie: Occidente

Pubblicato da Fabio Calabrese il 3 Luglio 2017

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Fabio

    Caro il mio omonimo concittadino, come sempre ti condivido al 100%.
    Siamo tutti d’accordo sulla malattia, la piaga purulenta che, giorno dopo giorno, ci divora. Solo che sono meno ottimista di te in merito alla cura in quanto ora mancano, soprattutto, dei “medici” carismatici e convincenti ad applicare la cura necessaria e urgente in dosi massicce.
    Sarà colpa dell’età, anche questa ci accomuna (gennaio 1952), ma, ormai, mi sento di appartenente ad una piccola minoranza, senza futuro e speranza ,un po’ come gli ultimi combattenti irriducibili tra le macerie di Berlino 72 anni fa.

  2. Patrizia

    Egregio prof Calabrese, le esprimo tutta l’ammirazione di cui sono capace per il bellissimo articolo che Lei ha pubblicato. La realtà dei contenuti é a dir poco sconcertante! Sono d’accordo con Lei che i te mpi seguiti al nazismo, hanno anestetizzato la cosapevolezza di chi siamo e e quanto valiamo come popolo europeo e nello specifico, italiano. Io, come Lei rtengo che la cura necessaria al risveglio delle coscienze non sia cosí facile, ma non impossibile se ci saranno persone come Lei che diffonderanno la veritá, da sempre nascosta e/o manipolata. Grazie ancora…

  3. http://studirazziali.xoom.it/Testi/CSR%20-%20Cesari_2%20-%20ELEMENTI.pdf

    Segnalo i testi di R. Cesari su studirazziali.xoom.it da poco restaurato ed ampliato e per cominciare invito a diffondere “Elementi ” che chiarisce ottimamente l’origine del libertarismo dal Cristianesimo.

    INDICE

    PREMESSA……………………………………………………………………….pag. 3
    IL COMUNISMO…………………………………………………………………pag. 4
    IL LIBERALCAPITALISMO…………………………………………………… pag. 8
    IL CRISTIANESIMO…………………………………………………………… pag. 13
    IL FASCISMO…………………………………………………………………… pag. 20
    1) LO STATO…………………………………………………………………………pag. 25
    2) LA RAZZA.………………………………………………………………………………………..pag. 38

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