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Gli Etruschi e l’eterno pregiudizio anti-italiano

Gli Etruschi e l’eterno pregiudizio anti-italiano

Sugli Etruschi se ne sentono dire di tutti i colori, e da una parte ci può stare essendo un popolo antico alquanto misterioso e affascinante. Quello che invece appare fuori luogo è la tendenziosa mania di levantinizzare ogni popolo storico d’Italia, col risultato di alimentare tutta una serie di squallidi pregiudizi italofobi (di matrice nordicista, ma a cui abboccano pure i fessi antifa) che colpiscono indistintamente Nord, Centro e Sud e che, per l’appunto, sovente si accaniscono sugli Etruschi: un popolo che, prima dei Romani, raggiunse una certa unità etno-culturale in buona parte della Penisola, da Mantova alla Campania, dal fulcro della Tuscia alle coste adriatiche del Settentrione.

Come sapete vi sono fondamentalmente due tesi sull’origine degli Etruschi, che si rifanno al punto di vista degli antichi storici greci: la prima riguarda la tesi dell’autoctonia italiana, punto di vista sostenuto da Dionigi di Alicarnasso; la seconda la tesi dell’origine anatolica, opinione di Erodoto, secondo cui gli Etruschi sarebbero parenti stretti di popoli indoeuropei dell’Asia Minore come Lidi e Luvi. In questo senso entra prepotentemente in giuoco la parentela linguistica dei Rasna (come essi si autodefinivano) con le genti retiche delle Alpi centro-orientali e con gli isolani di Lemno, parlanti del lemnio: la cosiddetta famiglia delle lingue tirseniche, o tirreniche.

In ossequio alla trita e ritrita solfa dell’ex oriente lux, moltissimi danno per scontata la tesi di Erodoto secondo cui, appunto, gli Etruschi sarebbero frutto di un’immigrazione, risalente all’Età del bronzo, di genti venute dall’area egeo-anatolica, corroborando il parere con il mito di Enea che, fuggendo da Troia in fiamme, raggiunge le coste tirreniche dell’Italia dopo mille peripezie, e dove poi darà vita alla stirpe imperiale della gens Julia e prima ancora alla nascita di Roma e della sua civiltà. Amici, il mito, si sa, può sempre avere un fondo di verità ma non si può certo usare per descrivere l’etnogenesi di un popolo, anche perché spesso, se non sempre, riprende dei cliché, dei topoi, ben noti: il concetto di “originalità” degli antichi stava nel reimpiego dei miti, rivisti secondo le esigenze dell’autore.

Infatti, il mito di Enea che fugge da Troia e approda in quella che poi diverrà Roma, capitale dell’Impero e faro della civilizzazione dell’Occidente (non senza il contributo etrusco, oltretutto), non va preso alla lettera ma più che altro come allegoria dell’Idea imperiale, del mondo classico, che dall’oriente ellenico si sposta nell’occidente italo-romano, grazie anche, certamente, alla mediazione degli Etruschi che avevano sì dei legami con l’area egeo-anatolica ma non di natura etnica, linguistica o culturale! Virgilio era un divulgatore dell’ideologia augustea e come tale contrappone alla Grecia – che attacca e distrugge Troia con l’inganno – la gloria imperiale (universale) di Roma.

Gli Etruschi, che a volte vengono assimilati ai cosiddetti Popoli del mare, lega piratesca di mercenari al servizio dei regnanti greci che si facevano costantemente la guerra, vennero infatti ingaggiati come mercenari che dunque si spostarono dall’ovest italico all’est ellenico colonizzando, peraltro, la famosa isola di Lemno, lasciandovi dunque delle tracce linguistiche! Le etichette etniche dell’antichità sono spesso il frutto del gusto letterario dei classici e, tanto per farvi un esempio pratico, un popolo celtico golasecchiano come quello degli Orumbovii è stato ribattezzato “Orobi” da autori greci citati poi da Catone e Plinio il Vecchio, usando un appellativo greco (oros-bios “coloro che conducono vita sui monti”) basato, in maniera del tutto assurda, sui cliché storiografici appunto dei Greci, che volevano questa stirpe, in realtà celtica, originaria della loro terra.

Stessa sorte è toccata agli Etruschi, a cui è stata affibbiata l’etichetta di “tirseni/tirreni” (riferimento al mondo egeo) dai Greci medesimi, che appunto li avevano ingaggiati come “lanzi” ante litteram; e non solo loro, ma anche altri popoli antichi d’Italia come i Siculi, i Sardi (Sherden) e altri, guarda caso entrati a far parte della lega dei popoli marittimi citati poco sopra che seminarono terrore e devastazione lungo le coste del Levante, arrivando a conquistare perfino l’Egitto!

Sicché gli Etruschi, quindi, erano fondamentalmente un popolo autoctono d’Italia, parente stretto dei Reti che erano un fossile alpino proveniente dalle pianure dell’Europa centrale in epoca neolitica, e dunque a loro volta frutto di una migrazione da nordest acclimatatasi nell’area centro-italiana tra Toscana e Lazio odierni, passando per l’Umbria. Quivi si sono certo mescolati con genti paleo-mediterranee (di tipo “sardo”), ricevendo successivamente l’apporto italico dei protovillanoviani e reinterpretando secondo i propri canoni la cultura della prima Età del ferro di Hallstatt, dando vita alla civiltà villanoviana, prodotto originale del cuore della Saturnia tellus. La lingua etrusca mostra una certa affinità con il proto-sardo, o sardiano, ma anche col basco e con le lingue caucasiche, segnale di una parentela che affonda le proprie radici almeno nell’epoca del Neolitico.

Il mito di Enea ci dice, non a caso, che egli era discendente di Dardano, partito dall’Italia e giunto a Troia, ed ecco anche nell’epos la tesi di Dionigi e dei mercenari; sicuramente diversi di questi, dopo aver prestato servizio ai sovrani greci, saranno rientrati in patria, magari portando seco il bagaglio culturale maturato nelle terre dell’Egeo e che, dunque, risentiva dei profondi influssi greci e anatolici (intendiamoci, signori: l’Anatolia dell’epoca era ellenica e prima ancora indoeuropea, non turca e di cultura semitica come può esserlo oggi…).

Va anche però detto che gli aspetti “levantini” (antichi) della cultura etrusca storica risentono dei fitti contatti, maturati in Campania, a Cuma, con l’ambiente magnogreco e che hanno certo dato il proprio contribuito allo sviluppo della civilizzazione romana (basti pensare all’alfabeto latino). Ma tra questo e le vere e proprie balle propagandistiche, addirittura appoggiate da genetisti con agenda antirazzista che parlano di Toscani dal DNA turco (!), corre un abisso: l’eredità genetica “levantina” (ripeto, antica) che è presente in Italia, soprattutto nel Centro e nel Sud, risale in massima parte all’epoca dell’espansione agricola del Neolitico e giusto nelle parti più estreme del Meridione possono trovarsi apporti più recenti (relativamente) dovuti a genti come coloni egeo-anatolici, Fenici, Cartaginesi, minoranze nordafricane e del Vicino Oriente (tenendo comunque sempre ben presente che in epoca antica Nordafrica e Medio Oriente erano cosa ben diversa da ciò che sono oggi, dopo islamizzazione e rimescolamenti etnici vari…).

D’altronde, le baggianate esterofile di chi ha un’agenda e rafforza i pregiudizi anti-italiani si infrangono contro i più aggiornati studi genetici sulle moderne popolazioni d’Italia, come i Toscani: un popolo questo che non solo è più simile al Nord Italia che al Sud ma che presenta picchi di linee paterne squisitamente indoeuropee occidentali e che appare del tutto staccato da ogni qualsivoglia popolo MENA (Middle EastNorth Africa), come del resto anche le popolazioni meridionali d’Italia: nessun popolo della nostra Penisola è più simile ad Africani e Beduini che ai propri compatrioti.

La Toscana, per di più, mostra un aspetto fisico antropologico sovente affine all’Europa centrale, come ci mostrano anche le carte razziologiche della vecchia scuola del Livi e del Biasutti, e anche una certa resistenza di lattasi rispetto alle genti emiliano-romagnole e, ovviamente, a quelle meridionali: segno di eredità genetica indogermanica. Aspetti, questi, sicuramente rafforzati dai Longobardi, ma preesistenti ad essi, grazie alla profonda penetrazione degli Italici protovillanoviani e all’assenza di veri e propri allogeni estranei al mondo italico. Gli Etruschi, dunque, etnicamente erano la somma di caratteristiche paleo-mediterranee, neolitiche ed indoeuropee.

In conclusione, capiamoci: non voglio dire che gli apporti extraeuropei ci renderebbero “sporchi” o “impuri”, io rispetto tutti i popoli della Terra a patto che essi rispettino noialtri e non divengano pedine del mondialismo, ma semplicemente voglio controbattere all’italofobia, spesso sposata da ambienti accademici, che ama dipingere il Bel paese come caotica e criminosa terra di meticci, di ibridi, di arabi sbiancati o di ebrei mancati, di rimescolamento totale e questo per spalancare le porte all’immigrazione selvaggia, al terzomondismo, alla demolizione dell’orgoglio etnico, identitario, nazionale. Le velenose menzogne, per di più strumentali, vanno sempre combattute e sconfitte perché ne va della realtà storica e, soprattutto, dell’identità delle genti d’Italia e d’Europa, oggi più che mai esposte alle follie barbariche della globalizzazione.

Ave Italia!

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Categorie: Etnonazionalismo

Pubblicato da Paolo Sizzi il 2 Luglio 2017

Paolo Sizzi

Lombardo orobico, Italiano, Europeo, classe 1984. Letterato, sulla Rete dal 2006, da sempre cultore di valori identitari e tradizionali. Senza rinnegare la formazione völkisch evolve il pensiero nell’Italianesimo Sangue e Suolo, coerente con un disegno etnonazionale federalista. Appassionato di antro-genetica, si definisce Nordomediterranide, fusione di elementi ario-italici/celtici con il sostrato ligure. E la Lombardia è proprio questo: una terra ligure e alpina arianizzata da Celti e Italico-Romani, e con un benefico tocco germanico.

Commenti

  1. Salve. Sono uno studioso di storia etrusca e a commento di quest’articolo che in parte condivido vi lascio le mie idee sull’origine degli etruschi (articolo pubblicato su academia.edu);
    Sulle origini degli etruschi
    Ci sono ancora oggi alcuni studiosi che per sostenere le origini orientali degli etruschi continuano a fondare le loro ipotesi su argomenti di carattere principalmente linguistico tralasciando alcune evidenze archeologiche che, come mostreremo, sono degli ottimi indizi utili a spostare altrove il campo delle indagini. Tali studiosi, facendo riferimento a supposte radici dei termini Tυρρηνοι (Tyrrenoi) o Τυρσηνοι (Tyrsenoi) ed altri simili propongono deduzioni ardite e spesso non pertinenti. A tal proposito osserviamo che i termini Tυρρηνοι e Τυρσηνοι erano i nomi che i greci (probabilmente quelli della madrepatria) davano agli etruschi i quali chiamavano se stessi RASENNA o RASNA e che l’appellativo “etrusco” deriva dalla fusione di due parole greche, ετεροι (eteroi) e οσκιοι (oskioi), cioè gli altri osci: probabilmente nei primi contatti i greci della Magna Grecia chiamavano in tal modo gli etruschi proprio per distinguerli da altre etnie (osco-umbri, osco-sabelli, osco-sanniti ed altre) dalle quali erano ritenuti sostanzialmente e culturalmente differenti.
    Ciò premesso, non possiamo escludere a priori influenze orientali sulle popolazioni italiche, ma dobbiamo collocarle in un quadro più ampio che vede i popoli più attivi del Mediterraneo tessere tra loro intensi rapporti commerciali attraverso i quali si influenzavano reciprocamente producendo “contaminazioni” anche nelle rispettive lingue.
    Da quanto detto risulta che dobbiamo necessariamente accettare l’idea che il popolo etrusco sia stato il risultato di un processo formativo, durato probabilmente qualche secolo, che ha senz’altro risentito di influenze estranee al mondo italico e che, ovviamente, deve aver coinvolto tutti gli aspetti culturali e, in particolar modo, la lingua. Queste considerazioni ci portano poi a respingere definitivamente l’idea di una migrazione di un intero popolo come sosteneva Erodoto. Tra l’altro lo storico greco, scrivendo nel V secolo a. C. ci tramanda fatti che, risalendo a molti secoli prima, sono conditi con leggende che appaiono inverosimili anche al lettore più sprovveduto. Va osservato, inoltre, che le poche iscrizioni rinvenute nell’isola di Lemno (stele di Kaminia ed alcune brevi iscrizioni vascolari), in qualche modo imparentate con l’etrusco, non possono costituire una ulteriore prova a favore della provenienza orientale di questo popolo; queste iscrizioni, infatti, risalgono al VI sec. a. C. quando, cioè, tutta l’Etruria viveva il periodo della sua massima fioritura; né è possibile metterle in relazione con il racconto di Erodoto che, invece, ci riporta al XIII sec. a. C.; al massimo potrebbero essere la prova di uno stanziamento etrusco su quell’isola.
    Se ci domandiamo da dove provenga il popolo francese e la sua lingua ci poniamo una domanda sbagliata. Sappiamo tutti che la regione occidentale dell’Europa che oggi chiamiamo Francia fu abitata fin dagli inizi del primo millennio a. C. da popolazioni celtiche che ebbero contatti commerciali con greci ed etruschi attraverso la valle del Rodano. Sappiamo inoltre che la regione fu conquistata dai romani, che subì l’influsso di germani, sassoni, longobardi e normanni e che raggiunse una prima forma di identità nazionale con la dinastia dei Capetingi. Da quanto detto risulta allora chiaro che il popolo francese non venne da nessuna parte del mondo ma fu il risultato di un processo formativo durato diversi secoli e che risentì, in modi e tempi diversi, degli influssi di culture e popolazioni diverse. Questo periodo di “formazione” raggiunse il suo compimento con la nascita della nazione francese e della sua lingua.
    Dunque, per gli stessi motivi non possiamo chiederci da dove provenissero gli etruschi.
    Così, in proposito, si esprime l’etruscologo italiano Romolo Staccioli:
    “Il problema delle origini etrusche va impostato non già nel senso della provenienza, bensì in quello della formazione. Cioè nel senso di un processo graduale di evoluzione, trasformazione, integrazione, d’elementi diversi (etnici, culturali, linguistici) interni ed esterni, che ha avuto come esito finale la «nascita», in Etruria, del popolo etrusco e della sua peculiare civiltà: una realtà nuova, prima inesistente.”,
    e così gli fa eco l’archeologo tedesco Friedhelm Prayon,
    “gli etruschi, allontanandosi gradualmente dalla nebbia della preistoria, nel corso dell’VIII secolo e nei primi anni del VII secolo a. C. entrarono sulla scena del mondo di allora come entità etnica ben definita”.
    Aggiungo inoltre che la lingua etrusca era già definita agli inizi del VII sec. a.C. dal momento che proprio a quell’epoca risalgono le prime iscrizioni. A tal proposito un documento molto significativo è costituito da una tavoletta d’avorio ritrovata a Marsiliana d’Albegna, risalente ai primi decenni del VII secolo a. C., che riporta su un bordo l’alfabeto etrusco così come fu acquisito dalle colonie euboiche di Pitekousa (Ischia) e di Cuma. Da tutto ciò poi non è difficile dedurre che gli etruschi parlavano la loro lingua già nell’VIII secolo a. C. e questo conferma ulteriormente quanto sostenuto dallo Staccioli e dal Prayon.
    Ciò detto se si vuole trovare qualche traccia utile a dare qualche risposta significativa a questa annosa questione bisogna necessariamente partire da tre considerazioni:
    1) Da qualunque parte siano giunti gruppi di migranti, forse portatori di nuovi costumi, tradizioni e lingua, questi non erano etruschi. Si può parlare di etruschi solo del popolo che ha abitato quei luoghi d’Italia che oggi chiamiamo Etruria padana, Etruria propria ed Etruria campana in un periodo di tempo che indicativamente va dal IX sec. a. C. fino alla sua romanizzazione.
    2) Il problema della formazione del popolo etrusco è intimamente legato a quello della sua lingua.
    3) Si può parlare di influenze esterne che, agendo su una non meglio definita popolazione autoctona (probabilmente pre-indoeuropea), contribuirono più o meno sostanzialmente, alla nascita della nazione etrusca.
    Nelle mie ricerche ho trovato due cose strane: in Lituania c’è una cittadina che stranamente si chiama Raseiniai, e che uno dei nomi maschili olandesi più comuni è Lars che è identico all’etrusco lars (o larth o laris). E’ possibile che queste curiose coincidenze possano essere degli indizi utili a spostare il campo di indagine in Europa? In effetti nei paesi baltici e scandinavi e in zone dell’Europa orientale si parlano (e si parlavano) lingue agglutinanti, e l’etrusco è una lingua principalmente agglutinante. Proseguendo su questa strada ho focalizzato la mia attenzione su tre punti:
    1) Cultura dei campi di urne.
    Uno degli aspetti più appariscenti dell’architettura etrusca riguarda il culto dei morti e il modo di seppellirli. Nel periodo proto e medio-villanoviano in Etruria era praticato il rito dell’incinerazione che consisteva essenzialmente nella deposizione delle ceneri del defunto in urne (di tipo biconico o a forma di capanna) che a loro volta erano deposte in pozzetti quadrati e a volte circolari. La forte somiglianza di queste sepolture con la cultura dei campi di urne (XIII sec. a. C. – VII sec a. C.), che era diffusa in Europa centrale dall’Ungheria alla Francia e dai paesi nordici alle zone alpine, ci induce a ritenere che tale cultura si sia diffusa anche in Italia adattandosi alle esigenze culturali e sociali delle etnie già ivi presenti e principalmente nelle zone dove si affermò la civiltà etrusca.
    2) Diffusione di tombe a tumulo in Europa.
    Verso la fine del periodo villanoviano incominciò a diffondersi in Etruria il rito dell’inumazione che prevedeva la sepoltura del cadavere in tombe a fossa. Successivamente con lo svilupparsi dell’agricoltura nelle zone interne e del commercio tra i centri costieri e i popoli del Mediterraneo si fece strada, a poco alla volta, la classe sociale dei ricchi generando le prime forme di aristocrazia che manifestavano il loro potere ostentando lusso e ricchezze. In queste circostanze anche le sepolture incominciarono ad assumere forme sempre più sontuose fino ad arrivare, per tutto il periodo orientalizzante, alla costruzione di imponenti e suggestive tombe a tumulo. Queste si trovano un po’ dovunque in Toscana, a Sesto Fiorentino, a Cortona, a Castellina in Chianti, a Populonia, a Vulci, a Tarquinia, ma soprattutto a Cerveteri nella necropoli della Banditaccia. Ma i tumuli non sono diffusi solo nei luoghi etruschi, bensì in tutta l’Europa, dai paesi scandinavi alla Danimarca e dalla Germania alla Francia e all’Etruria. Questa “cultura dei tumuli”, particolarmente diffusa presso i portatori della cultura di Halstatt , scarsamente presente nel vicino e medio oriente, abbraccia in Europa un periodo di tempo molto lungo che va dagli inizi del II millennio a. C. fino al VI secolo a. C. e senz’altro esercitò la sua influenza su quasi tutte le etnie dell’Europa centro-occidentale. Dalle evidenze archeologiche risulta, quindi, che quelle parti dell’Italia abitate dagli etruschi non furono immuni da tale influenza. Per completezza elenchiamo qui i tumuli europei più noti:

    1. Tumulo della ragazza di Egtved; Danimarca, 1370 a. C.
    2. Tumulo di Håga Uppsala, Svezia, 1.000 a. C.
    3. Tumulo di Heuneburg, Germania, VII sec. A. C.
    4. Tomba di Hochdorf, Germania, VI secolo a.C.
    3) La lingua etrusca.
    Esistono molti elementi linguistici ed archeologici che inducono gli studiosi a convenire sul fatto che gruppi etnici, portatori di una cultura diversa, se non superiore, siano giunti in Italia, probabilmente ad ondate successive, e qui, sovrapponendosi e mischiandosi con popolazioni autoctone abbiano gettato il seme dal quale germogliò quel processo storico, antropologico, culturale e sociale che si concluse con la nascita della civiltà etrusca. Osserviamo inoltre che:
    1. La lingua etrusca, ritenuta dalla maggior parte degli studiosi non indoeuropea, si presenta come isolata nel contesto degli idiomi sia italici che mediterranei. Benché si riescano a leggere perfettamente i testi che ci sono giunti (oltre diecimila iscrizioni, tra le quali solo pochissime di una certa lunghezza), finora di questi si è riuscito a tradurre solo un 40% – 50% circa, mentre del rimanente si riesce solo ad ottenere una comprensione esegetica a volte vaga.
    2. Gli studiosi classificano in due grossi ceppi le lingue europee, sia antiche che moderne: quelle appartenenti al ceppo indoeuropeo e quelle appartenenti al ceppo ugro-finnico. Le prime, alle quali appartengono il latino, il greco, il sanscrito e le lingue anglosassoni, vengono definite “flettenti”, nel senso che costruiscono le forme grammaticali con la declinazione di sostantivi, pronomi e aggettivi e con la coniugazione dei verbi, mentre le seconde, alle quali appartengono l’ungherese, alcune lingue uraliche e la maggior parte di quelle finno-baltiche (lappone, finlandese, norvegese, estone), sono di tipo “agglutinante”, nel senso che le parole sono costituite dalla sola radice alla quale vengono poi aggiunti suffissi per formare le diverse forme e categorie grammaticali. L’etrusco presenta entrambe le caratteristiche ma con una evidente e marcata prevalenza del carattere agglutinante. Mentre la parte flettente dell’etrusco si spiega tramite i contatti con i popoli italici di natura indoeuropea (principalmente umbri, sabini, sanniti, latini e greci), la parte agglutinante di questa lingua può essere spiegata con la provenienza di quei gruppi, ai quali abbiamo accennato, da zone dell’Europa nord-occidentale e dell’Europa orientale.

    Ricapitolando, differentemente dalle prove addotte dai sostenitori della provenienza orientale della cultura etrusca, prove che ritengo alquanto labili e artificiose, le evidenze archeologiche (stretta parentela della cultura villanoviana e orientalizzante con la cultura dei campi di urne e dei tumuli) e linguistiche (carattere agglutinante della lingua etrusca che potrebbe accomunarla con quelle del ceppo ugro-finnico) da me addotte costituiscono, a mio giudizio, prove molto più sostanziali e atte a spostare il campo di indagine della questione nell’Europa occidentale e centro-settentrionale.

  2. mimmo leonetti

    « Per te ari, per te semini, per te ugualmente mieti, infine questa fatica ti procurerà gioia. »Tito Maccio Plauto nella sua opera Asinaria soleva dire “lupus est homo homini”, che noi moderni abbiamo trasformato in “homo homini lupus

  3. Roberto

    non ho mai creduto alle origini orientali degli etruschi e trovo sorprendente che esista ancora qualcuno che le sostenga

  4. Difatti erano uno dei popoli del ciclo atlanto mediterraneo, il ciclo appena precedente il nostro :
    http://www.acam.it/etruschi-lombra-dei-rasna/
    Metto solo l’inizio dell’articolo per non negarvi il piacere della lettura.
    Poi mettero’ anche un brano da “Atlantide” di Pinotti (grande libro) dove si descrivono parole simili all’italiano sulle Ande nella lingua quechua e si dimostra come la Lidia sia stato solo un loro insediamento secondario prima di ritornare di nuovo in Toscana

    Antenati degli Etruschi sono i Toltechi, terza sottorazza principe della stirpe atlantidea, come apprendiamo dall’opera di Arthur Powell, Il Sistema solare. Di colore rosso–bruno, avevano un’altezza prodigiosa e primeggiavano nell’arte edilizia con templi ciclopici, strade lastricate e ponti. Crearono un impero splendente durato diversi millenni, quando un cataclisma si abbattè su Atlantide e i Toltechi si spinsero nelle Americhe, fondando la civiltà incaica, mentre i suoi eredi edificarono nel IX sec d.C. Tula in Messico, con i loro enormi “atlanti”. Il gene tolteco si ritrova intatto nella sesta sottorazza akkadiana, propria degli Etruschi, che presentano legami inestricabili anche con gli Egizi, i Maya e gli Indiani del Nordamerica, altri discendenti dei Toltechi.

    Un colore regale

    Gli affreschi nella Tomba del Triclinio, a Tarquinia, ritraggono uomini rossi, mentre la Tomba degli Auguri presenta personaggi di rango elevato del medesimo colore che si stagliano sopra individui comuni. Un altro ancora tiene fra le mani un uovo, segno della creazione eterna. I re etruschi, durante le cerimonie rituali, si tingevano di rosso con il minio, e rosso sarà il colore preferito dall’imperatore Nerone. Il rosso, ammettono gli studiosi, ha carattere sacro, senza spiegarne però il motivo. Simboleggia gli ancestrali predecessori e rimanda al culto del pianeta Marte, incarnato dalla Sfinge leonina interamente rossa, a Giza, e dal giaguaro della piramide di Chichén Itzà. Il felino sacro ricompare di nuovo a Tarquinia, nella Tomba dei Leopardi e in quella delle Leonesse, in realtà giaguari. I pellerossa del Nordamerica, infine, come gli Etruschi conservano sepolcri a forma di tumulo e venerano i simboli dell’uovo e del serpente…..

  5. Francesco Zucconi

    Articolo assai interessante anche se non ho competenze per giudicare. Sono comunque contento di leggere tali articoli e commenti animati da sincero amore per la verità.

  6. carlo

    anch’io lo trovo un articolo molto interessante, uno dei più chiari e precisi che abbia letto finora sugli Etruschi. Etruschi e Reti discendevano dall’Europa antica. Facciamo finta di non aver letto il commento di chi ha scritto che gli antenati degli Etruschi sono i Toltechi, evidentemente il messaggio di Paolo Sizzi non è stato recepito fino in fondo.

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