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Accordo di Parigi. Lupi travestiti da agnelli – Roberto Pecchioli

Accordo di Parigi. Lupi travestiti da agnelli – Roberto Pecchioli

Ogni volta che si approfondisce un tema di cui si ha una conoscenza superficiale si verifica con stupore la distanza tra l’opinione – vaga e approssimativa – che ci si era formata, o meglio che ci era stata fornita dal sistema di comunicazione, e la realtà che abbiamo toccato con mano. Giuseppe Prezzolini, quasi un secolo fa, fondò la Congregazione degli Apoti, ossia di “coloro che non le bevono, tanto non solo l’abitudine, ma la generale volontà di berle (le menzogne diffuse a d arte N.d.R) è evidente e manifesta ovunque”. Non era un veggente, e neppure un pessimista ad oltranza, l’intellettuale fiorentino nato per caso a Perugia e morto centenario in volontario esilio a Lugano, ma un solido realista.

La vicenda dell’uscita degli Stati Uniti dagli accordi di Parigi sul clima è la dimostrazione dell’affermazione fatta nel capoverso precedente. I governi di tutto il mondo, ed il circo Barnum della comunicazione sono insorti come un sol uomo contro Trump, colpevole del delitto massimo, nientemeno che la distruzione del pianeta, del quale invece loro sarebbero i difensori, cavalieri senza macchia e senza paura della religione ecologista. Balle, naturalmente, ma “ripetete una bugia, cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”. Parole di Joseph Goebbels, che fu ministro della propaganda del Male Assoluto, il governo nazionalsocialista tedesco. Cerchiamo allora di non mentire, riferendo esclusivamente fatti, e non opinioni o convincimenti.

L’accordo sul clima di Parigi, chiamato COP 21 è stato sottoscritto nel 2015 pressoché dal mondo intero – 195 Stati- e riguarda il riscaldamento del pianeta. L’idea base è che la temperatura media della Terra sia in aumento per ragioni antropiche, ossia che sia provocata dall’azione scriteriata dell’uomo nel suo sfruttamento delle risorse naturali. Il punto è che il primo assunto è un fatto – la temperatura è effettivamente in rialzo- il secondo una congettura. Non è certo che sia l’uomo, il superbo Homo Deus della modernità, con le sue scoperte, l’industria ed il dogma dello sviluppo e della crescita, ad avere prodotto il riscaldamento globale. Sono molti e di grande livello gli scienziati che manifestano opinioni contrarie, o che esprimono grande prudenza sulla natura dei cambiamenti climatici. Per restare in Italia, citiamo Carlo Rubbia, un premio Nobel, Franco Prodi, Antonino Zichichi.

Nelle nostra ignoranza, immensa e confessa, sappiamo però che epoche di glaciazione e riscaldamento si sono sempre alternate nella vita del nostro piccolo pianeta. Ben difficilmente, Annibale avrebbe attraversato le Alpi con elefanti al seguito se le temperature, le nevi ed i ghiacci, fossero state uguali a quelle osservate sino a pochi anni fa. Del pari, il ritrarsi dei ghiacci da alcune zone alpine ha rivelato reperti che fanno pensare ad attività agricole precedenti. In Inghilterra, si è certi della coltura della vite in epoca storica. Più vicini a noi, in alcune zone del Piemonte si ha prova di uliveti sino ad alcuni secoli fa (la zona di Moncalvo nel Monferrato tra Casale ed Asti).

E’ possibile che l’attività umana, divenuta sempre più frenetica, stia contribuendo ad un fenomeno di riscaldamento che è ciclico. Ma quel che più indigna è la confusione indotta nell’opinione pubblica tra temperatura del pianeta ed inquinamento. Sono fenomeni distinti, non sovrapponibili, cui vanno date risposte diverse, e comunque l’accordo di Parigi riguarda esclusivamente il riscaldamento legato alle emissioni di CO2, ossia di diossido di carbonio, o Anidride Carbonica. Trascriviamo letteralmente dalla pagina ufficiale dedicata della Commissione dell’Unione Europea. “I governi hanno concordato di: mantenere l’aumento medio della temperatura mondiale ben al di sotto di 2°C rispetto ai livelli preindustriali come obiettivo a lungo termine; puntare a limitare l’aumento a 1,5°C, dato che ciò ridurrebbe in misura significativa i rischi e gli impatti dei cambiamenti climatici; fare in modo che le emissioni globali raggiungano il livello massimo al più presto possibile, pur riconoscendo che per i paesi in via di sviluppo occorrerà più tempo.”

Da quanto riferito si inferisce chiaramente come gli stessi firmatari si dichiarino incerti sulle cause del presente riscaldamento e si siano prefissi un obiettivo modesto, una diminuzione della temperatura di mezzo grado “a lungo termine”, investendo a questo scopo la somma di cento miliardi di dollari annui. Qualche economista ha già proposto, con una certa saggezza, di investire la somma in ricerca e sviluppo per evitare di dipendere ancora per decenni dai combustibili fossili (petrolio e carbone), che sono la fonte dei peggiori inquinamenti che subiamo, nonché di impressionanti quantità di emissioni. E qui casca l’asino. Non di una virtuosa lotta tra il bene e il male si tratta, con il bieco Donald Trump a rappresentare il Male metafisico, ma di una più prosaica battaglia tra opposti interessi industriali e geopolitici a lungo termine. Il primo indizio è la presenza tra i “buoni” di Al Gore, ex vice presidente americano ai tempi di Clinton, dunque esponente ai massimi livelli dell’oligarchia mondialista, o, se preferite, dell’establishment internazionale, grande sponsor non dell’ecologia, non dell’ambiente, ma del cosiddetto “sviluppo sostenibile”.

In soldoni, una parte importante dell’apparato industriale è interessato a riconvertire le proprie attività, ed ha quindi bisogno di legislazioni, e più ancora, di un comune sentire, di un “sentiment”, lo chiamano gli esperti di comunicazione, favorevole ai loro investimenti, declinati non in termini di profitto, ma in nome della giusta causa della salvezza dell’ambiente. Peccato che gli ecologisti coerenti deridano il concetto di “sviluppo sostenibile”, tacciandolo di semplice rinvio della resa dei conti o addirittura di essere una formula pret-a –porter, buona per tutti i gusti, ma che non affronta il drammatico divario tra le risorse disponibili, la loro capacità di rigenerazione e l’uso che se ne fa. E’ la cosiddetta impronta ecologica, un complesso indicatore frutto di una formula matematica che tiene conto di molteplici fattori espressa in ettari pro capite.

I fatti sono che l’impronta globale è superiore di almeno il venti per cento alla capacità bioriproduttiva della biosfera. Pertanto, Parigi o non Parigi, stiamo consumando la Terra a passi giganteschi, con grandi rischi per il futuro comune. In sostanza, ci stanno “vendendo” un colpevole, Trump, che non è tale, ma che, invece è colui che, sia pure per motivi contingenti e non particolarmente commendevoli, svela il trucco globale e, proteggendo l’industria estrattiva americana, come il bimbo della favola di Andersen, indica che il re è nudo. L’accordo di Parigi, e prima quello di Kyoto, il COP 3 del 1997, mai osservato dagli Stati Uniti ed entrato in vigore solo nel 2005 dopo la ratifica russa, si sono dimostrati strumenti fallimentari per diversi motivi. Per un verso, non prevedevano sanzioni a carico degli Stati contravventori, dall’altra non mettevano assolutamente in discussione il paradigma dominante, ossia quello della crescita e dello sviluppo legati ad un’economia di sfruttamento. Impossibile, del resto, quella è l’ideologia unica ed indiscutibile: nazioni di immense dimensioni e dalla popolazione sterminata, come Cina e India, non potevano certo accettare di vedere compromesso il loro nascente, ma già impetuoso avanzamento industriale e tecnologico rinunciando alla possibilità di emettere gas nocivi, oscuro privilegio riservato agli Usa, all’Europa ed al Giappone.

A Kyoto si concordò un sistema di “permessi di emissione “di gas serra, addirittura compravendibili, con il risultato di trasferire quote di CO2 nel Terzo o Quarto Mondo, oppure di acquistare dai Paesi poveri il paradossale diritto di inquinare, proprio perché l’impronta ecologica dei paesi industrializzati è molto più profonda di quella del resto del mondo. Non vi è quindi possibilità alcuna di risolvere il problema delle emissioni di gas nocivi, al di là delle responsabilità umane nel riscaldamento globale, se non si prende atto che non vi può essere crescita infinita in un mondo le cui risorse evidentemente non lo sono e non si può giocare a nascondino con la natura. Nello scenario reale, Trump non ha fatto altro che tutelare gli interessi del proprio elettorato di riferimento, denunciando il trattato di Parigi, un gesto politico che poteva compiere in quanto l’accordo non è mai stato votato dal Senato Usa, ed anche questo significa qualcosa, in termini di sincerità delle urla e delle vesti strappate degli orfani di Obama.

Uguale attitudine fu quella dei fautori dell’accordo, finanziati da opposti ambienti dell’economia e della ricerca e sostenuti da altri settori della pubblica opinione. Il sistema mediatico, tanto per fare un esempio, tace sistematicamente sui tremendi rischi ecologici, di inquinamento ed impoverimento delle falde acquifere della tecnica del fracking che fornirà agli Usa il gas naturale di scisto (shale gas) che, a breve termine, ne determinerà l’autosufficienza energetica. Il picco del petrolio e dei combustibili fossili è stato probabilmente già raggiunto, ma agli americani poco importa. Per decenni, andranno avanti con il loro gas di scisto, nel frattempo investiranno somme crescenti nelle energie alternative, presumibilmente tratte dalle royalties incassate dai giganti petroliferi con sede negli Usa. La previsione per il 2040 è che la quota di energia di origine fossile, nel mondo, calerà di un misero 3 per cento, dall’ 80 al 77 per cento. Di che stiamo parlando, dunque? Lo scontro è tra interessi economici, finanziari, industriali e di ricerca contrapposti e divergenti, l’interesse dei popoli e quello dell’ambiente poco importa.

Infine, chi predica virtù ambientali e trattiene il respiro per non aggiungere emissioni ad emissioni, è virtuoso? La risposta è no, un no incontrovertibile. Gli Stati Uniti, infatti, rappresentano ancora il 15 per cento delle emissioni planetarie, con una produzione pro capite di 4,43 metri cubi, ma il dato è in discesa, lenta ma costante, mentre i cinesi, capofila del fronte degli indignati contro Trump, è in testa alla classifica con il 30 per cento di CO2. Certo, i cinesi sono quasi il quadruplo degli americani, ed il loro consumo pro capite e di poco più di due metri cubi, ma l’aumento è impressionante, più 171 % in vent’anni. In termini di inquinamento, che è il problema vero da affrontare e da risolvere, l’aria delle metropoli cinesi è irrespirabile, ed ha convertito le megalopoli del dragone in cumuli di nebbia e di fuliggine, con conseguenze per la vita e la salute che conosciamo poco per la scarsa disponibilità di dati. L’asse Cina- Unione Europea sembra quindi un patto tra lupi travestiti da agnelli.

Ricordate, qualche anno fa, l’impetuosa crescita dei pannelli solari, installati ovunque in ossequio al giusto incremento delle energie rinnovabili? Ebbene, la schiacciante maggioranza dei manufatti di tutta Europa era ed è di fabbricazione cinese. Le forze in campo sono sin troppo chiare. Da parte italiana, poiché nel Bel Paese non ci facciamo mancare nulla, ci furono notevoli agevolazioni fiscali (esempio, IVA ridotta all’importazione per l’installazione diretta) che produssero frodi ed evasioni di grande ampiezza, in omaggio alla nuova geniale scoperta, la green economy. In ogni caso, la Cina, nelle ultime riunione internazionali (G7, G20) ha dimostrato di non avere alcuna intenzione di cambiare la propria politica industriale, energetica ed ambientale, anzi ha difeso, grottescamente per una potenza che si dice comunista, il libero mercato e la globalizzazione. Ovvio, nel presente la sua politica neo mercantilista (esportazioni a valanga, mercato interno tenuto a dieta per non incrementare troppo l’import) assicura incrementi del PIL a due cifre o press’a poco.

L’Europa, nella statistica del diossido di carbonio, pesa per il 9 per cento, e sente avvicinarsi a grandi passi l’India. La Germania, che per bocca del suo primo ministro signora Merkel ha duramente attaccato gli americani, guida insieme al gigante orientale il branco dei lupi travestiti da agnelli. Oltre due terzi dell’energia tedesca è di origine fossile, addirittura nel settore delle energie rinnovabili Berlino è indietro rispetto a Italia e Portogallo, e la metà dei consumi derivano da carbone e lignite, le fonti più inquinanti tra quelle utilizzate nel mondo. Moralisti da moralizzare, dunque, e, in tutta Europa, investimenti enormi sul clima con scadenti risultati a vantaggio delle lobby dipinte furbescamente di verde. In compenso, abbiamo ampiamente delocalizzato le industrie manifatturiere e perduto milioni di posti di lavoro.

Con arroganza e scarso senso del futuro, Trump almeno difende, nel breve termine, il lavoro e la ricerca americana. Il problema, una volta di più, sta nel paradigma, come direbbe Thomas Kuhn. La globalizzazione mercatista non può prescindere dall’uso massiccio e scriteriato delle risorse limitate della terra, né può abbandonare il consumismo, che, lo dice la parola stessa, è sinonimo di gettar via, spreco generalizzato, previsto ed auspicato. Allo stesso modo, non è capace di immaginare modalità di calcolo del benessere (Maurizio Pallante direbbe del ben- avere) diverse da quelle costruite sul Prodotto Interno Lordo, ovvero sul mero calcolo aritmetico di ogni attività che genera denaro. Estremizzando, ma non troppo, un immenso sversamento di olio greggio di petrolio da una nave cisterna da centinaia di migliaia di tonnellate di stazza è più conveniente, in termini economici, del tranquillo arrivo del carico a destinazione. Pensiamo all’immenso indotto generato dai tentativi di circoscrivere il danno, bonificare l’area, e poi le assicurazioni, le migliaia di cause civili, le cure per feriti ed intossicati.

L’economia nella quale viviamo è criminale e criminogena, e i periodici accordi per limitare leggermente le sue ricadute sono pannicelli caldi, tanto è vero che vengono rinnovati a scadenze ravvicinate perché non vengono rispettati e non servono allo scopo dichiarato. Come dicevamo all’inizio, è una lotta in una scacchiera grande quanto il mondo, in cui si fronteggiano modi diversi di organizzare il medesimo meccanismo ed in cui ciascuno pensa esclusivamente a se stesso ed al breve termine.

Intanto, l’Italia è in coda alle nazioni industriali per visione, politica energetica, capacità di autonomo approvvigionamento, ma pensa a vendere o spacchettare Eni, che finora, bene o male, ha retto la baracca. Non vogliamo il petrolio lucano, ci fa schifo il gas del mare Adriatico, il nucleare è stato abbandonato da decenni con orrore, ma compriamo energia dalla Francia, la cui centrale Superphenix è prossima al confine ligure e persino dalla Slovenia. Krka, la centrale di Lubiana, è a 80 chilometri in linea d’aria da Piazza dell’Unità a Trieste. Evidentemente, in caso di incidente tecnico, pensiamo di bloccare le radiazioni alla frontiera con la dogana e la guardia di finanza…. Non vogliamo neppure i rigassificatori, il cui problema non è l’inquinamento, ma la capacità tecnologica di riportare senza intoppi allo stato gassoso prodotti che viaggiano liquefatti a temperature di quasi duecento gradi sotto zero, e intanto la solita Slovenia sembra interessata a costruire un rigassificatore nel porto di Capodistria, a pochi chilometri dal nefando confine del 1947 e della cessione della zona B dell’ex Territorio Libero di Trieste.

Né a Kyoto, né a Parigi, si sono affrontati i due temi essenziali. L’inquinamento, naturalmente, e la sua causa efficiente, l’economia consumistica, che produce merci inutili, si nutre di sprechi colossali che gridano vendetta dinanzi a Dio ed ai dannati della terra, è disinteressata al riciclo, al riuso, alla diminuzione dei rifiuti, deride l’idea di decrescita solo perché contraddice la dogmatica di una crescita che non potrà durare e che in ogni caso non può essere misurata solo in denaro, pena l’aumento dell’impronta ecologica e l’esplosione ( in Cina e India ben più che negli Usa) delle emissione di gas nocivi. Dietro il paravento dello sviluppo sostenibile, agiscono forza animate dagli stessi metodi, intenzioni e fini di chi rigetta gli accordi in nome dell’economia nazionale.

All’opinione pubblica si dà in pasto un’inesistente lotta tra buoni e cattivi in cui tutti utilizzano solo la memoria a breve termine. In tempi di globalizzazione, quindi di universalismo, non vale più, sacrificato alla ragione economica, neppure il dubbio principio responsabilità Der Prinzip Verantwortung, con cui Hans Jonas tentò di fondare un’etica esclusivamente razionale. Ai veri potenti è sufficiente fingere di fronte al mondo. Anche nel caso degli abortiti accordi di Parigi, Trump è un perfetto cattivo, come Pietro Gambadilegno nei fumetti di Walt Disney. Ma i Mickey Mouse europei o dagli occhi a mandorla non sono migliori: lupi, o squali dalle fauci spalancate.

 ROBERTO PECCHIOLI

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Categorie: Ecologia

Pubblicato da Ereticamente il 9 Giugno 2017

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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