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Venner, Via col vento e il sole dei vinti – Daniele Velicogna

Venner, Via col vento e il sole dei vinti – Daniele Velicogna

Il 21 luglio 1861 la brigata del generale Thomas Jackson irrompe sul campo di battaglia di Bull Run; ad accoglierla c’è il generale Bee, la cui unità sta venendo decimata dai nordisti. “Generale, siamo sgominati” è il rauco grido di Bee. Jackson risponde seccamente: “In questo caso, gli faremo conoscere le nostre baionette”. Bee torna dalle sue truppe allo sbando, alle quali indica le alture su cui Jackson ed i suoi resistono impavidamente agli attacchi nemici: “Guardate! È Jackson che tiene come un muro di pietra (Stonewall). Riuntevi dietro i Virginiani!”. Le forze sudiste si ricompongono, la battaglia torna ad infuriare: alla fine, le linee nordiste vengono infrante. Insieme all’esercito unionista, si ritira disordinatamente la folla di giornalisti, politici e dame dell’alta società che era scesa dal Nord per contemplare la disfatta dei confederati. Da quel giorno Jackson, il generale alto e barbuto, somigliante ad un monaco guerriero, sarà soprannominato Stonewall e darà filo da torcere agli yankees fino a quando, colpito dal fuoco amico, si spegnerà per le conseguenze delle ferite riportate.

Sono questi alcuni esempi degli episodi che, legati in un racconto avvincente, compongono Il bianco sole dei vinti di Dominique Venner (1)Dominique Venner, Il bianco sole dei vinti. L’epopea sudista e la Guerra di Secessione, Settimo Sigillo, Roma 2015.. Lo scrittore francese non ambisce a redigere un saggio accademico e, valicando la linea del fumoso dogma dell’“imparzialità”, adotta un punto di vista privilegiato e definito, quello dei sudisti, i vinti della Guerra di Secessione, ma si astiene al contempo da una celebrazione acritica o partigiana. Venner esprime per i sudisti la sua partecipazione emotiva, che però è una sympatheia lucida e senza sbavature sentimentali, propria dello storico che getta la sua luce d’indagine su ambito volutamente circoscritto e da un’angolatura dichiaratamente particolare, senza che ciò pregiudichi la validità della ricostruzione.

Peraltro, anche lo studioso più asettico dovrebbe percepire una qualche vibrazione interiore, rievocando come una nazione di 5 milioni e mezzo di uomini sia riuscita a resistere per anni ad un’altra che di milioni ne contava 19 (2)Documento n° 6 in Appendice a Venner, op. cit., pp. 301- 306.; uno squilibrio di forze umane e materiali chiaro fin da subito. Del resto, da una parte vi è il Sud agrario, aristocratico, conservatore e limpidamente religioso, dall’altro il Nord capitalista, borghese e “progressista”, portatore di una religiosità puritana e farisaica, che punisce con il carcere chi ride la domenica (3)Venner, op. cit., p. 17. e al contempo elabora sillogismi teologici per giustificare la redditizia tratta degli schiavi («il Signore benedice la ricchezza, e la tratta è il metodo più rapido per assicurarla. Dunque il Signore benedice la tratta» (4)Ivi, p. 14. ). La Guerra di Secessione fu dunque tradizione contro modernità, Kultur contro Zivilisation? Venner lo lascia intendere, ma rifugge da troppo facili schematismi, giacché il quadro che presenta nell’opera è sfaccettato e non monolitico. Di certo, però, per i sudisti la loro terra è «l’Arcadia auspicata da Jefferson, la salute di una vita all’aria aperta, la bellezza dei campi coltivati sotto il grande sole bianco, l’ebbrezza delle cavalcate focose» (5)Ivi, p. 97. ed è per questa terra che occorre battersi.

Tuttavia, al Nord economicamente in espansione ma puritano, votato già a quell’ideale americano di “impero del Bene”, occorre un sacrosanto motivo per mettere le mani sul prospero Sud. Il casus belli diviene quindi l’abolizione della schiavitù, quell’istituzione particolare sulla quale si regge in parte la produttività degli stati meridionali; negli anni precedenti alla guerra, polemisti e scrittori si danno da fare per dipingere il Sud come «[un] ergastolo immorale, crudele ed arretrato» (6)Ibidem.. Harriet Beecher Stowe scrive il best-seller di fama mondiale “La capanna dello zio Tom”, senza aver mai visitato i luoghi di cui narra e prendendo invece spunto da un opuscolo antischiavista. Spiccano anche predicatori fanatici che incitano all’’insurrezione gli schiavi; fra di essi il pastore John Chivington, fervente abolizionista, umano (troppo umano?) verso gli afroamericani delle piantagioni, non altrettanto con i nativi: nel 1864 guida il massacro di Sand Creek, in cui periscono un centinaio di pellerossa; è lui il “generale di vent’anni/ figlio d’un temporale” di cui canta Fabrizio De André.

Gli intellettuali del Sud reagiscono, difendono la piantagione come una «una comunità patriarcale che crea molteplici ed insostituibili legami tra i suoi membri» (7)Ibidem., aliena dallo sfruttamento alienante cui sono sottoposti i lavoratori salariati; Georghe Fitzhugh giunge a scrivere un pamphlet intitolato “Lo schiavismo, forma compiuta del socialismo” (8)Riportato come Documento n° 3 in Appendice, pp. 293- 296.. Tentativi ingenui, si commenterà. Infatti, alla fine, il conflitto deflagra, il Sud è trascinato in una lotta impari da cui non può che uscire sconfitto; l’ultimo ad arrendersi è il generale Stand Watie, il 23 giugno 1865; egli «indiano e sudista, reca testimonianza dell’assassinio di due nazioni» (9)Venner, cit., p. 266..

Vi è un romanzo che ha, come filo conduttore, la nostalgia per il microcosmo sudista spazzato via dal tornado della storia e del “progresso”: si tratta di “Via col vento”, di Margaret Mitchell; come nota acutamente Venner «quel che attira maggiormente in questo libro è la fremente nostalgia che sgorga lungo tutte le sue pagine. Nostalgia di un mondo che doveva scomparire, di un mondo condannato irrimediabilmente, ma al quale non si cessa di guardare come a un paradiso perduto» (10)Ivi, p. 282.. Da esso è stato poi tratto un film giustamente famoso, a volte derubricato, con superficialità estrema, a proiezione per signorine; ma, appunto, solo una sensibilità superficiale può non scorgere nella scena del furioso incendio di Atlanta, ottenuta bruciando realmente vecchie scenografie, il simbolo del grande rogo funebre che conclude l’agonia della Confederazione.

Alla fine, al di là della politica, delle strumentalizzazioni di qualche “suprematista” e dei pesanti conflitti che ancora oggi lacerano la società americana, al di là della celebrazione della vittoria del Nord come il trionfo del Bene sul Male, rimangono le gesta scolpite nel marmo della storia: perché il sole bianco dei vinti non ha mai smesso di sfavillare.

Daniele Velicogna

Note   [ + ]

1. Dominique Venner, Il bianco sole dei vinti. L’epopea sudista e la Guerra di Secessione, Settimo Sigillo, Roma 2015.
2. Documento n° 6 in Appendice a Venner, op. cit., pp. 301- 306.
3. Venner, op. cit., p. 17.
4. Ivi, p. 14.
5. Ivi, p. 97.
6, 7. Ibidem.
8. Riportato come Documento n° 3 in Appendice, pp. 293- 296.
9. Venner, cit., p. 266.
10. Ivi, p. 282.
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Categorie: Recensione, Vinti

Pubblicato da Ereticamente il 24 Maggio 2017

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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