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Riflessioni sullo Julius Evola di Gian Franco Lami – a cura di Riccardo Scarpa

Riflessioni sullo Julius Evola di Gian Franco Lami – a cura di Riccardo Scarpa

Arte e Filosofia in Julius Evola di Gian Franco Lami, adesso (2017) uscito tra i libri del Borghese, pei tipi di Pagine editrice in Roma, con una significativa prefazione di Giovanni Sessa, è la seconda edizione dell’Introduzione a Julius Evola che fece gemere i torchî per Volpe editore nel 1980, allora con la prefazione Un passo per la vita, un passo per il pensiero di Giuliano Borghi, qui naturalmente conservata. Per coloro i quali s’avvicinino ora all’opera di Julius Evola è consigliabile una lettura del saggio di Lami condotta in parallelo colle pagine autobiografiche dell’Evola ne’ Il cammino del cinabro, ristampate in terza edizione nel 2014 dalle Edizioni Mediterranee in Roma, corrette ed annotate da Giovanni Sessa, Gianfranco de Turris e Andrea Scarabelli; per quanti hanno consuetudine coi testi evoliani, comunque, le riproposte riflessioni del fondatore della Scuola romana di filosofia politica ben servono a contestualizzare l’insegnamento del pensatore tradizionalista. Gian Franco Lami, infatti, descrisse, innanzitutto, i fermenti artistici e culturali nella Parigi antecedente alla Grande Guerra europea del millenovecento, dai quali sorsero anche il futurismo marinettiano ed il dadaismo, movimenti in cui militò il giovane poeta e pittore aristocratico. Di qui la rottura rispetto un ambiente familiare cattolico romano, prima della guerra e la parentesi militare d’ufficiale d’artiglieria, e del cammino intrapreso lungo la via iniziatica tradizionale in seguito all’incontro con Arturo Reghini. Ogni lettore ricaverà da queste pagine, ricche ed intense, i sensi che percepirà la sua anima, le idee adatte pel suo spirito. Ad esempio, chi scrive è stato ulteriormente stimolato ad alcune considerazioni che si riserva d’approfondire. Innanzitutto, sembra, a prima vista, che fra il poeta e pittore futurista e dadà, ed il successivo filosofo della tradizione vi sia una cesura, seguita ad una crisi ed a una «conversione», risolta dall’incontro con Arturo Reghini; ma Gian Franco Lami evoca, in principio, i simbolisti francesi, ispiratori del clima spirituale che fu il terreno di coltura della avanguardie artistiche del novecento. A nessuno possono sfuggire le suggestioni orfiche ed ermetiche, o rosacrociane, che animarono quei simbolisti, dalle quali costoro trassero i soggetti delle loro opere, e lo stesso Julius Evola le intuizioni ed allusioni presenti in alcune sue raffigurazioni dadaiste. Un ambiente in cui sorse l’opera letteraria d’un bardo druidico quale l’Edoardo Schuré de’I Grandi Iniziati, de’I Profeti del Rinascimento, Donne Ispiratrici e quant’altro, pel quale l’esoterismo è il secreto interiore e la tradizione comune dalla quale sorsero le intuizioni e realizzazioni dei Rāma e del ciclo ariano, dei Krishna dell’India e dell’iniziazione braminica, d’Ermete Trismegisto e dei misteri d’Egitto, di Mosè, d’Orfeo e dei misteri dionisiaci, di Pitagora e dei misteri di Delfo, di Platone e dei misteri eleusini, di Gesù e della missione del Cristo, che Julius Evola non amò nella sua portata sovversiva. L’idealismo attuale di Giovanni Gentile e del primo Ugo Spirito non fu in grado né di capire né di condividere l’idealismo magico di Julius Evola. Infatti, il loro si fermò alla coerenza etica, mazziniana, fra pensiero ed azione, pensiero che si attua nel comportamento qui ed ora. Invece si ha magia, atto magico, quando la volontà opera attraverso un’energia che, direttamente, incide sulle cose, di per sé: ad esempio col forgiare, mediante un rituale, una forma pensiero che modifichi un indirizzo politico e/o il sentire delle masse, l’orientamento della Nazione. Fu tale l’operazione tentata ma non riuscita del gruppo di Ur. Forse, Julius Evola sarebbe stato più compreso da Alfredo Oriani per l’accento che egli pose, pur hegeliano, sulla volontà. L’idealismo magico, cioè realizzativo, di Julius Evola discende però non dall’hegelismo, ma dalle pagine sulla magia e l’occulto di Arthur Schopenhauer, è parente d’Agrippa e la sua magia di Arturo Reghini. So che quanto sto scrivendo scandalizzerà qualcuno, ma, sotto questo aspetto, il confronto non và fatto con Giovanni Gentile od Ugo Spirito, cioè con un idealismo insegnato secondo un senso esteriore ed intellettualistico, ma con tutti coloro che si sono prefissi d’agire sui fenomeni attraverso i noumenti, le essenze. Per esempio: il Principe di San Severo, il Conte di Saint-Germain, Louis-Claude de Saint-Martin, Giuliano Kremmerz, Eliphas Levi al secolo Alphonse Louis Constant, Papus al secolo il Dott. Encausse o la Golden Dawn. In antico, si pensi ad un Porfirio un Giamblico od un Proclo, ed agli altri teosofi ellenistici, colle loro operazioni teurgiche. È tale, per dirla fuori dai denti, quella necessità di «realizzazione» che urge in Julius Evola e sottolineata da Gian Franco Lami, il quale fa capire molte cose, anche se preferì non fare paragoni così poco accademici (nel senso moderno del termine). Certo, quanto affermo sembra contraddetto dallo stesso Evola in Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo. Analisi critica delle principali correnti verso il “sovrasensibile”, riproposto dalle Edizioni Mediterranee in Roma nel 2008. Tanto, però, è quanto mi lascia più perplesso in Julius Evola: il revocare in dubbio operazioni molto simili, praticamente analoghe alle evoliane, fatte da altri. Si veda il caso della Società Teosofica fondata da Helena Petrovna Blavatsky e dal Colonnello Henry Steel Olcott. In definitiva, la teosofia antica fu anche l’ultima difesa, colla tradizione della sapienza divina, della pluralità spirituale minacciata dal monoteismo cristiano; e la teosofia moderna intende rompere il monolite spirituale esteriormente imposto dalle religioni abramitiche, per mezzo della conoscenza, attraverso lo studio comparato delle religioni e delle filosofie, delle diverse forme assunte dall’intuizione del trascendente. Molti teosofi moderni hanno solo trovato, nelle differenti guise dell’induismo e del buddhismo esoterici, d’ascendenza vedica, un deposito imparagonabile della tradizione primordiale e tentato di renderlo di nuovo disponibile ed operativo. Julius Evola fece qualcosa di simile col Tao Tê Ching di Lao-tse, con La dottrina del risveglio. Sull’ascesi buddhista o Lo Yoga della potenza. Saggi sui tantra. Evola, peraltro, criticò la teosofia moderna per la sua intuizione dell’evoluzione spirituale e psichica, oltre che fisica, che in modo lentissimo, ma incessante, coinvolge tutta la manifestazione e, in essa, l’umanità, attraverso le incarnazioni e reincarnazioni sulla terra ed in altri pianeti. Egli non accetta l’idea che lo spirito giunga a differenziarsi ed animare i più intelligenti animali superiori, dotandoli di un’individualità suscettibile di successivi progressi, sino a raggiungere la forma e gli attributi dell’essere umano. Quest’intuizione, peraltro, è così tradizionale da ritrovarsi nell’orfismo e nel pitagorismo, e si trasmette sino al Così parlò Zarathustra di Friedrich Nietzsche, ove l’ultra-uomo è un’evoluzione successiva spirituale, psichica e fisica dell’adesso essere umano, e si volta a guardare l’umanità arretrata come oggi gli uomini guardano alle scimmie. La Tradizione di Julius Evola sembra posta fuori dalla storia. Ciò deriva dall’intuizione che essa non tramanda le vecchie cose di pessimo gusto di nonna Speranza, ma le intuizioni verticali di principî eterni, cioè posti fuori dallo spazio e dal moto, cioè il tempo, in un’altra dimensione. Tuttavia, il difetto d’ogni religione, e fonte di tutti i dogmatismi, sta nel ritenere che, in un dato momento posto come origine, ci sia stata una sorta d’intuizione fondamentale, irripetibile e sola tramandabile. Invece lo spirito umano è atto, se coltivato colla retta ascesi, ad illuminarsi in ogni tempo d’intuizioni verticali d’eterni principî, che la tradizione riceve fa suoi e tramanda, poiché non è statica, immobile. Senza questa possibilità, l’ascesi sarebbe un’illusione ingannevole, ed anche tutta l’opera d’un Julius Evola priva di senso; che invece l’ha, eccome!  

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Categorie: Libreria, Recensione

Pubblicato da Ereticamente il 29 Maggio 2017

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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