Una Ahnenerbe casalinga, quarantacinquesima parte – Fabio Calabrese

Una Ahnenerbe casalinga, quarantacinquesima parte – Fabio Calabrese

Abbiamo alle spalle un periodo particolarmente intenso per quanto riguarda lo studio delle origini, un periodo nel quale sembra davvero che il mistero e l’incertezza creati dal trascorrere del tempo sull’origine dei nostri più lontani antenati, siano sul punto di squarciarsi lasciandoci intravedere un paesaggio nuovo e imprevisto.

Abbiamo cominciato questa fase sorprendente con la scoperta da parte di speleologi francesi del doppio circolo di stalagmiti nella grotta di Bruniquel, quella che possiamo considerare la prima struttura architettonica del mondo, risalente a 175.000 anni fa, opera dell’uomo di neanderthal, che ci induce non solo a rivalutare l’abilità costruttiva di questo nostro lontano antenato, ma, considerando il fatto che è stata realizzata in un ambiente sotterraneo, lavorando a grande profondità alla luce delle torce e non sembra aver avuto una qualche utilità pratica immediata, ma si trattava verosimilmente di un luogo di culto, il più antico tempio conosciuto potremmo dire, ci apre uno spiraglio sul mondo spirituale e interiore di questi uomini di tempi lontani verosimilmente molto più simili a noi di quel che avevamo finora creduto.

Era forse prevedibile. Le notizie più interessanti e maggiormente capaci di sconvolgere il quadro che finora presumevamo di conoscere, o ci era stato imposto, delle nostre origini, sono venute e stanno venendo dalla genetica dallo studio del DNA: la scoperta, dallo studio del DNA di resti di neanderthaliani provenienti dalla regione siberiana dell’Altai, di tracce dell’incrocio con sapiens di tipo Cro Magnon risalente a 100.000 anni fa, e dunque il fatto che questi ultimi erano presenti nell’Eurasia settentrionale ben prima di quanto prevedesse la “teoria” dell’Out of Africa, e infine – ciliegina sulla torta, potremmo dire – sempre riscontrate a livello genetico, in alcune popolazioni asiatiche, le tracce di un per ora misterioso “quarto antenato” dell’umanità attuale diverso dai tre finora conosciuti: Cro Magnon, Neanderhal, Denisova.

Considerando il principio della deriva genetica, cioè che man mano che popolazioni satelliti si staccano da una popolazione ancestrale, vi è una perdita di variabilità genetica, questi indizi puntano in una direzione precisa, indicano la culla ancestrale dell’umanità non in Africa ma nelle regioni settentrionali dell’Eurasia, regioni che in passato dovevano godere di un clima molto più favorevole all’insediamento umano di quello attuale.

Veramente, se a parlare fossero semplicemente i dati di fatto e non il pregiudizio ideologico, l’Out of Africa andrebbe completamente ripudiata, ma sappiamo che questa versione della nostra storia come specie non è nata da dati scientifici ma, “per battere il razzismo”, cioè nell’ipocrita linguaggio orwelliano della democrazia, la constatazione che le razze umane esistono, nella prospettiva dell’imposizione dell’universale meticciato.

Quanto più approfondiamo la conoscenza del genoma delle popolazioni antiche, tante più cose sorprendenti e inaspettate scopriamo, ad esempio, secondo un articolo recentemente apparso su “Le scienze” (pubblicazione di estrema, estremissima destra, come tutti sanno), l’apporto dei nostri antenati neanderthaliani e denisoviani non avrebbe soltanto irrobustito il nostro sistema immunitario, ma in particolare un gene che abbiamo ereditato dall’uomo di neanderthal avrebbe la funzione di prevenire disturbi psichiatrici come la schizofrenia. Sarà mica per questo che tra i neri subsahariani che non hanno potuto beneficiare di un tale apporto, i casi tipo Kabobo sono alquanto più frequenti che fra caucasici e mongolici, eredi di Neanderthal e di Denisova?

Veramente c’è da pensare che qualunque dio presieda alle vicende umane, debba avere uno spiccato senso dell’umorismo: “l’antirazzismo” africano-centrico si traduce in una esaltazione della “pura linea africana” in confronto a noi ibridi di Neanderthal e di Denisova (per non dire del “quarto antenato” ancora da identificare), cioè in un razzismo biologico che avrebbe fatto arrossire un positivista del XIX secolo.

Oltre e ciò va aggiunto che in questo periodo a cavallo tra gennaio e marzo 2017, noi qui a Trieste, questa città indubbiamente piccola e marginale nel contesto italiano, eppure per certi versi sorprendentemente viva dal punto di vista intellettuale, abbiamo avuto un bel po’ di attività, la conferenza, seguitissima, dell’amico Michele Ruzzai del 27 gennaio su “Le radici antiche degli indoeuropei” a cui è seguita il 24 febbraio “Patria artica o madre Africa?”, una decisa confutazione della “teoria” africano-centrica delle nostre origini. Infine, a chiudere il cerchio, o meglio il triangolo, la mia conferenza dell’11 marzo “Alle origini dell’Europa”.

Non ci eravamo proprio messi d’accordo, ma proprio a mezzo fra le due conferenze di Michele Ruzzai, sabato 18 febbraio c’è stata al New Age Center la conferenza di Antonio Scarfone, cosmologo e docente della California University (uno dei non pochi cervelli che questa nostra Italia ha costretto a emigrare all’estero per trovare una collocazione professionale adeguata) su “Epicentro Mu”, conferenza di presentazione del suo omonimo libro, che ha affrontato un tema, quello dei continenti perduti e delle remote civiltà scomparse prima dell’inizio della storia ufficiale, tema che si salda molto bene alle nostre problematiche, perché confuta lo schema semplicistico delle origini sostenuto dall’ortodossia ufficiale, e anche perché dimostra tutta l’illusorietà della mitologia progressista che vorrebbe vedere nella storia uno sviluppo in costante ascesa.

Cosa strana, ma sembra davvero che in questo periodo il dio delle coincidenze abbia fatto gli straordinari, quasi in contemporanea, la rivista “Atlanthean Gardens”, quella stessa che ha reso note nel mondo occidentale le ricerche dei genetisti russi  A. Klysov e I. Rozanskij che smentiscono l’Out of Africa, ha reso nota una ricerca statunitense che avrebbe individuato un tipo di aplogruppo mitocondriale comune solo al alcune popolazioni americane native delle costa orientale degli USA di oggi e ai Baschi, cosa che si spiegherebbe solo con l’esistenza di una terra oggi scomparsa che abbia fatto da ponte fra le coste orientali dell’America e quelle occidentali dell’Europa, cui è difficile dare qualche altro nome se non quello di Atlantide.

Dopo un periodo così intenso, è ora forse il momento di soffermarsi ad approfondire qualche punto.

Come ricorderete, nella quarantaduesima parte avevo ripreso in mano la tematica dello sfondo più generale in cui si situa il divenire delle forme viventi e quindi anche della nostra specie. Credo di avervi spiegato più volte il concetto che la concezione evoluzionista-progressista così come è comunemente diffusa, in realtà è un fraintendimento o una falsificazione dell’autentica teoria di Darwin, che tende a sottolineare il presunto aspetto ascendente delle trasformazioni che avvengono nel mondo vivente, a vedere ogni cambiamento come bene (cosa che il grande naturalista inglese si è sempre ben guardato dal pensare), e in compenso preferisce ignorare certi aspetti “sgradevoli” della teoria darwiniana: la selezione naturale, la lotta per l’esistenza, la sopravvivenza del più adatto, concetti che falciano l’erba sotto i piedi al buonismo-progressismo-democraticismo di matrice cristiana, e la tendenza insita nei viventi a trasmettere alle generazioni future il proprio genoma, non quello di chicchessia (da questo punto di vista, i genitori adottivi che allevano dedicandogli tempo ed energie un figlio non proprio, specialmente se con un genoma lontano dal loro, come nel caso delle adozioni internazionali fatte nel Terzo Mondo, sono un fallimento dal punto di vista biologico tanto quanto una coppia di uccellini il cui nido è stato parassitato da un cuculo).

D’altro canto, Julius Evola spiegava che la comparsa man mano che si procede nel tempo, di tipi viventi più complessi, può essere spiegata con il decadere nella materialità di entità di livello man mano superiori, e quindi quella che leggeremmo come evoluzione sarebbe in realtà decadenza. Un punto di vista evidentemente troppo difficile per molti suoi discepoli che si sono ridotti a cascare nel creazionismo puro e semplice aprendosi la strada (non soltanto per questo motivo, ovviamente) per un ritorno alla mentalità cristiana-abramitica, ma si può dire che in realtà non hanno mai capito Evola così come i progressisti (a cominciare da Marx, che di scienze non capiva nulla) non hanno mai capito Darwin.

Concludevo (e scusatemi l’auto-citazione):

Se noi invece siamo capaci di coniugare la concezione evoliana genuina con la visione “non-buonista” del darwinismo (che in campo filosofico è rappresentata a mio parere soprattutto da Nietzsche), disporremo di un’arma formidabile capace di spazzare via tutte le chimere cristiane-democratiche-marxiste-progressiste”.

A margine della conferenza del 24 febbraio, ho avuto modo di riprendere l’argomento con Michele Ruzzai. A parere di Michele, il punto di vista da me espresso sarebbe accettabile però con un’importante precisazione. L’adattamento all’ambiente degli esseri viventi indubbiamente esiste, ma non ha un significato evolutivo. Man mano che un essere si adatta a una nicchia ecologica, cioè “si specializza”, così facendo si chiude altre possibilità in grado progressivamente maggiore. Per fare un esempio, la zampa di un cavallo, l’ala di un pipistrello, la pinna di un delfino, derivano tutte da un arto primitivo simile alla mano umana. Noi non potremo mai correre come un cavallo, volare come un pipistrello, nuotare come un delfino: i nostri arti non sono così specializzati, ma i nostri arti ci permettono una versatilità di funzioni che queste creature hanno perso.

L’uomo non è l’essere più evoluto, ma potremmo dire il più primitivo, quello che ha meno deviato da un modello ancestrale.

Lo stesso concetto di ancestralità in opposizione ad adattamento-deviazione da un modello originario, lo si può applicare su scala minore all’interno della nostra specie. Partendo da questo presupposto e sapendo che la culla ancestrale della nostra specie va cercata non in Africa ma nell’Eurasia settentrionale, nelle regioni circum-polari (in un’epoca in cui esse avevano un clima molto diverso da quello attuale), è ragionevole la supposizione che proprio l’uomo cucasico-europide sia quello maggiormente rimasto fedele al modello originario della nostra specie.

Come avete visto, io in queste pagine ho fatto spesso riferimento al gruppo facebook “MANvantara” creato da Michele Ruzzai per dare spazio a queste tematiche, ma perlopiù ho evitato ed evito di riportare singoli articoli qui comparsi, sia per evitare doppioni, sia perché penso sia preferibile rimandarvi direttamente agli scritti che qui compaiono. Stavolta facciamo un’eccezione.

Recensendo il libro Le razze umane, origine e diffusione di Georg Glowatzki (Editrice La Scuola, 1977), Michele ha scritto:

In merito alle popolazioni di piccola statura stanziate nelle zone tropicali asiatiche, a pag. 54 Glowatzki ricorda i Veddidi (presenti soprattutto in India), che da alcuni antropologi vengono considerati europidi, mentre altri li definiscono “protoaustraloidi”, è tuttavia notevole il fatto, segnalato dall’autore, che scheletri veddidi sarebbero stati rinvenuti anche in Mesopotamia. Si può quindi ipotizzare una loro antica diffusione ben maggiore rispetto a quella odierna”.

Una piccola osservazione a margine: si tratta di un testo che risale a quarant’anni fa, oggi semplicemente non sarebbe consentito parlare di razze, e caso mai ci aspetteremmo di veder pubblicato un libro del genere da qualche editore “di Area”, non certo da una casa editrice generalista rivolta al grande pubblico come “La Scuola”. La cosiddetta democrazia nella quale viviamo coincide sempre con il restringimento della circolazione delle idee e delle informazioni, e in ultimo della capacità di pensare.

Io mi sentirei di avanzare l’ipotesi che i Veddidi rappresentino un tipo di transizione che va dall’europide all’australoide, così come ad esempio gli Ainu del Giappone potrebbero rappresentare un altro tipo di transizione che va dall’europide al mongolico. Si può anche ricordare che gli antenati degli Amerindi che migrarono dall’Asia nelle Americhe circa 20.000 anni fa, presentavano un grado di mongolizzazione imperfetto; tra i loro discendenti, ad esempio la plica mongolica, il famoso occhio a mandorla, è quasi del tutto assente. Tutti questi elementi rafforzano l’idea dell’ancestralità del tipo europide rispetto agli altri gruppi umani.

Che strano! Non è davvero sorprendente che quanto più si approfondisce la nostra conoscenza in proposito, tanto meno l’immagine del nostro passato e di noi stessi che ne ricaviamo, somiglia sempre meno a quel che l’ortodossia oggi dominante e che si pretende “scientifica” vorrebbe imporci di credere, e invece somiglia sempre di più a ciò che hanno da dirci al riguardo le dottrine tradizionali?

NOTA: Nelle illustrazioni che corredano questo articolo vediamo la copertina del libro di Antonio Scarfone Epicentro Mu, di cui la conferenza di sabato 18 febbraio al New Age Center è stata la presentazione, poi alcuni moai, le gigantesche statue busti dell’Isola di Pasqua. Scarfone riferisce che secondo le leggende dei nativi di origine polinesiana che oggi abitano l’isola, quando i loro antenati giunsero sull’isola, i moai “erano già lì”. Secondo Scarfone i moai sarebbero un residuo dell’antico continente Mu di cui l’isola un tempo avrebbe fatto parte.

Anche in questo caso una domanda va ovviamente posta: per quale motivo l’archeologia e la “scienza” ufficiali tendono a scartare come fonti di informazione utili a ricostruire il passato le tradizioni dei popoli i cui antenati furono protagonisti o assistettero agli eventi che si vogliono indagare? Non è la stessa cosa, faceva notare Michele Ruzzai, che indagare su di un incidente o su di un delitto scartando in blocco tutte le testimonianze?

La risposta è semplice: l’idea stessa di una civiltà antica di 40.000 anni come sarebbe stata quella dell’ipotetico continente Mu, sarebbe già da sola sufficiente a scardinare “il mito” progressista che vogliono imporci a tutti i costi della storia umana come processo lineare e ascendente.

L’altra illustrazione riporta invece alcune fisionomia veddidi. Riprendo questa immagine da “MANvantara”, ma la sua fonte originale è il libro di Georg Glowatzki  Le razze umane, origine e diffusione.

 

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Categorie: Ahnenerbe

Pubblicato da Fabio Calabrese il 3 Aprile 2017

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. ALFONSO DE FILIPPI

    credo che sia ormai assodato che i moai di Rapa Nui risalgano solo a pochi secoli or sono.una visita all’isola mi ha tolto ogni dubbio

  2. Fabio Calabrese

    Caro De Filippi, riguardo ai moai, ho riportato quanto asserito da Antonio Scarfone, ma non me ne assumo la responsabilità.

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