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I vincitori e i ‘buoni’ libri dalla parte dei vinti… – Mario Michele Merlino

I vincitori e i ‘buoni’ libri dalla parte dei vinti… – Mario Michele Merlino

I vincitori e i ‘buoni’ libri dalla parte dei vinti… A sfregio anche formale la delegazione tedesca fu costretta ad entrare nel palazzo di Versailles da una porta di servizio. Era il 28 giugno del 1919. E attraverso i corridoi e lungo le scale, ai due lati, invalidi di guerra dal volto orrendamente mutilato perché il popolo tedesco, tramite i rappresentanti della giovane repubblica di Weimar, se ne facesse carico e colpa perenni. Così venne firmato nella Galleria degli Specchi quel trattato di pace che fu premessa ineluttabile di nuovi lutti e contese e della Seconda Guerra Mondiale. Per dirla con lo storico Ernst Nolte si diede avvio a quella ‘guerra civile europea’ da cui il vecchio continente, protagonista delle vicende del mondo, venne estromesso declassato immiserito. La Finis Europae, fra le macerie di Berlino nell’aprile ’45, come amava ripetere l’amico Adriano Romualdi. Soprattutto per gli articoli 227 – la Germania fu accusata di ‘offesa suprema alla morale internazionale’ – e 231 – dove venne additata quale unica responsabile del conflitto.

Ogni guerra porta con sé i suoi cantori; ogni dopoguerra la narrazione. Eco alta e nobile così come enfatica retorica distruttiva. Opere che si elevano oltre il tempo e le circostanze divenendo patrimonio di una biblioteca universale, per dirla con lo scrittore argentino Jorge Luis Borges. Oppure destinate a svanire come la memoria abbandona i luoghi del conflitto, liberatasi dalle passioni della carne. Penso a Nelle tempeste d’acciaio di Ernst Juenger; penso a I Proscritti di Ernst von Salomon, la cui edizione in Italia avvenne solo nella primavera del 1943 e di cui conservo geloso una copia. Il libro di Juenger fu tanto apprezzato da Hitler che di suo pugno ne cancellò il nome dalla lista dei congiurati da giustiziare dopo il fallito attentato del luglio ’44. Di entrambi ho scritto qui, su Ereticamente, per cui non vi tornerò di nuovo così come di quel Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque, collocato sul fronte opposto, cioè contro la disperazione e gli orrori della trincea.

I vincitori e i vinti.

Quando, nel 1936, una sconosciuta giornalista americana, Margareth Mitchell, dà alle stampe il suo primo ed unico romanzo (nel 1949, ad Atlanta in Georgia, verrà investita mortalmente da un taxista ubriaco), sono passati ottanta anni dalla fine della guerra di secessione (1861-1865). La più cruenta e feroce e la sola combattuta sullo stesso territorio USA con i suoi seicento mila morti (recenti studi avanzano la cifra ad oltre 750.000). Basterà confrontare questi numeri con quelli dei soldati caduti durante la prima guerra mondiale – cento cinquanta mila – e della seconda – duecento cinquanta mila. L’anno successivo Via col vento, questo il titolo del libro, che aveva avuto immediato successo di critica e di vendite, vince il premio Pulitzer e, nel ’39, esce il film che ne sancisce il successo in tutto il mondo.

(In Italia arriverà negli anni cinquanta. Credo sia stato il primo film a colori che abbia visto, accompagnato da mia madre, con la merenda in tasca, fila al botteghino. Forse fu anche per le sue immagini, insieme ai fumetti di Oklahoma Jim, che mi innamorai della causa del ‘profondo’ Sud… prima di leggere di Maurice Bardéche Fascismo ’70, con sottotitolo Sparta e i Sudisti, e successivamente Il bianco sole dei vinti di quel Domenique Venner che, per disperata e lucida e profetica protesta, si sparerà il 21 maggio del 2013 all’interno di Notre-Dame. Ricordo come avrei potuto incontrarlo a Trieste nel 2001, avendo organizzato il progetto Atmosfere in nero – gli intellettuali francesi fra le due guerre, ma fu costretto a declinare l’invito in quanto necessitava di un intervento operatorio agli occhi).

I protagonisti sono donne e uomini del Sud, insomma la guerra di secessione, che fa da vivido scenario con lo sconvolgimento di modelli di vita e la devastazione del suo territorio, viene vista e interpretata con gli occhi dei vinti per divenire, ai suoi lettori e all’America tutta, epopea di un popolo e della sua guerra civile. Così un libro sana una ferita che non s’era rimarginata e rimaneva eco di drammi irrisolti. (E’ evidente come l’abrogazione della schiavitù – forza lavoro necessitante il mantenimento delle piantagioni di cotone – fu una scusa perché l’Unione, gli stati industriali del Nord, si imponesse su quelli dediti all’agricoltura e al commercio).

Il racconto dei vinti, una sorta di giustizia postuma e di riscatto e, al contempo, dono ad una intera Nazione. I vinti contro le ragioni della Storia. Senza scomodare teorie e riflessioni storiciste (il vecchio e pedante Hegel è sempre in agguato), il mondo della rivoluzione industriale, delle macchine, dei grandi agglomerati urbani conquistava il futuro e schiacciava sotto ‘il tallone d’acciaio’ il valore della terra con i campi arati e i colori della natura e la misura del tempo con il levarsi del sole e la mutazione eterna delle stagioni… Il motore rombante e il fumo delle ciminiere e la prua d’acciaio della nave e sulle rotaie la locomotiva. Ecco, forse, perché un libro può essere elevato ad immagine di un paese che abbandona l’eco di sangue fratricida e concedere ai vinti, solo sulla carta (!), un peso che le vicende storiche non hanno loro riservato. Forse o è domanda ardita la nostalgia proprio di quanto trascinato nella polvere? Domanda, la più autentica, la più originaria…

I vincitori e i vinti.

Quando mi andai a iscrivere alla Giovane Italia, 15 ottobre 1960, i combattenti della Repubblica Sociale, molti di loro, erano poco più che trentenni. Ne ricordo alcuni che s’accompagnavano a noi, di notte, quando s’andava ad attaccare manifesti o con la vernice, rigorosamente nera, scrivere sui muri cubitali ‘duce’… E ci raccontavano dei loro eroismi patimenti dei sogni e delle illusioni le canzoni e le parole d’ordine ‘per l’Onore d’Italia!’ la socializzazione e Mussolini e il Comandante Borghese e Graziani, per il Fascismo o anche senza, sempre in armi. Cuori in camicia nera o indossando di nuovo il grigioverde. Estranei in Patria e noi con loro. E di quelle storie trovammo in piccole latomiche case editrici le parole scritte. Furono il nostro pane quotidiano, di cui mai domi mai sazii. Non è vero che non vi è buona letteratura dopo il ’45, quella dei vinti intendo. Furono quelli autori cacciati all’angolo, dispregiati ignorati, calò su di loro il silenzio, la pesante cappa dell’ottenebramento. Immagine, il luogo comune, icona in negativo, era che fossero pochi e rinnegati e servi e torturatori del tedesco invasore; noi giovanotti, loro ottusi eredi, usi solo a tirar di botte…

Eppure Adriano Bolzoni, già ufficiale degli alpini e corrispondente direttamente agli ordini del Maresciallo Graziani, donava con La guerra dei neri una serie di ‘bozzetti’ di straordinaria efficacia sui vari reparti combattenti nella RSI. Creati dalla sua vena creativa o visti in azione, poco conta. Lo spirito penetra tramite gli occhi nella mente e nel cuore. E non m’è dato dimenticare la trilogia I vinti di Salò di Ugo Franzolin, che mi fu amico importante con la sua vivida memoria e l’onestà intellettuale. Poi i libri di Carlo Mazzantini – A cercar la bella morte venne pubblicato dalla Mondadori nel 1986 – e lo stesso dicasi per La memoria bruciata (1998) di Mario Castellacci, forse perché entrambi seppero destreggiarsi nel mondo accademico all’estero il primo e il secondo in quello dello spettacolo alla RAI. Nulla togliendo all’indubbia qualità della narrazione. ‘Un colore livido su tutte le cose. Il colore sporco della vergogna’, questa è poesia, ben più penetrante di tanto blaterare sull’8 settembre ’43. E lungo sarebbe l’elenco e i meriti d’ogni pubblicazione.

I ‘buoni’ libri dei vinti.

Mi sorge una domanda – retorica forse e probabilmente irrisolta. Quei romanzi, nati nell’immediatezza della fine del conflitto o che ne descrivevano tardivi ‘la voce dei vinti’, erano espressione autentica, pur se polifonica e fra loro sovente in contrasto, di un mondo che vi si riconosceva come si faceva carico della sconfitta o di quella guerra civile pur se lontana ma con i suoi simboli ancora vivi. Tutto questo in Italia, dopo il ’45, non s’è verificato. Festeggiamo una sconfitta con il pretesto che fu atto corale di liberazione… E, se con l’alleato germanico fu sudditanza, con l’invasore a stelle e strisce fu l‘inizio di un diverso e più subdolo servaggio. Allora il vinto non è la faccia altra del medesimo conio, ma deve divenire una sorta di zero assoluto, il puro nulla. ‘Il male assoluto’(visione demoniaca) o, con meno livore e maggiore ipocrisia, colui che si è schierato ‘dalla parte sbagliata’ – con i suoi gesti idee sentimenti parole ricordi. Nulla di umano può essere a lui concesso.

Eppure vi sono dei vinti ‘buoni’ libri…

 

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Categorie: Punte di Freccia

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 26 Aprile 2017

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

Commenti

  1. Caro Mario,
    rifletto molto su quegli anni visto che provengo da una famiglia divisa a metà. Scelte diverse, grandi passioni. Un bisnonno socialista che conobbe e ammiro’ Corridoni, un altro partigiano che quando torno’ a casa fu accusato di essere fascista perché era amico di fascisti e molte molte altre storie. Personalmente, con gli anni, crescendo, in questa mia esistenza mi sento molto vicino alla sua definizione, semplificando, di anarcofascista. Di sicuro abbagliato dall’insegnamento di Brasillach e dalle sue parole di Fresnes. Sarei stato dalla parte dei vinti ma orgoglioso e sorridente.

  2. mario michele merlino

    grazie del tuo personalissimo intervento. fu un mondo diviso da passioni sovente nobili e solo i mestatori e gli imbecilli lo vogliono ridurre in buoni e cattivi…

  3. Naja

    Discorso un po’ lungo per dire che l’Italia è un paese di infami! Hanno screditato il fascismo per nascondere le nefandezze sovietiche, americane, inglesi ecc e tutti i finti storici a leccare il culo ai “vincitori.

  4. mario michele merlino

    non era questo il mio intento, almeno non quello principale. ‘una unità di destino nell’universale’, forse… vero quello che dici, ma io mi sono mosso in ambito ‘culturale’, nel regno ormai misero della carta stampata che mi è congeniale. ciao

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