La bontà dell’italica Lombardia contro le cialtronerie padaniste

La bontà dell’italica Lombardia contro le cialtronerie padaniste

Nel periodo 1996-2001 la Lega Nord si inventò la Padania, cialtronesca trovata propagandistica (successivamente rinnegata non solo da Salvini, badate bene, ma da Bossi e dai fedelissimi per tornare a scodinzolare felici tra le gambe di Berlusconi) pensata per irretire i “militonti” e tutti coloro che credevano realmente che agli opportunisti in cravatta verde potesse importare qualcosa dell’autodeterminazione dei popoli alpino-padani. Questa carnevalata da pratone pontidese, condita da barbe verdi, corna di plastica e travestimenti da Asterix (con tanto di comparse allogene camuffate da vichinghi caricaturali), è stata così farsesca da indurre a credere che l’obiettivo fosse quello di gettare fumo negli occhi banalizzando, invece di difendere, la “questione settentrionale”.

È indubbio che il Nord dell’Italia abbia una propria identità, latente, che fa di esso una sub-nazione all’interno della nazione italiana e che quindi sia degno di difesa, preservazione e promozione non sotto forma di retorica anti-italiana da bar sport ma mediante le armi culturali, metapolitiche e politiche volte ad affermare la natura particolare del Settentrione, certo distinta da quella dell’Italia mediana e dell’Italia meridionale. Sarebbe menzognero parlare di indistinti fratelli d’Italia e di unica famiglia dalle Alpi alla Sicilia, e ciò perché la ricchezza e la forza della nazione italiana stanno nella sua diversità, una diversità che non è “multietnica” in senso stretto ma piuttosto etno-culturale.

Le baggianate leghiste hanno inflazionato questioni molto importanti, non solo inventando una fantomatica verde Padania celtica sorella dell’Irlanda ma anche diffamando il resto dell’Italia, riducendo Roma ad un cumulo di letame governativo e il Sud ad una terra di conquista di tutti i popoli del bacino mediterraneo. Un’operazione commerciale che, oltretutto, non ha portato alcun giovamento al Nord medesimo, tanto che la Lega Nord del 2017 non parla nemmeno più di federalismo. Il partito creato da Bossi negli anni novanta del secolo scorso è il più longevo dell’arco parlamentare ma dopotutto ha fatto una miriade di ribaltoni senza mettere in cascina alcunché. Anzi, i leghisti si sono tramutati in qualcosa di pure peggio dei vecchi maneggioni democristiani, dimostrazione che tutto cambia per non cambiare nulla, come gli stessi pentastellati ci stanno dimostrando oggi. Questi movimenti sono stati utili solo ad uno scopo: fare casino. E ci sono riusciti in pieno.

Il Nord ha una sua peculiare fisionomia (tenendo comunque conto del fatto che tra Liguri e Friulani e Trentini e Romagnoli non c’è esattamente omogeneità), è innegabile; è da 3500 anni nell’orbita dell’italianizzazione (vedi Terramare e Civiltà protovillanoviana) ma per tutta una serie di interessanti aspetti ha identità propria e distinta dal Centro, dal Sud, dalla Sardegna. Il Settentrione, che può essere chiamato “Padania” per mere questioni geografiche – tanto che dovendolo definire etno-culturalmente io preferirei chiamarlo, sic et simpliciter, “Lombardia” – è una terra sub-continentale sia per clima sia per geografia (non è peninsulare) che si colloca a metà strada tra il Mediterraneo e l’Europa centrale; è delimitato a nord, ovest ed est dall’arco alpino e a sud dallo spartiacque appenninico che corre lungo la dicotomia linguistica (e anche in parte genetica) tra mondo romanzo occidentale e quello centro-orientale: la famosa linea Massa-Senigallia o del von Wartburg.

Il clima non è mediterraneo ma sub-mediterraneo (eccetto nell’area costiera ligure) e il bioma ivi presente è quello della foresta temperata continentale, sebbene ormai nella pianura padana di tale foresta planiziale a querco-carpineto non siano rimasti che alcuni scampoli. La cucina presenta riflessi mitteleuropei mentre l’allevamento del maiale rimarca l’eredità gallo-romana così come l’industria del latte e l’allevamento bovino testimoniano l’eredità germanica, segnatamente longobarda. Il consumo di latticini era noto già a Cesare che assaggiò con stupore una pietanza a base di asparagi cosparsi di burro, in quel di Milano, burro che nel mondo romano trovava impiego come cosmetico. Tuttavia è noto anche il consumo di olio d’oliva, dal Lago di Como a quello di Garda.

L’ambito linguistico settentrionale non è propriamente italo-romanzo essendo parte del continuum romanzo occidentale assieme a quello di Francia e penisola iberica, segno del sostrato celtico che divide la Romània linguistica in due tronconi. Anche il veneto è ritenuto occidentale, per quanto distinto sia dal gallo-italico sia dal friulano/ladino per una chiara impronta italica paleoveneta. E proprio etno-culturalmente vi sono le precipue differenze tra le genti d’Italia: il Nord è crocevia tra Centro Europa e Mediterraneo, è più continentale, mesolitico ed indogermanico (indi nordico) del resto d’Italia, grazie anche alla superficiale germanizzazione medievale, e non presenta quelle nette influenze elleniche (anche egeo-anatoliche antiche) che invece si riscontrano nel Sud Italia, segnatamente in zone come Salento, Calabria e Sicilia.

Il Medioevo principiato coi Longobardi accomunò il Centro e soprattutto il Nord Italia al resto del continente, inserendolo nel quadro delle dinamiche politiche del Sacro Romano Impero a partire dai Franchi. Il Regno d’Italia medievale, la fazione ghibellina (erede dell’aristocrazia longobarda) e la civiltà comunale modellarono l’identità socioeconomica, e anche culturale, dell’alta Italia differenziandosi dal Meridione del Paese che invece rimase isolato e (spesso) schiacciato dal centralismo statale della corona siculo-napoletana, che inchiodava al latifondo i contadini ausonici. Il Nord non risentì, parimenti, di quegli influssi esterni che lasciarono qualche traccia nell’estremo meridionale quali il fenicio-punico, l’arabo-musulmano, e il già citato influsso greco eccetto quello bizantino che incise nelle lagune venete, in Romagna e nell’area di transizione gallo-marchigiana.

C’è insomma una serie di aspetti peculiari del Settentrione (ulteriormente divisibile in Nord-Ovest propriamente “lombardo” e Nord-Est reto-venetico con influenze mittel) che costituisce la peculiare identità sub-nazionale in termini sia ambientali (geografia, clima, ambiente, flora e fauna), e cioè di Suolo, sia in termini antropici (interazione uomo-territorio, enogastronomia, forme di insediamento e modifiche del paesaggio naturale) ed etnici, e cioè di Sangue (etnia, antropologia, genetica), per non parlare di quelli culturali, e dunque di Spirito (la mentalità, l’indole, la lingua, la visione del mondo e così via).

Porre una questione di questo tipo, a proposito di Nord Italia, è un conto e troverebbe suo degno coronamento in un patto etno-federale tra genti italiane (anche perché si tratta di razionale riscontro delle ovvie differenze che costituiscono l’eterogenea natura italica), inventarsi la Padania verde, leghista, secessionista è già un altro paio di maniche perché in tal caso si sfocia nella crassa ignoranza politicizzata e strumentale che non porta a nulla di buono, né per il Nord né pel resto d’Italia. Inaccettabile pensare di ridurre Italia, Italiani e italianità (ossia qualcosa di plurimillenario, anche sei furbastri leghistoidi vorrebbero far credere che gli Italiani nascano con gli inciuci tra Garibaldi e Savoia) a becerume da osteria o a fuffa statolatrica che non riguarda i Settentrionali, perché significherebbe saltare a piè pari un lunghissimo periodo di acculturazione etrusco-romana, repubblicana, imperiale e anche medievale in rinnovata chiave imperiale (italo-germanica) che ha riguardato anche il Nord, tanto che la memoria aristocratica dell’Italia romana – e il nome stesso di Italia – dal Medioevo rimasero patrimonio più centro-settentrionale che mediano e meridionale, essendoci lo Stato della Chiesa a Roma e il regno, innestato sulla base grecizzante, nel Mezzogiorno.

Il Nord Italia ha un suo profilo identitario peculiare, ed è innegabile, che potrebbe essere riassunto nel termine medievale (nella sua accezione primeva) di “Lombardia”, ma è altrettanto innegabile che sin dall’antichità esso è parte integrante di ciò che chiamiamo Italia, essendone oltretutto cervello, motore, eccellenza (pur con le sue brave contraddizioni) che potrebbe mantenere un ruolo di primo piano nella politica nazionale grazie ad un’armonizzazione statuale in senso etno-federale. La nazione viene prima dello stato, ed è per questo che se il secondo non aderisce al meglio a quella che è la natura etnonazionale diventa una gabbia in cui i popoli languono azzannandosi l’un l’altro invece di esprimersi per dare il meglio di sé. La Lega in ciò ha fallito miseramente ed è un’esperienza da archiviare per cercare invece un patto comune senza odio e risentimenti tra Nord, Centro e Sud affinché l’Italia sia degli Italiani e le identità etno-culturali di ciascuna gente italica siano rispettate anche e soprattutto per il buon nome del Paese e della sua storia ed etnogenesi.

Ave Italia!

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Categorie: Etnonazionalismo

Pubblicato da Paolo Sizzi il 19 Marzo 2017

Paolo Sizzi

Lombardo orobico, Italiano, Europeo, classe 1984. Letterato, sulla Rete dal 2006, da sempre cultore di valori identitari e tradizionali. Senza rinnegare la formazione völkisch evolve il pensiero nell’Italianesimo Sangue e Suolo, coerente con un disegno etnonazionale federalista. Appassionato di antro-genetica, si definisce Nordomediterranide, fusione di elementi ario-italici/celtici con il sostrato ligure. E la Lombardia è proprio questo: una terra ligure e alpina arianizzata da Celti e Italico-Romani, e con un benefico tocco germanico.

Commenti

  1. Giorgio Andretta

    Sig. Sizzi,
    sono genericamente d’accordo con ciò che lei ha espresso nell’articolo che ci ospita, ma le tengo a chiedere di enumerarmi, gentilmente, le caratteristiche che accomunano noi Serenissimi con i lombardi ed i piemontesi che geograficamente parlando compongono il nord italiano o la padania di bossiana memoria.
    Grazie per quanto riterrà rispondermi.

    • Premetto che, come ho scritto altrove, il Nord si può dividere in due grandi tronconi etno-regionali: Lombardia “etnica”, per così dire, e Venethia perché è chiaro che vi siano peculiarità che distinguono il nordovest dal nordest, ci mancherebbe pure. Tuttavia, come ho esposto nel presente scritto, è innegabile che (al di là della Panzania leghista) vi siano diversi elementi in comune tra i due tronconi settentrionali, elementi che ho già citato nel testo ma che posso tranquillamente riprendere qui: la geografia (terra continentale, non peninsulare), il clima (subcontinentale, non mediterraneo come nella penisola), il bioma (foresta temperata, non macchia mediterranea), il comune sostrato celtico (esistente anche nel nordest, sebbene più flebile di quello a occidente, in particolare nel Veneto centrosettentrionale e in Friuli), la dicitura medievale di Lombardia (che accomunava Milanesi e Padovani, Vercellesi e Trentini, Ferraresi e Veronesi, e infatti all’estero i Lombardi medievali erano i “padani”, talvolta in coppia coi Toscani), l’esperienza comunale e delle leghe guelfe anti-imperiali con tanto di simbologia crociata (si pensi alla frequenza delle croci di San Giorgio o di San Giovanni, a seconda degli orientamenti politici), la genetica (nei cluster ovest ed est “matchano” come si suol dire), l’antropologia fisica (tipi alpino-dinarici e atlanto-mediterranei), la prossimità linguistica tra gallo-italico e veneto (tanto che il Nord tutto è denominato “terra del mi”), i riflessi culturali mitteleuropei (nella gastronomia, negli usi e costumi, nell’industria del latte, nella mentalità del lavoro), le vicende storiche anche (Gallia cisalpina, Langobardia maior, dominio visconteo o repubblica marciana, il Lombardo-Veneto)… Ce ne sono di aspetti, a meno che lei dicendo “serenissimi” intendesse i meri lagunari veneziani come sacca bizantina al pari dell’antico esarcato romagnolo. Ma nonostante questo anche a Venezia e in Romagna siamo in Italia settentrionale e di elementi in comune col resto del Nord ve ne sono. Ciò nonostante, ripeto, possiamo tranquillamente distinguere nordovest da nordest, tanto che in un’ipotetica suddivisione etno-regionale del territorio nazionale opterei per Lombardia (nordovest), Venethia (nordest), Etruria (Italia mediana e Toscana), Ausonia (Sud), Enotria (estremo Sud) e Sardegna.

  2. Giorgio Andretta

    La ringrazio per l’ampia precisazione territoriale ed etno-linguistica, meno per le peculiarità che diversificano le enclave, infatti le raccomando, qualora venisse in Veneto e specialmente nella laguna, di non assimilarli ai romagnoli, si riterrebbero offesi.

    • No no, accomunavo per questioni storico-geografiche: i lagunari sono una cosa, i romagnoli un’altra (tanto più che anche i gallo-marchigiani di transizione sono ritenuti romagnoli storici, e sono ancor più distanti dai Veneti costieri). Il continuum è tra Emilia e Romagna, e infatti i romagnoli li inserirei nell’area nordoccidentale, non in quella del Triveneto.

  3. Giorgio Andretta

    Nel 1987 con l’avvento della Lega di Bossi mi trovavo a Marghera (VE) e nel parlare, in attesa di poter entrare al porto industriale, sono stato redarguito da un presente solamente perché consideravo i rovigoti (abitanti della provincia di Rovigo divisi da quelli di Venezia solo dal fiume Brenta) padani, Sono terroni, ha urlato al mio indirizzo, solo quel testa di c@tzo del Senatur può considerarli del nord. D’altronde questo è populismo non degno di partecipare al consesso sociale. Solo gli eletti sono degni di parteciparvi.

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