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Feldpost – Mario Michele Merlino

Feldpost – Mario Michele Merlino

Mi telefona Maurizio. E’ uscito presso Ritter, leggo gennaio 2016, Feldpost, appunti di un soldato politico, di Léon Degrelle. Ne ha curato l’introduzione, ci tiene a dirlo. Un segno di legittima civetteria, che da scrittore apprezzo; un gesto di cameratismo sincero. Quest’ultimo, merce rara, in tempi di degrado di uomini e idee di ciò che, un tempo, si definiva ‘l’area’… Mi traccia rapido la natura – oltre che il contenuto – di queste novanta o poco più pagine. N’è entusiasta, come lo è Maurizio ogni volta che affronta un analogo argomento. C’è in lui il militante che sa riconoscere abbeverarsi trasmettere l’immagine di uomini e vicende che furono scontro di Titani, di guerrieri che seppero coniugare la crescita interiore con il gusto estremo del combattimento. Si parla dell’autore. Per ciascuno di noi incontrarlo divenne occasione mancata. ‘Non mi sentivo pronto ad affrontare la sua grandezza’, mi confida; meno nobile la mia, lo riconosco, motivazione…

Sono in Spagna, a Barcellona. ‘Con le strade brulle e rosse’, come poetava Brasillach ne Il testamento di un condannato, 22 gennaio 1945, nella cella n.77 del carcere di Fresnes, quindici giorni prima d’essere legato al palo e, davanti a sé, le dodici bocche di moschetti avide del suo sangue giovane e generoso. E Barcellona mi affascina, mi intriga, tento penetrare in quelle atmosfere di vicoli aperti nella notte e di profumi e di spezie e di salmastro e di orizzonti da travalicare. E, poi, non sono solo. Da Madrid i camerati reclamano la mia presenza; mi attardo, prendo tempo. Mi sollecitano con il comunicarmi che c’è nella capitale Léon Degrelle. L’occasione mancata. Quando mi decido a partire, se n’è ritornato a Malaga. Oggi mi pento; allora le ondate ormonali della mia giovinezza trovavano compensazione e m’appagavano. (Ah! Ferdinand… lei finché vive, andrà tra le gambe delle donne a cercare il segreto del mondo!’ e come ho avvertito mia questa espressione di Céline).

Feldpost. Il titolo ricorda la carta da lettere in dotazione ai soldati, il timbro è quello dell’esercito tedesco, della Wehrmacht. (Va ricordato come i volontari valloni, così come di altre nazionalità, indossino l’uniforme feldgrau in quanto, non essendo in guerra i loro paesi contro l’Unione Sovietica, non potrebbero accampare il ruolo di belligeranti e subire, di conseguenza, la medesima sorte delle bande partigiane). Dei foglietti ingialliti, scritti tra un combattimento e la caccia ai partigiani nelle foreste, tra una marcia nel fango o sul ghiaccio e il fragile e precario riposo in qualche isba o edificio dai vetri rotti, il freddo che penetra nelle ossa i pidocchi il nudo pavimento o una manciata di paglia.

Annotazioni rapide, vergate alla luce tenue di un mozzicone di candela, senza tempo e cura di dare loro migliore stile e maggiore respiro. Certo – e Maurizio l’evidenzia – non raggiungono l‘apice, la forza spirituale, l’aderenza tra la guerra interiore e quella che vede uomini contro, la capacità di coinvolgimento di cui ‘eccelle senza ombra di dubbio Militia’. Eppure esse appartengono, a pieno diritto, all’universo inflessibile e coerente di Degrelle, del soldato sul fronte dell’Est e, successivamente, dei decenni del lungo tormentato esilio in terra si Spagna. Sono, dunque, anch’esse la sua voce, una lezione di stile, un monito verso tutti coloro – in guerra e in quest’epoca fiacca e vile – che hanno deciso d’essere alto e altro modo. E, senza false ipocrisie imbecilli e con animo forse un po’ presuntuoso – consentitemi – ‘ci’ appartengono.

‘Sono qui – annota – perché l’ideale che mi bruciava alla partenza mi rende tuttora assai insopportabile l’atmosfera soffocante dall’odore di muffa del vecchio universo borghese che muore’. E, volgendosi al tramonto della propria esistenza, lo sguardo sereno e l’ampio sorriso (così mi appare in una fotografia con dedica), può dirci: ‘Ho voluto riempirmi l’anima di grandezza. E’ un cibo che costa caro. Ne pago il conto. La fortuna che ho avuto di seguire la mia vocazione, di forgiarmi un alto destino, compensa le più sferzanti amarezze. Considero, con gli occhi chiari, questa vita che mi ha dato un massimo di tormenti e di gioie. Ricapitolo. Ne valeva la pena. Sono felice Ma sì, sono felice’.

Né beoti idioti né stucchevoli pessimismi – la vita si rende in dura e costante lotta. E, come insegnava Seneca: ‘Non chiedere agli dei una vita priva d’affanni, ma un animo grande’. In questa consapevolezza risiede la felicità possibile – e da non confondersi con quella che pretendono imporci, quasi fosse un dogma, con la Bibbia in mano e il cuore a forma di portafoglio. Ignota ai più, oscura profonda umile. Un dono in sé, un dono per gli altri. Ancora Degrelle, ancora in Feldpost. Sottoscrivo: ‘Virtù, grandezza, felicità, tutto ruota intorno a ciò: donarsi, completamente, sempre, fare ciò che si deve fare, coraggiosamente, con il massimo impegno, anche se l’oggetto del dovere è senza grandezza apparente. Ovunque si sia, in alto o in basso, civili o soldati, uomini o donne, il problema è esattamente lo stesso: è il dono che rende le anime limpide o le anime torbide e sporche’. Nietzsche avrebbe inteso ‘al di là del bene e del male’…

Nel 1980, per le Edizioni di Ar, esce La nostra Europa. Anche questo libro di esile formato. Sono passati circa quarant’anni da quando Degrelle scrive gli appunti poi raccolti in Feldpost (settembre 1941-3 febbraio 1942); sono ormai quasi quaranta anni da La nostra Europa. Eppure, anche qui, parole simili a pietre, medesime le idee medesimi gli intenti… ‘Siamo qui per le battaglie di oggi, ma anche per quelle di domani. Siamo qui, perché nelle nostre trincee di ghiaccio si lotta, si vuole, si crede, ci si dona. Siamo qui, perché qui, almeno, si respira!’. E, ricordando l’esperienza del fronte, trentacinque anni dopo la fine del conflitto, poteva scrivere, fiero e sicuro: ‘Questo milione di Waffen SS doveva necessariamente comporre dopo la vittoria l’armatura della nuova Europa. Esse si accingevano a costituire la forza, il potere, lo spirito politico, la volontà dell’Europa unificata’. E così di seguito. D’altronde chi lo conosce, chi s’è accostato alla persona e ai suoi scritti, chi l’ha inteso e, soprattutto, s’è sforzato di farlo ‘suo’, non abbisogna di ulteriori citazioni, rimandi, richiami…

Nel 2004, Edizioni Settimo Sigillo, pubblico Inquieto Novecento in collaborazione con l’amico Rodolfo Sideri. Un ‘buon’ libro, come avrebbe suggerito il Nietzsche di Ecce Homo, prossimo alla follia. Una sorta di antologia a dimostrazione come la cifra del ‘900, quella della cultura e non solo, appartenga a pieno diritto a quegli intellettuali – termine ambiguo e riduttivo – che furono ‘tentati’ dal Fascismo. E ne omettemmo tanti, per negligenza e spazio editoriale. E non casualmente, negli ultimi due capitoli compaiono le figure di José Antonio e del Capitano Codreanu e del D’Annunzio della epopea di Fiume e, va da sé, di Léon Degrelle. Uomini di idee; uomini d’azione che, a ben rendere, sono espressione di quel ‘realismo eroico’ che ci fu insegnato, quando eravamo ancora esili e timorosi adolescenti, ad apprezzare.

La pietra spinta al fondo prende velocità, tracima con sé altre pietre, si trasforma in valanga… Da Inquieto Novecento sono trascorsi appena tredici anni – eppure fu libro che strappò giudizio più che lusinghiero a Giano Accame, per natura poco sollecito in complimenti. Il deserto… Un mondo in rovina, dove pochi ostinati e poche comunità sopravvivono, testimoni arditi ardenti di questa desolazione. Pubblicare Degrelle ha un senso? E sottolinearne la figura, come indica Maurizio, di ‘soldato politico’?

Accostare il termine soldato a quello di politico… Ne rilevo bene il senso. Ci furono uomini – e fra costoro Léon Degrelle – che intesero come rivoluzionaria la guerra a cui donarono il corpo e vi gettarono l’anima. Disciplina interiore in primo luogo, non soltanto cieca obbedienza a ordini sovente ottusi (qui, lo so, prende il sopravvento lo spirito libertario e insofferente che mi ruggisce dentro!). Una Weltanschauung, il cui termine era caro ad Adriano Romualdi il cui mito della battaglia di Berlino, aprile 1945, difesa da Waffen SS europee e giovanissimi della HJ, avrebbe dovuto ridestare la gioventù e opporla ai miti internazionalisti della contestazione. Un andare oltre e sempre avanti per donare un Nuovo Ordine, quel Fascismo ‘immenso e rosso’ tanto caro a Brasillach…

Sognare in grande, illusi forse, ridestarsi in un incubo. I soldati – dove sono? I politici – dove? Gli uni mercenari dei potentati finanziari; gli altri ‘camerieri dei banchieri’. E entrambi servi e non servitori.

A conclusione del capitolo dedicato a Degrelle: ‘Eppure – o, proprio, per questo – la sua lezione di vita rimane in alcuni di noi il segno d’una speranza da mantenere e di una fierezza da proteggere. Insomma – Mi ricordo tre parole che un giorno avevo decifrato su una tomba di marmo nero giù a Damme in Fiandra, dentro una chiesa della mia patria perduta: Etsi mortuus urit’. E Maurizio conclude la sua introduzione così veemente e coinvolta: ‘Possiamo, forse, dubitare di un uomo così? Assolutamente no. Possiamo solo ascoltarlo e in silenzio. Seppur morto, egli arde… Ancora! Nonostante tutto. Nonostante tutti’.

 

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Categorie: Punte di Freccia

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 15 Marzo 2017

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

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