Il Sentiero degli Ariya secondo Roberto Incardona e considerazioni sulla Tradizione Romana – Stefano Sogari

Il Sentiero degli Ariya secondo Roberto Incardona e considerazioni sulla Tradizione Romana – Stefano Sogari

(Intervento nell’ambito della manifestazione “Evola, tra Ascesi e Teurgia”, alla Libreria Ibis di Bologna, Febbraio 2016, nell’ambito della presentazione dello speciale di Vie della Tradizione)

Cari intervenienti in questo dibattito, tale voglio che sia concepito, siamo qui per ri-presentare una opera fondamentale del cammino dell’uomo o donna che si interfacciano nel Mondo della Tradizione, intesa in questo caso come ricerca spirituale nel solco delle fonti della propria identità profonda ed ancestrale. Il testo in esame fu già lanciato, oramai molti anni or sono, forse una generazione fa, in un impeto di attivismo e di coraggiosa ricerca spirituale e sapienziale non disgiunta dalla volontà eroica di riaffermare valori, principi, modalità di vita che non e esaurissero nella mera intellettualità e studio ma che fossero Vita e Azione nel mondo coevo. La Via al Sacro, la Via eroica, la Via degli Ariya e quindi la Via dei Nobili non solo di sangue ma di Spirito, l’Aristocrazia di sangue e di spirito di cui parlano i nostri illustri predecessori, coloro i quali riportarono a terra concetti metastorici di cui i popoli mai cessano, quanto meno nelle nicchie che ne rappresentino le forze migliori, di abbeverarsi, sempre nei periodi in cui essi siano lucidamente anelanti all’Origine del proprio Ethnos ed Ethos. Abbiamo ben nota la grande Teoria delle origini Arie della civiltà europea, origini confortate da autori come Dumezil giungendo al De Benoist, passando per l’irrinunciabile opera di Evola quando ci illustra in varie opere il significato profondo del termine “Ariya”, significato che trascende il puro dato etno-razziale, pur importante sul piano della genesi dei popoli e del relativi destini, per segnalare le qualità profonde di uno stato umano e di elevazione spirituale in tempi quali quelli che noi viviamo oggi, tempi diversi molto da quelli che lo stesso Evola visse nel suo contesto di vita. Tempi diversi ma vicini, se vogliamo, dato che alcuni semi di disgregazione allora identificabili ed analizzati dall’opera del Barone e dai suoi successori si sono poi inverati in maniera ben visibile e materialmente tangibile. Per questo un testo come quello di cui discettiamo e facciamo analisi e giusta autocritica, oggi, non poteva che essere più decisamente indicato per la missione che l’autore ed il suo sodalizio si erano proposti di soddisfare, a giusto compimento di vita presente e futura.

E noi? Cosa stiamo facendo oggi qui? Decisamente facciamo, a nostro modo e con spirito gioioso, eretico, curioso, guerriero la nostra parte del Tradere un messaggio e nel riportare un contenuto frutto di esperienze e di conoscenza ma anche di valutazioni dato che non siamo alieni dalle nostre vite e dato che ogni Idea si mette a terra plasmando, o venendo plasmata, dal nostro substrato saturnio e materiale, prima che si sia in grado di filtrare l’I-dea stessa in modo da trarne uno sviluppo che si faccia realtà tangibile. Penso che sia questo il fine ultimo dell’autore Roberto Incardona che sappiamo essere stato un fondatore della grande esperienza del Movimento Tradizionale Romano e che, tutt’ora vive la sua esperienza nel nome della Tradizione da ricercatore ed attualizzatore. Una domanda che l’autore ha posto a sé stesso, prima di porla ai lettori di allora e di oggi, in modo coerentemente diverso se analizziamo contenuti e premesse del saggio, è proprio questa: “noi chi siamo oggi? Dove viviamo oggi? Cosa possiamo fare oggi?”. Ma cari sodali e signori io interpreto e rilancio: “quali sono i nostri limiti, OGGI?”. Si, un soldato, anzi un guerriero come PFR nella nota intervista ci disse, non molti anni fa di ritenerci fortunati e di vivere con il giusto spirito l’epoca che giudichiamo grama e malefica:

Ora, è grande fortuna per noi trovarci in quello che gli Indiani chiamano il Kali-yuga, cioè l’epoca – yuga – della caligine – kali vuol dire l’oscuramento nella caligine totale. Perché? Perché noi dobbiamo attuare quel miracolo che i sapienti antichi non potevano attuare perché essi si trovavano in un mondo spirituale. Mentre noi ci troviamo immersi nel mondo più duramente materiale, più brutalmente, direi non soltanto subumano, ma subanimale. Quindi, noi abbiamo il compito che è il compito più arduo, che è il compito del moderno uomo di Occidente.” (frase di Pio Filippani Ronconi, citata in una ben nota intervista giornalistica a Stefano Arcella a cura di Maurizio Vitiello di Positano News nel mese di febbraio 2010).

Signori e sodali tutti, la chiave di tutto è qui e se non comprendiamo questo non comprendiamo il testo né nella accezione del messaggio originario e neppure nell’accezione del messaggio odierno alla luce delle giuste revisioni e ristrutturazioni della proposta che il nostro sodale Roberto, assieme al curatore Luca Valentini, ci stanno segnalando. Noi dobbiamo trasmutare noi stessi e la nostra materia bruta e infestata di pensieri larvali, chi più o chi meno, e limitazioni che i Fati ci hanno messo addosso come dei lucchetti, in occasioni di lotta e di Risveglio. Noi abbiamo delle possibilità me le dobbiamo coltivare e dobbiamo, in buona parte e salvo studi di un certo tipo, riscoprire ciò che è in nostro potere fare per tornare ad essere Ariya, dato che solo una pubblicistica di tipo para-razzista dozzinale può pensare che basti essere un uomo nato in una Matrice occidentale di razza caucasica per avere delle doti innate che lo rendano virtuoso, nobile, umano nel senso di “Vir” e non di mero Homo. L’argomento è complesso, difficile e molto strutturato e meriterebbe uno studio e dei convegni a parte ma non si sfugga al dato che senza un germoglio di ciò che alcuni di noi hanno dentro, germoglio che vivifichi tutti i lati del nostro essere anagrafico trascendendo su piani superiori e metaindividuali, nulla abbiamo in più di un qualsiasi “barbaro”, uso il termine in senso classico e antico non per adeguarmi a parametri odierno-borghesi estranei al nostro consesso.

Non per nulla fu lo stesso Pio Filippani Ronconi a definire dei consigli, nelle note conversazioni con l’Ass Fons Perennis, in merito all’essere “romani” oggi e quindi, di converso, ad essere Ariya in Italia, essendo noi Italiani con una missione storica nazionale ma soprattutto Universale. IL ritorno alla cura di sé, dei propri modi, della propria dinamicità sportiva e quindi piccoli e semplici accorgimenti come il coltivare anche il piacere di escursioni, camminate, marce quando non sport da combattimento ed arti marziali. Il piacere di riscoprire noi stessi sia nell’impegno fisico che nell’attività di meditazione, il meditare ed il contemplare: due concetti strettamente collegati seppur non meramente sovrapponibili ma ineludibili. Questo, se vogliamo, è il nocciolo del testo che ci illustra una Via di Realizzazione nella pratica, che è fisica quanto spirituale, delle discipline Yogiche e quindi nella riscoperta della Tradizione con un crisma di regolarità visibile solo in alcune pratiche tradizionali ancora operative e reperibili. Qui si consuma, forse, lo iato testuale con quella che fu la proposta del mondo tradizionalista in origine, nell’idea dell’autore e nelle analisi circostanziate di molti partecipanti a quelle esperienze: l’idea che un mondo storicamente determinato e, sicuramente, luminoso nel suo messaggio di Civiltà si possa recuperare e riattivare con mezzi di tipo cultuale e religioso ed in forma devozionale, secondo altri. L’autore con coraggio e determinazione oppone una revisione di quella proposta, confermando alcune analisi del curatore del testo che si sommano all’autore medesimo in una, sostanziale, presa di distanza da quella che fu la pretesa di riattivazione di un culto vero e proprio, basato su fonti e studi archeologici, finalizzato alla riattivazione della civiltà del ciclo romano passato. Siamo tutti consapevoli della difficoltà e della impossibilità a mettere una parola finale ad un dibattito simili, nella buona fede dei vari opponenti ma il testo, lo ripetiamo, va letto e meditato in quanto non viene da una fonte critica ma da un partecipante alla rinascita della Via Romana agli Dei.

Il testo, lo ripetiamo, è denso di riferimenti e di confronti in specie sul piano della analisi della eternità dei lasciti sapienziali delle opere vediche e delle Upanishad, come sappiamo bene essere eterno il messaggio eroico e sacrale di Arjuna nel suo dialogo con Krhsna. Ma non mancano avvertimenti a quella che fu la presa di coscienza di molti quando si resero conto, sostanzialmente, che la giustezza della Via Eroica proposta da Evola, per attualizzare il Simbolo Romano e la Pax Deorum non è appannaggio di uomini qualsiasi, pur degni o qualificati, ma missione di Risvegliati di cui, onestamente, mancano le tracce nei tempi odierni ed ultimi. Per questo l’autore del testo rivede alcune opzioni proposte sul piano della riattivazione della Religio per spostare l’ambito della Via al Divino nel solco della Via Ascetica, della Realizzazione attraverso strumenti che godano di crismi di regolarità tradizionale ed iniziatica che mancano, attualmente, ad esperimenti autoreferenziali con velleità autoiniziatiche. Proprio nella stesura di questo intervento mi sono venuti in mente due esempi relativi proprio alla Romanità storica.

Nel primo esempio abbiamo il caso dell’esperienza di “devotio”, non corrispondente alla ben nota  devozione moderna:  la devotio era il massimo esempio di realizzazione divina in terra, tramite una ascesi eroica che ricorda quella delle esperienze nipponiche in campo Bushido. Il noto cavaliere ed eroe Publio Decio Mure si sacrifica e ristabilisce un ordine sovrano tra Terra e Cieli; ordine che era stato violato o che si era deteriorato per questioni cicliche tanto dal causare il rischio di una rovina militare. E’ ben nota la vicenda del cavaliere romano  che, quando si aprì un abisso nel foro romano da cui emerse una voce richiedente ai Romani l’esperimento di un sacrificio di quanto più caro avessero, senza pensarci un momento si lanciò completamente armato, nella voragine che si rinchiuse immediatamente. Questa era la devotio, esperienza che si ripetette in varie occasioni, un sacrificio di sangue radente il suicidio, esperita dal Console o da un Alto Ufficiale, secondo cui il sangue versato avrebbe richiamato il patto sinallagmatico tra gli Dei e la Comunità. La stessa nascita di Roma ha origine nel sacrificio di Remo, a seguito di un duello dalle caratteristiche sacre; per questo l’autore del testo ricorda a tutti che ciò di cui si parla nelle opere di Evola quando si parla di Via o Ascesi Eroica non è un fattore ripetibile se non tramite azioni estreme e tipi umani più che differenziati e qualificati, alla luce di conoscenze e coscienze sovraumane oggi latitanti anche per cause di Forza Maggiore ma, in ogni caso, non riassumibili in esperienze meramente archeologiche o archeosofiche. Aggiungeremmo che l’autore, facendo riferimento a Guenòn non esclude la Tradizione in senso di ricollegamento ad un’esperienza storica definita ma la riconferma, al contrario, andando alle dottrine ancestrali dell’Origine, dell’Essenza, del Risveglio secondo quelli che non sono dettami fideistico-religiosi ma tecnico realizzativo (l’esperienza dello Yoga e del PranaYama dall’autore indicate come metodo e come riscoperta del Sé ).

Da un lato, occorre dirlo, alcuni richiamano questa necessità di andare “oltre” gli stigmi spazio-temporali e i crismi di regolarità iniziatica storicamente accertabile, ma chi fa questo ignora una semplice osservazione di Guenòn, sul piano metafisico: « Colui che non riesce a sfuggire al punto di vista della successione temporale è incapace della minima concezione d’ordine metafisico. »(René Guénon ne La Metafisica Orientale, ma si guardi anche “Tempo ed Eternità” di A.K. Coomaraswamy.). E cosa occorre per sfuggire al soggiacere del tempo e della sua inesorabile azione erosiva? Sicuramente il ricollegarsi con ciò che supera il dato dello sgretolamento spazio-temporale e la ricerca di ciò che è Eterno, A-temporale, invincibile in quanto ancora in fase operante e reperibile, ciò che ci riporta all’Origine ma che è vivo e fruttificante oggi. Differentemente si esce dall’ordine della Metafisica e si rimane nell’ordine della ripetizione manieristica, dell’Accademia, dell’Arcadia barocca, del compiacimento e della psicoterapia di gruppo, senza scendere in termini di tipo più severo usati dall’autore. Si concordi o meno il testo riparte dalle origini dell’esperimento di cui l’autore fu compartecipe per sancire delle correzioni di tiro notevoli e delle coraggiose revisioni metodologiche e concettuali, non partenti da analisi di mera opportunità teorica ma da concrete realizzazioni pratiche e da costatazioni severe. Fondamentalmente in questa analisi e nelle sue conclusioni, come anche nella introduzione alle discipline di tipo iniziatico che l’autore propone per riprendere un cammino nel mondo del Sacro in nome della Via di Realizzazione non si può omettere di capire che il nucleo di ogni proposta di ignificazione e di nobilitazione del soggetto, della persona che voglia uscire dall’anonimato e dalla mediocrità è la ripresa di semplici ma chiari aspetti di pratica e di dottrina quali la citata meditazione e le forme di alchimia spirituale che, sin dall’inizio, animarono interpreti attivi e consapevoli in tempi diversi dai nostri.

La stessa meditazione sul Sé e sul mondo e la contemplazione del Sole e di ciò che esso illumina non sono fughe dal reale ma immersioni nel reale, solo che ne costituiscono una più viva coscienza di pensiero e di azione che riportino dentro di Sé e non fuori da Sé il fuoco formatore di un’esperienza sacra e spiritualmente evolutiva. L’esempio è classico e semplice in quanto rimanda ad azioni di purificazione, che il testo descrive e sviluppa, e di implementazione della presenza di Sé nel Cosmo, quindi nel proprio Microcosmo per comprendere energeticamente il Macrocosmo in cui siamo immersi, non estranei ma in distonia costante dato lo stato iniziale da rettificare. Se analizziamo gli insegnamenti sacri delle Tradizioni operanti, quando non inquinate, avvelenate, depotenziate e corrotte o sgretolate da moralismi modernisti, questa è la prima e , forse, unica consegna: il Ritorno del Sé nell’Uno e la rettificazione dell’Io anagrafico in una reintegrazione che annulli il concetto dualista di Essere.

La Gnosi

Alla luce di tutto ciò non riteniamo possibile la riedificazione di una persona, di una comunità umana, di un’azione sovra-individuale senza la coscienza di essere noi stessi discepoli di una Scienza Sacra cui adire per iniziare un cammino non disgiunto da ogni forma attiva e concreta nel modo reale, financo un mondo fatto di battaglie materiali. La materia è tanta che non basta certo un convegno o dieci convegni, ma proviamo a pensare a quanto la nostra “passione” nell’ambito spirituale e filosofico ci spinge a combattere quanto, troppo spesso, a confonderci. Spesso e volentieri le passioni sono  l’aspetto negativo che nutrono la parte animica dell’uomo e tutto ciò che ci ostacola nella lucidità financo razionale con tutti i carichi di frustrazioni, aspetti materiali, ire funeste, legami egoici, estremismi autoreferenziali, aberrazioni animalesche. Marco Aurelio ci ha scritto pagine potentissime in merito indicando la vera Via del Guerriero, in un’epoca dove i Misteri si confondevano con le superstizioni, purtroppo, e quindi in un periodo in cui le migliori Menti della Romanità scelsero di ripartire dalla Virtù, dalle sapienze Storiche, quando non dalla coltivazione dei Misteri di cui oggi, purtroppo, abbiamo perso il filo. Cosa sappiamo di quel periodo e di quegli insegnamenti? Che un lavoro interiore ed esteriore possono portare ad una crescita spirituale non disgiunta dal “retto agire” di cui ci illustra i dettagli la parte del testo sull’Ottuplice Sentiero della Via Buddhista. Questo, parafrasando Seneca, per non dimenticarci chi siamo e quindi non uscire dal mondo ma, unicamente, per dominare il mondo vivendolo senza, però, appartenergli; non per nulla alcuni autori parlano della Vita come una sorta di scacchiera gestita da potenze superiori che giocano con noi, usandoci.

Se non giochiamo insieme a queste potenze la nostra parte, attivamente e con un processo di cognizione, noi pensiamo di essere liberi ma siamo, unicamente, pedine in preda a illusioni casuali o  capricci di forze di segno opposto. Per questo Seneca ci parla di distacco dalle passioni e dominio delle medesime ma sempre in un quadro di vita contemplativa e coltivata dalle Arti e dalla Sapienza come dalle pratiche virtuose, incluso quelle fisiche e marziali. Vivere ciò vuol dire vivere in modo sano il piacere e l’azione e perseguire anche un progetto di ascesi eroica senza che essa diventi alienazione o, appunto, volgare barbarie.  “il contemplativo non può contemplare senza essere contemporaneamente attivo, l’attivo, a sua volta, non può agire senza contemplare l’oggetto del suo agire, e il gaudente, che tutti giudichiamo male, non cerca un piacere inerte, cerca un piacere attivo e duraturo, che solo per via della razionalità può rendere tale, fissandolo dentro di sé in una continua contemplazione“.(Seneca).

Il testo entra nello specifico di tecniche di meditazione e purificazione proprio per dare indicazioni sul lavoro di sublimazione delle passioni  le quali vanno ad essere ignificate dalle pratiche, dalla concentrazione, dal pensiero rettificato e quindi diventano passioni disintossicate che possono servire a fornire un carburante alla propria azione, non potendo essere privi di sentimenti passionali che ci diano “spinta ideale”; si pensi all’acqua che tempera il ferro incandescente nel lavoro del Fabbro, una vera sublimazione di solido verso il gassoso. IN tal modo l’azione, inastata come una baionetta sulla canna di un fucile, eleva l’animo rendendolo acuminato e tagliente. In tal modo sarà possibile l’elevazione spirituale, in un quadro umano dominato non da passioni sgangherate ma da un animus razionale (non manchi mai lo specchio della Ragione su ciò che si riflette nel proprio vivere) e tranquillo. Nondimeno si pensi alla conoscenza metarazionale non come una sorta di uscita dalla Norma-lità ma come ad un Superamento e Implementazione di capacità umane e razionali: un “quid pluris” che non può sostituire il basamento umano e animico che si istruisce e si apparecchia all’azione di superamento del proprio Sé .  L’infraumano non passerà mai al Sovraumano se non transitando presso il primo strumento che ci è stato dato a disposizione per lavorare: la nostra Umanità, il nostro corpo e la nostra coscienza saturnie, tramite le doti mercuriali di pensiero e riflessi. Solo allora si potrà adire ad una attività di ricerca del proprio stato di Ariya, solo allora la mistica contemplazione non si perderà nei meandri del Misticismo, solo allora la sublimazione non si muterà in gassificazione della coscienza ma in elevazione di sentimenti puliti e corretti. IN questo caso avremo un uomo che si comporta come un  VIR…un virtuoso, che si basi sull’ETICA, che sia di esempio e che illumini una strada per altri. Tornando al testo, da cui non vogliamo uscire di traccia, l’autore non ci porta mai fuori da un assunto e cioè che la la verità metafisica è eterna e che quindi, andando ad un altro punto di discussione molto dibattuto nel mondo tradizionalista, per ardire a delle vette di conoscenza di quella dimensione bisogna, necessariamente, fidarsi dei lasciti di coloro i quali hanno saputo travalicare i limiti della conoscenza umana e razionale. E’ molto probabile, usando questo termine non si fa del relativismo ma ci si prova ad immedesimare in un ricercatore del Sacro che inizi dei percorsi in umiltà, che differenti epoche abbiano lasciato lasciti comuni ed un cordone dorato con il mondo della Metafisica e della Sapienza.

Ovviamente sono cambiate e cambiano, dinamicamente, le forme esteriori tramite mezzi contingenti coevi ed adatti alle realtà ed alle frequenze dei Messaggi e dei Messaggeri che la Divinità, l’Uno e quindi il mondo dell’Essere Universale ha sempre inviato agli uomini per accordare la sua Norma alla norma degli uomini che ne ricercavano gli scampoli.  Sono, infatti, venute meno alcune condizioni particolari, altre sono ancora possibili, altre si debbono costruire ma è chiaro, come da corpo del testo che la mera ripetizione di pratiche e spezzoni di epoche passate non possono garantire un’Ascesi o una Iniziazione se non a costo di Vie definite “brevi” o “brevissime” assolutamente indicate per singoli individui e non per scuole, accademie, forme sacrali e persone “normali”. Una Via è tale in quanto percorribile, altrimenti si parla di altro cui noi non neghiamo l’esistenza ma di cui non concepiamo la diffusione al di fuori di personalità ben specifiche o di contesti sperimentali di cui ci si prende tutte le responsabilità del caso.

Questo assunto ci permette di capire come mai esistono molteplici forme  ma anche molti legami comuni nella dottrina, in epoche e popoli diversi tra di loro, per questo percepiamo la sostanziale unità dell’Essere e ricordo dell’Essenza ma anche la possibilità di analizzare molteplici stati di manifestazione e vie di approccio. Per questo il testo ed il sodalizio umano che in esso vi si riconoscono, pur in assenza di dogmatismo, non ritengono impossibile la conoscenza metafisica, e la dottrina di realizzazione, oggi ed in questo mondo; solamente che, in pratica ed in termini di fatto, si ritiene che tale pratica e afflato sapienziale e spirituale (al di là dei gradi di conoscenza e di cognizione spirituale che si vogliano raggiungere) si debbano poggiare sull’analisi impietosa del mondo delle attuali condizioni , alcuni le chiamano “contingenze”, ove si viva. Per cui diventa impossibile pensare che le condizioni odierne siano simili, magari ovviate da qualsivoglia forma di teoria o pratica, alle condizioni di epoche totalmente diverse dal mondo di oggi.

Noi oggi, Italiani in un mondo occidentale moderno ma anche Italiani nell’Italia di oggi, non possiamo prescindere dalla impietosa analisi dell’ambiente in cui viviamo e quindi possiamo riferirci solo a ciò che abbia una, qui ritorniamo alla tesi del testo nella sua accezione recente, assenza di qualsiasi appoggio fornito dall’ambiente, verificata linearità iniziatica e tradizionale secondo le proprie qualificazioni e tendenze ed anche secondo i dati che i Fati pongono sulla strada del ricercatore.  Questo, ovviamente, se parliamo di temi legati all’iniziazione su cui non ci soffermiamo in questo specifico intervento ma tratteggiando un argomento che sarà trattato da altri autori e relatori in questa ed altri eventi collegati. Iniziazione deriva da Inizio come Tradizione deriva da Tradere ( a volte anche Tradire ma si andrebbe all’analisi di ciò che Nietzsche teorizzò e praticò in vita fino alle estreme conseguenze ma con luminosa chiarezza), al contempo senza chi definisca un “inizio” e chi ne abbia ben chiare le chiavi si può solo propiziare un ritorno aureo di un Eroe, di un Nuovo Iniziatore che dia la ripartenza all’epopea di una civiltà specifica e di una missione storica che noi non consideriamo conclusa ma di cui conserviamo, attualmente, solo alcuni elementi in attesa di una nuovo impulso dal mondo celeste. Questo perché :“Per l’uomo della Tradizione, rivolgersi verso il passato e non verso l’Alto significherebbe voler bere allo stagno, potendo invece bere alla fonte.”(Gruppo dei Dioscuri, fascicolo Rivoluzione Tradizionale e Sovversione). Quindi non si parli di mera attesa messianica ma di propiziazione, nelle forme opportune che ci sono date, di un Nuovo Inizio sul piano politico ma, consapevolmente, cercando di essere degni di questa missione re-iniziando il nostro microcosmo per ripropiziare la Milizia che dobbiamo incarnare per riattivare l’Imperium interiore.

Concludiamo questa relazione di presentazione del testo con una piccola citazione che ci permettiamo di meditare, lasciando ad ognuno le sue conclusioni:

Anche la religione romana conosceva l’esistenza di un DIo Supremo non manifestato e che pertanto non poteva essere nè pregato, nè tanto meno raffigurato e neppure nominato in alcun modo: tale consapevolezza era ovviamente e giustamente dei soli grandi sacerdoti che lo chiamavano “il Dio Sconosciuto” ed è chiaro quanto tale formulazione esprima.“.

(O. de’ Rampazi, ESSERE UOMO, p. 113, Edizioni Settimo Sigillo)

 

 

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Categorie: Tradizione

Pubblicato da Ereticamente il 22 Febbraio 2017

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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