Su Gentile e… Croce – Mario Michele Merlino

Su Gentile e… Croce – Mario Michele Merlino

Alcuni giorni fa, sul profilo di fb, il professor Roberto Mancini mi ha condiviso quanto ebbe a scrivere sul suo Diario Benedetto Croce in data 17 aprile, dopo aver appreso come fosse ‘stato ammazzato in Firenze’ (e a noi sarebbe piaciuto leggere il termine ‘assassinato’ – e la differenza non può sfuggire: si ammazza un cane, si assassina un uomo) Giovanni Gentile. Rammarico stizzito severo il rimbrotto verso quel discepolo che (per trent’anni – egli puntualizza – all’ombra di lui Maestro! Oh quanta adorabile arrogante vanità ex cathedra, pretesa d’essere simile a chioccia con i pulcini!) aveva osato aderire al Fascismo, ‘aggravato dalla contaminazione che egli fece di questo con la filosofia’. (Come se il filosofare appartenga, di diritto e di fatto, a quel luogo incontaminato puro superiore, modello platonico ove risiedono le Idee. Dimentichi come lo stesso Platone se la vide brutta a Siracusa quando, per ben due volte, volle illudersi che i tiranni della città ascoltassero i suoi suggerimenti sul buon governo). E, se Gentile – per fede o vanità, ben poco conta – si adoperò a dare unica compiuta riforma alla scuola, effettuata da allora ad oggi (nonostante i propositi e gli enunciati sulla ‘buona scuola’), e ad altre illustri significative durevoli iniziative sotto le insegne del Littorio, attento a valorizzare il merito degli studiosi da lui coinvolti o quelli fatti emergere e non alle loro convinzioni politiche, Croce ostinato e solerte continuava a baloccarsi tra i concetti e i salotti di un antifascismo più o meno esplicito e sterile e tollerato dall’occhiuto Regime.

Nella medesima occasione, con il calamaio la penna sullo scrittoio offerti in dono ai posteri in trepidante attesa, egli però si concede ad un postumo buonismo, cuore in mano e borsello stretto, affermando come si sarebbe adoperato a ‘provvedere non potendo altro (!) alla sua incolumità personale e a rendergli tollerabile la vita con il richiamarlo agli studi da lui disertati’. Strappiamoci un sorriso, magari a denti stretti e l’amaro in bocca. Immagino il filosofo sulla soglia di casa, a braccia aperte, petto in fuori, cipiglio severo e deciso, redarguire e far desistere gli scherani, armi in pugno la stella rossa cucita sul berretto, epuratori e moralisti, che sono venuti a liquidare la ‘pratica’ Giovanni Gentile, rifugiatosi nella sua dimora.

E ancora (in un gioco, me ne rendo conto, inelegante e sgradevole, ma oggi mi sento pervaso da cinismo acido e greve): sempre il Maestro bacchettare il discepolo, simile al noto figliol prodigo (al posto del vitello arrosto libri e quaderni), perché distrattosi osserva il mondo dalla finestra e si interroga e quando e come potrà darsi – Genesi e struttura della società edita senza il marchio del sangue postumo – l’affermarsi del lavoratore, passaggio dovuto ed auspicato, da quel dominio borghese impostosi con la Rivoluzione dell’’89.

E, a proposito del suo libro ultimo e pubblicato postumo, prendo dallo scaffale dove sono allineate le opere di e su Giovanni Gentile il bel volume di Luciano Mecacci La Ghirlanda fiorentina (Adelphi, 2014), regalatomi da Rodolfo. Trascrivo alcuni passi, brevi, tratti dal quinto capitolo, parte terza (pag. 296-297). ‘Nell’Avvertenza, Gentile chiarì lo scopo primario del suo lavoro (trattasi appunto di Genesi e struttura della società): – Questo libro è stato scritto a sollievo dell’animo in giorni angosciosi per ogni Italiano e per adempiere un dovere civile, perché altro non ne vedevo innanzi a me pensando a quella Italia futura per cui ho lavorato tutta la vita –’. Parole nobili e non servili, come lo discredita il Croce, mostrandosi lui sì bilioso e servile d’animo, di un uomo che avrebbe potuto sottrarsi e attendere il passaggio della bufera e che, al contrario, volle consapevole esporsi. Ben consapevole. Mecacci ricorda che il Gentile si fosse incontrato con Mario Manlio Rossi, storico della filosofia, e ,mostrandogli il manoscritto e motivandone le ragioni, avesse aggiunto: ‘Ora ho completato la mia opera. I vostri amici, ora, possono uccidermi se vogliono. Il mio lavoro di tutta una vita è finito’ (è lo stesso Rossi a riportare l’episodio, recensendo il libro nel 1950 per una rivista inglese di filosofia). Valgono ulteriori parole?

Sempre dalle note proposte dal Mancini, un’ultima aggiunta: in seguito Croce chiese al genero Raimondo Craveri chi fossero i responsabili della morte di Gentile e, alla risposta essere stati i partigiani, commentò: ‘ammazzano anche i filosofi’. Secondo Craveri solo allora Croce prendeva consapevolezza dell’esistenza della guerra civile. Uomini comunque in prima linea, il Gentile; sempre ovattati e protetti altri, il Croce appunto. Come la mancanza di pane del popolo di Parigi e le brioches della regina Maria Antonietta (che, va ricordato, ebbe il cattivo gusto di lasciare poco dopo la testa sotto la ghigliottina). E quel sottolineare ’anche’, tremebondo (non so se venne mai a sapere come, avendo chiesto al Duce di poter vendicare Gentile oltrepassando le linee e ricambiare della medesima moneta colpendo il Croce, Mussolini oppose netto rifiuto) e offeso – guai a toccare la categoria dei filosofi, la casta di privilegiati, come nella ‘divina menzogna’ della Repubblica ove Platone narra degli uomini impastati con frammenti d’oro ed altri e d’argento e di bronzo, ma, in questo caso, sarebbe opportuno parlare di appestati, quali portatori del disumano contagio del liberalismo, delle parole e auliche e altisonanti e imperative contro il linguaggio del corpo?…

Croce si stupisce; si turba. Chissà se si era stupito e turbato Socrate, in cella, mentre sorseggiava la cicuta cazzeggiando, come si racconta nel Fedone, con i suoi discepoli sull’immortalità dell’anima? Oppure, turbato e stupito, il frate Giordano Bruno lungo il percorso che lo portava a Campo dei fiori, ‘martire e volentieri’, come trascrive un cronista del tempo, mentre il boia l’attende per dargli fuoco? E’ che la carne è forte – altro che le balle pietiste sulla sua debolezza! –, ma essa richiede essere messa alla prova. E pagarne il prezzo. Come una prostituta; come nel coito. (Ecco perché, pur circondato da libri carte penne e questo computer – ormai quasi esclusivi compagni e del giorno e delle notti insonni –, rimango fedele ai bastoni e alle barricate).

Fin dagli esordi della militanza (lontano 1960) ho sentito citare la celebre frase tratta dal dramma di Hans Johst dedicato ad Albert Leo Schlageter, dramma rappresentato innumerevoli volte sotto il Regime nazista: ‘Quando sento parlare di cultura, metto mano alla sicura della pistola’(era il 26 maggio del 1923, un plotone d’esecuzione dell’esercito d’occupazione francese nel bacino industriale della Ruhr, presso la città di Duesseldorf, fucilava lo Schlegeter, già ufficiale al fronte durante la Grande Guerra e, poi, combattente nei Freikorps in Alta Slesia, accusato aver sabotato treni carichi di carbone, fatto saltare ponti, assaltato posti di guardia). Immagino il contesto: lo scontro tra il mondo delle chiacchiere e coloro che volevano passare all’azione. So bene come il disprezzo verso gli ‘intellettuali’, nell’ambito del neo-fascismo – il MSI si proponeva quale partito di riferimento – divenisse sovente comodo alibi per ridurre tante delle nostre battaglie in uno scontro acritico e nostalgico, strumentale con i comunisti. Pensare implicava rifiutare la collocazione ‘a destra’ in Parlamento e, soprattutto, a fare da ‘guardie bianche’ della borghesia e, ancor peggio, divenire lo zoccolo duro al servizio, inconsapevoli, dell’atlantismo made in Usa. Questa, però, è altra storia e ci porterebbe oltre quello spazio riservato al Croce, che commenta la morte di Gentile, da cui abbiamo preso le mosse…

La riflessione, qui, parte da una certa arroganza e viltà e presunzione che connota gli atteggiamenti del filosofo (Croce) verso altro filosofo (Gentile), che scelse d’essere in campo aperto e di restare fedele a questa scelta. Essere a compromessi con la vita e non prono al proprio ‘particolare Io’. E ciò vale sempre e comunque. Le idee o sono azione (Nietzsche considerava il valore della filosofia da come il filosofo la rendesse nella propria esistenza) o ci riducono a piante insecchite, sterili e inette. Non siamo i sostenitori dei roghi accesi con cataste di libri ‘corruttori’; altresì non partecipiamo al colpo alla nuca verso chi, inerme, soggiace alla crudezza della storia. Crediamo e lo scriviamo – quanto abbiamo vissuto non sta a noi trarne giudizio e, quindi, non ce ne facciamo vanto o demerito – che v’è un terreno fertile ove poggiare tenaci fieri e irriverenti il piede e il passo, facendo nostra l’esortazione di Filippo Corridoni ‘con la fronte verso il nemico, come per andare più avanti ancora’, poco prima di lanciarsi all’assalto sotto il monte San Michele… No, decisamente contro uomini come Croce, a fianco di uomini come Gentile ci sentiamo di dire.

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Categorie: Punte di Freccia

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 12 Gennaio 2017

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

Commenti

  1. “con la fronte verso il nemico, come per andare più avanti ancora” una chiusura meravigliosa Merlino. leggo e rileggo i suoi pezzi e ricevo sempre nuove suggestioni, spinti e un sacco di bastonate. grazie.

  2. mi piacerebbe sapere da lei quanto Corridoni possa essere uno spunto, nei suoi contenuti, per il momento attuale.

  3. mario michele merlino

    ne parlerò il 17 febbraio, a trieste, introducendo una conversazione sulla crisi dell’economia del giornalista ed amico Augusto Grandi. vi sono figure che non sono soltanto d’esempio, ma si rendono in sè esemplari… grazie, Andrea, per le tue belle parole…

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