“In principio era l’Azione”. Fermati, Faust! (3^ parte) – Roberto Pecchioli

“In principio era l’Azione”.  Fermati, Faust! (3^ parte) – Roberto Pecchioli

SEGNAVIA

Vivere a proprio gusto è da plebeo. Il nobile aspira ad un ordine e ad una legge. Così avvertiva Goethe, e pare il negativo dell’uomo–massa che tutto vuole e sempre meno sa. Un Faust comicamente libertario, che non pensa, ma opina. E’ l’uomo dei sondaggi d’opinione e del mutamento continuo, il naturmensch convinto che la cultura sia un dono della natura e non una dura conquista quotidiana, che possiede poche idee appiccicate come la colla di un post-it. Niente più idee senza parole, gli universali il cui declino fu denunciato da Oswald Spengler.

No, il nostro Faust vuole solo correre e tenere in mano sempre nuovi giocattoli che butta via per noia o perché, come molti bambini, non vuole più giocare quando perde o quando tutto si fa più difficile. Strano davvero, il destino di quest’ uomo nuovo sapientissimo, libero e liberato, che ha però orrore della complessità. Con un semplice clic, accende la luce, si connette al computer ed allo smartphone, ma è sovranamente ignaro e disinteressato al perché il meccanismo funzioni. Gli basta padroneggiare il “come”, maneggiare senza fatica pochi tasti, ed il gioco è fatto. Un plebeo centrato su se stesso, che merita il dominio che i tanti Mefistofele esercitano su di lui. Il Goethe, amante di un ordine cosmico ed organico, ispirato ad una sorta di armonia universale, disse una volta “il politico urla dividi e regna. Risponde l’uomo onesto unisci e guida. “

Purtroppo, unire e guidare è impresa titanica. Non soccorrono neppure le arti, antiche banditrici di bellezza. Pensiamo alla musica, che accompagna l’uomo contemporaneo più che in qualunque altra epoca, passata dalla melodia e dall’armonia al solo ritmo, sino a convertirsi, in troppe occasioni, in vero e proprio baccano, colonna sonora di tutti gli eccessi di un Faust ipermaterialista e sovreccitato, a caccia di nuove notti di Valpurga.

Il popolo tedesco cui Goethe apparteneva aveva già dato all’umanità almeno due geni musicali assoluti, Bach e Beethoven. Eppure un suo contemporaneo, E.T.A. Hoffmann, in un racconto, ci presenta un povero maestro di cappella misconosciuto che, per vivere, suona nei salotti borghesi, ma il suo pubblico se ne va allorché i brani eseguiti sono troppo difficili. Uno degli spettatori fuggitivi chiede al suo vicino: “A che cosa serve questa musica?”. Plebei, anzi filistei, nel lessico goethiano.

Esiste un filisteo faustiano. Vuole tutto, ha fame di nuovo, di sensazioni e di conoscenze sempre diverse, ma “che servano” e non inducano riflessioni critiche. E’ il pensiero strumentale, quello adatto ad un tipo umano un po’ geometra che sa di estimo ma non ha un’idea di architettura, o ragioniere dall’orizzonte esaurito dalla partita doppia e dalla quadratura di bilancio, più l’attuario che calcola le somme dovute sulla base del reddito e dell’aspettativa di vita del destinatario. Per nutrire lo spirito, cuffie ed auricolari per ascoltare in solitudine musiche scandite dal ritmo della batteria, un paio di libri, tratti accuratamente dai best sellers offerti dall’industria culturale, e, per i più inquieti, una religiosità mordi e fuggi. L’era dell’Acquario, una spruzzata di misericordia, l’energia cosmica e uno sguardo all’oroscopo, perché non è vero ma ci credo, come Eduardo De Filippo nella superstizione popolare del suo popolo napoletano.

Plebee o filistee, nel senso di grette, materialiste e dogmatiche sono anche le nuove scienze di cui il Faust contemporaneo è ghiotto ma superficiale consumatore. Psicologia, antropologia, sociologia, pedagogia prospettano solo soluzioni “tecniche”, fotografano la realtà – o quella che ritengono tale – con dovizia di diagrammi e di statistiche, producono una mole impressionante di dati. Analogamente al raggruppamento tassonomico degli esseri viventi di Linneo ed alla perfetta meccanica di Newton tanto invise a Goethe, classificano, ordinano, incasellano, ordinano per tipi, definiscono, appongono un timbro con impresso un indiscutibile aggettivo qualificativo, imprigionando l’infinità varietà del mondo. Risultato, sempre più crisi, incertezze e dubbi, esaltata l’esattezza, umiliata la verità, espulsa la bellezza. Gli esperti delle nuove scienze, depositari di un sapere specialistico ma ristretto, diventano ministri officianti di riti fatti di protocolli tanto rigidi quanto, alla fine, lontani da un’autentica sapienza. Julius Evola non gradiva il termine filosofia, preferendogli quello di metafisica, ovvero conoscenza di tutto ciò che non è “physis”, natura misurabile.

Lontani dal pensiero critico, disinteressati alla verità, gli uomini faustiani si occupano solo di “ciò che serve” e può essere assoggettato ad un’unità di misura, evitando peraltro accuratamente di chiedersi il significato del verbo servire e se a un mondo di mezzi corrispondano ancora dei fini. E’ un nichilismo pratico, leggero, suadente, non paragonabile alla forza che un Ernst Junger attribuiva alla sua mobilitazione totale, simboleggiata dalla figura titanica ed archetipica del lavoratore. Tuttavia, anche Junger colse la natura nichilistica di una mobilitazione che era servizio assoluto alla Tecnica, tratteggiando la figura del Ribelle Anarca, colui che passa al bosco per salvare almeno se stesso.

Già nel XIX secolo alcuni ingegni compresero la portata della sfida in corso, ad esempio l’Henry David Thoreau di Walden o la vita nei boschi e della Disobbedienza Civile. Rimasero tuttavia nell’ambito di posizioni nobili, ma individuali. Lo sradicamento della nostra epoca rende il pensiero incapace di andare “oltre la linea” del dominio della Tecnica, tanto che lo stesso Heidegger ammise di non intravvedere vie d’uscita. “Siamo tutt’al più in grado di risvegliare la disponibilità all’attesa”. Poiché l’uomo, in particolare l’uomo faustiano, è usato dalla Tecnica, il primo passo della speranza è la comprensione della situazione, compito di un pensiero forte. Non è nudo, quel pensiero: possiede la Tradizione, e lo stesso autore di Essere e Tempo sembra declinare nelle sue forze, allorché prescrive e pretende che il rovesciamento avvenga nello stesso luogo del mondo ove è sorta la modernità che ha prodotto Faust, il Lavoratore di Junger, il forzato della catena di montaggio di Charlie Chaplin, il Consumatore, l’Uomo Massa di Ortega,il Piccolo Hans rivale del padre di Freud.

Tutti costoro sono divenuti insensibili alla Bellezza, respinta nella cura maniacale del corpo e dell’aspetto esteriore, svilita nel culto dello sgargiante e del vistoso. Viviamo tutti circondati dal brutto delle periferie, dai parallelepipedi grigiastri dei capannoni che, con macchie di colore o con cartelli indicatori diventano di volta in volta centri commerciali, plessi scolastici, ospedali, palazzi di giustizia, opifici produttivi, case di (civile?) abitazione. All’ingresso di Auschwitz stava il famoso cancello con la beffarda scritta Arbeit macht frei, il lavoro rende liberi. Analogamente, il mondo narcotico e concentrazionario del Brutto Globale ha bisogno di spiegare l’uso degli spazi e dei volumi – a che cosa è adibito ed a che serve! – di ciascun luogo e non luogo. Ma non può evitare, né ha l’autorità morale per condannare il degrado indotto, il disordine generalizzato, lo sporco accumulato materialmente e metaforicamente. Perso il centro, tutto è periferia e non saranno i tristi giardini piantumati sulle piastre dei box interrati a restituire qualcosa che valga la pena guardare, nelle brevi pause dell’inesausta corsa in tondo. Anche il mansueto asinello deve essere legato, munito di paraocchi e picchiato a sangue, per costringerlo a spingere ruote idrauliche, le norie, sollevare l’acqua nei mulini o girare senza posa attorno al frantoio per azionarne la pietra.

L’ESSERE CHE GIOCA, L’ESSERE CHE CONTEMPLA.

Tutto deve essere utile, nel mondo razionale dell’Azione, ed ogni talento sembra tenuto a rendervi omaggio. La cultura tecnica è quindi madre e maestra, ma di esseri interiormente barbari. Anche l’arte deve essere riproducibile, e la sua serialità vive nel mito dell’Uguale (Jean Baudrillard). Un grande poeta con interessi filosofici come Schiller mise in luce che l’arte è (e dovrebbe restare) un gioco fine a se stesso. Ars gratia artis, ed è curioso davvero che il motto latino sia sopravvissuto nel logo della Metro Goldwyn Mayer, uno dei simboli del sistema di intrattenimento industriale cinematografico. Soggiunse l’autore dei Masnadieri e della Congiura del Fiesco che solo nel momento in cui gioca l’uomo è tale nel senso più pieno della parola. Un concetto ripreso in qualche misura, a livello di morfologia delle civiltà, da Johann Huizinga, autore di Homo Ludens. Il pensatore olandese dimostrò che la dimensione ludica è presente in qualunque attività umana, comprese la scienza o il diritto, oltre, naturalmente, l’arte. Il gioco è un’invariante dei comportamenti culturali della specie.

L’uomo è quindi un essere che gioca, simile in questo all’animale. Terminata la lotta quotidiana per il cibo, l’animale riposa o gioca. L’uomo moderno ha voluto calcolare, misurare, osservare con il microscopio della ragione calcolante anche questa dimensione naturale di se stesso, ed ha elaborato la Teoria dei Giochi. Si tratta della scienza matematica teorizzata da Von Neumann e perfezionata da Nash, che studia e analizza le decisioni individuali in situazioni di conflitto o interazione strategica con altri soggetti rivali, finalizzate al massimo guadagno di ciascun soggetto. Dunque, il gioco faustiano è agonistico, con un preciso obiettivo, la vittoria, ed è perciò sottratto alla sua funzione iniziale, ludica appunto. Come su ogni altra attività umana non originariamente legata all’utile o all’accumulo (pensiamo allo sport professionale o ai giochi di società che diventano azzardo organizzato) l’Azione e la ragione calcolante hanno posto la loro bandierina, e la teoria dei giochi, a partire dal noto dilemma del prigioniero, ne è la prova. Se l’ethos della nostra civilizzazione è il denaro, il paradigma resta l’Azione che calcola, scopre, indaga, organizza, ancella fedele del Mercato, predittiva ed instancabile. Chissà, forse i titoli di Borsa si chiamano azioni non per caso!

Diversamente dall’animale che gioca e basta, oppure riposa, l’uomo contempla. E’ quella la grande fase della riflessione, della scoperta autentica, del disvelamento, che genera l’arte, ma anche il pensiero astratto. E’ contemplando, non agendo con lena forsennata, che ha immaginato dei simboli attraverso i quali esprimere concetti, o contare, i numeri, e scoprire i segreti nascosti del creato; è contemplando che ha intuito l’infinito, ed ha preso a soffrire, paragonandolo alla propria caducità. Che fai tu, luna in ciel, dimmi che fai, è la domanda inevasa del pastore errante leopardiano. Nani sulla spalle di giganti, gli uomini faustiani sanno calcolare in modo perfetto la distanza dalla Terra e qualunque altra caratteristica commensurabile di Selene. Sono stati in grado di lanciare degli astronauti sulla silenziosa Luna e farli tornare salvi sul loro vecchio pianeta.

Martin Heidegger, nella celebre intervista pubblicata da Der Spiegel dopo la sua morte, nel 1976, rivelò di essere rimasto raggelato dalla conquista della Luna, ed in particolare dalle fotografie della Terra scattate lassù, ritenendo, non a torto, che tale straordinaria impresa tecnica e scientifica avrebbe rotto definitivamente il rapporto filiale, quasi amniotico, tra l’uomo ed il pianeta che abita. Pensieri in libertà, forse borbottii di un vecchio incapace di tenere il passo con i tempi, ma non risulta che la scienza e la tecnica frutto dell’Azione ci stiano rendendo più felici, o che abbiano fatto davvero luce sul mistero che ci circonda. Non importa, bisogna andare “avanti”, e poco conta se questo avverbio di moto a luogo indichi o meno la direzione che si ha di fronte. Quel che conta davvero è la contrapposizione con l’altro avverbio, quello brutto e negativo, indietro. In matematica esistono i postulati, verità autoevidenti ma non dimostrabili. Andare avanti, agire, è uno di quelli, ma nessuno ne ha mai mostrato la verità.

I Greci, che contemplavano e giocavano – che cosa sono la mitologia e la vita degli dei dell’Olimpo, se non un fantastico gioco che spiega narrando– ebbero grandi cognizioni matematiche e capacità scientifiche; furono gli inventori della matematica occidentale e geni dell’architettura. Eppure, non vollero mai “andare oltre”. Temevano l’ira degli Dei, certo, ma più ancora aborrivano la Hybris, l’orgogliosa tracotanza, talché il senso del limite segna un confine ben visibile nella storia e nel mito dell’Ellade. Basti ricordare il volo di Icaro, il cui fallimento è dovuto non all’imperizia, ma al fatto che si è spinto troppo in alto, esattamente come andò oltre, nel mito cosmogonico, Prometeo scoprendo il vaso di Pandora, contenente tutti i doni divini e la conoscenza. Nondimeno, specie nell’età ellenistica, ingegneri e scienziati greci pervennero a scoperte ed invenzioni straordinarie, di cui poco si servirono. Il più grande fu forse Erone di Alessandria, autore di un fondamentale trattato di meccanica, inventore, tra l’altro dell’ eolipila, o sfera di Eolo che dimostra mostra come l’ energia termica può essere trasformata in energia meccanica sfruttando la pressione derivante dal riscaldamento di acqua all’interno di una sfera metallica.

Il povero Eratostene, genio poliedrico, venne deriso per avere perfettamente indicato la natura sferica della Terra ed averne misurato con precisione il raggio. Anche i cinesi hanno raramente utilizzato a scopo economico o di dominio le scoperte scientifiche che realizzavano, talvolta con anticipo di secoli rispetto a noi. Ma laggiù il primato va alla saggezza, all’armonia, al tutto superiore alle parti, a ciò che è organico. La superbia di Faust, quindi, non è neppure giustificata da una manifesta superiorità culturale. La differenza la fanno gli esiti: pensiero calcolante ed in più strumentale. Si pensa, si agisce e si realizza esclusivamente ciò che è utile e “serve“ a dominare: la natura, gli eventi, gli altri uomini. L’eroe dell’azione, seguace inconsapevole di Spinoza e della sua etica geometrica, dissolve i fini nei mezzi, vive senza direzione, e la sua volontà di potenza va oltre il nichilismo e sconfina nella blasfemia, a partire dallo sfruttamento intensivo del creato, la riduzione degli altri uomini a mezzi, l ’indifferenza per il futuro ed i posteri.

Talora, gli artisti comici sono più profondi degli intellettuali. Woody Allen è l’autore della famosa battuta “perché mi devo preoccupare dei posteri, che cosa hanno fatto per me i posteri? “. Il cinismo individualista dei campioni dell’Azione a passo di carica è tutto qui, ma questo è il primo tempo della storia che non vuole programmaticamente lasciare nulla a chi verrà dopo. Guai a chi costruisce deserti, gridava Nietzsche che aveva capito tutto con cent’anni di anticipo, conosceva Goethe ed aveva sperato nel valore salvifico della musica di Richard Wagner. Le architetture contemporanee non sono fatte per resistere al tempo, i beni cosiddetti durevoli sono fabbricati per diventare rapidamente inservibili, i libri durano una stagione ed i quadri il tempo di pompose recensioni ordinate dai nuovi committenti, i mercanti, le idee non ci sono, e comunque valgono solo oggi, come gli yogurt freschi. Un’ epoca di esplosive bolle di sapone.

ORION

Accennavamo all’eredità non accolta di Goethe. L’uomo di Weimar, oltreché esprimere un’originale visione della conoscenza, tentò di diffondere la sua visione di una comunità umana organica, olistica, una sorta di orchestra contrapposta tanto al titanismo di certi romantici quanto al razionalismo illuminista ed al meccanicismo scientista. Indicò un sentiero, stretto come una fenditura del terreno, esaltando un’idea di cosmopolitismo distinta e distante dall’universalismo omologante e ben lontana da quella malattia moderna che chiamiamo multiculturalismo. Dalle brume germaniche approdò in Italia alla ricerca dell’arte, della perfezione e del senso apollineo che trovò, come altri nordici del suo tempo, nella straordinaria stagione della classicità greca. Ma, come Schopenhauer e, successivamente, lo stesso Nietzsche seppe guardare più lontano. Ne è prova l’amore per il mondo persiano, espresso nell’ammirazione per il poeta farsi Hafiz e per l’utilizzo di un genere poetico, il “divano”, che attinse in lui vette insuperate nel Divano Occidentale Orientale. Tornò, anche culturalmente, nella sua Germania, e l’opera di tutta una vita, il Faust, cui lavorò per circa sessant’anni, ci presenta situazioni e personaggi universali.

Uno è Homunculus, l’omarino creato in laboratorio, sogno alchemico di Paracelso, l’essere esclusivamente intellettuale, dotato di anima ma non di spirito, scoperto dall’allievo di Faust Wagner, colui che “scava con avida mano alla ricerca di tesori, ed è contento se trova lombrichi!”.

Homunculus possiede un’anima, ma non si è ancora innalzato alla conoscenza dei mondi spirituali. Con lui viene generato qualcosa che non appartiene al mondo dei sensi, ma gli si aggiunge. Perciò Goethe conia una nuova parola: se il nascere si chiama generazione, quella di Homunculus è una supergenerazione. Goethe forgia un termine come aveva già fatto nella scena dello Spirito della Terra, con la definizione di “superuomo” per l’uomo che anela oltre se stesso. Ad Homunculus viene ordinato: “Ti muoverai secondo leggi eterne, attraverso mille e mille forme, e sino all’uomo hai tempo.” Dunque, è l’uomo l’obiettivo a cui aspirare, non la sua scimmia intellettuale o il bruto sensuale di Valpurga.

Esiste quindi un legame tra Faust ed Homunculus, che va reciso attraverso il recupero dell’umanità, della dimensione spirituale e, in un certo senso, passa per la ritrovata umiltà dell’uomo che accetta di chinare il capo dinanzi all’infinito, all’incommensurabile, al totalmente altro. Altro personaggio profondamente simbolico è Euforione, il figlio di Faust e di Elena, unione dello spirito gotico e di quello classico. Secondo il mito originario, Euforione era il bellissimo figlio postumo di Elena ed Achille. Nel poema muore giovane per aver voluto raggiungere il cielo come Icaro, ma la sua morte innesca il riscatto finale di Faust, rientrato, con l’aiuto della Cura, nei panni e nello spirito di uomo.

La via, dunque, è chiara e segnata. L’uomo Faust ha il diritto e il destino di porsi domande, di tendere verso l’ignoto. E’ la sua croce lo “streben”, sporgersi oltre i confini e penetrare il pensiero ed il mistero, l’aspirazione verso la verità e l’assoluto, ma anche, sempre più spesso, viaggio con destinazione il nulla. Miguel de Unamuno, nel Sentimento Tragico della Vita, si accostò alla tensione faustiana descrivendo, o tentando di farlo, l’idea di Nulla. Se ne ritrasse preda dell’angoscia, lo stesso sentimento che Faust ben conosce e che, infine, può essere vinta solo in due modi: o attraverso l’abbandono al trascendente, l’agostiniano “inquietum est cor nostrum” che si placa in Dio, o nell’abbrutimento di ogni Homunculus nelle esperienze materiali più torbide e notturne, mascherate talora da progresso, scienza, novità, da attribuire senza dubbio alle pulsioni incontenibili di Hans divenuto adulto.

Faust, al termine del viaggio, comprende la distanza incolmabile tra esattezza e validità, obiettivi, “streben”,della ragione calcolante, strumentale, e verità, che vive in quell’altrove che rimanda alle domande eterne del pastore errante dell’Asia. Il disvelamento passa necessariamente dall’ io orgoglioso al tu, al noi della Cura.

Forse l’uomo europeo occidentale, faustiano ed inguaribilmente materialista, dovrà rassegnarsi nel tramonto a ricorrere all’Oriente per una nuova nascita, come intuito poeticamente nel Divano da Johann Wolfgang Goethe. “Il Nord, l’Occidente, il Sud si sfasciano/ saltano troni, regni vacillano; / rifugiati tu nel limpido Oriente,/ dei patriarchi assaggia l’aria pura/ tra amori, libagioni, canti/ lasciati ringiovanire dalla fonte di Chiser/ Ove ai padri fu alto onore / e messi al bando culti stranieri”.

L’alternativa è Faust senza più Mefistofele a simboleggiare e riconoscere il male, un bruto azzimato profumato ed istruito che sa ogni cosa e tutto vede, tranne l’essenziale.

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Categorie: Filosofia

Pubblicato da Ereticamente il 15 Gennaio 2017

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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