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Una Ahnenerbe casalinga, trentottesima parte – Fabio Calabrese

Una Ahnenerbe casalinga, trentottesima parte – Fabio Calabrese

Io mi scuso se stavolta inizierò il nostro discorso in una maniera molto scorretta. Come certamente avete avuto modo di osservare in questi nostri incontri che ormai coprono un arco di tempo non breve, io cerco di essere accurato quando cito qualcosa, dandovi tutte le indicazioni necessarie per risalire alla fonte. Stavolta non sono in grado di farlo, e la ragione è semplice. Non so se a voi è mai successo di capitare su un sito, trovare un articolo che vi sembra interessante, ma poi vi accorgete che le cose che dice sono tali baggianate da provocarvi un moto di stizza, per cui chiudete il sito e passate altrove, poi magari non riuscite più a trovare il sito stesso e l’articolo in questione. E’ quello che è successo a me ultimamente, e mi sono pentito di non aver scaricato l’articolo, perché comunque le cose in esso contenute sono espressione di una tendenza che negli ultimi tempi sembra essere sempre più diffusa.
Ero indeciso se parlarvene o meno, ma poi ho deciso di farlo comunque, perché certe cose sembrano riflettere un orientamento oggi disgraziatamente molto presente, e non avrete difficoltà, girando un poco sul web, a trovare siti e articoli che presentano concetti analoghi, e quindi dare loro una risposta, di certo non guasterebbe.
Si tratta di questo: l’articolo suddetto metteva in relazione il reddito delle diverse regioni italiane con la frequenza di un certo aplogruppo (scusate, ma non ho preso nota di quale), e faceva risalire la disparità economica fra il nord italiano e il nostro meridione a fattori genetici. Io credo di avervi già espresso il concetto che quello degli aplogruppi, sebbene sia un discorso oggi molto di moda, è qualcosa che va preso con le molle, e non è possibile postulare una corrispondenza di tipo così meccanico fra genetica ed economia senza considerare i fattori storici, ambientali, sociali.
Gli aplogruppi sono le varianti del cromosoma Y, che fra i cromosomi del nucleo cellulare è il più piccolo e povero di geni, in pratica serve solo per decidere l’appartenenza al sesso maschile, mentre il DNA mitocondriale, anch’esso usato frequentemente in questo tipo di ricerca, è DNA esterno al nucleo cellulare, contenuto in organelli della cellula, i mitocondri, che si pensa fossero in origine antichi batteri assorbiti come simbionti.
Poiché il cromosoma Y si eredita esclusivamente per via paterna e il DNA mitocondriale esclusivamente per via materna, l’uno e l’altro sono molto utili per tracciare degli albi genealogici delle popolazioni, ma poiché entrambi rappresentano una frazione minima del DNA, collegarli a qualsiasi caratteristica fenotipica delle persone, e tanto più delle società in cui vivono, risulta del tutto arbitrario.
Sarebbe una gran bella cosa possedere la macchina del tempo, caricarvi un bel numero di leghisti e gente simile, e portarli a fare un giro nell’Italia del XII e XIII secolo. Avrebbero la sorpresa di vedere che la parte più povera e arretrata della nostra Penisola all’epoca era il nord, per di più afflitto da una perenne instabilità politica e dalle continue guerre fratricide fra gli staterelli comunali.
All’epoca il nostro meridione era invece la parte più avanzata, non solo perché maggiormente a contatto con Bisanzio e i ricchi mercati dell’Oriente mediterraneo, ma perché prima i Normanni poi gli Svevi vi avevano costruito un solido e moderno stato accentrato che raggiunse il massimo splendore sotto Federico II, che ebbe con le Tabulae Melfitanae la prima costituzione moderna d’Europa, le creazione dell’Università di Napoli e della Scuola di medicina di Salerno (oggi da Salerno non si riesce neppure a costruire un tratto d’autostrada che raggiunga Reggio Calabria in tempi ragionevoli), i primi istituti europei di livello universitario. Fu alla corte normanno-sveva di Palermo che nacque la letteratura in lingua italiana, e di quel periodo restano monumenti artistici come il duomo di Palermo e quello di Monreale. Veramente c’è da chiedersi che faccia farebbero quei signori leghisti e simili vedendo che allora “i terroni” erano quelli del nord.
Da allora si è radicalmente capovolta la situazione storico-sociale, ma il patrimonio genetico delle popolazioni non si è modificato un gran che. Mentre il nord iniziava una lenta ascesa, l’invasione angioina voluta dalla Chiesa per distruggere la monarchia sveva, spingeva il meridione nel baratro (Da due millenni in qua, invariabilmente la Chiesa cattolica è la causa principale o almeno una delle principali cause delle nostre disgrazie).
Gli angioini trapiantarono nel nostro sud, liberandone la Francia, un esteso baronato parassitario e ne bloccarono le attività economiche consegnandole in mano ai banchieri genovesi e pisani che avevano finanziato l’impresa. Il nostro meridione, dice lo storico Scipione Guarracino “Fu costretto a essere povero”, ma tutto ciò non aveva ovviamente alcuna relazione con il DNA delle popolazioni, il DNA degli Italiani è rimasto piuttosto stabile nei millenni, e gli invasori e dominatori che si sono succeduti nei secoli vi hanno apportato ben poco, essendo perlopiù numericamente irrilevanti. Oggi che siamo invasi da tutta la feccia del mondo, il discorso rischia però di essere drammaticamente diverso.
Anche qui il discorso che occorre fare in proposito non è del tutto nuovo: l’uomo che ha conservato almeno un barlume di spirito tradizionale è naturalmente identitario, sente l’esigenza del radicamento in una comunità che non è soltanto un gruppo di persone, ma affinità di sangue e continuità storica con gli avi, continuità a sua volta proiettata verso il futuro, ma dobbiamo stare ben attenti perché sappiamo bene di avere a che fare con un nemico astuto quanto potente, e pronto a rivoltare le nostre armi contro di noi.
Vale la pena in proposito di ascoltare le parole dello scrittore austriaco Gert Honsik, che hanno tutta l’autorevolezza della lunga pena detentiva “democraticamente” inflittagli dalla tirannide democratica per aver svelato il piano Kalergi. Quest’ultimo prevede tra le altre cose l’incentivare i movimenti separatisti come mezzo per distruggere gli stati nazionali, considerati il maggior ostacolo all’affermazione di una società mondialista multietnica e multirazziale. Localismo e separatismo sono destinati a essere un boomerang per i loro incauti sostenitori, e la promozione del razzismo interno fra connazionali serve precisamente a questo scopo. received_1242167469211322
Ultimamente un amico, una di quelle persone preziose senza le quali tenere questa rubrica con una certa periodicità difficilmente mi sarebbe possibile, e che considero “collaboratori indiretti” di “Ereticamente”, mi ha segnalato un errore davvero singolare che compare nella serie televisiva Barbarians, Roma sotto attacco mandata in onda da History Channel: il generale cartaginese Annibale è presentato indossare un elmo di fattura romana (e fin qui, passi) su cui compare il monogramma XP “chi-ro” ben visibile, monogramma entrato in uso nelle legioni a partire da Costantino, e che, appunto, trattandosi delle iniziali di Cristo (“Christos” in greco) simboleggiava il carattere cristiano assunto dall’impero dopo Ponte Milvio. L’immagine di questo inedito “Annibale cristiano” è precisamente l’illustrazione che correda questo articolo. Chiaramente, dal punto di vista storico, poiché parliamo di un personaggio vissuto e di eventi che risalgono al terzo secolo avanti Cristo, si tratta di un anacronismo piuttosto grave, dovuto probabilmente al fatto che, anche per ovvi motivi di risparmio sui costi, queste produzioni spesso riciclano materiale utilizzato in pellicole precedenti.
L’aspetto importante sul quale vorrei attirare la vostra attenzione, però, a mio parere è un altro: fate un po’ caso a cosa ci raccontano tutte le produzioni storiche che si dedicano a illustrare per il grosso pubblico la storia romana, sembra che abbiano due chiodi fissi, Canne e Teutoburgo, a meno che non si parli della decadenza dell’impero e dell’irruzione conquistatrice di popolazioni barbariche entro i suoi confini, che ne hanno segnato la definitiva agonia, e spesso in queste produzioni si nota una simpatia nemmeno troppo velata vuoi per i Cartaginesi, vuoi per i barbari germani o unni.
Non si tratta certamente di negare la realtà storica dei disastri di Canne e di Teutoburgo, ma perché insistere sempre e solo su di essi? Vi pare che i nostri antenati Romani avrebbero potuto realizzare un impero esteso dalle Isole Britanniche al Medio Oriente se nel corso dei secoli avessero ricevuto solo batoste? Perché non menzionare mai o quasi mai le mille prove di valore dei legionari e di abilità strategica dei loro comandanti?
A cosa risponde questa tendenza a presentare i nostri antenati Romani nella luce più negativa possibile, se non alla volontà di imporre ai loro discendenti una visione quanto più immiserita possibile di se stessi e della loro storia sempre nell’ottica di diminuire le resistenze psicologiche alla sostituzione etnica?
Parliamo del modo in cui il mondo romano è presentato nelle pellicole hollywoodiane, di solito in contrapposizione al cristianesimo. Ancor meno del modo in cui esso è presentato nelle ricostruzioni “storiche” sopra dette, si può riuscire a immaginare che questi gaudenti beoni e lussuriosi sarebbero potuti riuscire a diventare i dominatori del mondo allora conosciuto.
L’antipatia che queste pellicole dimostrano per il mondo romano e per i valori da esso incarnati, è forse la dimostrazione più tangibile della verità di quel che asseriva un nostro grande intellettuale scomparso, Alberto Mariantoni: nonostante l’abbondanza di mezzi materiali, quello a cui questi bigotti calvinisti manovrati da burattinai circoncisi di cui nemmeno si accorgono possono dare luogo, potrà essere al massimo un imperialismo, ma mai un imperium.
Tuttavia, come vi potete facilmente rendere conto, tutto questo è ancora il meno. Questo Annibale presenta delle chiare caratteristiche negroidi. Che Annibale fosse cartaginese e quindi nato in Africa, è noto, ma questo non significa che fosse di colore più di quanto non lo fossero Cleopatra, Giuseppe Ungaretti, Christian Barnard, John R. R. Tolkien del pari nati su suolo africano. Confrontiamo questa immagine del vincitore di Canne rappresentato da un attore di colore con il celebre busto del condottiero tramandatoci dalla statuaria classica (a destra nell’immagine). Annibale era cartaginese, di origine fenicia, semitica, tuttavia i suoi lineamenti rivelano una discreta percentuale di sangue bianco caucasico (cosa che potremmo anche mettere in relazione con le sue eccellenti doti militari).received_1242167629211306
Questo Annibale nero, però, non è un errore come nel caso del monogramma XP, ma una falsificazione voluta che si inserisce perfettamente nel discorso portato avanti dal sistema mediatico made in USA che è sempre, anche quando parla di cose che sembrano lontane dalla politica, la voce del nemico. Da anni nelle pellicole e nei serial “storici” è evidente quello che potremmo chiamare un processo di negrizzazione, siamo arrivati al punto di vedere il un film sul Ciclo Bretone nientemeno che un Lancillotto di colore. Tutto ciò non è casuale, ma ha uno scopo preciso, quello di persuadere l’ignaro pubblico yankee ormai completamente plagiato, e poi noi che l’abominio della società multietnica e multirazziale che ci stanno preparando, nella quale tutte le identità etniche e storiche saranno distrutte, sia una cosa “normale”, “sempre esistita”.
Questo Annibale cristiano (e nero) che sfoggia il monogramma imposto da Costantino alle legioni, è certamente un anacronismo, tuttavia in un certo senso non è un errore, è – potremmo dire – un lapsus freudiano che svela involontariamente una verità che si vorrebbe tenere celata. La lotta fra Roma e Cartagine è stata senza dubbio un momento del più ampio conflitto fra mondo indoeuropeo e mondo semitico, una contrapposizione affidata alle armi, ma che si sostanzia in mondi di valori e orizzonti mentali e spirituali del tutto diversi. L’avvento del cristianesimo, l’infiltrazione di una religione di origine semitica all’interno dell’impero, il suo assalto al mondo spirituale indoeuropeo di Roma, è stato un altro momento dello stesso conflitto, un attacco ben più subdolo e pericoloso di quello portato da Annibale, perché portato dall’interno stesso dell’impero e mirante all’assoggettamento delle coscienze, e come sappiamo, disgraziatamente vincitore.
Questo Annibale nero col monogramma di Cristo potrebbe ben essere assunto a simbolo di tutto ciò che si è contrapposto e si contrappone allo spirito di Roma e all’universo – materiale e spirituale – indoeuropeo.
Io penso sia importante per le finalità che si propone questa rubrica, valorizzare la nostra eredità storica non solo in quanto europei e indoeuropei, ma nello specifico anche in quanto italiani, ossia italici figli di Roma, ed è appunto in questa chiave che va letto il contenuto prevalente di questo articolo, ma sarebbe davvero strano se proprio non vi fosse nulla da dire anche riguardo alla remota antichità preistorica dove le nostre origini in quanto europei, indoeuropei, caucasici, finiscono per mescolarsi con la questione dell’origine stessa della nostra specie.
Ultimamente, un altro di quei preziosi amici senza i quali tenere questa rubrica risulterebbe estremamente difficile, mi ha segnalato un articolo apparso su “Saturnia Tellus”, un articolo non molto recente a dire il vero, che risale all’8 febbraio scorso; il pezzo è a firma di Paolo Casolari, e riporta una notizia già apparsa su “Le scienze” in data 15 gennaio, e di cui vi avevo già parlato a suo tempo, il ritrovamento da parte di un’equipe di ricercatori russi, di tracce di presenza umana risalenti a 45.000 anni fa:
“L’equipe del paleontologo Vladimir V. Pitulko dell’Accademia russa delle scienze di S. Pietroburgo ha trovato prove di presenza umana a 72° Nord all’interno del Circolo polare risalenti a ben 45.000 anni fa (test del radiocarbonio). Mai, in precedenza, si erano registrate tracce di homo sapiens così a Nord. La località si chiama a Sopochnaia Karga ed è in piena Siberia artica (lat. 71,86 – lon. 82.7).Lo scrive la rivista Science nel suo numero 351 del 15 gennaio scorso.
La prova provata è nella forma di una carcassa di mammut, congelata da qualche millennio, che porta molti segni di ferite d’arma da punta e da taglio inflitte sia pre sia post-mortem, unita ai resti di un lupo braccato posto in una posizione separata, di età simile. Entrambi i ritrovamenti indicano che esseri umani sapiens, capaci di cacciare e sezionare una preda, potevano essersi ampiamente diffusi in tutta la Siberia artica almeno dieci millenni prima di quanto si pensasse”.
Probabilmente ricorderete che vi avevo già dato questa notizia, oltre a rilevare il fatto che essa indebolisce grandemente le posizioni dei sostenitori dell’Out of Africa, secondo i quali la nostra specie si sarebbe originata nel continente africano poche migliaia di anni prima, e per conseguenza non avrebbe avuto materialmente il tempo di espandersi così a settentrione. D’altra parte l’Out of Africa è smentita dalle ricerche degli scienziati russi fra cui in prima linea il genetista Anatole A. Klysov, ve ne ho parlato ampiamente proprio la volta scorsa. Oggi è come se fra scienziati russi e americani fosse rinata la Guerra Fredda a parti invertite: mentre i russi possono esporre liberamente i risultati delle loro ricerche, gli americani sono forzati dal dogmatismo democratico-progressista le cui elucubrazioni non tollerano di essere smentite dai fatti (pena pesante ripercussioni sulle carriere dei ricercatori stessi), e fra queste l’Out of Africa, caposaldo di tutta l’ideologia antirazzista.
A tutto ciò, l’articolo di Paolo Casolari aggiunge una considerazione importante: le prove archeologiche che stanno lentamente emergendo che non l’Africa ma l’Artico potrebbe essere il luogo d’origine della nostra specie, coincide con quello che in proposito hanno sempre affermato gli studiosi del pensiero tradizionalista, da Tilak a Julius Evola.
Ciò di cui possiamo essere certi, è che come italiani, come europei, come indoeuropei, abbiamo una grande eredità da difendere, che non possiamo accettare venga travolta sino a scomparire nel caos multietnico.

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Categorie: Ahnenerbe

Pubblicato da Fabio Calabrese il 26 Dicembre 2016

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Bilancini

    Purtroppo non è un caso isolato. La serie televisiva Beowulf presenta la medesima situazione: un maniscalco forgiatore di spade negro. Solo per aver fatto presente l’anacronismo del personaggio in una saga con ambientazione scandinavo-sassone fui bannato.
    Siamo appena agli inizi.

  2. Sei maschio, bianco, occidentale (meglio se europeo) e quindi hai sempre ed automaticamente torto.
    Naturalmente, i mass media (film, tv, pubblicità) si adeguano a questo mainstream, – se non altro per meri motivi di sopravvivenza commerciale – e quindi giù a cascata nella spirale viziosa.
    E’ un riscontro facile facile: sintonizzatevi su un qualsiasi telefilm o sit com, specialmente se d’oltreoceano, e vedrete come il personaggio maschio, bianco e occidentale sia necessariamente il più idiota o immorale o infantile del mazzo.
    Comunque complimenti per il sito e per l’articolo, avanti così.

  3. Primula Nera

    Quella del politicamente corretto è la piaga dei nostri anni.Nel campo delle arti è il Cinema quello che ne subisce gli effetti più nefasti. Alle vostre segnalazioni,aggiungo una serie tv come “Merlin”,che presenta un giovane e biondissimo re Artù innamorato perso di una serva di colore di nome Ginevra,il tutto in una Camelot più multiculturale di New York…;i film sull’antica Roma poi,oltre a mettere in cattiva luce il suo impero(l’unica pellicola rispettosa della sua storia è “The Eagle” da voi recensito in questo sito),presentano continuamente legionari neri(gli immancabili numidi…)…Ma questa tendenza vi è un po’ ovunque,sono riusciti ad inserire persone di colore persino in un film che riguardava Cappuccetto Rosso(“Cappuccetto Rosso sangue”).
    Qualche anno fa il produttore di una fortunata serie televisiva poliziesca inglese(L’Ispettore Barnaby”)venne licenziato,perchè non dava abbastanza spazio a soggetti di origine straniera nei suoi telefilm…

  4. Mike

    Annibale era italiano. Stette anni a Crotone,indisturbato. Quindi quella era casa sua. Su una dispensa interessantissima un professore diceva fosse nato a Palermo. Non era fenicio,né cartaginese. Lo stesso termine “i Cartaginesi” è sempre stato usato in modo improprio. Annibale,casomai,è più collegato all’area spagnola (Barca,Barcellona) che a Cartagine,col quale invero non c’entra nulla… Questa è una parte interessantissima della storia,su cui ovviamente,tutto ciò che di hanno detto,è FALSO. Era italiano (come tutti i genii).

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