In cortile, durante l’ora d’aria… – Mario Michele Merlino

In cortile, durante l’ora d’aria… – Mario Michele Merlino

Ho condiviso per breve tempo il cortile del carcere di Regina Coeli, reparto chirurgia, con Luciano Luberti. Era nel 1972, da poco era stato catturato dopo un conflitto a fuoco nella zona di Napoli dove aveva trovato rifugio. Aveva allora cinquant’anni o poco più. Era un omone irsuto dalla folta barba spiovente sul petto, gli occhi irosi e iniettati di sangue, la voce roca dai toni aspri, il gesto brusco. Simile a molla, un po’ arrugginita e scrostata, pronta però a scattare, a colpire. Era tornato alle cronache, quando nel gennaio del ’70 aveva ucciso con un colpo di pistola – sebbene si fosse sempre proclamato innocente – l’amante, una profuga istriana di venti anni più giovane. Una storia di passioni tradimenti gelosie. L’aveva adagiata sul letto cosparsa di fiori e profumi chiuso l’appartamento e fuggito. Il corpo era stato poi rinvenuto in avanzato stato di decomposizione dalla polizia su segnalazione dei vicini, allarmati dal cattivo odore che s’espandeva sul pianerottolo. A scavare nel passato di Luberti ci avevano pensato i giornalisti, attirati da una vicenda da fotoromanzo stimolante la curiosità dei lettori.

‘Il boia di Albenga’, questo l’appellativo che si era conquistato e ci stava tutto – e se ne faceva vanto, del resto – durante gli anni della guerra civile, 1943-’45 e dintorni. Nella cittadina ligure proveniva da Roma e dopo che si era arruolato direttamente nella marina tedesca nei giorni concitati successivi all’8 settembre. In qualità d’interprete era stato assegnato alla Feldgendarmerie, dove venivano giudicati presunti e reali partigiani, tutti quei loschi figuri che prosperano in tempi di odio rovine morte. In effetti il suo compito si risolveva nel lavoro sporco, estorcere informazioni sotto tortura, prima del colpo alla nuca nei pressi della foce del fiume Centa. Qui furono ritrovati, al termine della guerra, cinquantanove cadaveri, ma si parlò allora di circa duecento esecuzioni in cui il Luberti era stato partecipe – e di cui – facendo anche qui vanto –, egli stesso enfatizzava il numero e la soddisfazione. Risulta dalle carte del processo, una sequenza d’orrori (ne siamo memori sulla pelle dei ‘nostri’), ma, svoltosi quando già era entrata in vigore l’amnistia Togliatti, la condanna a morte venne annullata e scarcerato.

Anni ’70: è l’Italia dei misteri dei sospetti dei teoremi delle trame del golpe, tentato, delle stragi banche treni della P38 dei brigatisti rossi dei servizi deviati (vi sono, dai, apparati dello Stato che non lo siano?). Così Luberti s’inserisce anche in questo gioco di ombre e di illazioni il Fronte Nazionale di Borghese la morte irrisolta di Armando Calzolari, suo tesoriere, piazza Fontana e ogni cialtrone si sente armato di penna e non di coraggio – ‘la banalità del male’ a dirla con la Arendt – deputato a vomitare il fiele che porta in sé, quel porco che è in lui, non certo la tigre… Ma non di questo mi conta oggi scrivere. Sono eco di un mondo di chiacchiere che mi ha perseguitato – e, in parte, mi perseguita tuttora – e di cui ho appreso a liberarmi, l’ho detto in un verso di Inattuale, come si fa con il tempo d’ogni scoria, d’ogni superfluo.

Voglio solo raccontarvi un episodio, quanto ebbe a dirmi Luberti e, magari, farci una sorta di riflessione. E’ l’ora d’aria, come si dice in gergo. Scendo in cortile; Luciano è già lì. Al centro dello spiazzo, iroso più del solito, solo. Gli altri detenuti lo evitano, in un misto di timore e rispetto. Appartiene ad altra razza, razza speciale di criminali e non solo (anche nel crimine vige la gerarchia) e questo s’avverte a pelle. Mi agita un quotidiano. Mi indica un articolo dove, a suo dire, il giornalista ha estrapolato frasi dal suo libro Fiamma e…

‘Guarda cosa mi hanno messo in bocca. Non ho mai scritto che c’è un godimento superiore all’orgasmo e questo è la strage…’.

Dillo a me, penso, che m’hanno accollato le bombe di piazza Fontana. Però mi tengo dentro questa considerazione. Luciano è esplosione di lava incandescente, rombo di tuono, non vale certo gettarci sopra ulteriore benzina. Cerco d’abbonirlo.

‘Cosa pretendi da questi pennivendoli, carnefici di un antifascismo da salotto? Sono oltre vent’anni che gli hanno riempito la testa di menzogne… Poi tu ti sei vantato – ed io condivido (non era proprio vero, ma bisognava dargli lo zuccherino) – di aver mandato al palo cento undici partigiani. Capirai, neppure pentito…’. (Quasi fedele il senso e le parole del mio tentativo).

E, qui, il racconto che intendo proporvi. Con altro tono, non so, quasi un insieme di ricordo nostalgia commozione lo pervadeva, lo rendeva ‘altro’. Una lezione. Ne ho fatto tesoro; l’ho proposta in alcune conferenze (in particolare a Gorizia in un incontro tra ex, partigiani e combattenti della RSI). E, per analogia, lo straordinario unico monologo sul senso dell’orrore di cui si fa interprete Marlon Brando nel film Apocalypse now: ‘Io ho visto degli orrori… Ma non avete il diritto di giudicarmi… L’orrore… l’orrore ha un volto, e bisogna essere amici dell’orrore. L’orrore e il terrore morale ci sono amici. In caso contrario allora diventano nemici da temere. Sono i veri nemici’. E, a conclusione – quanta eco emerge di Nietzsche, quanta forza di porci ‘al di là del bene e del male’ –: ‘Bisogna avere uomini con un senso morale, ma che allo stesso tempo siano capaci di utilizzare i loro primordiali istinti di uccidere senza emozioni, senza passioni, senza discernimento… senza discernimento. Perché è l’intenzione di giudicare che ci sconfigge’.

Mi racconta, Luciano. ‘Dalla mattanza del 25 aprile mi salvo. Così, per strano caso del destino o chissà per quale altra diavoleria, mentre ragazzini arruolatisi magari il giorno prima (mi viene a mente Giano Accame e il suo solo giorno in divisa della Repubblica Sociale) venivano scannati come capretti, io che, in fondo me lo meritavo, me la cavo. Finisco più tardi nel carcere di Marassi; ne esco con l’amnistia. Sono in strada, per le vie di Genova. Mi si avvicina un giovanotto con la mano in tasca. Mi si rivolge – Siete voi, Luciano Luberti, detto il boia di Albenga? –. Se hai la pistola e mi vuoi sparare, fallo subito… tanto ‘sta vita ormai mi fa schifo. Mi guarda abbozza un sorriso mostra la mano nuda. – No. – mi dice – Volevo stringervi la mano. Siete voi che avete ammazzato – e mi fa il nome di due partigiani. Li ricordavo bene. Gli avevo messo le mani addosso così bene che li dovettero legare alla sedia per fucilarli tanto poco si reggevano in piedi. E mi racconta come costoro, con altri, erano discesi dalle montagne e avevano depredato il casale, lui assente, dove vivevano le sue sorelle le avevano stuprate e con la testa giocato a palla… Insomma io, concludeva, sono il boia di Albenga; gli altri patrioti martiri eroi’.

Non è una grande storia – e neppure particolarmente originale. Ci siamo nutriti in gioventù di racconti raccapriccianti di testimonianze di immagini. Ce li raccontavano i reduci della guerra perduta, li leggevamo su memorie pubblicate da piccole e quasi latomiche case editrici. Poi sono venuti i libri di Giampaolo Pansa e ‘il sangue dei vinti’ s’è trasformato in business… Eppure è il personaggio, la sua vicenda personale di allora e quella della cronaca, ai tempi n cui l’ho conosciuto, che la rendono in qualche modo ‘degna’ d’attenzione. In tempi sciatti, di sentimenti stitici, di passioni dozzinali, di vissuti grigi ed anonimi.

Nietzsche ammoniva ci metteva in allarme come dentro e fuori di noi si nascondesse una tigre pronta a sbranare a sbranarci – in fondo il monologo di Marlon Brando non si esauriva all’interno della guerra del Vietnam, così estranea dalla geografia degli occhi e pur così coinvolgente nella geografia delle idee in armi. Ben oltre le letture di un Cavalcare la tigre e dintorni. Ben oltre i bastoni e le barricate gli slogan cattivi e urlati a muso duro in piazza. Ben oltre ogni nevrosi rivoluzionaria e sognata come se fosse un tassello di un immaginario e planetario gioco di Risiko.

Cosa, dunque, ci richiama ci strattona ci tenta, insomma ‘è’?

Il linguaggio del corpo, liberato… da lacci confini contrapposizioni. Tu ed io da soli a guardarci come in uno specchio. ‘La vita mi ha dato tanto amore’, confidava alle mie alunne l’ausiliaria Giovanna Deiana, resa cieca appena sedicenne sotto uno dei primi bombardamenti inglesi su Verona, a cui qualcuno, ormai a guerra finita, aveva assassinato il fratellino Aldo, adolescente mascotte della Brigata Nera,‘i miei occhi’… Tutta l’esistenza di uomini e di donne che avevano scelto con un gesto disperato e folle, dunque di autentico amore, di andare là dove ormai la sconfitta era segnata, dalla ‘parte sbagliata’, in quelle orbite vuote si raccoglieva viveva si ritrovava. E lo sguardo iroso e feroce e assassino di Luciano in cui l’odio mai domo si mostrava e reclamava il diritto d’essere appagato, svincolato dalla logica qui stanno i buoni là i cattivi, solo e anch’esso folle e disperato. Moneta lanciata in aria e che, ricadendo, mostra una delle due facce, senza un perché. In fondo tanto simile ad un gesto d’amore…

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Categorie: Punte di Freccia

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 15 Dicembre 2016

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

Commenti

  1. Ezio Polonara

    Bell’articolo Merlino…l’ho letto con piacere e con tristezza..tristezza, per quella oscena divisione che dovette subire il popolo italiano..

  2. mario michele merlino

    e questa divisione si perpetua – al di là del contesto storico – nel quotidiano finchè non supereremo la dicotomia del bene e del male…

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