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Addio, Lugano bella… – Mario Michele Merlino

Addio, Lugano bella… – Mario Michele Merlino

Nella seconda metà e al finire dell’Ottocento gli anarchici, in massima parte italiani, si resero protagonisti di tutta una serie di attentati in Europa, avendo a obiettivo uomini di governo e sovrani, alcuni portati a compimento con successo altri falliti. Riuscito, ad esempio, l’assassinio del presidente francese Sadi Carnot, pugnalato a Lione il 24 giugno dell’anno 1894 ad opera di Sante Caserio, diciannovenne, ‘… ardea nella pupilla – delle vendette umane la scintilla – ed alla plebe che lavora e geme – donasti ogni tuo affetto ogni tua speme’ (così i primi versi di una delle ballate a lui dedicate).

A seguito, su pressione del governo francese, la Svizzera arrestò prima ed espulse poi l’avvocato di Caserio, anch’egli italiano ed anarchico, Pietro Gori che vi si era rifugiato e, con lui, altri diciassette anarchici. E proprio il Gori è l’autore del testo di quella canzone, ‘Addio, Lugano bella, o dolce terra pia, – cacciati senza colpa – gli anarchici van via – e partono cantando con la speranza in cor’ che, tanto struggente e tanto di successo (vi è una versione anche ‘fascista’), ad arrivare a noi, un secolo dopo, magari tramite la versione di Ivan Graziani innervata in una storia, anche essa struggente, d’amore. ‘Oh! Marta io ti ricordo così – il tuo sorriso e i tuoi capelli fermi come il lago – Lugano addio cantavi – mentre la mano mi tenevi!’.

Infine in data 29 luglio 1900 un anarchico era giunto dagli Stati Uniti a vendicare i morti di Milano, quelli falciati dai soldati del generale Fiorenzo Bava Beccaris tra il 6 e il 9 maggio 1898 durante la cosiddetta ‘protesta degli stomachi’ – la mancanza di pane e il sospetto di serrata nella panificazione per lievitare i prezzi –, oltre trecento le vittime. Costui si parò davanti alla carrozza del re Umberto I, che a Monza si stava recando alla chiusura del concorso ginnico della polisportiva Forti e Liberi. Gaetano Bresci sparò tre colpi di pistola colpendo a morte il sovrano alla spalla al polmone al cuore. (M’è capitato di leggere, anno 2005 Aliberti editore, il romanzo del giornalista Pier Francesco Gasparetto Lo zio anarchico ove compare il Bresci ed altre figure del movimento libertario tra intrighi presunti fantasiosi improbabili, il tutto trattato con l’agile penna dell’ironia).

Dell’idea del complotto che accompagnò questo così come i precedenti attentati, ad esempio, quelli contro Francesco Crispi e mai dimostrati, tratta Paolo Mieli in un esile capitolo del suo saggio, edito nel 2013, dal titolo I conti con la storia. Raccolta di una trentina di avvenimenti intorno a figure del passato, rivisitate con i parametri di quel revisionismo modello De Felice, di cui Mieli è stato allievo, e che affonda nel costante ripensare a quanto, tramite a documentazione e nuovi studi, si propone nel presente. Mi è stato regalato nel classico scambio di doni il giorno 25 e che ho letto la sera stessa tra un tentativo e l’altro, tutti risultati vani, di un sonno continuativo. Mi ha intrigato il titolo La solitudine dei terroristi. E il saggio di Erika Diemoz, di cui Mieli fa ampio riferimento, ove si legge come ‘cospiratori e regicidi rappresentavano altrettanti personaggi cui rendere gloria’. Non, però, di questa solitudine, mancanza di prove oltre l’uso strumentale del sospetto, s’è portata la mente dopo aver spento per l’ennesima volta la luce. Ad altra, personale solitudine, pur se immerso in clima da terrorista presunto, trame intrighi strategie teoremi, e anarco-fascista in pectore. ‘Io tutto, io niente…’, con il Guccini de L’avvelenata.

Con il nome di Villa Triste si indicava – forse anche oggi – un edificio basso composto dalle celle di isolamento allineate la guardiola un cortiletto con al centro un lavabo e il rubinetto gocciolante acqua ghiaccia, separato dalla struttura principale all’interno del muro di recinsione del carcere di Regina Coeli. Vi ho trascorso alcuni mesi. Senza finestra la porta in legno con lo spioncino e il cancello il letto con le zampe murate al pavimento il vaso in plastica le mattonelle alle pareti trasudanti umidità. Con il dito vi lasciavo l’orma mentre contavo ogni rettangolo; ne misuravo lo spazio a passi lenti uno due tre quattro avanti e indietro. Scrive Pound che chi ha conosciuto la gabbia la rifiuterà per uomini e bestie. Ci sono arrivato dopo i giorni in questura, il fermo la sera stessa del 12 dicembre; mi preparerò il sacco – la coperta annodata coi quattro capi e dentro pochi effetti personali – per raggiungere il secondo braccio a primavera inoltrata.

Voci altrui e raggi del sole ostili.

Mi hanno tolto gli occhiali – temono, credo, e con qualche fondatezza che si rompa il vetro delle lenti e ci si tagli i polsi –; mi hanno tolto i fiammiferi ma lasciate – non so se per stupidità o sadismo – le sigarette. Fumatore disperato, ho cominciato intorno ai dieci-undici anni, un solo pacchetto non mi bastava, il secondo neppure… Batto contro lo spioncino, mi faccio accendere la prima sigaretta dalla guardia poi, con il mozzicone, un’altra e così di seguito. Fino a sentirmi una sorta di mattone premere sul petto. Se potessi vedermi allo specchio, dovrei avere il colorito sul giallo-grigio. Simile ad un topo.

Celle di isolamento. Isolato dai miei coimputati, forse sono anch’essi nelle medesime mie condizioni, dalle notizie via radio e televisione dai giornali nessun colloquio con genitori parenti amici avvocati o inutili esseri umani nessun libro neppure una penna per annotare un pensiero qualche stupido verso mostruose oscenità metafisiche o, al contrario, banalità rimpianti nostalgie ricordi. Niente di niente. Inutili gli occhi, la mente… Isolamento, non solitudine. Si badi bene. Perché – e la distinzione non è da poco – isolamento e solitudine non vanno confusi. Il primo tracima verso il basso; la seconda cerca le vette. Il primo è sovente la voce disperata ed inquieta della quotidianità anonima per strada sull’autobus in metro il pianerottolo con porte troppo sprangate. Il primo è la morte anonima, giorno dopo giorno, epitaffio di un imbecille, dove sta la vita dove il morire, l’una compenetra il secondo, si confonde. La seconda ti sorregge, come rostri d’aquila, nello scrutare gli abissi spiccare il volo, in alto sempre più in alto, oltre il confine estremo, azzurro il cielo o solcato da fulmine poco conta. La seconda partecipa di una unicità – essere solo, essere sole hanno la medesima radice? –, radiosa aurora, premessa e promessa d’ulteriori albe a venire. La seconda, simile ad arcobaleno, è il ponte tra l’altro e la natura e a ciò che, da ostinati, diamo nome di ‘dio’…

Nelle celle di Villa Triste l’isolamento e la solitudine si sono sfidati. Angoscia estrema di un momento – sera del 21 dicembre –, sensazione di non potercela fare, tremore del corpo avvinto, poi la solitudine s’è rialzata e ha gridato muta il suo Sì… Da allora non mi hanno più, tempo e circostanze, reso vinto ai loro occhi.

Dunque, la solitudine dei terroristi, espressa da Paolo Mieli, ripercorrendo le tappe di fine Ottocento delle ‘azioni esemplari’ dell’anarchismo per sfatare o, almeno, per mettere in forte dubbio la convinzione di chissà quali complotti – ‘…questi libertari erano per lo più degli isolati, degli individualisti, al massimo partecipavano a piccoli raggruppamenti e non prendevano ordine da nessuno’ –, questa solitudine è altro e nulla a da spartire con quella di un presunto terrorista anarchico e fascista in quella stagione che andava volgendosi in Italia sul finire degli anni Sessanta. Eppure…

Randagio è l’eroe’ titola un suo libro – confesso che mi deluse la lettura – Giovanni Arpino, letto proprio a Regina Coeli. E preferisco Francesco Guccini quando, pur tra pugni chiusi bandiere rosse e nere, conclude i suoi concerti cantando La locomotiva. ‘Gli eroi son tutti giovani e belli’… e quel ferroviere, ‘non so che viso avesse neppure come si chiamava’, è l’erede legittimo di Cyrano de Bergerac (Guccini ben molti anni dopo lo renderà ‘in versi’) e di Don Chisciotte. Del resto – non a caso – il mio fratello più caro, Robert Brasillach, amava la definizione di ‘anarco-fascismo’. E della natura medesima – ‘buon sangue non mente’, si dice – è, ad esempio, quel franco tiratore di Torino (l’episodio si trova riportato da Giano Accame ne La morte dei fascisti) che s’aggiusta la giacca e lesto si porta là dove sarà fucilato… 

Poi la rinnovata stagione del sospetto del complotto delle trame bombe P38 rossi e neri, che hanno avvelenato un decennio ed oltre – sull’asfalto il sangue versato s’è raggrumato e possiede lo stesso colore, generoso ed innocente. Tra intrighi ed ideali e rozze semplificazioni e sottili strumentalizzazioni. Sempre, però, la solitudine del cuore, se non del gesto, s’erge a ricordarci a invitarci a guidarci oltre le prigioni ogni isolamento filo spinato sbarre chiavistelli del confine – fino a quello di cielo e terra – che altri hanno imposto per frenare la nostra fame di esseri in cammino, di esseri contro…

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Categorie: Punte di Freccia

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 30 Dicembre 2016

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

Commenti

  1. Vincenzo Cialini

    Articolo sublime. Non ho altre parole per descrivere il gusto di questo pezzo.

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