Uscire dal XX secolo. Un’idea nuova per il Terzo Millennio.  Per una Quarta teoria politica. – Roberto Pecchioli (4^ parte)

Uscire dal XX secolo. Un’idea nuova per il Terzo Millennio.   Per una Quarta teoria politica. – Roberto Pecchioli (4^ parte)

“Chi ha rinunciato alla sua terra, ha rinunciato anche al suo Dio”

(Fedor Dostoevskij- L’idiota)

Capitolo VII

Impero globale e mondo plurale

Genere e sesso

Tra gli obiettivi dell’impero globale c’è il controllo sulle nostre menti e sulle nostre stesse identità personali. Non pago di azzerare le distinzioni tra i popoli, l’Impero (utilizziamo qui il lessico di Toni Negri e Michael Hardt ((Antonio Negri (1933-) politologo italiano; Michael Hardt (1960-) pensatore politico americano. Neomarxisti, sono noti per l’idea di moltitudine. “impero”.))) lavora per strappare all‘uomo tutto ciò che non è se stesso, con il pretesto di liberarlo. Aggredisce perciò il “Sé” di ciascuno di noi, ossia, oltre la definizione di Carl Gustav Jung ((Carl Gustav Jung (1875-1961) psichiatra e antropologo svizzero, seguace e poi avversario di Sigmund Freud (1856-1939) austriaco, inventore della psicanalisi. Introdusse i concetti di archetipo e inconscio collettivo.)) che lo scoprì, la coscienza di essere, l’appercezione (consapevolezza di percepire), il senso dell’Esserci, il nostro personale e comune Dasein.

Ecco dunque l’attacco contro l’identità sessuale, la trasformazione del nostro essere maschio e femmina in “genere”, la volgare mistificazione secondo la quale noi non siamo uomo o donna, ma scegliamo individualmente di diventare tali, al di là della biologia e della morfologia. Dunque, anche la naturale attrazione per l’altro sesso, il potente istinto che ci accompagna dalla pubertà al termine dei nostri giorni, cui la natura o il Dio creatore ha assegnato il compito di riprodurre le specie, naturale non è. Deve essere rieducato, ricondotto alla “libera” scelta, talché le pulsioni omosessuali hanno la stessa valenza e lo stesso titolo ad essere assecondate dalla legislazione delle tendenze normali rinominate eterosessuali, al pari di ogni altra bizzarria, inversione o depravazione legata all’universo sessuale umano. Il risultato è la “teoria del gender”, il matrimonio omosessuale e presto la restaurazione della poligamia (poliamore, nella neolingua), la via aperta ad ogni tipo di procreazione tecnologica (assistita, il politicamente corretto riscrive il vocabolario…..), in un futuro prossimo clonazione, transumanesimo, i cyborg uomini macchina.

Gli odierni difensori dei diritti umani, entusiasti sostenitori di siffatte idiozie presto dovranno scendere in campo per violazione dei diritti dei cloni o dei cyborg. La parificazione tra uomini ed animali è già in fase avanzata, tanto che in Spagna vige una legge a protezione delle scimmie, anzi dei primati superiori. A dirla tutta, desta maggiore rispetto il simpatico bonobo di questa nuova umanità deprivata di se stessa.

A breve, non sarà neppure più vero che l’uomo è misura di tutte le cose, secondo il celebre frammento del sofista Protagora((Protagora di Abdera (486-411 a.C.) filosofo greco, uno dei sofisti. )), poiché mancherà il soggetto, l’uomo, privato del Sé e dell’Esserci. Un’aggravante ulteriore è l’inclinazione del nemico a trattare le sue idee come verità autoevidenti, o, nella versione del sociologo americano Robert K. Merton, profezie che si autoavverano, influenzando così il comportamento sociale.

Un pensiero tradizionale non ha neppure bisogno di situare se stesso dal lato giusto della barricata: il problema è guidare la riscossa, insieme con tutte le culture, per fortuna maggioritarie, che si oppongono ad una deriva che, in termini iconografici, paragoneremmo alla deliberata, scientifica distruzione di una statua come il Mosè o la Pietà di Michelangelo, pezzo dopo pezzo, sino a ridurla ad irriconoscibile detrito, da quel marmo straordinario che era, da cui, per sottrazione di materiale e con stupefacente genialità l’artista ha tratto una rappresentazione commovente.

L’uomo della post modernità, secondo la 4TP sarà il non-adulto, ovvero colui che riesce a guardare la vita con gli occhi stupiti del bambino, non si è sperduto nel labirinto del disincanto, della razionalità, dell’illuminismo da quattro soldi di chi crede solo a ciò che tocca, l’individuo-massa diventato adulto per decreto del progresso, riportato ad infante dalla sindrome di Peter Pan instillata dalla mistica dei diritti e del soddisfacimento obbligatorio ed immediato di voglie, ghiribizzi, capricci.

Modernità, postmodernità, pluralità culturale. 

In particolare, il passaggio dalla modernità, con le sue certezze granitiche e la sua superba razionalità per cui niente è vero se non è misurabile con i criteri delle scienze naturali, alla postmodernità che invita a riesaminare metodi e paradigmi, rivedere certezze consolidate, lascia aperti varchi, fa intravvedere fenditure, punti deboli del sistema, bachi, direbbero gli informatici, nei quali gettare un cuneo. Il criterio unico della razionalità è stato smontato da Paul Feyerabend in Contro il metodo, i suoi caratteri violenti ed oppressivi sono stati smascherati da Michel Foucault come biopolitica, il potere che penetra nella carni sino al possesso della vita. Un aspetto dell’odierna società della sorveglianza a fondo indagato anche dall’antropologa Ida Magli, da poco scomparsa, la cui indagine si è conclusa con un grido lacerante: siamo sotto un dominio formidabile e inaudito, padrone dei corpi e delle menti.

Chi ha dei padroni, ha un solo nome: schiavo, ed è vittima, tra l’altro, di un disgustoso razzismo antropologico, che si manifesta nella valanga di prescrizioni e normative, nella medicalizzazione di ogni aspetto della vita, nel considerare disturbo o follia ogni diversità che metta in crisi le certezze del sistema. Il sistema borghese ha tratti profondamente totalitari, e si difende anche attraverso il potere di nuovi bramini come psichiatri e psicoterapeuti, asserviti all’industria chimica farmaceutica, elemento portante dell’apparato industriale dominante.

Il post moderno non è dunque migliore del suo antecedente, ne costituisce anzi una sorta di pantomima triste e tremolante, simbolizzata dalla pregnante definizione di società liquida. Consente però alla Tradizione di rientrare nel gioco, gettando sul tavolo certezze antiche ed idee nuove.

Mondo al plurale contro Babele 

Illuminante è il concetto di pluralità culturale. La premessa necessaria è distinguere la pluralità dal multiculturalismo che è stato scelto dalle oligarchie transnazionali per dissolvere le appartenenze, in alleanza con l’indifferenza amorale dei liberali, il cui unico interesse importante è che gli uomini scambino beni e servizi in base alla ragione calcolante. Multiculturalismo significa convivenza acritica di culture diverse nella neutralità istituzionalizzata rispetto a credenze e modi di vita. Nei fatti, il multiculturalismo invocato per gestire il problema dell’immigrazione di massa è il cavallo di Troia per introdurre dosi sempre più massicce di deculturazione, in modo da poter realizzare rapidamente lo sradicamento delle popolazioni, originarie ed immigrate, premessa dell’americanizzazione “ liberal” dei costumi. Chi è sradicato, sradica, ammoniva inascoltato Pino Rauti già nel 1990.

Le popolazioni immigrate, infatti, tranne i mussulmani legati alla religione, tendono, dopo una fase iniziale di chiusura difensiva, a perdere l’identità precedente senza assumerne un’altra che non sia quella dell’aspirazione ad essere consumatori, nuovi adepti della globalizzazione liberale.

Il multiculturalismo, tutto sommato, non esiste in quanto sì è annacquato nell’americanismo, il cui passo successivo – di cui è in corso in Italia la forzata realizzazione – è il “melting pot” ((Melting Pot. Ingl. Lett. Pentola che ribolle. Espressione diventata sinonimo di società multietnica.)), la Babilonia meticcia in cui non ci si fonde, ma ci si mischia e dissolve senza un centro o una direzione. Per la verità, una direzione esiste, ed è quella che indica la via per i centri commerciali. Pluriculturale è, al contrario, l’ humus che, difendendo ogni identità, riconosce il diritto della maggioranza a rimanere tale e quello delle minoranze ad essere tutelate senza che ciò diventi privilegio. Per quelle minoranze, etniche, linguistiche, religiose o culturali prevalenti in alcune parti del territorio, vale l’idea romana ed imperiale: massima autonomia, ma anche esplicito riconoscimento del livello centrale. Per quanto riguarda l’immigrazione, che è, insieme con la sterilità demografica, il nostro massimo problema, è condivisibile quanto manifestato da Vladimir Putin: “In Russia vivono i russi. Qualsiasi minoranza, se vuole vivere in Russia, per lavorare e mangiare in Russia, dovrebbe parlare russo e dovrebbe rispettare le leggi russe. “

Struttura russa ed europea. Occidente, Eurasia.

Abbiamo accennato al Circolo di Praga, le cui acquisizioni, specie nel campo della linguistica e dell’antropologia, sono una parte del vasto sostrato culturale che la 4TP cerca di offrire ai popoli europei ed eurasiatici. Il Circolo si riconobbe nello Strutturalismo, che, dopo la lezione di Saussure divenne un elemento importante della cultura europea e quei suoi esponenti che furono anche pensatori politici, come Jakobson e Trubeckoj, si impegnarono nell’individuazione delle strutture fondamentali dell’anima russa, concludendo che la sua originalità stava nell’associare idee europee – come la religione cristiana- a valori asiatici, senso della gerarchia, una religiosità fondata sulla fede piuttosto che sulla ragione, la tendenza alla dimensione comunitaria e collettiva più che all’individualismo.

L’’Occidente viene invece percepito come un pericolo per l’umanità a causa del suo universalismo, progressismo e colonialismo, che procede a tappe forzate ad una unificazione totalitaria del mondo per gli interessi dei suoi gruppi dominanti. La diversità è per la 4TP un fatto naturale, organico e positivo. Idee, queste, assai simili a quelle della Rivoluzione Conservatrice e di settori importanti della Nuova Destra europea. Da sottolineare è lo sforzo dell’eurasiatismo di darsi una dimensione mondiale, globale, all’altezza delle sfide planetarie. Occidente significa modernità e diritti dell’uomo, ed è quindi non un luogo, ma un concetto meta geografico ed universale, specularmente uguale deve essere la categoria di eurasiatismo. L’aggettivo eurasiatico non designa l’abitante del continente Eurasia, ma l’ uomo che assume volontariamente la posizione di una lotta esistenziale, ideologica e metafisica contro l’americanismo, la globalizzazione e l’imperialismo dei valori occidentali (la società aperta, i diritti dell’uomo, la società di mercato, ecc.).

Quel che viene rifiutato energicamente è la credenza che gli Stati Uniti siano portatori di una verità universale obbligatoria, anziché di principi in qualche misura locali, validi in Europa Occidentale, in America, nei paesi di ascendenza britannica, espressi da un tempo relativamente breve, la modernità inaugurata dalla rivoluzione industriale e da quella francese del 1789.

Alcuni popoli assegnano la priorità ai principi religiosi ed alla dimensione collettiva, altri preferiscono la gerarchia, o la teocrazia, altri ancora non hanno abbandonato il socialismo e il comunismo, infine qualcuno potrebbe orientarsi all’anarchia, e quanto ai modelli economici, ve ne sono molteplici, ed anche il capitalismo liberale di mercato è il frutto di alcuni popoli e di precise circostanze spazio temporali. Occorre accettare l’eterogeneità e, per citare un’idea di Massimo Fini ((Hans Kelsen (1881-1973) giurista e filosofo del diritto austriaco americano. E’ il padre del moderno normativismo, o positivismo giuridico.)), riconoscere un certo grado di relativismo culturale, che è ben altro dal relativismo etico.

L’ostilità nei confronti degli Stati Uniti è legata al suo modello, all’insistenza con cui impartisce lezioni sul bene e sul male. Essi, a nome proprio e dell’idea liberalcapitalista, pretendono di giudicarci, manipolarci e governarci. Si percepiscono come apice e conclusione della civiltà occidentale, la storia non è che un cammino univoco e monotòno di progresso tecnico e sociale, che nel liberalismo tende oltre il suo massimo l’arco delle possibilità umane. Intanto, quel mondo si muove pericolosamente verso derive post-umane e persino post-individuali (cyborg, intelligenza mondo artificiale, impianto di chip e di computer nel corpo umano).

Pure, non si può essere antiamericani in eterno, e tantomeno odiare il popolo statunitense in quanto tale: si tratta di una avversione reattiva, difensiva, determinata da circostanze storiche che vogliamo rimuovere. Poiché il sentimento della 4TP è di rispetto per ogni nazione e visione del mondo, l’antiamericanismo non può diventare una fobia, o un odio generalizzato nei confronti dei popoli di quella parte del mondo. Una volta ristabilito un giusto rapporto tra “noi “ e “loro”, messa da parte o sconfitta la prevaricazione e l’imposizione unilaterale, anche l’inimicizia terminerà. Liberi gli americani di vivere e pensare nel modo che ritengono giusto. Il rispetto multipolare vale anche per loro, e torneranno, come nel vecchio diritto pubblico, “iusti hostes”, avversari giusti, con i quali le ostilità – che ci si augura non diventino scontro di eserciti – sono cessate e si torna al dialogo sulle nuove basi.

Non può essere taciuto l’intenso legame ed il debito culturale con Fedor Dostoevskij, considerato una specie di padre dell’anima russa e della missione di quel popolo. Un grande europeo, anche, fine conoscitore della letteratura e del pensiero di tutto il continente, portatore di una spiritualità che gli fece affermare che avrebbe preferito avere torto con Gesù Cristo che ragione contro di lui. Le macerie del nichilismo, nuovo padrone dell’anima europea, ma sorto nella temperie della Russia della metà dell’Ottocento sono state indagate nei suoi romanzi in maniera tanto penetrante da inserirlo tra i grandi filosofi. Esplorò il concetto di bene, di male, di redenzione ed espiazione con una forza che atterrisce il lettore occidentale, abituato a evitare le responsabilità, sfuggire i giudizi netti, giustificare qualsiasi atto con gli strumenti del psicologismo, del tornaconto e del soggettivismo più basso.

Una frase che Dostoevskij fa dire al Principe Mishkyn, protagonista nel grande romanzo L’idiota è inserita nel sottotitolo del presente lavoro, come filo conduttore e principio guida: “Chi ha rinunciato alla sua terra, ha rinunciato anche al suo Dio “. Una tremenda sentenza per gli europei.

Diritto, democrazia, uguaglianza. 

Una teoria generale della politica intrattiene un rapporto speciale con il diritto, nel senso che avverte la necessità di dotarsi di un Corpus giuridico che ne affermi i principi, la “struttura” e ne orienti la vita concreta. Il diritto europeo ed occidentale ha rigettato ogni principio che non scaturisse dall’individualismo, dal razionalismo e dall’atomismo liberale. Ha espunto dai codici e dalla coscienza dei giuristi l’idea di legge naturale, a favore del positivismo giuridico che, con Hans Kelsen 48, Rawls ed in Italia Norberto Bobbio e, più recentemente i fratelli Zagrebelsky, hanno improntato l’intera codificazione.

La 4TP ha idee assai diverse: fonda lo ius non sui diritti soggettivi, ma sulla nozione di doveri, che devono essere adempiuti da tutti i membri, individuali e collettivi, del corpo sociale. Riconosce la superiorità della comunità, fondata sulle appartenenze, rispetto alla società, che regola gli interessi. In questo, vale la lezione di Ferdinand Toennies sulla dualità oppositiva comunità società. Lo Stato deve incarnare lo spirito del popolo, o dei popoli che incorpora (scuola storica tedesca del diritto), rifiutando con altrettanta fermezza i principi liberali e quelli totalitari. Ha una base etica, in quanto fonda la solidarietà sulla spiritualità, la religione ed il bene comune.

Avversa la democrazia che si limita alla rappresentanza, affidata ad una classe di professionisti della politica abili soprattutto a muoversi nell’intrigo, tra opachi meccanismi e nella prevalenza di interessi esterni. Promuove invece ogni forma di partecipazione diretta e comune del popolo alle decisioni. In russo, tale idea partecipativa si chiama “demotia”. I popoli non sono la somma aritmetica dei loro componenti viventi, ma costituiscono una comunità metafisica che comprende le generazioni passate e quelle del futuro. Hanno un destino da tenere saldamente nelle proprie mani, in quanto li riguarda immediatamente nel loro “essere nel mondo”. E’ In questo senso che l’uomo della 4TP può dirsi democratico.

Essenziale è che la partecipazione sia reale, e non solo formale come avviene nelle istituzioni liberali. Demotia è sinonimo di democrazia organica, ed è la risposta che si tenta di dare al grande problema di partecipazione attiva del popolo, fuori dalle ipocrite procedure di cui si vanta la democrazia progressista. Lo stesso Norberto Bobbio, gran maestro in Italia del positivismo giuridico di matrice americana, ammise, al termine del suo percorso intellettuale, che quella democrazia altro non è che una procedura.

Democrazia fraterna e sovrana 

Una formula suggestiva, e di facile comprensione, sulle piste battute da tempo da Alain De Benoist è la definizione di democrazia “fraterna”, basata sulla comunanza naturale e culturale. Chiara è la polemica con la triade rivoluzionaria di libertà, uguaglianza, fraternità, che ha sempre lasciato sullo sfondo dell’astrazione il suo terzo pilastro.

In una “demòtia” organica, fratello è chi vive accanto a noi e come noi, unito dai vincoli immateriali, ma ben reali, dell’ idem sentire, della condivisione della lingua, dei riferimenti civici e morali, spesso della comune appartenenza etnica. Democrazia che diventa “sovrana” in quanto non permette ad alcun estraneo di decidere al suo posto, e, quando accetta di essere rappresentata, lo fa riconoscendosi in un’ élite o in un capo che comprende, interpreta ed unifica l’anima del suo popolo, difendendone gli interessi permanenti, al di là delle contingenze, delle dottrine economiche, e soprattutto lontano da poteri estranei al corpo della comunità. Questo oggi viene spregiativamente chiamato populismo, ed il messaggio che viene fatto passare è che solo “gli esperti “, le “autorità monetarie” le “organizzazioni internazionali” conoscono il bene del popolo.

Oltre ad essere clamorosamente falso, l’assunto collide pesantemente con uno dei capisaldi del pensiero classico liberale, secondo cui l’individuo è giudice unico dei propri interessi.

 

 

 Capitolo VIII

Comunità versus società

La proprietà  

Una profonda novità è relativa al diritto di proprietà privata. Principio assoluto per i liberali, istituzione da abbattere per i marxisti, per la 4TP occorre un concetto che riprenda, per un verso, l’idea di beni comuni, dall’altro, che il legittimo proprietario di un bene abbia dei doveri nei confronti dell’ambiente sociale. La proprietà privata viene riconosciuta e rispettata, ma l’uso che se ne fa può essere giuridicamente limitato per motivi morali o sociali. Ad esempio, se un fondo ha vocazione agricola, potrà esserne proibito installarvi una fabbrica per non distruggere l’ambiente naturale, e, attenzione, quello umano formato delle relazioni comunitarie di vicinato. L’idea centrale è che l’uomo vive in società, e deve tenerne conto. Tutte le definizioni giuridiche correnti, quali ad esempio quelle di norma ed obbligo sono costruzioni interne dell’universalismo liberale.

Tecnica ed ingegneria del consenso. 

Con il linguaggio di Serge Latouche ((Serge Latouche (1940-) economista e filosofo francese. Tra i promotori dell’idea della decrescita economica. “L’invenzione dell’economia”)), occorre decolonizzare l’immaginario dai mille falsi significati che si sono installati nella coscienza individuale e collettiva, come una muraglia che imprigiona il pensiero libero. Forse, in questa intuizione, sopravvive un residuo dell’analisi strutturalista basata su significato e significante, sul dualismo langue-parole (componente convenzionale e sociale del linguaggio la prima, libera e personale la seconda) e, soprattutto l’idea di codice-messaggio, ovvero sul nesso tra i termini usati ed i messaggi veicolati. Il presente è un’epoca di messaggi contraddittori lanciati e ricevuti a getto continuo, che mischiano futilità ed autentiche porcherie alle tragedie ed ai fatti essenziali. Ciò è fatto per ottenere una retroazione (consenso o paura) e per rendere pressoché indecifrabile il senso di quanto ascoltato, guardato, e subito dimenticato a seguito dell’afflusso di nuovi dati, o respinto per incomprensione. Il pericolo imminente è solo pochissimi addetti ai lavori, al soldo di un’oligarchia ancora più ristretta possiedano le chiavi culturali per decifrare ed interpretare i fatti.

C’è un di più: se la società diventa ogni giorno più controllata dalla tecnologia, dall’afflusso di dati, dalla convergenza di reti, il potere si concentra inevitabilmente in chi possiede le tecnologie. Utilizziamo il verbo “possedere” perché così è, di fatto, e le molte voci che si levano in campo occidentale per denunciare e mettere in guardia non riescono a sfondare una muraglia che è tale proprio in quanto al di là ci sono i proprietari del sistema. In chiave di dominio, ovvia è l’ostilità atlantica nei confronti del federalismo europeo continentale e nella nozione di sussidiarietà (potere ed iniziativa vanno sempre lasciati al livello più basso, vicino al popolo, tranne i casi in cui non sia in grado di sostenerlo), contrappesi naturali della centralizzazione strategica obbligata dei grandi spazi, insieme con la democrazia organica, diretta e partecipativa.

Democrazie 

Il leviatano liberale chiama democrazia soltanto il sistema rappresentativo, poiché può controllarlo facilmente attraverso il dominio dei mezzi di comunicazione, il potere del denaro, l’alienazione prodotta dalla febbre del consumo, la fame di novità, e, soprattutto, la spettacolarizzazione di tutto, denunciata dal francese Guy Debord ((Guy Debord (1931-1994) scrittore e regista francese. Teorizzatore della post modernità come “Società dello Spettacolo”)).

Il principio un uomo, un voto deve essere tolto dall’empireo morale cui lo colloca il sentire comune liberale, per essere integrato, oltreché dalla democrazia diretta, da forme di rappresentanza per categorie, gruppi sociali, territoriali, rinnovando ed allargando il modello delle rappresentanze cetuali, storicamente sperimentate nel mondo germanico Lo stesso avversario liberale organizza la sua democrazia su due livelli, sotto ordinati ad un terzo: il primo livello è la finta democrazia parlamentare, attraverso cui si eleggono dei rappresentanti, in genere gruppi professionali di partiti portatori degli interessi del secondo livello di potere, scelti con la manomissione sistematica dell’unico criterio coerente con il voto capitario, ossia la rappresentanza proporzionale. Il secondo livello è costituito dalle lobby, i gruppi di pressione del sistema industriale, mediatico, culturale, burocratico, sindacale e corporativo, si iniziativa e diretta azione delle quali si dispiega la produzione legislativa dei governi.

La canonica tripartizione liberale dei poteri è una menzogna creduta per accumulo di ripetizione. Il potere legislativo non appartiene più da tempo ai parlamenti sedicenti democratici in quanto “rappresentativi”, ma ai governi, dominati da gruppi ristretti che rispondono al livello superiore. Il terzo piano è quello che conta davvero, ed è formato dagli esponenti delle grandi multinazionali, dalle entità bancarie e finanziarie, dei pensatoi riservati (vertici della massoneria, Consiglio per le Relazioni Estere, Bilderberg Club e pochi altri).

La 4TP, in questo vicina al Tradizionalismo, diffida dell’idea di democrazia come conditio sine qua non della modernità e dell’Occidente; in particolare è estranea all’ideologia del progresso “lineare”. Una filosofia ciclica della storia accoglie piuttosto l’idea che le vicende dell’umanità si svolgono secondo ritmi ed agende differenti, non di rado in opposte direzioni. La filosofia della storia dimostra che il giusto metodo corretto è quello dell’analisi diacronica anziché sincronica di fatti e moventi.

Il principio democratico, pertanto, come figlio di una specifica civiltà spazio –temporale non è un assoluto, specie nella forma obbligata dell’individualismo liberale. Conforme all’insegnamento di autori come Vilfredo Pareto, la democrazia rappresentativa è vista come una cosciente manipolazione del popolo da parte di gruppi dominanti, la cui azione concorde li pone in condizione di supremazia sulle divisioni dei più (Gaetano Mosca) ((Gaetano Mosca (1858-1941) giurista e scrittore politico italiano, iniziatore della “teoria delle élites”, che ispirò il pensiero politico di Vilfredo Pareto (1848-1923) economista, sociologo ed ingegnere italiano. “Corso di economia politica”.)). Ciò è tanto più vero da quando, sconfitto il comunismo, definitivamente uscita dalla scena l’ipotesi nazional- statalista dei fascismi, non sussiste più un confronto ideologico, né si misurano programmi significativamente contrastanti.

L’ineguaglianza 

Legato alla “forma” della democrazia è il concetto di uguaglianza, che la 4TP respinge decisamente. La legge della natura è la diseguaglianza. Grandi scienziati come Konrad Lorenz ((Konrad Lorenz (1903-1989) scienziato e scrittore austriaco, premio Nobel 1973. Fondatore dell’etologia. “L’anello di Re Salomone”.”L’altra faccia dello specchio”.)) sono stati respinti ai margini per aver dimostrato scientificamente tale verità. Alcune sue posizioni, riassunte ancora di recente nella riedizione di un fondamentale libro –intervista con Alain De Benoist, possono essere considerate elementi fondanti della visione della vita qui sostenuta. La tecnocrazia tende a ridurre l’uomo ad una macchina manipolabile. L’uomo macchina, erede diretto dell’uomo-massa, deve essere sempre più “uguale” per essere facilmente rimpiazzato, sostituito. L’ineguaglianza è uno dei fondamenti e delle condizioni di qualunque cultura, poiché solo essa introduce la diversità che fa muovere il mondo.

La stessa divisione del lavoro, rivendicata come orgogliosa conquista della prima rivoluzione industriale, si fonda sulla differenza dei membri della società, alla base della quale vi sono distinte capacità. Tale constatazione è di capitale importanza per comprendere ed accettare diversi sistemi di valori. Alcuni diritti fondamentali, e la pari dignità, ovviamente, devono riconosciuti a ciascun membro della specie umana, le cui diverse razze sono, appunto, diverse, non inferiori o superiori. Da questo punto di vista, la presa di distanza dalle posizioni del razzismo biologico è totale ed irrevocabile.

Eterogenesi dei fini  

L’apparente nazionalismo del vecchio liberalismo va respinto e cacciato nella pattumiera della storia per due essenziali qualità negative: la prima è che fu utilizzato come strumento di rottura delle strutture statuali e comunitarie precedenti per ricostruirle su basi esclusivamente contrattuali. La nazione era vista come società di individui che decidono, per proprie convenienze, di unirsi ed autogovernarsi. La seconda è di aver costruito un modello disincarnato, concepito come totalità di “cittadini” presenti in un certo momento in un territorio dato, con scarsa o nulla rilevanza dei fattori etnici, religiosi, di condizione sociale. E’ l’attuale realtà degli Stati Uniti, in cui non vive il popolo americano, ma una serie di gruppi rivali, bianchi, anzi euroamericani, neri, ribattezzati afroamericani, ispanici, asiatici e, poveretti, i nativi americani, ovvero i resti sparsi della nobili popolazioni indiane ingannate con le leggi, sterminate con i fucili.

Anche lo sciovinismo ed il nazionalismo odierni devono essere considerati negativamente, specie se, come capita presso taluni filoni di pensiero, confondono la legittima difesa di sé ed il rifiuto dell’invasione straniera, che è sentimento nobile, ma limitato, difensivo, con la missione generale del loro intervento politico o interpretano l’ideale identitario e sovranista come ostinato rifiuto dell’altro da sé, che è una forma di unipolarismo nel piccolo spazio.

I nuovi razzismi  

Il razzismo che rigetta la 4TP, la cui storica sconfitta politica ne ha determinato l’improponibilità filosofica, non è solo quello etnico biologico che pretende di stilare classifiche di popoli e razze sulla base della indimostrata superiorità di alcuni. Altrettanto odiosa è la divisione dei popoli in civilizzati e non civilizzati, in base a criteri altrettanto discutibili: il livello tecnologico, ad esempio, il benessere materiale (pensiamo al PIL, Prodotto Interno Lordo) o evolutivo in senso darwiniano (sopravvivenza del più adatto o forte, architrave delle giustificazioni scientifiche del liberismo). Non c’è dubbio che le società occidentali siano afflitte da un tale tipo di razzismo culturale, per quanto lo neghino indignate, e che all’interno dei loro gruppi dirigenti si annidi un ancor più spregevole razzismo antropologico nei confronti di chi è ostile alla modernità nomade, materialista e nichilista in cui essi credono. Su questo piano, la 4TP afferma che l’ideologia del progresso è oggettivamente razzista.

Il passato è oscuro (per gli illuministi e per Kant il loro pensiero era l’ uscita dell’umanità dall’infanzia culturale), il nuovo è sempre il meglio, sino alla ridicola, ma pervasiva ideologia della moda. Queste idee sono una sciocca svalutazione del presente e del passato, “un insulto alla dignità del nostri avi e una violazione dei diritti dei morti”((Alexsandr Dugin (1962-) The fourth politically theory.)). Un giudizio aspro ed incomprensibile alle orecchie ipersensibili del nostro tempo, abituate al cotone ed alla rappresentazione edulcorata di tutto ciò che costituisce conflitto. Altrettanto razzista è l’ideologia della globalizzazione, raffinata modalità di etnocentrismo occidentale, anzi anglosassone. Analogamente, resta incolmabile il fossato che separa dalla dogmatica marxista e collettivista della lotta e dell’odio di classe, del progressismo ebete, del materialismo storico, dell’ accettazione acritica dei nuovi “diritti civili ”, dell’uguaglianza. 

L’uomo ad una dimensione  

Gli uomini non nascono uguali, e sotto questo profilo la 4TP non potrebbe essere più distante dal pensiero di Jean Jacques Rousseau ((Jean Jacques Rousseau (1712-1778) filosofo e scrittore svizzero. Precursore dell’illuminismo, teorico della bontà innata dell’uomo, rovinato dalla società. “Emilio”..”Contratto sociale”.)) e dalla falsa rappresentazione del buon selvaggio. Ancora più assoluta è la distanza che la separa da autentiche sciocchezze, del tipo delle teorizzazioni di James Lovelock che ipostatizzano la natura come creatura vivente, Gaia, nemica dell’uomo, o dalla Scuola di Francoforte. Ben più dello stesso Sigmund Freud, Herbert Marcuse ((Herbert Marcuse (1898-1979) filosofo tedesco americano. Tra i fondatori della Scuola neomarxista di Francoforte, teorico della società permissiva.”L’uomo a una dimensione”. “Tolleranza repressiva”.)) è il pensatore che maggiori danni ha prodotto nella struttura mentale (e nelle élite di potere) degli occidentali ormai da quasi mezzo secolo. La sua idea che liberando l’uomo da ogni cultura e tradizione, rimuovendo con il bisturi la “personalità autoritaria” sarebbe scaturita da se stessa un’umanità finalmente nuova presenta aspetti di lucida follia. Uscito da se stesso, l’uomo nuovo a dimensione unica non è che un povero cretino in balia degli eventi e, come è avvenuto, dei più bassi tra i suoi istinti.

Quanto alle società liberali, riconoscono entusiasticamente, anzi perseguono ed enfatizzano la disuguaglianza materiale ed economica, negando tutte le altre. Il fallimento di queste società, che si proclamano le uniche democratiche, è evidente proprio nella falsa promessa di ridurre la meno naturale delle disuguaglianze, quella di mezzi materiali, oltreché nella sfacciata menzogna di essere il governo del popolo. Non esiste un universo, ma un pluriverso, all’interno del quale ogni diversità è ricchezza, esige rispetto ed ha diritto di esistere sino a quando lo vorranno i suoi portatori. Nelle società liberali vige una sorta di continua formattazione, che piega ogni distinzione all’identico, sino a pervenire, per esprimerci in linguaggio informatico, ad un unico sistema operativo.

Ciascuno a suo modo 

Ciascuna comunità scelga liberamente in quale maniera organizzarsi e favorire l’ascesa dei migliori: quel che conta è che prevalga il principio del merito, delle doti personali e morali, poiché la classe dirigente è il modello di riferimento e deve essere composta da coloro che sanno e vogliono meglio servire il bene comune. A differenza delle società liberali, che non possiedono, anzi respingono un’idea di bene comune, la 4TP afferma che i singoli uomini e, a maggior titolo, le comunità che hanno saputo costituirsi, mantenersi nel tempo attraverso il consenso e la riproduzione sociale, hanno gli strumenti per distinguere il bene dall’egoismo o dall’errore. In una prospettiva elaborata dalla migliore cultura europea, bene comune e legge naturale coincidono. Verum et bonum unum convertuntur, secondo la scolastica medioevale ripresa dal genio di G.B. Vico ((Giovanbattista Vico (1668-1744). Filosofo italiano. Sostenitore della ciclicità della storia. “Scienza nuova”.)), ma anche la serena accettazione che è bene ciò che conserva la vita e mantiene la comunità. Un illuminista sui generis come Immanuel Kant riconobbe l’esistenza “in interiore homine” di una legge morale, cui corrispondeva, nel suo sistema, un imperativo categorico. ((Immanuel Kant (1724-1804) filosofo tedesco. Pensatore illuminista teorizzatore dell’imperativo morale. “Critica della ragione pura”. “Critica della ragion pratica”.))

L’ idea principale della 4TP, in quanto visione del mondo e filosofia della storia, è la pluralità delle civiltà. Già Johann Gottfried Herder, tra i primi grandi pensatori romantici, disse che “ i popoli sono altrettanti pensieri di Dio”. Non possiamo dunque riconoscere alcun pensiero unico, nessuna imposizione planetaria di un modello societale che non è altro che il codice politico culturale del liberalismo quale lo intende un solo paese, gli Stati Uniti. Resta pregnante la distinzione di De Benoist tra “centro” e “periferia”. Altri parlano di “nocciolo globale” che domina il “global gap”, una specie di divario, o vuoto globale caratterizzato dalla disconnessione, che è, in realtà, una carenza di omogeneizzazione al modello vincente.

Roberto Pecchioli (4 — continua)

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Categorie: Metapolitica

Pubblicato da Ereticamente il 27 Novembre 2016

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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