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Julius Evola, il Pitagorismo e la scelta delle tradizioni – Giandomenico Casalino

Julius Evola, il Pitagorismo e la scelta delle tradizioni – Giandomenico Casalino

Nell’Introduzione agli Aurea Carmina, scritti da attribuire presumibilmente ad ambienti medio-pitagorici risalenti ad un periodo che può essere ricondotto tra il I sec. a.C. ed il II d.C., e di natura, peraltro, più moralistico-precettistica che iniziatica,  Julius Evola pone, come è evidente, una quaestio di grandissima rilevanza spirituale: ed è quella della scelta delle Tradizioni!

Ciò assume il significato dello stesso problema del discernimento che è l’anticamera dell’autentica ed inevitabile domanda che si pone colui il quale intraprende un certo Cammino: chi sceglie e che cosa sceglie? Evola non si pone tali quesiti poiché dà per acquisito lo status naturae successivo o, comunque, comprensivo e della Domanda e della risposta. Status risolutorio nel senso etimologico del termine, infatti scioglie (solve) il composto grossolano, che è l’Io storico-sociale, acquisendo la consapevolezza che esso è pura nebbia cioè niente e che la scelta da operare è, nella sua drammatica alternatività duale, la seguente: o si è l’Invisibile o ci si annulla in esso, rectius: o si aprono gli occhi della Mente, si è Svegli (lo Svegliato) poiché si conquista il Sapere che è Ricordare di essere il Dio da sempre… oppure quel solve dell’amalgama grossolano o prelude alla confusione che è nientificazione acosmica dell’Io nel Principio, che è creduto Altro da Sé, o alla persistenza del rapporto duale Io-Te con subalternità sacerdotale del primo nei confronti del secondo: tertium non datur!

Meyrink insegna, in sintesi, che se non si giunge a Sapere di essere l’Ente si persevererà ad adorare l’Ente! Avendo anticipato la prospettazione del bivio che si trova davanti quel “lui” che percorre il Cammino, ritorniamo, pertanto, alla Domanda che Evola non si è posto, poiché il suo Discorso diciamo che è già giunto dinanzi al bivio e, quindi, immediatamente presenta le due Vie di cui il bivio è l’immagine.

Pertanto, se preliminarmente dobbiamo rispondere alla domanda intorno a chi è che opera la scelta, certamente, alla luce di ciò che abbiamo argomentato e, auspichiamo, esperito, non possiamo osare di pensare anche per un attimo che potremmo mai essere i cosiddetti “noi” o “io” a operare quella scelta, ma, dobbiamo, invece, acquisire la conoscenza certa e vera, sempre effettuale a quel solve, che a scegliere è il Demone che ci è toccato in sorte, il quale ha, nel Tempo prima del tempo, come ci rammenta Plotino, già scelto noi stessi come veicolo o strumento del nostro Essere immagine di un Dio, copia di un Archetipo, mimetica realtà transeunte di un Paradigma, proprio nel senso platonico del termine: allora è il Demone che ha già scelto, ab aeterno, ciò che siamo autenticamente e cioè di quale Dio siamo immagine e, quindi, ciò che dobbiamo fare e cioè come operare per Ricordarlo; e tale è, pertanto, la Via da scegliere per raggiungere la meta che è l’essere quel Dio che da sempre siamo, giungendo alla fine del Cammino che è l’Inizio dello stesso da cui non ci siamo mai mossi se non da sonnambuli. A scegliere è quindi il Demone, il quale sceglie ciò che è conforme, simile alla sua natura, quindi sceglie quel Dio dietro al quale le Anime a Lui simili viaggiano affacciandosi sull’Iperuranio, come insegna Platone nel Fedro; ogni Dio, e Omero definisce bene tale concetto, è un complesso Divino in cui è racchiuso tutto un mondo, con la sua Moira, le sue Leggi e la sua rituale spiritualità, cioè con quello che noi chiamiamo Tradizione che è il tradere del Logos che è la Via per giungere ad essere o presso di Lui o Lui stesso!c-2

La scelta delle Tradizioni quindi è la scelta del Dio, dove quel “del” ha un doppio significato: sia nel senso che la scelta appartiene al Dio quanto che la scelta ha per “oggetto” il Dio; è quel complesso Divino, una Dimensione del Cosmo che è relazionata dalla corrispondenza magica Astro-Nume-Metallo, come insegna la Tradizione Ermetica; ma chi opera la scelta è sempre il Demone che è la voce (vedi l’esperienza di Socrate) del Dio il quale, in buona sostanza, sceglie se stesso: ecco il senso di ciò che afferma Evola quando, definendo l’Opera, insegna che Tutto comincia e finisce nel Mercurio e cioè nell’Anima, sia nella dimensione del governo del Fuoco che nella dimensione del governo della Luna, tanto nel microcosmo quanto nel macrocosmo; nell’Anima:  poiché è lì che sono celati gli Dei come lo sono nel Cielo (Cielo da celare = nascondere…) atteso che l’Anima è lo specchio del Cielo come la Donna è lo specchio dell’Uomo, in guisa tale che Eraclito insegna che tanto è infinito il suo (dell’Anima) Logos che mai se ne raggiunge il confine!

Di tutto ciò è necessario prendere coscienza, non fosse altro che per ragioni di economia spirituale, e, quindi, acquisirne serena consapevolezza, quando si parla di “scelta delle Tradizioni”. Evola, nell’introdurre il testo dei cosiddetti Versi Aurei, pone il lettore ( che non deve limitarsi ad essere solo tale) dinanzi a quel bivio di cui abbiamo parlato, intimandogli, quasi, di operare la Scelta, come nei testi classici della Cerca del Graal si intima di porre la Quaestio, cioè la Domanda, dove, come crediamo di aver, anche se succintamente, esplicitato, la stessa è il medesimo Cammino di trasformazione interiore che è lo Svegliarsi a ciò che si è da sempre!

Evola, pertanto, in guisa alquanto essenziale, presenta tanto la natura complessa dell’orientamento spirituale del Pitagorismo quanto gli elementi che lo fanno appartenere alla dimensione, al mondo dello Spirito delle civiltà mediterraneo-orientali e quindi della sapienza sacerdotale, legata ai culti materni, femminili e lunari; ed è noto che a tale orientamento si oppone quello Indoeuropeo che è la Luce del Nord Iperboreo, è la spiritualità sacrale guerriera, di diretta derivazione Primordiale avente per finalità la restaurazione della Regalità Divina. Ora la dicotomia è evidente: da una parte l’Etica è la Via eroico-guerriera dei Padri verso gli Dei del Cielo luminoso con i quali vi è l’Ardire eroico di osare di giungere all’Identificazione iniziatica, dall’altra vi è una opposta dignità spirituale, una differente Via che è quella delle Madri verso le Dee, del Cielo stellato e notturno nei confronti delle quali nulla giova se non la genuflessione sacerdotale; una è la Via guerriera di Marte, che è la Via romana al Sacro,  mediamente Androgine, cioè repentinamente prima Umida e poi Secca, che Evola definisce ultrasecca, dove infatti è centrale per il suo pericoloso Furor Bellis l’evocazione della potenza Mercuriale trasportante e violenta, da fissare nella qualità Marziale per giungere poi a Giove, avviandosi, come insegna la Spirale di Stefanio, antico simbolo alchemico ellenistico, alla Restaurazione della Regalità Divina di Saturno e cioè l’Età dell’Oro. L’altra è la Via pacifica ed incruenta che rifugge dal sangue e dalla violenza anche se finalizzati alla creazione del Sacro, fatalista in quanto accetta il dato dello Spirito come del Mondo ed è quindi passivamente contemplativa, nel senso però sacerdotale e femminile,  non da Ascesi della Contemplazione, che è quella autenticamente indoeuropea e quindi Ellenica ed è la Via platonico-ermetica, che i testi classici definiscono Secca, la cui natura è l’Azione (Ascesi) dello Spirito quale Arte, cioè Opera lenta e sottile, con fuoco assiduo e costante, la cui fatica è la Ricostruzione di ciò che si è perduto. Per lo effetto, Evola afferma che la spiritualità pitagorica, essendo pertanto  una Via Umida è una visione sostanzialmente demetrica, il cui esito è la Sapienza della Grande Madre preellenica (la casa di Pitagora, infatti, a Metaponto, era chiamata il Tempio di Demetra, e, dopo la morte del Maestro, divenne il Tempio di Demetra; oltre all’eloquente fatto della prevalente presenza femminile nella stessa scuola…) la quale manifesta un egualitarismo delle anime che anticipa già la fisima cristiana di un cosiddetto “diritto naturale”, ideologia totalmente assente e nella concezione tradizionale greca del Diritto e, a fortiori, in quella romana dello stesso, dove Ulpiano chiarisce che “…Jus naturale est quod natura omnia animalia docuit” (Digesto, I.I.I.I. 3 e 4), egualitarismo che si traduce, in un atteggiamento spirituale conservatore dello status quo che conduce ad un pacifismo del tutto femminile, (legittimo solo nella natura del Nume Quirinus, gerarchicamente presente nella Triade Arcaica) in contrasto sempre con la spiritualità indoeuropea in  uno con la sua etica sacrale virile, con tutto quel che segue in tema non solo di natura stessa del processo iniziatico ma anche e soprattutto di realizzazione in quanto telèin dello stesso: quale natura divina si assume o in quale vi si riconosce?

E che dire delle epifanie storiche di questa contrapposizione metafisica tra spiritualità guerriera e spiritualità femminile, che sta dietro, come ragione occulta, alle guerre che Roma ha condotto nei confronti di Veio, Cartagine e Gerusalemme?

L’altra dimensione, che è sempre effettuale alla spiritualità sacerdotale e femminile del Pitagorismo, è la sua fondamentale dottrina gerarchica della prevalenza, sotto il profilo ontologico, che diviene inevitabilmente protologico, dei numeri quale Scienza della mathesis universalis, Scienza generale come matematizzazione della Filosofia, che consenta una conoscenza certa dell’Essere, sulla scorta di criteri quantitativi e quindi estrinseci, privi di pensiero, meccanici e, pertanto, non viventi; come quelli delle proposizioni matematiche (a tal  proposito viene in mente la magistrale opera di Guenon: Il regno della quantità e i segni dei tempi…!); tale dottrina matematizzante del Mondo (per il cui approfondimento rimandiamo all’opera magistrale della Napolitano Valditara, Le Idee, i Numeri, l’Ordine, Napoli 1988; nonché a Elisabetta Cattanei, Enti matematici e metafisica, Milano 1996) ricompare, non a caso, nel 1636, all’inizio della modernità, nel progetto che Cartesio aveva in mente quando elaborava il suo Discorso sul metodo. La natura estatico-contemplativa, in guisa passiva e cioè femminile, del Mondo, quale armonia del Numero che è, ed è bene rammentarlo, il numero quale oggetto intermedio nella gerarchia platonica, in quanto si trova sopra il Mondo sensibile ma sotto quello delle Idee, conduce ad una religiosità fredda e lunare, che è storicamente propria alle grandi c-3Civiltà semitiche del Medio-Oriente: dai Caldei ai Babilonesi, dagli Ebrei agli Arabi, tutte civiltà e culture eccellenti proprio nella scienza matematica  e solo loro, e non i Greci, conoscitori, a causa della loro visione acosmica che è prettamente asiatica, del concetto dello Zero, che è il Vuoto, filosoficamente il non-Mondo cioè l’acosmismo e quindi l’Infinito o meglio l’Infinitesimo che è l’Indeterminato, l’Àpeiron, cioè il Nulla. E che dire di Giamblico, eminente filosofo neoplatonico del III secolo, fondatore della scuola siriaca, il quale esprime, coerentemente con la sua spiritualità medio-orientale, una visione matematica e pitagorizzante del Divino (vedi, a tal proposito, Giamblico, Il numero e il Divino, Milano 1995), e per lo effetto, introduce nella Tradizione platonica la cultura e le pratiche teurgiche il cui fondamento filosofico risiede nella dottrina, per niente ellenica, e quindi rifiutata da Plotino, secondo cui l’Anima sia definitivamente discesa del tutto e che, pertanto, non possa più risalire, da sola e con la propria natura, in senso iniziatico, al Divino, senza l’aiuto teurgico dello stesso; concetto questo prettamente religioso e    quindi essoterico che è simile a quello cristiano della Grazia;  e anche qui emerge la opposizione alla luminosa spiritualità indoeuropea del Platonismo come Tradizione sapienziale, dove non solo l’Uno non è un numero, infatti: “…il primo numero è la Dualità, della quale disse (Platone) essere principi il grande e il piccolo. Ora, in quanto è Dualità, essa contiene in sé molteplicità e pochezza…” (Simplicio, In Aristoteles Physicam, 454-55, 3 Diels); in questo passo di Simplicio è chiaro che è la Dualità  e solo essa ad essere numero e, poiché deus gaudet disparum, il Tre o la Trialità non è numero ma è l’Uno, quindi, secondo Platone, il numero, che è solo la Dualità di grande e piccolo, è l’Àpeiron, l’Indeterminato, il “cattivo infinito” di Hegel il quale condivide infatti la natura intermedia degli enti matematici e si oppone pertanto alla matematizzazione della Filosofia: nella Scienza della Logica, Bari 2004 pp. 248-249 esplicitamente afferma “…Aristotele riferisce [Metafisica, I, 6] di Platone come questi dica che oltre al sensibile e alle Idee vi siano di mezzo le determinazioni matematiche delle cose, diverse dal sensibile perché invisibili ed eterne, diverse dalle Idee perché sono un molto e un simile, mentre l’Idea è assolutamente identica con sé ed in sé Una…”.   Pertanto la Dualità di grande e piccolo non è, quindi, il Divino, che è, infatti, per la spiritualità indoeuropea, il Perfetto, il concluso: Simplicio ci sta dicendo, in anticipo di quasi mille anni, che la mathesis universalis non è una visione metafisica della realtà poiché della stessa vede solo una dimensione: quella fisica del più e del meno, di ciò che muta, pertanto è astratta e irreale. Si tende ad esaurire l’oggetto a ciò che di esso la matematica, come scienza della quantità e della relazione, può conoscere: allora la matematica diviene, in questo pensiero, un sostituto della metafisica in quanto si riduce l’ente a “qualcosa” di signata quantitate ed  è nata così la concezione moderna, cioè galileiana, della scienza. E qui si coglie la distanza radicale tra la visione pitagorica e quella platonica! Un ultimo cenno va fatto alle congiunzioni empatiche tra le similari correnti spirituali del Pitagorismo da una parte e dell’Orfismo e della cultura Etrusca dall’altra, dove gli essenziali studi di Vittorio Macchioro e di Johann Bachofen, autori fatti conoscere in Italia, guarda caso, da Evola, unitamente a quelli di Erwin Rohde (Phyche, vol. II, p. 361); Diogene Laerzio, Vita Pytagoriaca, V, VIII, XXI; Plinio, Nat. Hist. XXXVI, 46; documentano, senza ombra di dubbio alcuno, ciò che una studiosa seria ed organica del mondo greco-romano come Marta Sordi, recentemente scomparsa, esprime ed afferma sugli Aruspici e sulla loro assimilazione, nella disciplina nazionale, di idee e suggestioni provenienti dalla corrente neopitagorica di area magnogreca  e che riflettevano nella sostanza una caratteristica spirituale diversa da quella greco-romana classica, essendo impregnate infatti dei concetti di colpa e di espiazione estranei alla autentica spiritualità romana (Marta Sordi, L’idea di crisi e di rinnovamento nella concezione romana ed etrusca della storia, ANRW, 1/2, 1972, pp. 781-793) tutto ciò evidenzia ancor più l’esistenza del conflitto spirituale tra la spiritualità virile romana e quella orfico-pitagorica, con tutte le annesse vicende relative ai provvedimenti giudiziari di espulsione da Roma degli esponenti neopitagorici, ritenuti dal Senato pericolosi per il Mos Majorum, oltre alla contrapposizione alla spiritualità Etrusca, comunque tutte risalenti a quella natura occulta dell’Anima Atlantico-Pelasgica che Roma ha sempre tenuto in disparte e guardato con estremo sospetto nonché combattuto con convinzione e tenacia atteso che quella spiritualità ha sempre tentato di prendere il sopravvento nel mondo romano per un suo geniale contrasto con la spiritualità solare della Romanità; tale contrasto e risentimento riemergono costantemente nelle vicende storiche dell’Urbe come se fossero l’antiRoma, essendo ciò evidente anche e soprattutto nelle lunghe situazioni relative alle guerre civili, il tutto configurandosi come una guerra metafisica, realtà che è Simbolo, di uno scontro nei Cieli tra due forme dell’Essere irriducibilmente alternative.

Forse è questa la natura, la causa profonda del dissidio tra Evola e Reghini che portò alla crisi ed alla fine dell’esperimento del Gruppo di Ur nel 1929; forse quell’idea di Evola di ripensare e di attuare l’insegnamento di Plotino: “…. non io devo andare agli Dei ma gli Dei venire a me!…” fu la causa di tutto ciò che accadde in quegli anni.

 

Relazione ufficiale tenuta al Convegno del 12/11/2016: Il ritorno di Pitagora organizzato dalla R.: L.: Pitagora  n. 178 all’Or.: di Roma promosso dal Grande Oriente d’Italia

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Categorie: Pitagorismo

Pubblicato da Giandomenico Casalino il 19 Novembre 2016

Giandomenico Casalino

«... La Totalità autofondante, che è l'Intero ed è il Vero e cioè l'Assoluto, è il concetto-realtà di "ciò che è causa di sé stesso" e della effettuale convergenza di natura, essenza e verità tra Filosofia platonica, Tradizione Ermetica e Sapere di Hegel, poiché esse, anche se con linguaggi differenti, a causa dei diversi contesti storico-culturali in cui si manifestano, dicono il Medesimo... il Sapere è Uno e la Tradizione che è Sapere, Gnosi, può anche apparire in tanti volti e differenti immagini o discorsi, ma colui che è condotto dalla virtus del Cuore, inteso come centro vivente dell'Essere e quindi nous in senso arcaico, ne vedrà l'unica natura, riconoscendo sé stesso in essa come in uno specchio: " ... infatti gli interpreti dei Misteri dicono che «i portatori di ferule so- no molti ma pochi i posseduti dal Dio» e costoro, io penso, non sono altri che quelli che praticano la Filosofia nel vero senso del termine..." (Platone, Fedone, 69 c-d)...».

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