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Il significato tradizionale del termine “Ario” nell’India vedica – Riccardo Tennenini

Il significato tradizionale del termine “Ario” nell’India vedica – Riccardo Tennenini

 Il termine Ārya  o ario italianizzato è un termine sanscrito che può essere tradotto in tre modi che ne definiscono il suo profondo significato: nobilepuro e lucente. Nobile indicava una aristocrazia che non ha nulla ha che vedere con il significato moderno che gli è stato attribuito rendendolo oggi un sinonimo di borghesia, ma nel suo significato etimologico dal greco άριστος, àristos, Migliore e κράτος, cràtos, Potere è una forma di governo, nella quale l’élite secondo l’etimologia greca del termine rappresenta i migliori che controllano interamente la comunità. Ciò è avvenuto quando questa aristocrazia è migrata dal Polo Nord all’India. L’origine polare dell’aristocrazia vedica ce l’ha segnalata Bal Gangadhar Tilak, che fu uno dei più eminenti personaggi indù tra il XIX e il XX secolo: già docente a Cambridge, tornò in patria per animare il Partito del Congresso rivale di  Mahatma Gandhi, per essere incarcerato e diventare uno dei padri dell’indipendenza dell’India. Nella sua opera omnia «La dimora artica nei Veda” scrive:

 

«Queste caratteristiche, è inutile ormai ripeterlo, sono peculiari solamente dell’alba al Polo Nord. Specialmente l’ultima o quinta si rinviene solo nelle terre presso il Polo Nord, non ovunque nella regione artica. Possiamo, dunque, concludere con sicurezza che le dee vediche dell’alba sono, in origine, polari. Ma urge dire che, mentre l’alba polare dura da 45 a 60 giorni, le Albe vediche durano solamente 30 parti di un lungo giorno. Questa differenza deve essere tenuta presente prima di accettare la conclusione che l’Alba vedica sia di carattere polare. La differenza non è grave. Abbiamo constatato che la durata delle aurore dipende dalla potenza di rifrazione e riflessioni dell’atmosfera; che varia col variare della temperatura del lungo e delle condizioni meteorologiche. Non è, comunque impossibile che la durata dell’alba al Polo, quando il clima era più mite possa essere stata più corta di quanto noi pensiamo, al presente, in cui il clima è rigido. È più probabile, però, che l’alba descritta nel Rig-Veda non sia l’alba che un osservatore, posto precisamente al Polo Nord, può osservare. Come ho fatto rilevare prima, il Polo Nord è un punto e se gli uomini vivevano presso il Polo, in quei tempi primordiali, possono esser vissuti un po’ a Sud di quel punto. Così è del tutto possibile avere un’Aurora di 30 giorni che si muove come una ruota, dopo la lunga notte artica di 4 o 5 mesi. Per questo riguarda l’astronomia, la descrizione dell’alba che si legge nella letteratura vedica non ha nulla di inverosimile. Dobbiamo anche pensare che l’Aurora vedica spesso si protraeva a lungo sull’orizzonte ed i fedeli le chiedevano di non indugiare, affinché il Sole non potesse cercarla come si cerca un nemico».

 

Una volta arrivati in India vedendo questi aborigeni di etnia dravidica di pelle scura li chiamarono mleccha cioè barbari selvaggi così per differenziarsi da loro che invece erano di etnia nordica dalla pelle chiara oltre ad  essere sacerdoti, guerrieri e agricoltori decisero di chiamarsi Ari cioè nobili. Questa nobilità rispecchia gli altri due aggettivi che adesso andremo a vedere. Puro da intendere in senso etnico, ricordiamo che l’eroe vedico Arjuna protagonista della Bhagavadgītā il suo nome vuol dire il puro. Inoltre nel testo troviamo diversi passi dove il mescolamento delle razze e unioni miste tra un  ariano e un mleccha è causa di disgrazie cosmiche attribuite all’età oscura (kali yuga).

 

«Quando il disordine predomina, o Kṛṣṇa, le donne della famiglia si corrompono: quando le donne sono corrotte, o figlio di Vṛṣṇi, si produce la mescolanza delle caste.» Bhagavadgītā, I, 41.

«La confusione delle caste conduce agli inferi anche la famiglia di questi distruttori di famiglie»

Bhagavadgītā, I, 42.

 

«A causa di queste azioni empie compiute dai distruttori di famiglia, che causano la mescolanza delle caste, le leggi eterne delle caste e delle famiglie vengono sovvertiti». Bhagavadgītā, I, 43.

 

Il termine casta usato in questi tre passi etimologicamente vuol dire razza pura non mescolata dal portoghese che lo usarono durante il periodo coloniale, i portoghesi utilizzavano i termini seguenti per etichettare gli abitanti dell’enclave: i reinols, funzionari nati in Portogallo e inviati in India; i castiços, portoghesi nati in India da genitori portoghesi; i mestiços, i meticci indo-portoghesi; i canarins, gli indiani che rifiutavano con fierezza di essere assimilati ai mestiços e che i portoghesi qualificavano come casta, «quelli dal sangue puro».

Un ulteriore conferma la troviamo nelle parole sanscrite varnaanuloma pratiloma. Varna letteralmente vuol dire colore usato per destinguere le prime tre caste regolate da un matrimonio solo tra Ari (anuloma) dai mleccha i fuori casta e gli intoccabili avarna cioè privi di colore frutto di matrimoni misti (pratiloma) tra ariani e mleccha o che avevano offeso gli Dèi. Mentre lucente è forse il più importante significato della civiltà vedica, cioè l’aspetto metafisico\religioso. Questo per loro oltre ad essere puri etnicamente come abbiamo detto lo erano spiritualmente portatori di una conoscenza arcaica come lo yoga che ha lo scopo di trasformare l’uomo in Numen, tramite l’identificazione, “homoiosis theo” tramite la ricerca del amrita, cioè l’immortalità. Anche questa rivoluzione sacrale che andava  a sostituire oltre  gli usi e costumi anche l’aspetto rituale, mitologico e simbolico dei i culti dravidici pre-arii che era diviso tra ariani e mleccha. Sruti erano conoscenze riservate a solo Arii maschi delle prime tre caste trasmesse solo oralmente e imparate mnemonicamente dalla casta dei brahmani di origine divina. Mentre alle donne e i mleccha era proibito tale insegnamento e se passavano davanti ad un Ario che stava recitando i Veda dovevano coprirsi la bocca per evitare che assorbisse tale sapienza. A loro era consentito solo di leggere le Smirti scritte e di origine umana.

 

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Categorie: Ārya

Pubblicato da Riccardo Tennenini il 18 Novembre 2016

Riccardo Tennenini

Ferrarese classe 1989, inizia i suoi studi con Rèné Guénon e Julius Evola passando per i maestri del pensiero Occidentale: Platone, Aristotele, Plotino e Plutarco. Successivamente si orienta sulla filosofia orientale dell'Advaita Vedanta. Gestisce il sito Fede Spada e scrive sul mensile Avanguardia.

Commenti

  1. Enrico

    Ma non essendoci un continente sotto al polo nord, se come scritto in un regime di clima più mite e vivibile i ghiacci si scioglierebbero esso sarebbe in mezzo al mare

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g. casalino

c. bene

J. Thiriart

m.houellbecq

g. colli