fbpx

Memorie controcorrente – Fabio Calabrese

Memorie controcorrente – Fabio Calabrese

A volte si prova nausea per la “grande” politica, quella che riempie le prime pagine dei quotidiani, che è creduta grande e in realtà è piccola piccola. Allora è giocoforza abbandonare questo falso empireo per tornare ad una dimensione più umana e quotidiana dove però, se siamo fortunati, possiamo trovare le chiavi per comprendere davvero il senso della “grande politica” e della “grande storia” (anche perché è ben chiaro, riguardo a quest’ultima, che quella che ci raccontano i testi storici, a cominciare da quelli messi in mano ai ragazzi delle scuole e tutti i mezzi di cosiddetta informazione, non è la storia vera!).

Questo è tanto più vero se si vive a Trieste, città che si trova come sopra una linea di faglia culturale e storica, ed è come intrisa di memorie, alcune incredibilmente drammatiche e dolorose.

Fra tutte le cose che di certo nei libri di storia non si trovano, vorrei cominciare col citare questo fatto: una signora mia conoscente, parrucchiera, mi ha raccontato di aver raccolto la confidenza di un’anziana cliente che le ha narrato come durante la guerra, nel periodo dell’occupazione tedesca dal settembre ’43 all’aprile ’45, erano sempre le donne che avevano il compito di procurare la legna indispensabile per cucinare e per riscaldarsi d’inverno, rubandola ai Tedeschi che erano gli unici a possederne, perché i soldati tedeschi non sparavano mai alle donne, neppure in flagranza di furto, e certamente contravvenendo agli ordini ricevuti.

Un tratto di cavalleria che sa di antico e sorprende in mezzo ad una guerra fra le più brutali della storia umana, specialmente se la confrontiamo con il comportamento dei guerrieri del cosiddetto bene, della parte vincitrice. Anche a prescindere dall’impiego su larga scala dell’arma criminale e genocida dei bombardamenti terroristici sui centri abitati che colpivano la popolazione non combattente, cioè soprattutto donne, vecchi e bambini, cosa dire del fatto che in Italia centrale le truppe marocchine furono lasciate libere di saccheggiare e di stuprare?

I partigiani jugoslavi non furono certamente da meno. A parte le molte, moltissime donne italiane incolpevoli di alcunché tranne la loro nazionalità, finite nelle foibe, cosa dire del martirio della povera Norma Cossetto, una ragazza sedicenne ripetutamente stuprata e seviziata nella maniera più atroce prima di essere uccisa.

Avete una figlia dell’età di Norma? Immaginatela nelle mani di una banda di bruti, violentata a più riprese, poi torturata nella maniera più atroce ed infine assassinata: avrete la percezione esatta e reale di quel che significa comunismo.

Il vertice dell’orrore, probabilmente, fu però raggiunto dagli eroi proletari della “casa madre” sovietica. Nel febbraio 1945, una controffensiva tedesca portò alla temporanea liberazione di alcuni villaggi della Prussia orientale che erano già stati occupati dall’Armata Rossa.

Le scene che si presentarono agli occhi dei soldati della Wehrmacht erano tali da sconvolgere perfino i più incalliti veterani: cadaveri di vecchi e di donne che erano stati bruciati vivi dopo essere stati crocifissi alle porte delle case. Su tutti i cadaveri di donne che i medici della Wehrmacht riuscirono ad esaminare, furono trovate tracce di ripetuti stupri, e tracce di stupri furono trovati anche sui corpicini delle bambine, addirittura di tre anni di età.

A questa galleria degli orrori contro il sesso femminile, anche i partigiani italiani hanno dato il loro contributo, con una lunga casistica di ragazze che avevano militato come ausiliarie nella RSI uccise dopo essere state ripetutamente stuprate e spesso torturate, nella maggior parte dei casi dopo il 25 aprile 1945 quando non era rimasto più nessuno a difenderle, a conferma del fatto che la brutalità e la violenza bene si associano con la vigliaccheria.

Le atrocità commesse sia dai comunisti jugoslavi sia dall’Armata Rossa inducono a riflettere sul fatto che il comunismo è in sé un’ideologia assassina e genocida capace di scatenare quanto di peggio c’è nell’essere umano (umano, si fa per dire), ma che in questi due casi è venuto ad incontrarsi con un fondo di bestialità e violenza tipico dell’anima slava di cui abbiamo avuto anche esempi più recenti nella guerra civile nell’ex Jugoslavia, costellata di “pulizie etniche” ed atrocità fratricide.

Di un altro piccolo episodio davvero illuminante, ho avuto notizia da una coppia di signori di Rovigno d’Istria.

In tutta l’Istria, in tutte le terre italiane cadute sotto gli artigli degli assassini con la stella rossa, le foibe non hanno avuto un significato di vendette private, ma erano un metodo sicuramente pianificato di pulizia etnica, servivano a seminare il terrore per indurre gli Italiani alla fuga: in questo modo sono state snazionalizzate terre italiane da millenni. Così è stato per Rovigno come per gli altri centri istriani. Da questi signori rovignesi ho saputo la storia davvero interessante di tre fratelli antifascisti di Rovigno che avevano formato una piccola banda dedita a sabotaggi contro i Tedeschi. Catturati da questi ultimi, furono fucilati tutti e tre. I comunisti jugoslavi a guerra vinta hanno intitolato loro una strada a Rovigno, e la cosa è splendidamente ironica se si pensa che i genitori e i familiari di questi tre ragazzi, sempre dagli stessi comunisti jugoslavi, furono costretti a fuggire dalla città per non finire in una foiba, come tutti gli Italiani dell’Istria.

Tocchiamo con mano il paradosso dell’ideologia assassina simboleggiata dalla falce e martello, dalla bandiera e dalla stella rossa, che riesce a essere nel contempo internazionalista e ferocemente etnica e razzista.

Devo tuttavia dire che, in tutta onestà, quello di poter conservare la memoria mi sembra un privilegio che si estende alle persone della mia generazione, nata negli anni ’50, o poco oltre.

Il 10 febbraio 2006 fu inaugurato il monumento nazionale della Foiba di Basovizza. Questo monumento dovrebbe ricordare non solo le migliaia di Italiani colpevoli solo di essere tali trucidati e gettati in quest’inghiottitoio carsico dai partigiani comunisti jugoslavi, ma anche le decine di migliaia di nostri connazionali e fratelli massacrati nello stesso modo dai boia con la stella rossa nelle nostre terre rimaste oltre confine, che non sono state restituite all’Italia e che non avranno verosimilmente mai un analogo tributo della memoria.

In quella circostanza, Roberto Dipiazza, allora sindaco di Trieste e che oggi lo è ridiventato dopo un quinquennio di amministrazione PD del capoluogo giuliano tenne un discorso talmente generico e vago, che alcuni giornalisti locali provarono a domandare ai giovani sotto i vent’anni presenti che fin allora, evidentemente, delle foibe mai avevano sentito parlare, cosa avessero capito, chi erano per quel che costoro avevano compreso, i responsabili degli eccidi delle foibe, e i ragazzi in grandissima maggioranza, od ammisero di non averlo capito, od indicarono come presunti colpevoli “i nazisti”.

Noi apparteniamo, lo si voglia o non lo si voglia, ad una cultura che ha impiegato secoli ad elaborare compiutamente un senso della prospettiva storica (che in altre culture umane – tra i Papua, in Cina o negli USA – è del tutto assente), dall’umanesimo alla cultura idealistico-romantica, da Machiavelli ad Hegel passando per Vico. Questo senso della storicità nelle generazioni più giovani è sostanzialmente scomparso.

Vittime di una cultura mediatica nella quale sono subissati da un diluvio di “informazioni” che si succedono tambureggiando le une alle altre senza lasciare il tempo di assimilarne nessuna, per i nostri ragazzi “due settimane fa” è già preistoria. Si è regrediti alla storia come panegirico, come favola della lotta del bene contro il male, con la vittoria “dei buoni” (che sono “buoni” in quanto hanno vinto) scontata in partenza, ragion per cui è ovvio che tutti gli orrori non possono essere attribuiti altro che alla parte soccombente del secondo conflitto mondiale.

Se un ragazzo di Trieste può essere totalmente disinformato, e di solito lo è, a questo riguardo, come ci possiamo aspettare che stiano le cose per uno di Aosta o di Caltanissetta?

Questo però è solo un lato della questione. Occorre notare che Roberto Dipiazza, non è un uomo di sinistra ma di centrodestra, un berlusconiano, ed allora si capisce bene che in tutto questo c’è qualcosa che non va.

Cosa dire del fatto stesso che Trieste ha avuto dal 2011 al 2016 un’amministrazione comunale di centrosinistra? Con l’esperienza storica che ha la città giuliana, è come se a Gaza fosse stato eletto un sindaco sionista.

Io devo qui ribadire un concetto che ho espresso altre volte: a più di un quarto di secolo dalla caduta del muro di Berlino, la tendenza delle democrazie – anche delle parti politiche che si dichiarano anticomuniste – a minimizzare, a nascondere gli orrori e le atrocità del comunismo, ormai non ci dice nulla di nuovo sul comunismo in sé, ma ci offre una chiave di lettura delle democrazie occidentali.

Per prima cosa, sbarazziamoci della pretesa che hanno questi regimi di essere giudicati non in base a fatti reali ma a ciò che dicono di loro stessi. Le democrazie, specificamente le democrazie occidentali non sono regimi caratterizzati dalla libertà di opinione e dalla sovranità popolare, che vi incontrano precisi limiti e pesanti condizionamenti, ma più semplicemente e realisticamente, i proconsolati del domino americano che tende a diventare mondiale.

Negli anni della Guerra Fredda, la minaccia sovietica offriva all’egemonia americana una comoda legittimazione, poi le cose si sono fatte più complicate. Oggi il timore dell’Unione Sovietica ormai scomparsa è sostituito come fonte di legittimazione dalla “gratitudine” che gli Europei dovrebbero agli USA per averli “liberati” dal fascismo. In quest’ottica, il fascismo è ridefinito come “male assoluto” e l’invasione americana dell’Europa è travestita da crociata salvifica.

Rispetto a questo quadro di totale mistificazione, la scoperta che fra i vincitori del secondo conflitto mondiale vi sono state forze autrici di orrori più atroci e di ampiezza maggiore di quelli attribuiti al fascismo, al presunto male assoluto, è destabilizzante. Paradossalmente, dalla fine della Guerra Fredda un anticomunismo non troppo velato diventa sospetto e pericoloso, così come sospetto e pericoloso è voler rimettere in questione l’attribuzione al fascismo dell’etichetta di “male assoluto”.

Da qui, tutta una serie di conseguenze, non solo l’ostracismo contro la nostra parte politica giunto ormai alla terza generazione, non solo la persecuzione contro gli storici “revisionisti” colpevoli di voler riesaminare la vulgata stabilita dai vincitori alla fine del conflitto, ma il moltiplicarsi delle fattispecie dei reati di opinione, che è l’evidente ed esatto contrario di quella libertà di pensiero su cui le democrazie pretenderebbero di fondarsi.

E qui s’inserisce bene l’ultima (per ora) delle memorie controcorrente di cui vorrei parlarvi, la testimonianza di un collega profugo dell’Istria. Un’altra volta vi racconterò non solo le traversie patite dalla sua famiglia, ma le peripezie che egli stesso ha dovuto subire, compresa una vicenda giudiziaria grottesca e pirandelliana, per essersi schierato dalla parte dell’opposizione nazionale, una storia che è davvero una conferma lampante che i buoni democratici sono così democratici da ritenersi in dovere di tappare la bocca con ogni mezzo a chi la pensa diversamente, ma ora vorrei richiamare soltanto un punto della testimonianza di questo collega ed amico.

Vi sorprenderà sapere che una delle città italiane che sono state bombardate con maggiore ferocia dagli angloamericani nel corso del secondo conflitto mondiale, è stata la città di Zara in Dalmazia che ha subito nel corso della guerra ben 47 bombardamenti violentissimi, di quelli che non lasciano dietro di sé pietra su pietra. E’ da notare che a Zara non c’erano né forze militari di consistenza degna di nota né industrie importanti ai fini bellici. Ed allora, quale è stato il motivo di tanto accanimento? Semplice! Zara era il principale centro italiano in Dalmazia, con la sua stessa esistenza dimostrava la consistenza e l’antichità della presenza italiana sulla sponda orientale dell’Adriatico, ben oltre i confini che ci erano stati concessi a Versailles e con il trattato di Rapallo, e per questo motivo doveva essere distrutta, annientata.

Vi è chiaro, riuscite a capire esattamente cosa significa questo?

Alla conclusione della seconda guerra mondiale, dal Baltico all’Adriatico scattò una gigantesca operazione di “pulizia etnica” sicuramente pianificata da lungo tempo, con lo scopo di far avanzare il mondo slavo e comunista ai danni di quello latino e di quello germanico. Nelle terre italiane dell’Adriatico le vittime delle foibe furono “solo” qualche decina di migliaia (l’entità precisa non si conosce ed ovviamente non si conoscerà mai) perché l’area da “pulire etnicamente” era relativamente ristretta ed in fondo non si trattava di costringere alla fuga con il terrore non più di mezzo milione di persone. Tra il Baltico e il Danubio, sotto gli artigli assassini dell’Armata Rossa la tragedia ebbe un’altra dimensione: prima del conflitto, a oriente dell’Oder vivevano quindici milioni di Tedeschi; dopo di esso, si contarono in occidente dodici milioni di profughi, tre milioni di persone scomparvero nel nulla, anche se la temporanea riconquista del febbraio ’45 di cui vi ho già detto ci da un’idea dei metodi usati per toglierle dalla faccia della Terra da parte degli sgherri comunisti che solo a prezzo di una scatenata fantasia possono essere considerati un esercito, e meglio si possono descrivere come un’orda di belve feroci che forse aveva di umano l’andatura bipede.

Se noi assommiamo a questi tre milioni di trucidati i quattro milioni di vittime civili dei bombardamenti angloamericani in Europa, le vittime delle foibe, le vittime fuori dall’Europa (non dimentichiamo che il Giappone subì due bombardamenti nucleari, per non parlare di tutti gli altri “convenzionali”), vediamo che alla parte vincitrice del secondo conflitto mondiale è attribuibile un delitto contro l’umanità, un genocidio di proporzioni non inferiori a quello di cui si è incolpata la parte perdente (con tutta l’obiettività e l’imparzialità – va detto – della ritorsione dei vincitori sui vinti).

La tragedia di Zara ci illumina su di un’altra verità più generale: le atrocità compiute dalle belve comuniste hanno avuto nelle democrazie occidentali, negli angloamericani piena complicità ed attiva connivenza. E qui viene a cadere un’altra menzogna, la pretesa delle democrazie di basarsi sul rispetto dei diritti umani.

Comunismo e democrazia, Stati Uniti ed Unione Sovietica: due facce della stessa orrida e sanguinosa medaglia, con la differenza che l’Unione Sovietica si è dissolta una ventina di anni fa, mentre gli Stati Uniti – purtroppo – esistono ancora.

Una piccola nota riguardo all’immagine che correda il presente articolo: non si tratta di un capolavoro iconografico, è la foto di un reparto di fanteria italiano all’attacco durante la seconda guerra mondiale, ma ha almeno un importante pregio, quello di mostrarci le nostre truppe che combattono. Se andate a fare una ricerca in internet, trovate moltissime immagini che ci mostrano i nostri soldati laceri e macilenti durante la ritirata di Russia, o mentre si arrendono agli Americani o agli Inglesi oppure ai Tedeschi (dopo l’8 settembre). Se date credito a questa iconografia, sembrerebbe che durante tutta la guerra i nostri soldati non abbiano fatto altro che ritirarsi e arrendersi, e d’altra parte, questa falsità è precisamente l’idea più diffusa che la gente ha del nostro comportamento durante la seconda guerra mondiale. La repubblica democratica e antifascista ha appassionatamente coltivato la leggenda dell’italiano imbelle, si è voluta un’Italia meno “caserma” possibile perché fosse quanto più possibile “sacrestia” e “cellula di partito”, leggenda smentita da El Alamein, Nikolewka, dall’eroica resistenza dei nostri combattenti all’Amba Alagi e a Giarabub, e anche dai reparti della RSI che dopo l’8 settembre 1943 continuarono a opporre al nemico soverchiante una resistenza ai limiti dell’umanamente possibile (se in Italia dal 1943 al 45 c’è stata una “resistenza”, è stata questa, non certo quella dei voltagabbana partigiani). È facile fare gli eroi quando si dispone di una schiacciante superiorità tecnologica, numerica e logistica sull’avversario. Ben altra cosa è l’eroismo che seppero dimostrare i nostri combattenti di fronte alla superiorità nemica, spesso ribaltandola con il puro coraggio e la determinazione.

 

Print Friendly, PDF & Email
Categorie: Controstoria, Storia

Pubblicato da Fabio Calabrese il 11 Ottobre 2016

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Cupo

    Tutto sacrosanto, però Norma Cossetto aveva ventitré anni.

  2. MAry

    Ho sfogliato un libro che va per la maggiore nelle terze medie. Grande spazio dedicato alla II Guerra Mondiale. Spazio dedicato alle foibe = zero.

  3. alessandro

    La lotta contro i partigiani slavi in Jugoslavia (in particolare nella italianizzata provincia slovena di Lubiana) du particolarmente violenta, caratterizzata da efferate violenze, deportazioni, devastazioni di interi paesi o villaggi, internamento di civili (in campi con elevatissimo tasso di mortalità), sommarie esecuzioni di guerriglieri, presunti tali e di civili inermi. Nei paesi balcanici in Grecia, Albania, Montenegro e particolarmente in Jugoslavia […] i battaglioni fascisti e purtroppo anche alcuni reparti dell’Esercito massacrano e terrorizzano quelle disgraziate popolazioni. Le camicie nere […] si distinsero in particolare per la crudele malvagità, distruggendo, devastando, incendiando villaggi e città, assassinando vecchi, donne e bambini, superando in crudeltà le stesse orde tedesche. Per eseguire gli ordini tedeschi, Mussolini non esita a disonorare l’Italia di Garibaldi e di tutti i grandi italiani che alla cultura, alla civiltà e al progresso materiale e spirituale dell’umanità diedero il loro ingegno e immolarono il loro sangue.( Enzo Misefari, La Resistenza degli albanesi contro l’imperialismo fascista)

  4. Giancarlo

    Caro Alessandro, la guerra, parafrasando qualcuno, non è un pranzo di gala, non lo è mai stato, l’importante è vincerle, le guerre, perché vincendole poi si scrive la storia.

  5. Capolavoro, dott. Calabrese: un vero capolavoro di articolo che meriterebbe di essere divulgato nelle scuole pubbliche di ogni ordine e grado. Noto però, da vecchio ricercatore storico, che, nonostante le velleità guerriere del Fascismo, il Regio Esercito era agli sgoccioli, sin da subito, e l’ immagine parla chiaro: quanto 1000 parole. Il ridicolo mortaietto Brixia da 45mm, esempio cervellotico di come “non voler nuocere al nemico”, e che richiedeva una particolare abilità per poter essere utilizzato proficuamente, il cui munizionamento (diviso in due parti nemmeno numericamente uguali: bomba propriamente intesa e carica di lancio posteriore) era equivalente alle bombe a mano “offensive” ammazzagalline (Breda, nella migliore delle ipotesi, o altre schifezze come la SRCM e la OTO), le divise scomode e incravattate e la stoffa autarchica. Gli elmettini di latta che bisognò attendere fino al 1935 ed oltre per poterli avere. Non parlo poi nemmeno della Regia Aeronautica, arma voluta come “indipendente” proprio dal fascismo e che era composta da “aerei del bel tempo”, in cui abbondavano la tela e il legno, e i motori copiati da modelli (vecchi) stranieri, prodotti “su licenza”.
    Progettisti troppo spocchiosi per andare, almeno, a vedere cosa producessero all’ estero! Non parliamo poi neanche della Regia Marina, di chiara inclinazione filobritannica, (lo si sarebbe visto il 9 settembre), nè della preparazione fisica e psichica del “materiale umano”, che da noi soffriva ancora di denutrizione. Civiltà contadina sì, ma con poca carne in tavola e già mezza ammazzata di lavoro nei campi. Altro che “date figli alla Patria”. Basti vedere le foto o i filmati d’ epoca relativi alle parate militari e confrontare i fisici degli italiani in addestramento con quelli, per dire, dei tedeschi o degli yankee. O all’ ottimo livello nutrizionale dei soldati di carriera britannici. Alla faccia del Vate e del suo “sufficit animus”: no! Il coraggio NON basta. Ci vuole organizzazione, preparazione, logistica e mezzi, che da noi talvolta mancavano, ma anche quando c’ erano, per via degli “alti papaveri” tutti lambrusco, spaghetti, robinetti dorati, uniformi di gala e puttane di lusso, non erano mai dove avrebbero potuto servire! Ma la guerra è una cosa seria e non la si vince con gli slogans! Altri esempi? A proposito di bombardamenti terroristici degli Alleati: l’ inefficacia della contraerea, basata su personale (almeno nominalmente) di fede fascista, Milizia, DICAT, MILMART e affini. Scartine, con tutto il rispetto, e non per loro colpa. Ci si potevano permettere tanti e tali errori? Non direi. Ma ci vuole una “cornice” da sovrapporre al tutto, oltre all’ immancabile incapacità del Regime ad avere la meglio sulla riluttante industria bellica nazionale (pagata in lire-oro). Ricordo ancora, dal diario di guerra di un ufficiale pilota, che si era permesso di protestare per le carenze del settore Nord-Africano della Caccia Terrestre (che si chiamava così proprio perchè esisteva pure una anacronistica “Caccia Marittima”) e che si sentì rispondere dal Comandante di Settore, un ex Asso della Grande Guerra: “Ma perchè se la prende tanto, tenente? In fin dei conti si tratta soltanto di una guerra!”. Se questi erano i generali…
    Distintamente
    Bruno Fanton
    Treviso
    16 ottobre 2016

  6. Mike

    Bell’articolo,complimenti.

Lascia un commento

  • Milano 7 dicembre

  • Fai una donazione


  • siamo su telegram

  • firenze 21 novembre

  • afrodite

  • ekatlos

  • Vie della Tradizione 176

  • teatro andromeda

    Pio Filippani Ronconi 1

  • emergenza vaccini

    Vaccini: Cosa non conosciamo? Storia,tabelle e grafici mai visionati – Vacciniinforma

    di Ereticamente

    VACCINI: COSA CI È STATO OMESSO? Nella letteratura medica, si esaltano da sempre le virtù della vaccinazione. Dopo aver letto questi libri, si riman[...]

  • post Popolari

  • a dominique venner

  • Ultimi commenti
    • Valerio in Gustavo Adolfo Rol: I «miracoli» e la «scienza» - 4^ e ultima parte - Piervittorio Formichetti

      IL Dott Gustavo Adolfo Rol riusciva a percepire ne... Leggi commento »

    • Dionysos ANDRONIS in Droga ed acque corrosive in Crowley: le Nozze Biochimiche di Peter Pendragon – Luca Valentini

      ALEISTER CROWLEY “The Diary of a Drug Frien... Leggi commento »

    • Nebel in Dal populismo al tribalismo: la nuova frontiera del consenso politico - Ilaria Bifarini

      Bravissima come sempre.... Leggi commento »

    • salvatore civiltà in Le cause mistiche della guerra in Siria e l’accelerazione dei tempi – Mizar dell’Orsa

      Solo oggi ho avuto modo di leggere il Suo signifi... Leggi commento »

    • Graaf in Una scorta per l’ipocrisia – Enrico Marino

      Ma gramellini non e' un giornlista vuole farlo ci ... Leggi commento »

  • archivio ereticamente

    Tag

    Newsletter

    Google Analytics

g. casalino

c. bene

J. Thiriart

m.houellbecq

a. dugin