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Il ponte dei sospiri – Michele Rallo

Il ponte dei sospiri – Michele Rallo

Poco male. Il Ponte sullo Stretto è soltanto una delle tante bufale toscane, una delle tante promesse da marinaio che un Renzi allo sbando andrà snocciolando da qui al prossimo 4 dicembre, nella lunghissima campagna elettorale che il Vispo Tereso ha voluto per tentare di arginare l’armata dei NO che s’ingrossa ogni giorno di più.

Il ponte con tutto il resto: riduzione delle tasse, aumento delle pensioni, incentivi alle imprese, eccetera, eccetera, eccetera… tutti tasselli del colossale voto di scambio che il furbetto fiorentino vorrebbe congegnare per guadagnare consensi. Con quali soldi? Senza soldi, facendo debiti. È questa la “flessibilità” che il mattacchione chiede all’UE: la possibilità di fare nuovi debiti (che dovremo pagare noi). Oramai, per il nostro debito pubblico è un nuovo “record storico” ogni mese: 2.241 miliardi di euro a maggio, 2.248 a giugno, 2.252 a luglio… in attesa dei dati di agosto.

Il ponte, quindi, non si farà. Ma, quand’anche ci fossero i soldi, non si dovrebbe fare. Almeno, secondo la mia modesta opinione “eretica”. Opinione già espressa l’anno scorso sulle colonne di “Social”, con il pezzo che ‒ benché un po’ “datato” ‒ ripropongo adesso all’attenzione dei lettori:

PONTE SULLO STRETTO?

NO, GRAZIE

La Sicilia cade a pezzi: strade, acquedotti, fognature, edifici e strutture una volta al servizio del pubblico. Intanto, i soliti noti continuano a gingillarsi con progetti mastodontici, spacciati come il toccasana per risolvere, se non tutti, almeno i principali mali della Sicilia (e della Calabria). Come se i lavori per il famigerato ponte sullo Stretto (perché è a questo che principalmente mi riferisco) potessero non finire mai; o come se, giunta inevitabilmente la fine, gli operai e i piccoli imprenditori dell’indotto potessero campare di ricordi.

E intanto – ma di questo nessuno sembra preoccuparsi – si sarebbe distrutta per sempre una realtà economica non stratosferica, ma comunque di certo rilievo e – quella si – destinata praticamente a durare per sempre. Mi riferisco alle industrie (la pubblica e la privata) dei traghetti, e a tutto ciò che queste muovono – a Messina come a Reggio Calabria – in termini di sviluppo e di occupazione, per tacere di un corposo indotto. Così come nessuno sembra preoccuparsi delle gravissime incognite relative alla sicurezza di un ponte siffatto, mai realizzato fin’ora, almeno non con queste dimensioni da fantascienza (tra Scilla e Cariddi ci sono più di 3 chilometri!). Qualcuno si ricorda che quella è una zona fortemente sismica? E qualcuno ha preso in considerazione che una struttura del genere potrebbe attirare le attenzioni di tutti i terroristi e di tutti i pazzi del Mediterraneo?

Eppure, la politica non sembra essersi accorta di tutto ciò, e va avanti a testa bassa. Aveva iniziato Berlusconi, nella sua ricerca continua (e quasi sempre sbagliata) di grandi opere e di grandi progetti per creare ricchezza. Adesso il progettone ha trovato nuovi sponsor: in primo luogo Angelino Alfano, sempre alla disperata ricerca di un alibi per giustificare il “soccorso azzurro” al governo; e lo stesso Renzi, anche se – bontà sua – ha detto che prima andrebbe risolto il problema dell’acqua per Messina.

Ecco, il punto è proprio questo: alla Sicilia non serve il ponte sullo Stretto, bensì l’adeguamento delle sue infrastrutture agli standard di modernità, funzionalità e sicurezza delle altre grandi regioni italiane; non abbiamo bisogno d’interventi faraonici, ma soltanto di autostrade che non si sbriciolino, di ponti che non crollino, di ferrovie che non vadano a passo di lumaca, di acquedotti che non svaniscano nel nulla, di fognature che non scoppino. Non ci servono 8 miliardi e mezzo di euro (17.000 miliardi delle vecchie lire) gettati nel pozzo senza fondo di un unico grande progetto, peraltro destinato ad arricchire in larghissima parte imprese non siciliane; ci serve piuttosto che quegli stessi 8 miliardi e mezzo vengano distribuiti sull’intero territorio dell’Isola (possibilmente senza passare per le mangiatoie regionali) e destinati a revisionare o, più spesso, a sostituire le scalcinate infrastrutture che ci impediscono di competere alla pari con le regioni del Centro-nord: ponti, strade, ferrovie, acquedotti, depuratori e tutto il resto. Si otterrebbe, così, un duplice risultato: promuovere il progresso reale della Sicilia, e distribuire i benefìci di questa autentica “grande opera” su tutto il territorio regionale. Avete idea di quanto verrebbe a costare un solo chilometro del famigerato ponte? E avete idea di quanti chilometri di acquedotti (più efficenti di quello di Messina) si potrebbero realizzare con quella cifra? Avete idea di quanto verrebbe a costare un solo pilone del ponte? E avete idea di quanti viadotti (più saldi di quello di Himera) potrebbero costruirsi con quegli stessi soldi?

E, invece, le scelte di politica economica dell’attuale governo sono – se possibile – più ostili alla Sicilia e al Sud di quanto non fossero quelle dei governi del passato. Non credo, per esempio, che nella storia dell’Italia repubblicana ci sia mai stato un governo che – come l’attuale – abbia previsto in finanziaria che, delle somme assegnate al sistema ferroviario nazionale, il 99% vada al Nord e soltanto l’1% al Sud. (…)  Ecco la “filosofia” che presiede all’intera politica infrastrutturale del Governo Renzi – grandi opere comprese – nei riguardi della Sicilia e del Sud.

Ma, torniamo al ponte sullo Stretto: non ci serve, non lo vogliamo. Vogliamo, invece, che i nostri viadotti non crollino un mese dopo la loro inaugurazione. Vogliamo che una città come Messina non venga lasciata senz’acqua per venti giorni. Vogliamo che un viaggio in treno Trapani-Palermo duri 40 minuti e non 4 ore. Vogliamo che un porto strategico, come quello di Trapani, abbia il suo spazio e non venga soffocato a beneficio della concorrenza. Vogliamo tante piccole cose che facciano della Sicilia un paese civile.

In fondo, ci accontentiamo di poco.

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Categorie: Politica

Pubblicato da Ereticamente il 10 Ottobre 2016

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. Daniele

    Sacrosante verità, chissà cosa ci proporrà l’ebetino di Rignano da oggi al 4/12. Mi sa però che stavolta è arrivato alla frutta.
    PS povera Italia

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g. casalino

c. bene

J. Thiriart

m.houellbecq

g. colli